Una grossa perdita
Una grossa perdita
A Decided Loss,
Saturday Courier, 10 novembre 1832
di Edgar Allan Poe
Oh, non respirare…
Merrie’s Melodies
“SCIAGURATA! – cagna! – bisbetica!” dissi a mia moglie la mattina dopo le nozze, “strega! – sgualdrina! – pozzo di iniquità! – sfrontata quintessenza di tutto ciò che è abominevole! – tu – tu” ———; qui, in punta di piedi, afferrandola per la gola e avvicinando la bocca al suo orecchio, mi preparavo a scagliare un nuovo e inequivocabile epiteto di obbrobrio, che non avrebbe mancato, se pronunciato, di convincerla della sua insignificanza, quando, con mio estremo orrore e stupore, scoprii di aver perso il fiato.
Le frasi “Ho perso il fiato”, “Sono completamente senza fiato”, ecc., vengono ripetute abbastanza spesso nelle conversazioni comuni: ma non mi era mai venuto in mente che un simile incidente potesse verificarsi (con la vittima sopravvissuta) bona fide e letteralmente. Era sconvolgente. Immaginate la mia costernazione. Mi trovavo, in effetti, in una situazione davvero singolare. Ma il mio buon Genio non mi abbandona mai del tutto. Nelle mie furie più incontrollabili conservo ancora un senso del decoro, e “le chemin des passions me conduit” (come diceva Rousseau) “à la philosophie veritable”. Sebbene, all’inizio, non riuscissi a stabilire con precisione in che misura l’accaduto mi avesse colpito, decisi senza esitazione di nascondere la cosa a mia moglie, almeno finché non avessi realizzato il vero livello della mia inaudita calamità. L’imminente pericolo di essere scoperto illuminò ogni facoltà della mia anima e, con l’inventiva tipica dei disperati, misi in atto un piano concepito con la rapidità di un fulmine.
Trasformando in un attimo il mio volto da gonfio e contorto (ero in preda a una terribile passione) a un’espressione di benevolenza maliziosa e civettuola, diedi a mia moglie un bacio su una guancia e un buffetto sull’altra, e senza dire una parola (non potevo, diamine!) mi trascinai deliberatamente fuori dalla stanza, lasciandola tanto innamorata del mio buon umore (o bestemmia!) quanto ammirata della mia squisita comicità e del mio raffinato talento teatrale.
Eccomi, quindi, al sicuro, rinchiuso nel mio boudoir, un esempio spaventoso delle nefaste conseguenze che accompagnano l’irascibilità – vivo con le qualità dei morti – morto con le inclinazioni dei vivi – un’anomalia sulla faccia della terra – molto calmo, eppure senza fiato. Sì, senza fiato! Dico sul serio che il mio respiro era completamente sparito. Non avrei potuto smuovere una piuma con esso se la mia vita fosse stata in gioco, o macchiato la superficie lucida di uno specchio. Duro destino! Eppure, ci fu un certo sollievo al primo travolgente parossismo della mia pena. Scoprii, dopo averci provato, che la capacità di esprimermi (che, data la mia incapacità di proseguire nella conversazione con mia moglie, credevo allora che fosse del tutto distrutta) era, in realtà, solo parzialmente impedita; e scoprii che se, nell’interessante crisi di cui sopra, avessi abbassato la voce a un tono gutturale singolarmente profondo (oh, diavolo!), avrei comunque potuto continuare a comunicarle i miei sentimenti. Perché questo tono di voce (il tono gutturale) dipende, a quanto ho scoperto, non dalla corrente del respiro, ma da una certa azione spasmodica dei muscoli della gola – così come nelle rane, ecc.; vedi Ippocrate nella sua dissertazione.
Gettatomi su un divano, rimasi per qualche tempo immerso nei miei pensieri. Le mie riflessioni, siate certi, non erano per nulla consolatorie. Mille vaghe e lacrimose fantasie si impossessarono del mio spirito. Avevo sentito parlare di Peter Schlemil, ma non ci avevo creduto fino a quel momento. Avevo sentito parlare di patti col diavolo e avrei accettato volentieri il suo aiuto, ma non sapevo come procedere, avendo studiato ben poco la diablerie. Poi il fantasma del suicidio aleggiò nella mia immaginazione, ma è un tratto della perversità della natura umana rifiutare l’ovvio e prepararsi al lontano e all’equivoco; e, con un piede nella fossa, rabbrividii al pensiero dell’autodistruzione come della più flagrante delle enormità. Poi, attraverso un unico vetro rotto, i quattro venti del Cielo si riversarono tutti nella stanza – e, come il mantice di Vulcano, ruggì forte l’enorme fuoco di carbone marino – e il gatto soriano fece le fusa vigorosamente sul tappeto – e il grasso cane da caccia ansimò strenuamente sotto il tavolo – tutti attribuendosi gran merito per la spaventosa forza dei loro polmoni, e ovviamente deridendo la mia insufficienza polmonare.
Oppresso da un tumulto di vaghe speranze e paure, finalmente udii il passo di mia moglie scendere le scale. Essendo ormai certo della sua assenza, con il cuore palpitante tornai sulla scena del mio disastro. Chiudendo accuratamente la porta dall’interno, iniziai una ricerca vigorosa. Era probabile, pensai, che, nascosto in qualche armadio o cassetto, o in agguato in qualche angolo oscuro, si trovasse l’oggetto perduto dei miei desideri. Poteva avere un’aria vaporosa, poteva persino avere una forma tangibile. La maggior parte dei filosofi, su molti punti della filosofia, è ancora molto antifilosofica. Anassagora, tra l’altro, sosteneva che la neve fosse nera: da allora ho scoperto che aveva ragione. Anche William Godwin dice, da qualche parte nel suo Mandeville, che le cose invisibili (un caso più pertinente) sono le uniche realtà. Vorrei che il mondo si fermasse prima di accusare tali affermazioni di un indebito grado di assurdità.
I miei sforzi, tuttavia, si rivelarono infruttuosi. Cassetto dopo cassetto, armadio dopo armadio, angolo dopo angolo, furono esaminati inutilmente. Diverse dentiere, un occhio, due paia di fianchi e un pacco di biglietti d’auguri, da un vicino a mia moglie, furono la spregevole ricompensa della mia laboriosità e perseveranza. Una volta, in effetti, mi credetti sicuro del mio successo; rovistando in un beauty case, avevo accidentalmente distrutto una bottiglia di (avevo un fiuto straordinariamente dolce) “Doppio estratto serafico e profumatissimo del Paradiso, o Olio degli Arcangeli” di Hewitt, che, come gradevole profumo, mi prendo la libertà di raccomandare qui. Con il cuore pesante, mi ritirai di nuovo nel mio boudoir, per riflettere su un metodo per eludere la sagacia di mia moglie, finché non avessi potuto prendere accordi prima di lasciare il paese – perché su questo avevo già deciso.
In un clima straniero, essendo sconosciuto, avrei potuto, con maggiori probabilità di successo, tentare di nascondere la mia infelice disgrazia – una disgrazia che, ancor più della miseria, ritenevo capace di alienare gli affetti della moltitudine e attirare sui miserabili la meritata indignazione dei virtuosi e dei felici.
Per affinare la mia inventiva, presi una poesia premiata su ————— e, leggendola per mezz’ora, mi ritrovai stordito. Balzando in piedi disperato, escogitai un espediente e mi misi subito a metterlo in pratica. Essendo di natura svelto, imparai a memoria tutte le tragedie di Metamora e Miantinimoh. Ebbi l’acume di ricordare che, nell’accentuazione di questi drammi, i toni di voce di cui mi trovavo carente erano del tutto superflui, e che il più profondo gutturale avrebbe dovuto regnare monotono per tutto il tempo.
Avendo quindi fatto pratica ai margini di una vasta e frequentata palude, mi ritrovai, in poche ore, qualificato a mettere alla prova gli aborigeni quanto il loro rappresentante originario. Così armato di tutto punto, decisi di far credere a mia moglie che fossi improvvisamente colto da una passione per il teatro. Ci riuscii miracolosamente; e a ogni domanda o suggerimento, mi sentivo libero di rispondere, con i miei toni più sepolcrali, con un passaggio delle tragedie, incrociando le braccia, muovendo le ginocchia, strascicando i piedi, strabuzzando gli occhi e mostrando i denti, con l’energia dell’attore più esperto e popolare.
Certo, c’era chi diceva di rinchiudermi in una camicia di forza, ma, buon Dio! non sospettarono mai che avessi perso il fiato. Dopo aver finalmente sistemato i miei affari e aver allegato un codicillo al mio testamento, in cui, dopo molti lasciti di beneficenza, lasciai a mia moglie la mia bella copia in quarto del Calbrinachus in Dianam, presi posto, in una gelida notte, sulla diligenza per ———, facendo capire ai miei conoscenti che un affare di estrema importanza in Europa rendeva indispensabile la mia immediata presenza personale.
La carrozza era stracolma; ma, grazie al buio della notte, i lineamenti dei miei compagni non si distinguevano. Senza opporre alcuna resistenza efficace, mi lasciai incastrare tra due bipedi ambigui, mentre un terzo, chiedendo perdono per la libertà che stava per prendersi, si gettò lungo disteso sulla mia carcassa e, addormentandosi in un istante, annegò tutte le mie esclamazioni gutturali in cerca di sollievo in un russare che avrebbe fatto arrossire i tuoi muggiti, toro di Falaride! Fortunatamente lo stato delle mie facoltà respiratorie rendeva il soffocamento un incidente del tutto fuori questione.
Finalmente spuntò il giorno e il mio persecutore, alzandosi e sistemandosi il colletto della camicia, mi ringraziò amichevolmente per la mia cortesia. Vedendo che ero immobile e non gli rispondevo nulla (avevo tutti gli arti slogati e la testa girata da un lato), la sua apprensione cominciò a farsi sentire e, svegliando gli altri passeggeri, comunicò con tono deciso la sua opinione che un cadavere fosse stato loro imposto durante la notte, al posto di un compagno di viaggio vivo e responsabile, dandomi un pugno sull’occhio destro a dimostrazione della veridicità della sua affermazione.
Uno dopo l’altro (erano quindici in tutto) mi tirarono un orecchio; e un giovane medico, dopo avermi applicato uno specchietto tascabile alla bocca e avermi trovato senza fiato, dichiarò che il suggerimento del mio aguzzino era vero; e, fermando la carrozza, l’intera assemblea dichiarò la propria determinazione a non procedere oltre, per il momento, con una tale carcassa; e, per il futuro, di non sopportare docilmente simili imposizioni. Mentre attraversavamo in quel momento il villaggio di ———, fui scaraventato fuori dalla carrozza all’insegna dei Tre Corvi, senza subire ulteriori incidenti se non la frattura delle cosce sotto la ruota posteriore sinistra del veicolo; e devo rendere giustizia al conducente riconoscendo che non dimenticò di lanciarmi dietro il mio baule più grande, che, cadendomi sulla testa, mi fratturò il cranio in un modo al tempo stesso interessante e straordinario.
Il proprietario dei Tre Corvi, che è un uomo ospitale, scoprendo che il mio baule conteneva abbastanza cose da risarcirlo per qualsiasi spesa insignificante, mandò immediatamente a chiamare un’impresa di pompe funebri e fece tutti i preparativi per una degna sepoltura. Fui sistemato molto decorosamente in una soffitta e mi furono fornite tutte le comodità necessarie per il mio funerale. La padrona di casa mi accomodò con un paio delle sue calze, e suo marito, dopo avermi legato le mani e le mascelle con un fazzoletto, chiuse la porta dall’esterno prima di andarsene, lasciandomi solo al silenzio e alla meditazione.
Essendomi ormai in parte ripreso dalla sensazione sconcertante dei miei lividi, scoprii, con mia infinita gioia, che avrei potuto parlare se non avessi avuto le mascelle legate dal fazzoletto. Consolandomi con questa riflessione, stavo ripetendo mentalmente alcuni versi del ———, come è mia abitudine, prima di cedere al sonno, quando due gatti avidi e fastidiosi, entrando da un buco nel muro, balzarono simultaneamente con un guizzo alla Catalani e, posandosi uno di fronte all’altro sul mio viso, si dedicarono a una sconveniente e indecorosa controversia per la meschina spartizione del mio naso.
Ma come la perdita delle orecchie si rivelò il mezzo con cui il persiano Mige-Gush ascese all’impero di Ciro, così la perdita di poche once del mio viso fu la salvezza del mio corpo. Eccitato dal dolore e ardente di indignazione, feci a pezzi, con un solo sforzo, i lacci e la benda, e balzando maestosamente in piedi, aprii la persiana e, con estremo terrore e delusione dei belligeranti, mi gettai trionfante dalla finestra.
Il rapinatore W——, al quale somiglio in modo singolare, stava attraversando in quel momento il villaggio, diretto all’esecuzione a ——. La sua grave infermità e la sua salute malferma gli avevano procurato il privilegio di rimanere senza catene; e, vestito con la sua divisa da condannato, giaceva lungo disteso sul fondo del carro del boia (che si trovava proprio sotto le finestre dei Tre Corvi al momento della mia caduta), senza altra guardia che il conducente, che dormiva, e due reclute del —— Reggimento di Fanteria, che erano ubriache. Per sfortuna, caddi in piedi all’interno del carro.
W——, che è un tipo sveglio, cogliendo l’occasione, balzò immediatamente in piedi, scivolò fuori dal retro del veicolo e, svoltando in un vicolo, scomparve in un istante. Le reclute, svegliate dal trambusto e non comprendendo esattamente la situazione, videro comunque una figura, l’esatta controfigura del criminale, in piedi davanti ai loro occhi, e pensarono che il mascalzone, ovvero W——, stesse cercando di darsi alla fuga. Dopo essersi comunicati questa idea, bevvero un cicchetto ciascuno e poi mi abbatterono con il calcio dei loro moschetti.
Non passò molto tempo prima che il carro arrivasse al luogo dell’esecuzione. Fu ovviamente inutile per me dire una parola in mia difesa. Impiccato, dovevo essere – non c’erano dubbi – e mi rassegnai al mio fato con un misto di stupore e tranquillità. Il boia mi sistemò il cappio al collo e, poiché, a causa degli effetti stordenti delle ferite, non riuscivo a farmi sentire a così grande distanza dal suolo, i giornali del mattino seguente riportarono che ero morto nella mia ostinazione, da malvagio e sanguinario tagliagole qual ero, rifiutandomi ostinatamente di fare qualunque confessione – un mostro dell’umanità – un terribile monito per tutti i bambini e (così recitava la Gazzetta) un compendio in dodicesimo di tutte le orribili atrocità. I redattori si sbagliavano – almeno nel particolare più importante: io non morii. Al momento della caduta, non provai, come si può immaginare, altro fastidio se non quello causato dall’urto. Certo, il collo fu irritato dalla corda e ci fu una violenta concentrazione di sangue al cervello, ma non corsi alcun rischio di soffocamento. Ebbi, tuttavia, sufficiente presenza di spirito per simulare le convulsioni più esagitate, e qui il mio talento per le smorfie mi fu di grande aiuto. Diversi gentiluomini svennero e tre signore furono riportate a casa in preda a crisi isteriche. Anche il celebre Pinxit approfittò dell’occasione per ritoccare, da uno schizzo fatto sul posto, il suo ammirevole dipinto del Marsia scorticato vivo.
Ma lo spirito più coraggioso, la costituzione più tenace, alla fine devono cedere a un’ostinata serie di sfortune, come le città più orgogliose sono state umiliate dalla pertinacia di un nemico. Salmanasser, come leggiamo nelle Sacre Scritture, assediò Samaria per tre anni, e infine essa cadde. Sardanapalo (vedi Diodoro Siculo) si trattenne sette anni a Ninive invano. Troia cadde alla fine del secondo lustro, e Psammetico (come Aristeo dichiara sul suo onore di gentiluomo) fu ammesso ad Azoth dopo che questa aveva valorosamente sostenuto un assedio per la quinta parte di un secolo.
Dopo mezz’ora di spettacolo (il tempo che ritenevo necessario) rimasi immobile e poco dopo, essendo stato rimosso, fui consegnato a un medico con una fattura e una ricevuta di venticinque dollari. Mi portò subito nel suo appartamento e iniziò immediatamente l’operazione. Dopo avermi privato di entrambe le orecchie, scoprì segni di ripresa. Suonò quindi il campanello e disse al servitore di chiamare un farmacista vicino con cui avrebbe potuto consultarsi in caso di emergenza. Tuttavia, nel caso in cui fossi risultato vivo, mi fece prima un’incisione nello stomaco e, essendo di indole naturalmente benevola, mi asportò diverse viscere per esaminarle privatamente.
Il farmacista confermò i suoi sospetti sulla mia esistenza in vita, e io cercai di rafforzare questo sospetto, scalciando e spingendo con tutte le mie forze, con le più furibonde contorsioni, mentre il berretto da boia che ancora mi copriva il viso rendeva impossibile qualsiasi tentativo di spiegazione. Tutto ciò fu tuttavia attribuito all’effetto della nuova Batteria Galvanica, che il farmacista, dopo aver appreso della mia situazione, aveva portato con sé e, dal momento del suo ingresso fino a quello della mia morte, avvenuta pochi minuti dopo, non aveva mai smesso di applicarla con la più instancabile assiduità.
Traduzione © 2026 di Mario Luca Moretti
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