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Lo spazio e il cinema

Lo spazio e il cinema
Lo spazio e il cinema è l’argomento di un primo articolo scritto da Michele Tetro, già apparso su Altrimondi in data 31 marzo.
Sulla Luna!

L’avventura della prima missione destinata a portare uomini sulla Luna è rievocata in Apollo 11 (1996) di Norberto Barba, in stile quasi documentaristico.

La NASA programma il lancio di Apollo 11, con destinazione Luna, per il 20 luglio 1969. I tre astronauti Neil Armstrong (Jeffrey Nordling), Edwin Aldrin (Xander Berkeley) e Michael Collins (Jim Metzler) vengono addestrati in soli sei mesi dall’astronauta anziano Deke Slayton (Jack Conley), facendo anche fronte alle loro situazioni familiari e all’assalto dei mass media.

Le simulazioni a terra falliscono il più delle volte ma alla fine il razzo vettore Saturn V decolla dalla rampa il giorno fissato, portando l’equipaggio dell’Apollo in orbita lunare.

Da qui, Armstrong e Aldrin, superato il problema di chi dovrà essere il primo uomo a mettere piede sul suolo lunare e guidati da Terra dall’inflessibile e capace controllore di volo Gene Kranz (Matt Frewer), a bordo del modulo di discesa Eagle planano felicemente sul satellite, prendendo contatto con la superficie rocciosa.

Armstrong scende dal LEM sul suolo selenitico, segnando il più grande passo mai compiuto nella storia dell’umanità.

A missione ultimata, il LEM si ricongiunge al modulo di servizio Columbia, dove Collins attende i due compagni per riportarli sani e salvi sulla Terra.

Questo TV movie dedicato alla conquista della Luna usci sulla scia del grande successo cinematografico ottenuto dal quasi contemporaneo Apollo 13, ovviamente imparagonabile a livello di spettacolarità con la pellicola di Ron Howard, anche perché interpretato da attori per lo più sconosciuti al grande pubblico e realizzato con budget infinitamente inferiore.

Tuttavia, se mancano i grandi effetti speciali ciò è compensato dal fatto che si fa buon uso di immagini spaziali di repertorio, le vere sequenze della grande avventura filmate in tempo reale, dando alla pellicola un notevole valore cronachistico (interessante anche l’uso delle musiche, utilizzate a volte su immagini non dialogate).

Consulente tecnico del film è il vero astronauta Edwin Aldrin, cui è dedicata un’altra pellicola TV, L’uomo della Luna (Return to Earth, 1976), di Jud Taylor, incentrata sulla grave depressione che colpì l’astronauta, interpretato da Cliff Robertson, al rientro sulla Terra e che gli costò salute mentale e perdita della propria famiglia.

Di produzione inglese anche un altro film TV, MoonshotL’uomo sulla Luna (Moonshot, 2009) di Richard Dale, uscito nel 40° anniversario del primo allunaggio.

Il film focalizza l’attenzione sui rapporti d’antagonismo e su una presunta rivalità tra Armstrong (Daniel Lapaine) e Aldrin (James Marsters), ovviamente a riguardo di chi dovesse essere il primo uomo a mettere piede sulla Luna.

A ridosso del Cinquantenario dall’allunaggio di Apollo 11 sono stati prodotti altre due pellicole, Il primo uomo (First Man, 2018) di Damien Chazelle, e il documentario con inediti filmati della NASA Apollo 11 (2019) di Todd Douglas Miller.

Il primo uomo, si dice ispirato alla biografia ufficiale di Neil Armstrong, l’uomo che mise per primo piede sul nostro satellite, redatta da James Hansen. Ma di fatto si palesa come una visione del tutto “inventata.”

Il film è uno psico-dramma che lascia completamente sullo sfondo la corsa allo spazio, gli uomini che la vissero oltre ad Armstrong, la stessa conquista della Luna, cui è riservata una minima parte alla fine del film, totalmente anti-spettacolare, anti-cronachistico, per alcuni addirittura antipatriottico.

A proposito dei colleghi lasciati in secondo piano, si fece sentire il collega Buzz Aldrin, che già allora visse malamente lo “smacco” di essere stato solo il secondo uomo a scendere sulla Luna e anche stavolta, nel film, è presenza quasi irrilevante.

Il regista si concentra esclusivamente sull’intimo di Armstrong, che considera torturato per la perdita della prima figlia in tenera età. Turbamento che si sarebbe portato dietro per tutta la vita, ma che la biografia limita a una circoscritta fase temporale.

Spazio: Ryan Gosling e Neil YoungQuesto dovrebbe giustificare il comportamento dell’eroe dello spazio per tutto il film, interpretato da Ryan Gosling, tra l’abulico e l’autistico.

Chi si fosse aspettato una rievocazione dell’evento storico condotta coi fini e le modalità di Uomini veri è andato incontro a una greve delusione, poiché davvero la pellicola è troppo orientata sull’aspetto della tragedia personale dell’astronauta a scapito della portata della missione Apollo 11, che necessitava indubbiamente un approccio più corale, storico, epico e spettacolare.

Tutto ciò che invece offre il documentario di Todd Douglas Miller, pur nella sua confezione “non-fiction.” Le immagini straordinarie, mai viste prima e di qualità eccelsa.

Nel film seguiamo l’afflato universale del racconto, la celebrazione di un’impresa storica e irripetibile, prima di tutto collettiva, la tensione da mozzare il fiato nella lunga sequenza dell’atterraggio sulla Luna.

Le battute tra i due astronauti, le cifre sul drammatico consumo carburante vicino all’esaurimento visibili sul cruscotto a lato del fotogramma, la decisione di Armstrong di allunare comunque anche se non certo della positività del terreno.

Non manca la rappresentazione dei timori degli uomini della NASA, con l’astronauta Bruce McCandless, teso al massimo, che accompagna vocalmente dalla sua postazione di Capcom i colleghi impegnati nella discesa…

Tutto concorre a avvinghiare l’attenzione dello spettatore nonostante il fatto che l’esito dell’impresa sia risaputo.

Apollo 11 è di certo il miglior documentario mai realizzato: un’esperienza cinematografica di rara forza evocativa.

Vicende sulla Terra

Non sono mancate produzioni cinematografiche che, per quanto non ambientate nello spazio, hanno raccontato la vita, le esperienze, le vicissitudini di personaggi entrati nella storia dell’astronautica, che citeremo quindi a volo d’uccello.

Già nel 1960 uscì un film biografico su Wernher von Braun, Alla conquista dell’infinito (I Aim to the Stars) di Jack Lee Thompson, che ricostruisce la vita e le vicende del grande ingegnere spaziale tedesco,

lo scienziato è interpretato da Curd Jurgens.

La vicenda parte dall’infanzia e prosegue coi tempi di Peenemunde, fino alla consegna agli americani e al suo lavoro missilistico per l’esercito statunitense. Culminerà con il lancio del primo satellite americano Explorer 1 del 1958.

Fu una pellicola travagliata a causa delle polemiche in Inghilterra, dove a Londra von Braun era ancora considerato responsabile delle distruzioni operate dai razzi V2. Cioè un criminale di guerra non sottoposto a regolare processo per via dell’intervento americano.

L’eponimo non fu nemmeno molto gradito al suo protagonista, che pur non fece nulla per impedire la realizzazione del film.

La tragedia dello shuttle americano Challenger, esploso in volo dopo soli 73 minuti nel gennaio del 1986, catastrofico evento che uccise i sette astronauti dell’equipaggio e bloccò ogni altra missione STS per due anni e mezzo, fu adattata per la televisione in ben tre produzioni.

La prima fu il film per la TV Challenger – Lo shuttle della morte (Challenger, 1990) s’incentra più che altro sulle vite private dei sette astronauti, tra i quali l’insegnante Christa McAuliffe (Karen Allen).

Costei avrebbe dovuto svolgere la prima lezione scolastica dallo spazio, e dato l’appoggio della NASA alla produzione non vengono mosse polemiche o critiche riguardo ai motivi dell’incidente, virando il tutto sull’aspetto più encomiastico e celebrativo.

La seconda e la terza, The Challenger (2013) di James Hawes e The Challenger Disaster (2019) di Nathan VonMinden, giocano invece le loro carte sulle indagini svolte per comprendere la causa dell’esplosione e sui vani tentativi di un ingegnere di bloccare il lancio, presago del malfunzionamento delle guarnizioni che provocò il cedimento strutturale del serbatoio esterno.

Rimarchevoli anche The Dish (2000) di Rob Sitch, con la ricostruzione reale di quel che avvenne al radiotelescopio australiano di Parkes. Lo stesso che aveva consentito a tutto il mondo di vedere in diretta televisiva le fasi dell’allunaggio del 1969. Ora sono messi in risalto i problemi tecnici, i disturbi meteorologici, la minaccia di crollo dell’intera struttura e il rischio di perdere la “connessione” con le storiche immagini provenienti dal nostro satellite.

Cielo d’ottobre (October Sky, 1999) di Joe Johnston, narra il sogno dell’adolescente Homer H. Hickam jr (Jake Gyllenhall) di diventare un esperto di missilistica. Dopo il passaggio dello Sputnik sovietico sul suo paese di minatori, sviluppa il desiderio di raggiungere il successo come responsabile motori del futuro Space Shuttle nonché addestratore degli astronauti del programma STS.

Il diritto di contare (Hidden Figures, 2016) di Theodore Melfi, incentrato sul misconosciuto lavoro del gruppo di matematiche afro-americane impiegate alla NASA per calcolare le rotte e le traiettorie delle navicelle del Programma Mercury e Apollo in un duro periodo di segregazione razziale.

Qui la caparbia e capace Katherine Johnson (Taraji Henson) riesce ad affrontare ogni avversità, giungendo a ottenere la fiducia degli astronauti in volo e contribuendo anche al felice rientro della capsula di John Glenn dopo il guasto allo scudo termico.

Quattro vecchietti in orbita

Spazio: space Cow BoysIn Space Cowboys (2000), diretto e interpretato da Clint Eastwood, la squadra di piloti collaudatori degli anni Cinquanta formata da Frank Corvin (Eastwood), William Hawkins (Tommy Lee Jones). Jerry O’Nell (Donald Sutherland) e Tank Sullivan (James Garner), veri e propri cowboys dei cieli, viene messa in secondo piano dalla nascente organizzazione spaziale americana della NASA.

I responsabili preferiscono mandare nello spazio uno scimpanzè.

Ritiratisi a vita privata i protagonisti hanno la loro occasione d’oro nel 1999, quando un dirigente della NASA li contatta per risolvere un grave problema: il satellite russo Ikon, abbandonato nello spazio in avaria, sta per precipitare nell’atmosfera.

Gli schemi tecnici su cui si basa quel satellite, sono stati ideati dal leader della squadra di anziani pensionati NASA e rubati a suo tempo dal KGB. È quindi necessario che il quartetto di “vecchietti” si prepari ad andare a risolvere la situazione in orbita.

Dopo un estenuante addestramento a terra i quattro sono in volo sulla navetta Dedalus, ma la missione si rivela disperata quando si scopre che Ikon contiene missili a testate nucleari ancora puntate sulla Terra.

Solo il sacrificio di Hawkins, che pilota il satellite col suo carico mortale verso la Luna, garantirà la salvezza degli altri tre, dopo un rientro e atterraggio da brivido su uno shuttle gravemente danneggiato.

Clint Eastwood riesce a tenere sotto controllo gli aspetti più spettacolari del film a favore dell’introspezione psicologica dei personaggi, delle sfumature da commedia, delle tematiche tipiche della sua opera cinematografica quali l’antiautoritarismo, la disillusione a seguito del fallimento del Sogno Americano, la mancanza di fiducia in un’America vista come subdola e tecnologizzata.

In questo caso il suo simbolo tecnologico è la NASA, sempre pronta a fregare e a non rendere merito ai veri personaggi che l’hanno fatta grande, sovente destinati al dimenticatoio.

Un film in cui ogni elemento ben si fonde con gli altri, senza incrinature, capace di emozionare, divertire, anche commuovere per quella sua atmosfera allo stesso tempo nostalgica ed elegiaca.

Eastwood sembra rimproverare alla propria nazione di aver scordato i suoi ultimi eroi, quegli uomini capaci di tutto proprio in virtù del loro individualismo, creatori non riconosciuti di un sistema ormai ingolfato. Come se il Mito della Frontiera, una volta superato, non abbia portato a quel progresso che ci si aspettava.

Proprio a quegli eroi del cielo ora trasformatisi in semplici collaudatori di ottovolanti, pastori presbiteriani confusionari e umili piloti da turismo, dimenticati ma che non dimenticano, si deve ricorrere infine nei casi estremi.

E, ovviamente, la pellicola è un inno alla ritrovata giovinezza dei suoi anziani protagonisti, una giovinezza soprattutto di spirito, in grado di ovviare il conflitto generazionale le nuove generazioni e addirittura a volgerlo a proprio favore.

Nel film si riecheggia l’impresa dell’astronauta veterano John Glenn, pastore della chiesa presbiteriana come il personaggio interpretato da James Garner, leggendario eroe di guerra, pilota collaudatore e primo americano a compiere un’orbita attorno alla Terra col volo della capsula Mercury nel 1962.

Era tornato in volo all’età di 77 anni, nel 1998, sulla navetta Discovery, prestandosi a uno studio sulla fisiologia dell’uomo in età avanzata in rapporto alla sua permanenza nello spazio.

La pellicola venne girata nei centri spaziali più noti della NASA (il Lyndon B. Johnson Space Center di Houston, il Kennedy Space Center di Cape Canaveral e l’adiacente Air Force Station), con inserti di reali filmati sui voli shuttle leggermente ritoccati dalla computer-graphic.

Il cosmo “nemico”

Forte di 10 candidature ai Premi Oscar e di 7 statuette vinte, tra cui quella per la miglior regia, Gravity (2013) di Alfonso Cuaron è forse il film che a oggi ha è riuscito meglio a offrire una realistica rappresentazione di quel che è lo spazio in rapporto alla presenza umana, collocandosi accanto a 2001: odissea nello spazio. Anche a livello di ricostruzione scenica e di verosimiglianza nelle sequenze extraveicolari.

Pur senza riuscire ad andare al di là delle convenzioni cinematografiche hollywoodiane, anzi esasperandole al massimo, il film gioca la sua carta vincente proprio nel dare l’impressione allo spettatore di essere davvero nel vuoto siderale.

Un cosmo tutt’altro che allineato alle esigenze umane, anzi del tutto ostile e indifferente, pronto ad ingoiarti con una vertiginosa caduta in un abisso nero e insondabile.

Di fronte al cosmo, solo una vitale forza di volontà, un desiderio di sopravvivere e soprattutto di tornare ancora a vivere potrà avere la meglio sulle insondabili brame dell’universo estraneo, sulle immutabili costanti universali. Tra cui anche la forza di gravità, ora alleata e ora nemica.

Il tutto è innescato dalle pulsanti energie “riconvertite” positivamente di un doloroso passato traumatico che offre la forza di opporsi a un destino apparentemente ineluttabile.

Nel film, la missione della navetta Explorer, STS 157 decollata domani, è di riparare il telescopio orbitale Hubble.

Il compito spetta all’ingegnere biomedico Ryan Stone (Sandra Bullock), scienziata brillante ma amareggiata dalla perdita della figlia di quattro anni. La disgrazia ha trasformato la sua vita in un vuoto e inutile scorrere di giorni.

I detriti causati dall’esplosione di un missile russo lanciato contro un satellite in posizione pericolosa per il volo spaziale, genera una nuvola di detriti ad altissima velocità che impatta con l’Explorer, distruggendolo con tutto l’equipaggio a bordo.

Stone, al lavoro sul braccio telescopico della navetta, viene sbalzata nello spazio profondo, destinata a morte sicura, salvo essere recuperata dall’unico altro superstite, il comandante Matt Kowalsky (George Clooney), fornito di tuta spaziale con zaino-jet.

I due utilizzano tutto il propellente dell’unità direzionale per raggiungere la vicina Stazione Spaziale Internazionale, precedentemente abbandonata poiché sulla traiettoria dei detriti. È qui che Kowalsky si sacrifica per permettere l’ingresso di Stone nella struttura già condannata dal divampare di un incendio e dalla successiva orbita dei frammenti del satellite.

Prima della distruzione della stazione, Stone si rinchiude in un modulo Sojuz danneggiato e privo di paracadute, apertosi anzi tempo nello spazio; quindi, non può tentare il rientro in atmosfera, costretta a dirigersi verso la stazione cinese Tiangong 1.

Disperata per la sua situazione, la donna viene dissuasa dal togliersi la vita da una visione, che è una allucinazione, del comandante Kowalsky, che le infonde volontà di sopravvivenza e fiducia nelle sue capacità.

Stone attracca alla stazione cinese, colpita anch’essa dalla tempesta di detriti e frantumata a sua volta.

Sul modulo Shenzhou, però, la volitiva dottoressa riesce a rientrare in atmosfera e scendere sana e salva in una località lacustre, dove i soccorsi interverranno per portarla al sicuro.

Pellicola magistralmente costruita a livello tecnico, abile nello sfruttare luoghi comuni del genere fantacatastrofico senza però alienarsi un buon ritratto dei due astronauti protagonisti.

Attenta alla verosimiglianza assoluta delle sequenze ambientate nello spazio esterno (anche se non del tutto supportate da congruenza scientifica), Gravity può essere letto come il confronto definitivo dell’uomo e lo spazio.

Una sfida che non si svolge ad anni-luce di distanza dal nostro mondo, bensì sulle soglie di “casa”.

La dottoressa Stone, pur lavorando in un ambiente ostile all’essere umano, ha comunque sempre davanti agli occhi il parametro fondamentale che giustifica la propria esistenza (la Terra), anche se può però essere vanificato da un banale incidente, in grado di mandare in mille pezzi il mosaico accettato e basilare del proprio centro di gravità (fisico ed esistenziale).

Un incidente può scardinare le coordinate, ingenerando confusione e terrore e facendo piombare l’eroina in un abisso cosmico, in cui è inevitabile perdersi senza speranza.

Io odio lo spazio”, ringhia la donna in un momento cruciale del suo confronto con lo spazio, incanalando il desiderio di vita un’indomita forza di volontà per riguadagnare le coordinate perse, affondare i piedi nella sabbia umida ma compatta di un centro gravitazionale che è sempre possibile riconquistare, rimettendosi in equilibrio, vincendo la totale alienità dello spazio vuoto per riempirlo nuovamente di senso e affetti del tutto umani.

La dottoressa Stone, schiacciata mentalmente dalla percezione di un universo completamente avulso dall’esperienza umana, alieno, privo di punti di riferimento utilizzabili per recuperare una propria condizione esistenziale, è una naufraga (dello spazio e della propria esistenza) che riesce a salvarsi per dedizione, coraggio, caparbietà e amore per la vita.

Spazio: Sandra BullockLe scene più simboliche: quella in cui galleggia in assenza di peso e in posizione fetale nella ISS, godendo di un attimo di fluida tranquillità prima di essere violentemente “partorita” dal provvisorio grembo meccanico della stazione in grado di mantenerla in vita. Poi, quella in cui emerge dalle acque che hanno accolto la sua navicella. Una placenta che la fa emergere a una nuova vita, dove guadagna la riva e si alza, tremante, affondando i piedi nudi nella sabbia umida della battigia, riconquistando così, con questo semplice gesto, la sua posizione (e centro gravitazionale) di essere umano sul proprio pianeta.

Queste sono le cifre stilistiche di una pellicola che chiede allo spettatore di sospendere l’incredulità di fronte alle evidenti forzature del racconto: come per esempio l’impossibilità di raggiungere, nel vuoto, con un semplice zaino a razzo, dei mezzi spaziali che dovrebbero essere distanti tra loro centinaia di chilometri. Anche se solo per motivi di sicurezza. Su orbite completamente differenti.

Oppure la dimestichezza della protagonista coi i complicati comandi di capsule russe e cinesi.

Si chiede allo spettatore di concentrarsi sulle sensazioni che il film innesca nel tentativo di porci davanti e all’interno dello spazio.

Un luogo spaventoso, privo di ogni parametro umano di riferimento, sia pure a poche centinaia di chilometri dalla Terra.

Con la luminosità del pianeta madre che invano cerca di vincere il buio del vuoto siderale tutt’intorno.

Un mostro famelico pronto a ghermire e inghiottire chiunque non sia in grado di opporre una valida barriera di reazione vitale, possibile solo dal riattivarsi delle migliori pulsioni interiori, sopite da una antica tragedia del passato ma ancora anelanti a generare un’autentica brama di vita.

L’epopea dello spazio dalla Russia

Anche se scarsamente diffusi in Italia sul grande schermo e passati quasi sempre direttamente in DVD, meritano la menzione anche biopic cinematografici russi a tema astronautico.

Questi non si differenziano da quelli americani per intenti encomiastici, spettacolarità, patriottismo, blanda propaganda retroattiva, retorica nazionalista, accurata mancanza di analisi degli aspetti meno “nobili” della corsa allo spazio: retroscena scottanti, ripercussioni politiche, influenze bellico-militari, eventuali segreti riprovevoli rimasti tali ecc.

Al Capo Progettista Sergej Korolev (così fu sempre identificato il padre dell’astronautica sovietica) fu dedicata la pellicola in due parti Il dominio del fuoco (Ukroshcheniye ognya, 1972) di Daniil Khrabrovitskij.

La storia fu fortemente ridimensionata nel montaggio finale per poter passare il vaglio della censura da parte del Ministero della Difesa sovietico in merito a sequenze troppo rivelatrici sulla scienza missilistica d’oltrecortina. O troppo esplicite a livello di politica o di trascorsi “imbarazzanti” nella vita dell’ingegnere.

Specie riguardo alle torture subite nel campo di lavoro di Kolyma, con l’accusa di sabotaggio.

L’ingresso della troupe cinematografica alla base di lancio di Bajkonur fu soggetto a molte restrizioni di segretezza e gran parte delle riprese furono poi tagliate dalla dirigenza sovietica per non rivelare più di tanto sulle strutture presenti nel Cosmodromo.

Lo stesso personaggio di Korolev, interpretato da Kirill Lavrov, ebbe il nome mutato in Andrej Baskirtsev, continuando la tradizione di anonimato del grande Capo Progettista, voluta dal segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica Nikita Kruscev, anche sul grande schermo.

La storia ricostruisce parte della vita di Korolev e del suo sogno di aprire la via allo spazio del suo Paese, sviluppando un programma missilistico superiore a quello americano.

Il carattere irriducibile dell’ingegnere, suggerisce il film, lo porterà a scontrarsi con tutti, autorità e colleghi, minando la sua salute e provocandogli un fatale infarto (in realtà Korolev morì a seguito di un’emorragia durante un’operazione chirurgica complicata dai danni subiti fisicamente nel gulag).

Nel 2007 uscì un altro biopic, Korolyov, diretto da Jurij Kara e interpretato da Sergej Astakhov, molto più fedele nella ricostruzione storica delle vicende di vita, anche tragiche, del Capo Progettista.

Tra gli esempi più rimarchevoli della cinematografia russa dedicata alla corsa allo spazio segnaliamo senz’altro Gagarin – Primo nello spazio (Gagarin Pjervyi v kosmosje, 2013) di Pavel Parkhomenko, pellicola che ricostruisce la vita privata di Jurij Gagarin (Yaroslav Zhainin).

Figlio di contadini, a soli 27 anni diventa il primo essere umano a varcare l’atmosfera terrestre e a entrare in orbita a bordo della capsula Vostok 1, volando per 108 minuti nello spazio e diventando eroe dell’Unione Sovietica.

Il film evidenzia i suoi rapporti con la moglie Valentina Ivanova Olhga Ivanova, il collega cosmonauta Gherman Titov (Vadim Michman) e il “progettista capo” Sergej Korolev (Mikhail Filippov).

Tuttavia, non si sofferma a indagare le cause dell’ancora misterioso incidente aereo che costò la vita al cosmonauta, precipitato al suolo col suo caccia MIG-15UTI nel 1968, a soli 34 anni.

C’è poi, lo spettacolare SpacewalkerIl tempo dei primi (Vremya Pervykh, 2017) di Dmitriy Kisalev, incentrato sulla vita e l’esperienza di Aleksej Leonov (Evgeniy Mironov), primo uomo a compiere una passeggiata spaziale al di fuori della capsula Voschod 2, col compagno Pavel Belijaev (Konstantin Khabenskij).

Produzione di notevole budget servita di ottima computer-graphics, concorrenziale con quella dei blockbusters americani.

Pur se inevitabilmente romanzata e pervasa da sensazionalismo, la vicenda ha l’ambizione di non prescindere del tutto da un’autorevole autenticità dei fatti narrati, nel più puro spirito russo.

Leonov (utilizzato come consulente per il film) è il tipico eroe sovietico, figlio della classe operaia, adolescenziale sognatore delle stelle, irresponsabile pilota collaudatore, caparbio pioniere cosmonauta in grado di far fronte a ogni tragico inconveniente a bordo della Voschod, macchina prodotta da una tecnologia ancora sperimentale e “raffazzonata.”

Un coraggioso e resistente “figlio della terra”, che sopravvive al rientro nella natura selvaggia e ghiacciata dei monti Urali, lontano dal punto di recupero.

Le dinamiche del film sono avvicinabili a quelle degli equivalenti americani: infanzia del protagonista, duro allenamento nel corpo astronautico, contrasti e complicità con i colleghi, rapporto con il regime, lotta con una tecnologia avversa durante la missione, successo dopo risoluzione di gravi problemi tecnici.

Il disegno dei personaggi è tutt’altro che stereotipato. Ottima anche la caratterizzazione di Sergej Korolev offerta da Vladimir Ilyin, che ne fa un burbero ma esperto direttore di volo.

Molto più debitrice alla fantasia che al reale storico è invece il fantacatastrofico Salyut 7- La storia di un’impresa (2017) di Klim Shipenko.

Il film s’ispira all’avaria occorsa alla stazione orbitale Salyut 7 nel 1985, quando il complesso, momentaneamente abbandonato da equipaggi umani, perse i contatti con la Terra, cominciò a ruotare e tutti i sistemi si spensero, rendendo necessario la più pericolosa e stupefacente operazione di ripristino orbitale condotta dai cosmonauti Vladimir Dzhanibekov (Vladimir Vdovichenkov) e Viktor Savinykh (Pavel Derevyanko) durante la missione Sojuz 13.

I due approcciarono la stazione morta con un’ardita manovra di aggancio. Riuscirono a penetrare nello scafo congelato e a riportare i sistemi elettrici in attività, impedendo la caduta nell’atmosfera terrestre.

Le autorità russe, in uno scenario di Guerra Fredda, si preoccupano che la Salyut non possa precipitare su suolo americano, perché avrebbe rivelato tutti i segreti al blocco avversario, a scapito della sicurezza dei due valorosi cosmonauti. I nomi dei personaggi sono stati modificati, rispetto a quelli dei reali protagonisti della vicenda. Sono diventati Fyodorov e Alyokhin, inviati per il recupero. Ma costoro si sentono traditi dal proprio Paese, usati e sfruttati per la pericolosissima missione.

Pur se nella spettacolarità delle immagini spaziali e degli effetti speciali, il film risente troppo di schematismi e luoghi comuni del genere: retorica, strazio dei sentimenti dei familiari, drammatizzazione esasperata, prevedibilità e derivazione da altri modelli, sensazionalismo.

Michele Tetro
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Michele Tetro (Novara, 1969) è scrittore, giornalista, storico del cinema fantastico, laureato in storia medievale con la tesi Fantasia eroica e medioevo inventato nell'opera di Robert E. Howard. Ha pubblicato racconti di SF e saggi cinematografici.

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