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AVENGERS ENDGAME: FINE DEI GIOCHI

AVENGERS ENDGAME: FINE DEI GIOCHI

Dopo la visione di Avengers Endgame, ultimo film della cosiddetta Infinity Saga, siamo rimasti muti; se non altro perché era la conclusione di un grande progetto – forse il più ambizioso della storia del cinema – e, per certi versi, anche di una consistente fetta della nostra vita di spettatori.

Per più di un decennio, le vicende di quelli che per molti di noi erano i beniamini dell’infanzia, hanno sbancato i box-office e tinteggiato un unico universo coerente: Il Marvel Cinematic Universe.

Tutto ebbe inizio nel 2008 con Iron Man, quando il primo film della saga, ci stupì soprattutto per l’attenzione e il garbo nell’adattare alle esigenze cinematografiche la lunga epopea del personaggio, pur rispettandola il più possibile – cosa di cui forse dobbiamo render merito ad Harry Potter che insegnò alla cinematografia statunitense quanto remunerativa poteva essere la fedeltà al testo originale nelle trasposizioni da altri media. Una strada che la saga ha continuato intelligentemente a perseguire, grazie alla costante supervisione della Marvel e del suo nume tutelare Stan Lee.

Ma per comprendere come tutto questo è stato coraggiosamente possibile bisogna tornare indietro nel tempo così come hanno dovuto fare i protagonisti di Endgame.

La Timely publications, oggi nota come Marvel, inizia le sue attività nel 1939 ma pochi sanno che, prima di occuparsi di supereroi pubblicava storie di mostri – Groot, il simpatico alberello dei Guardiani della Galassia, è di quel periodo, nato un anno prima dei Fantastici 4 ma solo molti anni dopo ripescato e inserito nel nuovo olimpo. Non a caso, quindi, molti dei supereroi della fase iniziale sono in effetti dei mostri, ad esempio Hulk o la Cosa.

Nell’eterna gara di mercato con i suoi competitor, prima tra tutti la DC Comics, la Marvel prevalse soprattutto per alcuni fattori. Uno, a detta dei critici, è sicuramente una maggiore aderenza ai tempi e la vicinanza ai lettori. “Supereroi con superproblemi”, diceva lo slogan. Non che il buon vecchio Superman non ne avesse, tuttavia era più difficile identificarsi con lui, che in fin dei conti era un semidio, piuttosto che con Peter Parker che andava a scuola come i suoi lettori e doveva preoccuparsi della fragilità emotiva di sua zia.

Ma la carta vincente, io credo, fu l’abilità con cui gli sceneggiatori sapevano incrociare le vicende dei loro eroi, che pur apparivano su testate differenti.

Certo, anche i personaggi della DC si facevano spesso visita e interagivano tra loro, tanto che si tentò anche per la Lega della Giustizia di avviare un’operazione simile alla saga Marvel – operazione che non è riuscita a detta di molti perché i cineasti incaricati non hanno finora saputo inscenare il vero spirito di quei fumetti, in particolare cercando di ricondurli tutti alle cupe atmosfere di Batman, che per quel personaggio ebbero successo, ma non dovevano essere generalizzate.

L’universo narrativo della DC, inoltre, nel tempo si è davvero ingarbugliato anche per la presenza di innumerevoli mondi alternativi i cui personaggi si scambiano visite continue.

Il cosmo della Marvel invece è rimasto coerente, anche se lì la tecnologia è più avanti della nostra, si tratta del mondo in cui viviamo noi, ed è un mondo in cui gli eventi sono sincronici. Mentre il lettore leggeva le avventure di Spider-Man, poteva veder transitare in una vignetta il mitico Thor intento in una faccenda che si stava svolgendo in un albo uscito nelle edicole quella stessa settimana – impagabile strategia di marketing. E i lettori di oggi difficilmente potrebbero comprendere la posizione dei lettori italiani della mia generazione, che vedevano all’improvviso la comparsata di un interessantissimo supereroe, senza poi avere la minima possibilità di sapere chi davvero egli fosse – visto che le testate disponibili al momento erano poche. Alcuni li stiamo scoprendo adesso proprio grazie al cinema.

Il coraggio della Marvel, perciò, è stato quello di voler portare sugli schermi cinematografici non solo i singoli personaggi ma l’intero complesso intreccio delle loro relazioni. Un’impresa resa possibile anche perché quel loro stesso successo nel mondo del fumetto aveva portato gradualmente la cinematografia a considerare questa possibilità (pensiamo, prima tra tutte, alla continuity di Star Trek).

Inoltre, in un periodo dell’intrattenimento visivo ove il serial televisivo sta prendendo il sopravvento nel cuore degli spettatori sulla sala cinematografica, l’idea di creare un serial televisivo da spacciare al cinema è risultata vincente anche se audace al limite della follia.

Così, dopo iniziali film che presentavano i singoli personaggi, e poi il gruppo dei Vendicatori, in ogni film dedicato a un nuovo personaggio o a uno già visto, apparivano anche altri del gruppo, tanto che alla fine era difficile capire se si stava guardando un film dedicato ai Vendicatori o a uno di loro.

E poi il finale corale, con il solito espediente di una terribile minaccia che si addensa lentamente all’orizzonte, film dopo film, anche quando lo spettatore non se ne rendeva conto. La prima parte di questo finale, poi è qualcosa che al cinema non avevamo visto. Un film che termina, non solo con la vittoria del cattivone di turno, ma con la visione di lui che si siede a guardare sereno l’orizzonte, soddisfatto e convinto di essere nel giusto.

La seconda parte inizia in modo magistrale, riuscendo ben a inscenare una sorta di crisi depressiva mondiale, inevitabile a fronte della catastrofe presentata nel primo film. E questo dà uno spunto di approfondimento psicologico dei personaggi che non ci saremmo aspettati in un simile film d’azione.

Niente paura, in tre ore di film c’è tutto il tempo per rimettersi in sella e per concludere con l’epica apoteosi di una battaglia degna dell’Iliade. Un tripudio di eroismo, istillato nel giusto grado, senza vaniloqui ma in un trionfo di colori, visioni soverchianti, poteri inimmaginabili che scatenano forze cinetiche inarrestabili.

Eppure, alla fine ciò che ci resta è soprattutto un grande affetto per i personaggi che hanno primeggiato nella saga, tutti, nessuno escluso, presi in considerazione e salutati con un abbraccio. E questo perché qui si conclude il ciclo dedicato alla prima formazione dei Vendicatori che, alla fine degli eventi narrati si ritrovano quasi tutti a essere fuori gioco – Endgame, appunto. Cosa prevedibile anche perché nessun attore riesce a perseguire efficacemente, e per tanto tempo, un ruolo simile senza logorarsi e cercare di sfuggirne.

La Marvel ha promesso nuove saghe, ma più corte. Lo sforzo che essi hanno profuso è stato immenso e non saprei dire se altri tenteranno mai più qualcosa di simile – anche perché non c’è nessuno al mondo ad avere un simile patrimonio narrativo già precostituito. Nel prossimo futuro comunque vedremo nuovi eroi, come gli Eterni o Shang-Chi (il quale, lo ammetto, non ho la minima idea di chi sia), o alcuni già visti – Black Widow, Black Panther, Doctor Strange, Guardiani della Galassia – che non avevano ancora del tutto sfruttato il loro potenziale d’incassi.

Li seguiremo con piacere, anche se difficilmente si potrà ricreare quella magia e quel seguito di pubblico. Sarà la fine della grande epoca d’oro dei supereroi? I loro lento declino?

Certo è che il cinema americano per vivere ha bisogno di miti. E cosa potrebbe arrivare in futuro di più epico e mitologico dei supereroi, diretti figli dei racconti epici dell’antica Grecia?

Francamente non riusciamo a immaginarlo.

L'Autore

Giorgio Sangiorgi

Sangiorgi lavora e vive a Bologna. Dopo un esordio nel campo del fumetto, ha vinto alcuni premi letterari locali per poi diventare uno degli autori e dei saggisti della Perseo Libri Il suo libro "La foresta dei sogni perduti" ha avuto un buon successo di pubblico. Ora pubblica quasi esclusivamente in digitale e alcuni suoi racconti sono stati tradotti e pubblicati in Francia e Spagna.

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