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La corsa allo spazio sul Grande Schermo

La corsa allo spazio sul Grande Schermo
La corsa allo spazio sul Grande Schermo è una galleria delle produzioni cinematografiche ispirate alla conquista dello spazio tra realtà e fantascienza senza fantascienza
(Prima Parte)

 

Delle nuove tecniche cinematografiche escogitate da Stanley Kubrick in 2001: odissea nello spazio, per “ricostruire” nel migliore e più scientifico dei modi l’ambiente siderale, non si giovarono solo successive pellicole squisitamente fantascientifiche d’ambientazione spaziale di fantasia, bensì anche film di tipo astronautico molto più realistici per storie (vere) o contesti temporali (i giorni nostri o quelli della corsa allo spazio).

Già Conto alla rovescia di Robert Altman aveva anticipato di due anni il primo sbarco sulla Luna, annoverandosi quindi, almeno temporalmente, ancora tra i film parzialmente considerabili come di “fantascienza.”

Altre produzioni successive al 1969 riproposero a posteriori, con rinnovato apparato produttivo, gli anni d’oro delle prime conquiste astronautiche, spostandosi di categoria di genere e passando ormai in quella squisitamente drammatica, cronachistica, reale. Cosa già affrontata in effetti dal film di Altman.

Ma anche celebrando i fasti della NASA, dell’alto grado di tecnologia raggiunto e della bravura dei suoi uomini come nell’improbabile Space Camp-Gravità Zero (Space Camp, 1986) di Harry Winer, che vede la pericolosa avventura a bordo di uno shuttle lanciato per errore con un equipaggio di ragazzini apprendisti astronauti e gli strenui tentativi per riportarlo a terra intatto.

Si tratta di un film uscito pochi mesi dopo il disastro dello shuttle Challenger e per questo ben poco recepito dal pubblico e dalla critica. In quel periodo i programmi spaziali della NASA erano stati tutti sospesi e bloccati per via della tragedia, che comunque sembra riverberare l’ottimistica previsione che lo spazio sia per i giovani.

A ridosso dell’evento lunare

La corsa allo spazio: Conto alla rovesciaConto alla rovescia (Countdown, USA 1967) di Robert Altman è una pellicola incentrata sul Progetto Pilgrim, ovvero sul primo volo verso il nostro satellite con relativo allunaggio da parte di un mezzo spaziale americano.

Fantascienza senza fantascienza, si sarebbe potuto dire già allora (oggi si potrebbe annoverare la pellicola nel filone docu-dramma). Si tratta di una storia incentrata più che altro sui rapporti personali tra i due protagonisti e gli aspetti meno noti al grande pubblico dell’epopea lunare.

Quelli che hanno luogo sulla Terra, tra le mura della NASA o nelle famiglie degli astronauti.

La parte relativa all’allunaggio non è prevaricante (per quanto ricostruita con estrema aderenza alla realtà).

Già in epoca di grande battage pubblicitario per il Progetto Apollo, il provocatorio regista si dedica allo spazio nel suo primo film, tratto dal libro inedito in Italia The Pilgrim Project di Hank Searle.

La storia privilegia il contrasto tra l’esperto astronauta anziano Charles Stewart (Robert Duvall), colonnello dell’aviazione, e l’impulsivo Lewis Stegler (James Caan). Quest’ultimo è un pilota civile, scelto dalla NASA perché anche i Russi hanno utilizzato cosmonauti non militari.

Le divergenze tra i due si appianano a fronte dell’importanza di arrivare primi sulla Luna, ma i sovietici fanno posare un modulo con equipaggio sul nostro satellite proprio mentre Stegler è in volo, generando lo scoramento nel suo animo, ma non contrastando la sua risoluzione a continuare la missione.

Stegler crede di individuare, nel riverbero solare, il rifugio inviato tempo prima per sopravvivere sulla Luna, in attesa di poter essere recuperato da una nuova missione. È questa una curiosa variante di progetto, che implica la permanenza sulla superficie lunare del primo uomo e non il suo ritorno sulla Terra, come invece contemplato nel Programma Apollo reale.

Dopo un drammatico allunaggio, l’uomo si rende conto che in realtà quella che ha visto è la navicella sovietica, che si è schiantata al suolo uccidendo tutto l’equipaggio.

Solo e lontano dal rifugio previsto, l’astronauta comprende di essere anche lui condannato, mentre si aggira tra i crateri con poco ossigeno a disposizione… Fortunatamente, alla fine gli arriderà la buona sorte, poiché il rifugio non è troppo lontano.

Altman appare poco interessato alle conquiste tecnologiche, propenso alla critica del sistema americano. Il regista sembra considerare la corsa allo spazio una cosa legata alle ambizioni e ai desideri personali dei protagonisti. Ma anche tenendo conto delle ripercussioni sulle rispettive mogli.

In questo senso ha addirittura anticipato la polemica che il colonnello dell’aeronautica Edwin Aldrin, scatenò nei confronti del pilota civile Neil Armstrong, su chi dovesse essere il primo uomo a posare piede sulla Luna.

Il realismo ormai tende a prevalere sulla fantasia. Doveva passare solo un anno dall’uscita del film all’evento vero e proprio, ma l’esigenza di attendibilità scientifica richiesta dal pubblico non fu sufficiente a entusiasmarlo all’uscita del film. La produzione aveva tolto al regista il controllo del montaggio finale, inserendo nuove sequenze e rendendo il tutto molto convenzionale e prevedibile, a fronte della più incisiva costruzione originale altmaniana.

Una tomba orbitale

Il cinema drammatico d’ispirazione astronautica si sviluppa dopo il 1968 di 2001 e il 1969 del primo allunaggio.

Abbandonati nello spazioLa corsa allo spazio: Marooned (Marooned, 1969) di John Sturges narra come, dopo alcuni mesi di lavoro in un laboratorio orbitale (simile al futuro Skylab), i tre astronauti americani Jim Pruett (Richard Crenna), Clayton Stone (James Franciscus) e Buzz Lloyd (Gene Hackman), duramente provati dall’esperienza, ricevano l’ordine di rientrare sulla Terra.

Un guasto alla navicella Apollo-Ironman li costringe a una forzata permanenza in orbita mentre a Houston il Direttore di Volo Charles Keith (Gregory Peck) si prodiga per risolvere la situazione.

L’ossigeno a bordo dell’astronave, che non riesce a effettuare l’accensione dei retrorazzi per il rientro, diminuisce sempre più. I tre uomini cominciano a perdere il controllo, comprendendo la gravità della loro situazione.

Dopo inutili tentativi per un lancio di soccorso (vanificato da un tifone su Houston), finalmente un aero-razzo sperimentale XRV di salvataggio riesce a decollare attraverso l’occhio del ciclone.

Il comandante dell’Ironman, Pruett, si rende conto che l’ossigeno non basterà a tutto l’equipaggio sino all’arrivo dei soccorsi e il collega Ted Dogherty (David Janssen) si sacrificherà, lasciandosi andare alla deriva nel vuoto, per permettere ai due compagni di resistere fino allo stremo.

Ma, alla fine, un provvidenziale cosmonauta russo avvicinatosi all’Apollo in avaria con il suo modulo Vostok, provvederà a salvare i due naufraghi spaziali.

Tratto da un romanzo dell’esperto aerospaziale Martin Caidin (incentrato però sulla drammatica situazione di un solo astronauta del Progetto Mercury), il film, uscì quattro mesi dopo il primo allunaggio. L’opera punta molto sulla spettacolarità e il rigore degli effetti speciali, impiegati nelle molte sequenze orbitali.

Una produzione impreziosita dall’attendibilità della messa in scena, dal fascino visivo dell’high tech degli ambienti della NASA, dalle intriganti implicazioni dell’esplorazione spaziale e dal design astronautico colto nella sua valenza più verosimile e ancorata con la realtà dei tempi.

La forte suspence innescata dagli eventi, per quanto il film sia lontano dagli stilemi attuali del fare cinema, evita di calcare troppo sui sentimenti dei tre astronauti protagonisti e delle loro mogli in trepidante attesa a Cape Kennedy, riuscendo anche oggi a coinvolgere emotivamente lo spettatore.

Il laboratorio spaziale che si vede all’inizio del film è un’accurata anticipazione del reale Skylab, costituito dal secondo stadio di un razzo vettore Saturn 1B ed entrato in orbita quattro anni dopo la realizzazione della pellicola.

Invece la navetta di soccorso è l’evoluzione di un mezzo HL-10 lifting body, un aero-razzo di sollevamento con ali ridotte per il rientro a Terra in modalità aliante, pensato specificatamente tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, per operazioni di salvataggio orbitale.

Il progetto sarà successivamente accantonato nell’imminenza del programma Space Shuttle.

Sempre nella prima parte del film è rimarchevole l’esatta ricostruzione dei problemi fisico-medico-psicologici che colpiscono gli astronauti dopo cinque mesi di soggiorno nella stazione spaziale (stress, stanchezza mentale, rallentamento dei riflessi, irritabilità, mancanza di sonno, insofferenza).

La pellicola, in parte girata a Cape Canaveral e Houston, si può considerare un’accurata ricostruzione di quella che avrebbe potuto essere una reale tragedia spaziale, priva di fronzoli e scientificamente accurata.

Comunque, anticipatrice: a ridosso dell’uscita del film vi fu l’incidente di Apollo 13, inquietante caso di finzione che anticipa quasi alla lettera la realtà.

In un periodo di Guerra Fredda ebbe anche il merito di alludere alla collaborazione tra i due blocchi per risolvere situazioni estreme al di là dell’orbita terrestre. Facendo così intravvedere un allora del tutto improponibile scenario di cooperazione tra superpotenze nella corsa allo spazio.

I magnifici sette dello spazio più uno

La corsa allo spazio: the right stuffUna straordinaria celebrazione dei piloti collaudatori della marina, dell’esercito e dell’aeronautica statunitense, di stanza alla base di Edwards, California, e poi in parte selezionati per il Programma Mercury della NASA, che portò in primi astronauti americani in orbita, è offerta dall’epico e spettacolare docu-dramma Uomini veri (The Right Stuff, 1983) di Philip Kaufman.

Il pilota-cowboy Chuck Yaeger (Sam Shepard), primo uomo a infrangere la barriera del suono su un aerorazzo Bell X-1 nel 1947, deve lasciare il campo a un nuovo tipo di navigatori dello spazio: gli astronauti, uomini dalla “stoffa giusta”, dipinti come eroi dall’opinione pubblica ancor prima di effettuare un solo volo. Tutto questo nel tentativo di stornare l’attenzione degli americani dalla supremazia tecnologica dell’Unione Sovietica.

La gara alla conquista dello spazio tra USA e URSS ha bruciato le tappe a favore dei sovietici, che sono i primi a lanciare in orbita un satellite (lo Sputnik), quindi un essere vivente (la cagnetta Laika) e infine un uomo (Gagarin).

La neonata NASA vara speranzosa il Progetto Mercury, destinato a portare il primo americano nello spazio.

I “magnifici sette” sono prescelti, dopo massacranti esami medici e psicologici e sfibranti prove di resistenza.

I piloti astronauti vengono scelti dopo una battaglia a muso duro coi vertici dell’agenzia spaziale e con gli scienziati ingegneri, che hanno progettato capsule prive dei requisiti giusti, secondo i piloti collaudatori Alan Shepard (Scott Glenn), Virgil Grissom (Fred Ward), Gordon Cooper (Dennis Quaid), Scott Carpenter (Charles Frank), Walter Schirra (Lance Henriksen), Donald Slayton (Scott Paulin) e John Glenn (Ed Harris).

L’onore di essere il primo americano a fare una puntata nello spazio, tocca a Shepard, che con la sua capsula Freedom 7 compie un breve volo suborbitale nel 1961, toccando i 186 km di altezza.

Il collega Grissom, secondo astronauta in programma, subisce un incidente alla Liberty Bell 7 per via di un portello esplosivo mal funzionante e perde la capsula nell’oceano, durante le operazioni di recupero.

Sarà però Glenn a emulare i sovietici Gagarin e Titov compiendo l’impresa più grande a bordo della Friendship 7: tre orbite complete attorno alla Terra sulle sette preventivate, con drammatico rientro nell’atmosfera per lo scudo termico difettoso della capsula.

Nel frattempo, Yaeger prova il prototipo del nuovo caccia intercettore Lockheed NF-104A, portandolo in volo fin quasi oltre l’atmosfera.

Ne perde il controllo, precipitando, ma riesce a scamparla lanciandosi col paracadute.

L’astronauta Cooper, a bordo della capsula Faith 7, compie 22 orbite attorno alla Terra nel 1963 e chiude trionfalmente il Programma Mercury.

Uomini veri è una splendida pellicola mista di azione e attendibilità cronachistica, costata 27 milioni di dollari, rispettosa della realtà dei fatti così come avvennero, descritti nel libro omonimo di Tom Wolfe, salvo rare libertà richieste dal copione per esigenze squisitamente spettacolari.

Fra queste la fittizia “ribalderia” con cui Yaeger, cowboy dei cieli, testa i prototipi di costosissimi apparecchi senza chiedere alcuna autorizzazione. Oppure la presenza d’ingegneri tedeschi dalle licenze decisionali nella costruzione della capsula Mercury, che invece fu totalmente americana.

Il regista rievoca i tempi dei pionieri del cosmo senza retorica e con occhio anche critico, soffermandosi non solo sull’aspetto pubblico degli astronauti ma soprattutto su quello privato e più intimo. Coinvolgente le mogli, i politici, l’opinione pubblica, la stampa.

Uno spaccato degli anni Sessanta di rara precisione documentaristica, così come dovrebbe essere ogni serio tentativo di visualizzare l’epopea della conquista dello spazio.

Le immagini del primo volo orbitale di John Glenn, a bordo della capsula Friendship 7, sono altamente suggestive, liriche e di struggente bellezza, quasi più che qualsiasi altro viaggio nello spazio inventato di sana pianta dai filmmakers hollywoodiani.

Straordinari tutti gli attori in campo e i realistici effetti speciali, anche se in Italia è purtroppo è giunta la versione ridotta del film, che in origine durava 193’.

Se la critica elogiò quasi unanimemente la pellicola, il pubblico invece le riservò solo una tiepida accoglienza.

Nel 2020 è stata realizzata dalla Warner Bros una serie televisiva omonima, sempre ispirata al libro di Wolfe, per il canale Disney Plus.

L’epica di Apollo

La corsa allo spazio: Apollo 13Lo sventato disastro spaziale di Apollo 13 è perfettamente ricostruito nel film omonimo di Ron Howard, girato nel 1995.

L’11 aprile 1970 l’Apollo 13, con destinazione Luna, decolla da Cape Canaveral con gli astronauti Jim Lowell (Tom Hanks), Jack Swigert (Kevin Bacon) e Fred Haise (Bill Paxton), in un periodo in cui i voli spaziali avevano già perso d’interesse nell’opinione pubblica, dopo i primi due allunaggi.

Ma questa volta Apollo farà parlare di sé.

Dopo due giorni di volo regolare, un’esplosione distrugge i serbatoi d’ossigeno, danneggiando gravemente il modulo di servizio.

Di fronte a quello che potrebbe essere il primo disastro spaziale, sia gli astronauti a bordo che gli uomini del Controllo Missione a Terra, si fanno in quattro per recuperare il controllo della navicella.

Soprattutto l’escluso astronauta Ken Mattingly (Gary Sinise) e il carismatico direttore delle operazioni di volo Gene Kranz (Ed Harris).

Dando prova di coraggio e immaginazione da entrambe le parti, i danni vengono ovviati con sistemi anche artigianali e la spaventosa odissea spaziale oltre la Luna si conclude nel migliore dei modi, con l’ammaraggio dell’Apollo e il salvataggio dei tre astronauti.

Il film ispirato fedelmente al libro scritto dallo stesso Jim Lowell e Jeff Kluger, Apollo 13, è realizzato con dispendio di mezzi e grandi effetti speciali, con la collaborazione della NASA, anche per rivitalizzare le proprie credenziali, in quegli anni un po’ offuscate.

L’agenzia contribuì largamente alla realizzazione del film, fornendo il Boeing 707 modificato KC-135 per le esercitazioni degli astronauti in assenza di gravità e l’accesso alle installazioni a terra, soprattutto per il simulatore di volo di Huntsville.

La pellicola nette in gioco una prevedibile dose di melodramma, strazio dei sentimenti, patriottismo, retorica e orgoglio all american, tipico di questo tipo di produzioni, ma offre anche una accuratissima ricostruzione dei dialoghi reali intercorsi tra modulo e Houston, quasi documentaristica nel suo insieme.

Grande spazio è riservato al ruolo del direttore di volo Gene Kranz, splendidamente interpretato da Ed Harris, l’uomo che non concepiva, per la sua squadra, la “possibilità del fallimento.”

Una figura fondamentale per il salvataggio dell’equipaggio del modulo in avaria e portavoce simbolico del massimo grado di prontezza, capacità di risolvere problemi nell’immediato. Viene particolarmente evidenziata la specializzazione, l’inflessibilità e la fantasia operativa degli uomini della NASA.

La stessa vicenda era già stata trasposta sullo schermo nel dimenticato film TV Apollo 13-Un difficile rientro (Houston, We Have Got a Problem…) di Lawrence Doheny, quasi un instant-movie del 1974.

Michele Tetro
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Michele Tetro (Novara, 1969) è scrittore, giornalista, storico del cinema fantastico, laureato in storia medievale con la tesi Fantasia eroica e medioevo inventato nell'opera di Robert E. Howard. Ha pubblicato racconti di SF e saggi cinematografici.

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