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THE TRUTH IS OUT THERE

THE TRUTH IS OUT THERE

Il Racconto della Domenica

 

Capitolo 1

Conoscevo bene quello sguardo e sapevo che preannunciava tempesta.

No, non oggi, pensai.

Mi sentivo spossato dopo una durissima giornata di lavoro e tutto desideravo fuorché affrontare una discussione con Manu. Consapevole che la tempesta sarebbe comunque passata dalle mie parti, tentai disperatamente una strategia diversiva.

“Fai pure la doccia, cara – dissi alzando il tono della voce – stasera cucino io! Una carbonara? Ho del delizioso guanciale, di quello serio! Una volta ogni tanto possiamo pur dare uno strappo alla regola, no?”

Game over. Puntuale come sempre, la tempesta giunse sotto le forme di un viso da attrice adornato per l’occasione da un sorriso sarcastico e uno sguardo pungente.

“Perché, ci sono forse regole in questa casa?”

Infilai la testa nel frigorifero cercando una lattina di birra.

“Non capisco, cosa vuoi dire? Abbiamo forse dei problemi di coppia di cui non sono a conoscenza?”

“Da quanto tempo non parli con gli insegnanti di tuo figlio, dottore?”

La sua voce si mescolava con il rumore prodotto, ad arte, dai piatti che nel frattempo tiravo fuori dalla lavastoviglie.

“Non saprei, perché me lo domandi? Va tutto bene, no? Se non ricordo male il nostro Algor – era questo il soprannome, diminutivo di algoritmo, che avevamo dato ad Alessandro – è il bambino che lo scorso anno ha ricevuto un encomio dal Presidente dell’Istituto Internazionale di Fisica e che ha vinto i trial confederali di logica matematica.”

“Già, peccato che…”

“Dimenticavo – la interruppi con un marcato tono ironico, commettendo in un solo colpo due gravissimi errori – il tutto alla veneranda età di otto anni, giusto?”

“Già. Peccato, come dicevo prima che il papà superficiale e supponente interrompesse, ti sia sfuggito che tuo figlio abbia smesso di frequentare amici e piscina e che il suo rendimento scolastico sia diminuito negli ultimi due trimestri.”

“Voti più bassi? Non è possibile!”

“Più bassi, ti dico. E tutto questo, strana combinazione, da quando gli hai consentito l’accesso a quel tuo maledetto garage-laboratorio! – urlò le ultime parole, facendomi sobbalzare.

“Non appena uscito da scuola tuo figlio si rintana lì dentro per tutto il pomeriggio e, cosa ancora più grave, sono pronta a scommettere che non tu non abbia la minima idea di cosa stia combinando, vero?”

“Ma…cosa vuoi che faccia? Studia in un ambiente in grado di soddisfare le sue superiori capacità e la sua curiosità scientifica. Devi arrenderti all’idea che tuo figlio non possa essere arginato entro i normali schemi educativi. Tuo figlio è… semplicemente un genio!”

Gonfiai il petto, tronfio delle mie parole, come un avvocato dopo l’arringa vincente.

Uno a zero per me, cara – pensai sorridendo.

“Ma tu, dottore – il suo indice mi passò come una spada – con la tua noncuranza rischi di trasformare il nostro genio in un genialoide sconclusionato che spreca il suo tempo rincorrendo chissà cosa!”

“Stai esagerando, mantieni l’equilibrio per favore. Parlerò con lui e…”

“Ci proverò. E tu – si voltò mostrando scientificamente il suo B-side da urlo – nel frattempo trovati una concubina per i lunghi week-end in solitaria che dovrai trascorrere senza la tua splendida moglie… il tutto fino a che il genialoide non sia tornato ad essere genio.”

Tentai di controbattere ma balbettai solo qualcosa di incomprensibile anche a me stesso.

‘Fanculo, sei a zero per lei e mi tuffai sul divano.

Capitolo 2

NASA – Jet Propulsion Laboratory – sala conferenze

“Signori conoscete già il Professor Leonard Petrone, nostro direttore, per cui senza perdermi in noiosi preamboli lascio immediatamente a voi la parola”.

“Direttore, allora, può confermare o meno la notizia circolata in queste ultime ore?”

“Si, purtroppo. I nostri ultimi dati sono inequivocabili. Nonostante ogni tentativo, abbiamo perso il contatto con la Voyager 2.”

“È in grado di fornirci spiegazioni al riguardo?”

“Una risposta in tal senso sarebbe certamente prematura.”

“Direttore, se non sbaglio è ciò che i lettori del New York Times hanno già avuto modo di leggere qualche tempo fa per quanto accaduto alla Voyager 1!”

“Non posso dirvi altro, per ora. Stiamo eseguendo una serie di approfondite verifiche e…”

“Professore, buonasera. Jim Austin, del Daily Mail. Mi dica, come è possibile perdere due sonde in soli tre mesi? È lecito attendersi le sue dimissioni?”

“Dimissioni? Signori, mi rendo conto della legittima curiosità vostra e dei vostri lettori ma non dimentichiamo che stiamo parlando di un oggetto lontano oltre diciotto miliardi di chilometri dal nostro pianeta. Gioverà rammentare a ciascuno dei presenti come ogni segnale inviato dai nostri radiofari impieghi circa sedici ore per giungere a destinazione e che altrettanti ne impieghi una eventuale risposta per tornare indietro.”

“Ma come è possibile perdere improvvisamente ogni traccia?”

“È quello che cercheremo di scoprire. Comprenderete, mi auguro, che mantenere le comunicazioni con una minuscola sonda costruita oltre quaranta anni or sono e oramai uscita dal nostro sistema solare non sia certo semplice come portare i vostri cagnolini a pisciare nel parco! Ora vogliate scusarmi ma ho lavoro urgente da svolgere. Vi prometto che sarete prontamente avvisati di ogni novità. Il nostro fidatissimo addetto stampa, il Dott. Frank Arwlett – guardò verso di me – vi guiderà all’uscita.”

“Ma Direttore…”

“Signori…a presto.” E accompagnò le ultime parole con l’eloquente gesto della mano sinistra che indicava l’uscita.

Congedai i giornalisti e lo raggiunsi subito nel suo ufficio. Entrai senza bussare.

“Hai commesso un grave errore, Leonard!”

“Si fottano!”

“Sei a capo di una agenzia governativa, cazzo! E hai degli obblighi nei confronti della stampa. Cosa credi di ottenere, umiliandoli, se non di stimolarli a scrivere articoli contro di te?”

“Ascoltami, non mi dimetto, venisse giù il Presidente in persona a chiedermelo.”

“Leonard, ci conosciamo da sedici anni e siamo buoni amici. Fidati di me, hai fatto una stronzata ma forse sei ancora in tempo per rimediare. Chiamali uno a uno e chiedi loro scusa. Con il Presidente me la vedo io, ho buoni contatti con il suo entourage e cercherò di fare il possibile per conservare il tuo incarico. Ok?”

“No!”

“Vecchio orgoglioso – urlai – non ci sei di mezzo solo tu! Stai anteponendo il tuo ego agli interessi di tutti. Gli articoli che usciranno domattina getteranno ulteriore discredito su tutta la nostra struttura e tu sai cosa significa, vero? Fine dei finanziamenti governativi e… tutti a casa. Quindi ti prego – feci una pausa, spossato – prendi quel cazzo telefono e fai le cinque telefonate che ti ho chiesto.”

“Ok, ok. Lo faccio!  Ma voglio conservare le mie chiappe su questa sedia, intesi?”

“Chiamali.”

“Voglio sapere se il posto è ancora mio!”

“Chiamali… e lo sarà.”

“Come puoi esserne sicuro? Non mi stai prendendo per il culo, vero?”

“Semplice, basterà un bel comunicato stampa in cui diffondiamo la notizia a caratteri cubitali. Immagina i titoli dei giornali… riattivato il collegamento con la Voyager 2!”

“Ma… è una cazzata! Come può reggere?”

“Hai scarsa fiducia nelle mie capacità. Mark Twain diceva che è più facile ingannare le persone piuttosto che convincerle di essere state ingannate. Tu invia tramite i nostri satelliti una falsa telemetria e il gioco è fatto! Gli uomini del centro di controllo sono di mia assoluta fiducia. Spiegherò loro la situazione e vedrai che comprenderanno presto come convenga a tutti dire una piccola, innocente bugia.”

Leonard scoppiò in una fragorosa risata.

“Sei un fottuto serpente a sonagli, Frank!”

“Lo so, da sempre mi pagano per questo. Ti darò tempo! Tempo a sufficienza per ritrovare le sonde e avere così di che lavorare fino alla pensione. Ora però datti da fare. Chiama quei giornalisti e poi attivati per ritrovare le pecorelle smarrite.”

Capitolo 3

“Sono passati quattro mesi dalla scomparsa della Voyager 2 e – fece una lunga pausa – mi attendo ovviamente da voi qualche novità.”

Leonard posò istintivamente lo sguardo su John Kelly, uno dei direttori di volo del Jonshon Space Center, un uomo in cui aveva sempre riposto una cieca fiducia. Le sue speranze si sarebbero dissolte un istante dopo.

“Nulla, Leonard. Abbiamo scandagliato lo spazio con un tutti i radiofari disponibili ma nessuna risposta dalle sonde.”

Osservai Leonard tamburellare nervoso “We will rock you” con l’indice della mano destra mentre il palmo della sinistra sorreggeva senza sforzo un viso che la fatica e lo stress sembravano aver affilato oltre il naturale.

“Ovviamente – proseguì immediatamente Kelly con tono speranzoso – fino a ora abbiamo concentrato le ricerche in prossimità delle ultime coordinate disponibili, ma ho già dato disposizioni per allargare progressivamente la porzione di spazio oggetto di screening. Ci vorrà tempo ma le troveremo, ne sono certo. Non possono certo essersi smaterializzate!”

“Teorie? –  chiesi. “Un contatto con un meteorite o detriti spaziali?”

“Mi sento di escludere questa ipotesi. Le sonde si trovavano ben oltre la fascia di Kuiper e al di fuori del sistema solare. Pertanto, tenendo a mente che la densità media dello spazio è di pochi atomi di idrogeno per metro cubo, converrete con me che le possibilità statistiche di uno scontro fisico con corpi celesti siano limitatissime. Quasi nessuna poi, prendendo in considerazione l’ipotesi che ambedue le sonde possano essere state coinvolte in questo stesso tipo di incidente.

“Allora cosa ci rimane?”

“Prego?”

“Quale ipotesi ci rimane, John?”

“Forse un guasto al sistema di puntamento. Se così fosse le sonde non sarebbero più in grado di allineare le loro antenne verso la Terra e sappiamo tutti come, da quelle distanze, un errore superiore al decimo di grado sarebbe fatale al segnale. Certamente, anche in questo caso, pensare a un guasto quasi contemporaneo dello stesso strumento mi sembra altamente improbabile.  A mio giudizio la teoria più credibile è che le batterie abbiano mollato all’improvviso. In fondo operano in condizioni fisiche proibitive e…”

“Questo mi sento di poterlo escludere in modo rigoroso! – la voce era quella di Elenor Todd, responsabile del progetto Voyager – i generatori termoelettrici a radioisotopi del plutonio-238 garantivano energia sufficiente fino al 2040. Inoltre era già stato avviato con successo il programma di riduzione dei consumi che…”

“Elenor, perdonami – dissi – tutti noi siamo perfettamente a conoscenza del programma di risparmio energetico. Siamo qui in cerca di una spiegazione plausibile.”

“Capisco, Frank, ma vi assicuro che le mie bambine – così Todd chiamava amorevolmente le sonde – erano in perfetta forma quando abbiamo perduto i contatti. Nessun dato della telemetria induce a sospettare il benché minimo problema tecnico. E non mi tirate in ballo la teoria di una improvvisa dose massiccia di radiazioni che avrebbe danneggiato i sistemi! Il CRS, lo strumento per la rilevazione dei raggi cosmici, non ha mai individuato nulla del genere.”

“E allora, cosa cazzo è successo lì fuori?” la voce di Leonard tuonò nell’ufficio.

“Non ti permetto di usare questo tono con me, Direttore!”

“Ehi – dissi posando una mano sulla spalla di Leonard – calma, cerchiamo di mantenere dei toni pacati!”

Le voci si sovrapponevano e non ci accorgemmo di Tom Burton, astrobiologo stagista da poco aggregato al team; troppo educato per emergere con la forza in quella concitazione, aveva sollevato la mano come solo un diligente scolaretto avrebbe saputo fare. Fu per puro caso che i miei occhi si posarono su di lui.

“Chiedo scusa!” – disse approfittando dell’incrociarsi dei nostri sguardi.

“Facciamo tutti un poco di silenzio, per favore – alzai la voce quanto più possibile – prego Dott. Burton, voleva aggiungere qualcosa a questa discussione, immagino.”

“Vedete – si schiarì la voce – forse occorre accettare l’idea che lo spazio come noi lo concepiamo non esista e che al di fuori dell’eliopausa sussistano condizioni diverse da quelle finora immaginate che impediscano alle sonde di trasmettere”.

Leonard scoppiò in una risata scomposta e provocatoria.

“Dott. Burton, lei deve essersi bevuto il cervello! Nessun dato registrato ha mai lasciato intendere qualcosa del genere! Non ho alcuna intenzione di perdere il mio tempo ad ascoltare le farneticazioni di un neo laureato in cerca di gloria. Raccolga le sue cose e lasci immediatamente questo centro. È licenziato!”

“Diamine, Leonard, lascialo parlare! – dissi – E lei Burton, mi auguro non appartenga alla mia stessa categoria –  mi guardò con sguardo interrogativo – quella dei nerd immersi fino al collo nelle storie di governi ombra e teorie complottistiche su alieni che collaborerebbero con noi in cambio di cavie umane.”

Sorrise.

“No, Dott. Arwlett, ma quello che ho con me farebbe la gioia di Fox Mulder! Vedete, all’inizio non volevo crederci, anzi mi correggo, non potevo crederci. Come scienziato, intendo.”

“A cosa, Burton? – dissi – Sia più preciso.”

“Agli ultimi dati trasmessi dalla Voyager 1 prima di cessare le comunicazioni. Ho ripetuto le analisi almeno dieci volte per poi buttare tutto in un cassetto, convinto che gli strumenti della sonda fossero davvero rimasti in qualche modo danneggiati. Poi…”

“Poi?” dissi.

“Poi ho fatto la stessa cosa con l’ultima trasmissione della Voyager 2 e per sicurezza questa volta ho ripetuto le analisi venti volte, ventuno per la precisione, con l’ultima prova di questa notte. E… – fece una pausa divorato dall’emozione – anche se sono consapevole che non mi crederete, le trasmissioni parlano chiaro. 78,9% di azoto, 20,9% di ossigeno, 0,93% di argon e 0,04% di anidride carbonica. Aria, signori! Capite? La stessa aria che noi respiriamo! Li, appena fuori dal nostro sistema solare, una sacca di aria circonda la nostra stella e la sua zona di influenza! Non so fornire una spiegazione ma lo spazio non è quello che sembra dalle nostre osservazioni dalla Terra.”

Capitolo 4

“Coraggio, alzati e cammina, dottore. Hai una missione da compiere.”

Pochi secondi dopo ero in giardino. Il garage mi attendeva e mi avviai, non prima di aver goduto per una manciata di secondi della piacevole luce del sole estivo al tramonto.

Attraversai la serranda chiusa, un semplice ologramma creato da Alessandro per garantirsi privacy e luce solare al tempo stesso. Era seduto al centro della stanza, circondato da schermi virtuali olo-proiettati che mostravano flussi di dati e grafici in costante aggiornamento. Contai cinque computer quantistici in rete. Un paio di cuffie coprivano i suoi padiglioni auricolari. Si accorse di me solo per l’ombra proiettata dal mio corpo a causa del sole calante alle nostre spalle.

Si girò, salutandomi con un sorriso ma facendomi cenno di non fare rumore. Accennai un assenso con la testa e poi cominciai a rovistare nel mio frigo. Tentare di decifrare i dati sarebbe stato inutile, meglio dedicarsi alla selezione di una birra della mia riserva strategica.

Algor tolse le sue cuffie.

“Papà! Devi sentire questa!”

“Ma… un abbraccio al tuo papà, prima?”

“Dopo, dopo. Ora ascolta per favore. Sta per accadere ancora!”

“Cosa sta per accadere?”

Non mi rispose. Si limitò a tirarmi la camicia per attirare la mia attenzione. Dopo pochi secondi una voce si diffuse nell’ambiente.

“Houston, qui Orion. Spero che la mia voce vi giunga limpida. Siamo giunti nella zona da cui la Voyager 2 ha emesso gli ultimi segnali. Confermo quanto già comunicato nel precedente collegamento. Lo scanner ad ampio raggio e il lidar non rilevano alcuna traccia della sonda. Non rileviamo nessun detrito metallico, ripeto, nessun detrito metallico. Proseguiamo come da piano lungo la rotta fino al prossimo check-point.”

“Chi parlava?”

“Lo vedrai tra poco. Alexa, zuma sulle coordinate.”

“Certo, Algor!” rispose una voce sensuale.

Una videocamera inquadrò un globo metallescente e opaco che sembrava fluttuare in quella che…

“Ehi, ragazzo! Cazzo! Ma… ma quella è la mia cantina! Che fine hanno fatto i miei vini?”

“Dai, papà. Osserva e stai zitto!”

Osservai sul monitor olografico il fattore di ingrandimento aumentare velocemente fino al miliardo. Una porzione piccolissima di quella sfera ora ricopriva interamente l’inquadratura mostrando una superficie quasi gelatinosa. Poi un piccolissimo bagliore si disegnò sulla superficie e venne inquadrato quello che sembrava essere un primordiale veicolo spaziale.

“Houston! – la voce era alterata dal terrore – Cristo Santo! Houston! Non so se mi ricevete. Abbiamo appena attraversato una sorta di perturbazione magnetica. La gravità sta aumentando rapidamente. Stiamo perdendo l’assetto. Ripeto. Non abbiamo più il controllo della nave. Precipitiamo! Confermo, c’è aria qui fuori! Aria! Non venite a salvarci. Non venite a salv…”

Un urlo di dolore straziò i miei timpani. Poi cadde il silenzio.

“Cosa era?”

“Il mio ultimo lavoro, papà!” –  sorrise orgoglioso.

“Lavoro? Non ti sarai messo a fare il videomaker, spero?”

“Ma no! Non hai capito nulla, è il mio project work di fine anno.”

“E cosa avresti realizzato, di preciso?”

“Quest’anno voglio stupire tutti con un lavoro di astrofisica, papà!”

“Bene, figliolo” dissi scompigliandogli i capelli con affetto. Era un genio, ma pur sempre un bambino e per un istante mi persi in quegli occhi pieni di entusiasmo infantile.

“Ho deciso di riprodurre un sistema planetario, guarda! Alexa, passa alle videocamere interne.”

“Come desideri, Algor.”

Le immagini dei monitor cambiarono e potei osservare una stella e una serie di pianeti orbitanti intorno a essa. Le immagini erano di un realismo assoluto e mi lasciarono a bocca aperta.

“Fantastico! Una simulazione davvero realistica!”

“Simulazione? Ma no, papà, esiste davvero!”

“Cosa vorresti dire?”

“Ciò che ho detto. La sfera che hai visto in cantina è una sorta di campo magnetico contenitivo all’interno del quale ho inserito gli elementi chimici primordiali presenti nell’universo che sono necessari alla formazione di stelle e pianeti. Ho poi sviluppato un algoritmo che sovrintendesse alla gestione del tutto secondo le leggi della fisica che noi conosciamo, allo scopo di testarle, capisci? E… questo è il risultato! Guarda, si è accesa una nana gialla e si sono formati dei pianeti, alcuni rocciosi, altri di tipo gassoso. Ho chiamato Sole la stella e Mercurio, Venere, Terra, Marte, Giove, Saturno, Urano, Nettuno e Plutone i pianeti che ruotano attorno ad essa.”

“Incredibile, ragazzo! Anche mamma sarà davvero orgogliosa di te! Però ora ho una cosa importante di cui ti devo parlare.”

“Uffa! Che noioso che sei, me lo dirai tra cinque minuti. E ora concentrati, non hai ancora compreso, papà! Osserva con attenzione la superficie del terzo pianeta, la Terra.”

Il monitor mostrò il pianeta mentre ruotava. Si notavano montagne, pianure, mari, laghi, oceani e punti luminosi che illuminavano l’emisfero in ombra.

“Pazzesco! Ma quelle, quelle sono luci artificiali. Vuoi forse dire che…?”

“Sì, papà, si sono sviluppate forme di vita intelligente su quel pianeta! Li ho chiamati Uomini.”

“Allora quelle voci…”

“Sì, hai capito bene, erano le voci dei loro primi esploratori mentre superavano i limiti del loro infinitesimale universo.”

“E perché si sono sacrificati per nulla?”

“Papà, gli Uomini non sanno di essere rinchiusi in una minuscola bolla! Non appena ho avuto certezza del loro esplorare ho apportato modifiche al mio algoritmo affinché provvedesse alla simulazione del resto dell’universo. Quello che osservano attraverso i loro rudimentali telescopi e radiofari non è altro che il frutto del mio software.”

“Sei incredibile, Algor!  Mio figlio sta per entrare nella storia! – dissi borioso ed entusiasta – Però…”

“Però cosa, papà?”

“Però stai trascurando gli studi e io e mamma siamo preoccupati che questo possa pregiudicare la tua carriera scolastica!”

“Ma papà, la scuola è così monotona!”

“Ne sono consapevole ma sai bene che i tuoi voti stanno calando e questo – lo presi in braccio – questo non deve accadere. Perciò adesso andiamo a casa e ci mettiamo a studiare le usuali lezioni. Ti farò compagnia io. Ma dimmi, hai un backup completo del tuo lavoro, vero?”

“Certo, papino! Perché me lo domandi?”

“Perché rivoglio la mia cantina e i miei vini, perciò – dissi staccando l’interruttore generale che alimentava la zona della cantina – niente più uomini!”

Osservai nei monitor la bolla magnetica implodere in una frazione di secondo.

“Uffa, papà. Ora dovrò ricominciare tutto da capo!”

“Lo so, lo so. Magari la prossima volta simulerai la formazione di una intera galassia, ok, genio?”

Lo strinsi con affetto a me.

Ah! Il mio Algor!

 

 

Il racconto “The truth is out there” è World © di Giuseppe Di Faustino. All rights reserved

L'Autore

Giuseppe Di Faustino

Nato a Tivoli il 20 gennaio del 1973. Laureato in giurisprudenza, vive a Cerveteri con la compagna di avventure Manuela e i figli Alessandro e Giordano. Affetto da patologica passione per la fantascienza dalla classica Star Trek, al fantasy Tolkieniano, al complottismo di X-Files e l’onirismo di Lovecraft. Ha pubblicato due brevi racconti con Edizioni Scudo.

13 Commenti

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    Interessante racconto così fluido che si legge tutto d’un fiato. Complimenti!

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    Avvincente!!

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    Lo consiglio. Romanzo da leggere assolutamente

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    La creazione dell’uomo vista da una prospettiva innovativa!!Racconto bellissimo……

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    La creazione dell’uomo vista da una prospettiva innovativa!!Racconto bellissimo…

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    Davvero un racconto avvincente!

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    Lo consiglio vivamente…!!

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    Romanzo da non perdere!

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    Molto bello ed attuale.La lettura scorre veloce sicuramente da non perdere.

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    avvincente racconto dall’ottima fluidità , con potenzialità per un prosieguo

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    Ciao, complimenti per la storia, tiene agganciati sino alla fine per sapere come tutti i punti si uniscano. Da appassionato ho apprezzato i riferimenti letterari, televisivi e …. culinari. Continua così!

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    Fascinoso racconta che mescola reale vita quotidiana all’ancestrale desiderio dell’uomo di sapere chi sia, dove sia e perché.
    Un saluto a Manuela che certamente gioirà nel sapersi ricompresa nell’affetto e nelle emozioni immaginifiche del proprio marito.

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    Piacevole lettura. Scorrevole ed avvincente!!!
    La consiglio!!!

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