Watson
Con “Watson”, creata da Craig Sweeny (già autore di “Elementary”), il mondo di Sherlock Holmes torna in TV in una chiave inedita: non più il celebre detective, ma il suo inseparabile compagno di avventure al centro della scena. Una scelta interessante, che però comporta inevitabili strappi con il canone.
La serie si apre alle cascate di Reichenbach, luogo iconico della caduta di Holmes e Moriarty. La scena è girata in Canada — e si nota: il paesaggio è falsato, con cascate ipertrofiche e una cornice di pini e felci inesistenti sulle Alpi svizzere. È il primo indizio di una rilettura libera, che non punta alla fedeltà ma alla reinvenzione.
La trama parte proprio da lì: Sherlock e Moriarty muoiono – o almeno così sembra – e Watson eredita i beni del compagno, decidendo di aprire una clinica privata a Pittsburgh. Da questo spunto prende corpo un procedural medico che deve molto a Dr. House: ogni episodio presenta un caso clinico insolito, affrontato da un team di collaboratori con metodi investigativi che includono perfino perquisizioni a casa del paziente.
Tutto procede a ritmo serrato, con diagnosi azzardate e colpi di scena concatenati, fino alla guarigione miracolosa che puntualmente arriva entro i canonici quaranta minuti. Una medicina spettacolarizzata che ha a che fare più con la fantascienza che con la realtà ospedaliera.
A questa struttura si intreccia una trama poliziesca orizzontale legata a Moriarty e al passato di Holmes. L’ibridazione tra genere medico e giallo investigativo è però fragile: i due piani narrativi non si fondono davvero, ma sembrano correre paralleli e l’introduzione della mitologia holmesiana appare spesso come una forzatura, con un equilibrio narrativo precario.
Il Watson di Morris Chestnut è indubbiamente carismatico e funziona sul piano televisivo, ma lo scarto con il personaggio letterario resta enorme.
Nella versione originale di Conan Doyle, John Watson è un ex medico militare, uomo pratico, leale e capace di offrire equilibrio emotivo e razionale al genio eccentrico di Holmes. Qui, è un personaggio autonomo e deciso, profondamente diverso: meno spalla e più protagonista, quasi un nuovo dr. House – che a sua volta s’ispirava al metodo deduttivo di Holmes – con il nome di Watson, al punto che il legame con il modello letterario sembra più un’etichetta che un reale riferimento.
Watson rimane dunque una serie curiosa: più interessante per la sua premessa che per i risultati, ma che per i fan di Sherlock Holmes, anche per i previsti sviluppi futuri, resta comunque una tappa obbligata — proprio come le autentiche cascate di Reichenbach.

Le immagini all’interno dell’articolo sono una interpretazione dell’AI Designer di Microsoft.
L’immagine di copertina è tratta da un fotogramma della serie TV
Roberto Azzara
(Caltagirone, 1970). Grande appassionato di cinema fantastico, all'età di sette anni vide in un semivuoto cinema di paese il capolavoro di Stanley Kubrick “2001: odissea nello spazio”. Seme che è da poco germogliato con la pubblicazione del saggio “La fantascienza cinematografia-La seconda età dell’oro”, suo esordio editoriale. Vive e lavora a Pavia dove, tra le altre cose, gestisce il gruppo Facebook “La biblioteca del cinefilo”, dedicato alle pubblicazioni, cartacee e digitali, che parlano di cinema.