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Collateral damages

Collateral damages

Racconto di Renato Pestriniero

Scelti dal Direttore

Il vero miracolo non consiste
nel librarsi nell’aria
o nel passeggiare sulle acque
ma nel riuscire a vivere sulla Terra

 

13 aprile

Ho preso nota del tempo, gli ci sono voluti ventisette minuti per raggiungere la carogna e adesso non ce la fa a mangiarla. La distanza che ha percorso nei ventisette minuti, da quando è uscito dal ferro e cenere della barca, sarà di otto o nove metri. Ora sta guardando la carogna del topo muovendo lentamente la testa, la bocca aperta per addentare o per agonia, non so. Il corpo del topo morto è gonfio e sembra si muova ma è il mantello di mosche dai riflessi smeraldini che dà questa sensazione. La luce pulsante degli incendi le fa brillare.

Rimetto indietro il nastro. Ascolto per la quarta volta Ah wanna wear wampum. Forza, topo, forza! Ancora pochi centimetri e riesci a mordere tuo fratello!

Il muso privo di pelle ondeggia. Evidentemente è stato l’odore a portarlo lì, gli occhi essendo ormai gelatina di fragola schiacciata. Forza, Mickey! L’ultimo boccone e poi anche tu hai chiuso.

Mah neck’s a rainbow, your greenback’s only green… raschiano gli Algonkians. Le pile stanno per andarsene. Dal ferro e cenere della barca c’è una traccia rossastra che arriva fino alla carogna. Nei punti dove Mickey si è fermato ci sono macchie più larghe, una bava fatta di sangue e liquidi organici che gli esce da sotto la coda. Alcune mosche smeraldine sono già passate dalla carogna a Mickey. The end.

Visto? Faccio a Galiana.

«Luzzz… luzzz…»

Già. Mi avvio verso la cavana. Faccio fatica a riprendere i movimenti dopo la lunga pausa seduto a guardare Mickey che tentava di farsi fuori suo fratello già decomposto, ma devo tenermi sempre occupato, giocare sulla flessibilità del tempo soggettivo. Butterò giù questo pensiero stasera. È diventata un’abitudine sforzarmi di trascrivere nel giusto ordine impressioni pensieri imprecazioni. Un esercizio per mantenere attiva la centralina.

Adesso è sera e sono dentro il Teson Grando. Guardo verso la città. Le barene sembrano pelle di leopardo. La luce degli incendi si riflette sull’acqua e rende le barene una semina di macchie nere.

Nell’ultima settimana mi sono chiesto un sacco di volte se valeva la pena di continuare queste note. A che possono servire? Sono sincero, a cominciarle è stata la speranza di poterle rileggere se ce l’avessi fatta. Quindi non scrivo per sconosciuti futuri lettori, non me ne frega niente di lasciare ai posteri quattro stronzate, lo faccio solo per l’eventualità di rivivere io stesso queste sensazioni, urlare che ce l’ho fatta e ubriacarmi in modo disgustoso. Il che non sarà facile, ormai sono uno straccio strizzato. Passo quasi tutto il giorno in una specie di dormiveglia e solo verso sera trovo la forza di alzarmi e venire qui, un centinaio di metri. I bastardi hanno fatto un buon lavoro.

Fra poco sarà buio. Prima di chiudere la giornata dovrò mangiare qualcosa malgrado la nausea, e dare la buonanotte a Galiana.

14 aprile

Mi è capitato come un tempo quando dovevo partire presto e non avevo bisogno di programmare la radiosveglia. Stamattina mi sono trovato a guardare il sole non ancora allo zenith. Cioè, il sole ormai non lo si vede praticamente più salvo qualche volta quand’è molto basso, per il resto è una macchia chiara negli strati densi provocati dagli idrocarburi.

Ieri sera, dopo aver mangiato quanto era rimasto della scatola di tonno aperta due giorni fa, sono andato a dare la buonanotte a Galiana. Più fa buio più lei si confonde con la pietra violentata. Galiana è di Huelva. Quella volta dovevo passare dal Portogallo in Spagna nella zona dell’Estremadura ma le circostanze mi avevano portato troppo a sud e così mi ero trovato in Andalusia. Huelva è vicino alla costa. Lei stava andando a Cadice. Ci siamo andati insieme.

Mi sono addormentato accanto a lei ieri sera. Merda! È come parlare della vita di un estraneo.

Aspiro il tanfo di petrolio mentre penso che un altro giorno se n’è andato. La nausea aumenta ma non voglio vomitare davanti a Galiana. Cerco di distrarmi guardandomi intorno anche se non c’è proprio niente da vedere. Il vento si è irrobustito, riesce ad alzare qualche sbuffo di cenere. Lei è seduta sui gradini del Teson Grando. D’accordo, le dico.  Riprenderò a scavare, ma mi sai dire a che scopo? Non certo per Paola.

«Luzzz… luzzz…»

Sì, sì, la luce.

Sotto questo cielo falsamente temporalesco la sensazione di nubifragio viene rafforzata dal brontolio del petrolchimico in fiamme. Però non è escluso che possa piovere. Chissà se ci sono nuvole sopra questo tendone schifoso. È piovuto un paio di volte da quando quei figli di puttana mi hanno fatto il pesce d’aprile segregandomi su quest’isola. Adesso però la pioggia è una cosa immonda. L’unico vantaggio è che tiene la cenere incollata al suolo.

Lascio Galiana e rifaccio il solito centinaio di metri. Ieri, quando mi sono allontanato in direzione della cavana, quasi non mi accorgevo del cadavere. Era impigliato sui tondini che escono dai piloni. Si vedeva che era un essere umano per le tracce di testa, di due braccia e di due gambe disposte in un certo modo, altrimenti così bruciato, gonfio e impastato di petrolio poteva anche essere il cadavere di un grosso cane o di un pesce.

Che nuove dalla città, amico? gli ho chiesto. Se domattina ti trovo ancora qui vedrò di sistemarti.

E stamattina la sveglia dentro la mia testa ha suonato presto.

Quello continua a starsene in silenzio e a ondeggiare morbido sullo strato oleoso che ha trasformato l’acqua in melassa. Che dovrei fare? Questo posto è adatto per seppellirlo, la terra dell’isola è facile da scavare. Quando Paola insistette perché la seguissi qui, ho visto con quanta facilità la zappa vi entrava e con quanta attenzione lei e i suoi compagni usavano gli attrezzi per evitare danni ai reperti a causa della pastosità del terreno. Così ho pensato di usare lo scavo di Paola e della sua equipe di giovani archeologi.

Il loro programma era ambizioso: sondaggio dell’isola sulla base di indizi ricavati da codici, testi e planimetrie del XVI secolo. Avevano concluso che qui si poteva nascondere l’anello mancante per completare la mappa delle nostre origini in questo luogo, e l’intera équipe si era trasferita sull’isola per iniziare subito gli scavi.

Adesso una delle due buche può ricevere questo povero corpo martoriato. Faccio passare il cappio sotto le ascelle e trascino il cadavere sulla sponda. Non è lavoro da poco. Lo sforzo mi lascia esausto, devo stendermi sullo strato di cenere ingrommata. Respiro a bocca aperta l’aria impregnata di miasmi. Sento i polmoni bruciare. Tossisco convulso e devo girarmi di scatto su un fianco al primo conato per evitare che il vomito mi soffochi. Il vomito è più rosso delle altre volte.

Ci hanno incastrati di brutto, amico. Forse per te non è andata così male.

Le convulsioni si attenuano, comincio a riprendermi. In qualche modo lo sistemo dentro la buca piccola e riesco anche a coprirlo.

Galiana è seduta sui gradini del Teson Grando confusa tra le altre macchie della pietra. Sparirà lentamente col buio della sera.

Il ruggito delle fiamme al petrolchimico sembra aumentare.

15 aprile

Ah’ll be waitin’ u, li’l gal, u color dress’d li’l injun gal.  Gli Algonkians cantano Ah wanna wear wampum. Devo tenere il Sony attaccato all’orecchio per sentirli appena. Scaravento il Sony contro la pietra del Teson Grando.

Mi trovo a singhiozzare. È la prima volta che mi càpita. Chissà perché è stata questa canzone a rompere la diga. Mi sento quasi in colpa per non aver pianto di fronte a situazioni più emblematiche, davanti allo scavo di mia figlia Paola per esempio. Aveva trovato lì il suo primo reperto. Quel giorno c’eravamo anche Galiana ed io, e la gioia di Paola nel tenere tra le mani quell’anforetta miracolosamente integra proveniente da un passato lontanissimo ci aveva ripagati di una vita di sacrifici.

Oppure avrei potuto piangere nel dare la buonanotte a Galiana una sera qualsiasi. Anche lasciarsi andare guardando il topo che si trascinava cacando sangue sarebbe stato più logico perché Mickey era uno specchio. Oppure mentre sistemavo nella buca quel grumo di ossa nere di petrolio… ma tutto questo ragionare non serve a niente. Prima o poi doveva succedere ed è successo con la canzone degli Algonkians… CRISTO! E ALLORA?  tanto disprezzabile farsi venire gli occhi lustri prima di andarsene con la carne che ti si spappola anche se quello che lasci è un fottuto mondo di merda? Cos’è, perdo la virilità a farmi vedere così? Chi mi vede qui, il grumo di ossa nere? Mickey? E anche se mi vede Galiana lei non dice nulla, vero Galiana?

«Luzzz…»

Piaceva anche a te quella canzone. Parla delle wampueag, le strisce di conchiglie colorate che gli indiani d’America usavano per ricamare vesti, fare cinture, collane e anche doni. Lo sapevi che disponendo i colori in un certo modo adoperavano le conchiglie come messaggi, per ricordare avvenimenti e chissà per quante altre cose ancora? Poi il progresso le ha sostituite con la plastica e tutti quei significati sono andati a farsi fottere.

Mi siedo sui gradini del Teson Grando vicino a Galiana ad ascoltare il ruggito del petrolchimico. Aveva una capacità di stoccaggio di oltre un milione di tonnellate. Continuerà a bruciare per un bel po’.

Ben presto devo rialzarmi per tirarne in secca un altro. Sembra uguale al primo, stesso grumo nero. Credo sia cominciato il flusso di marea. Si è accostato alla barena incuneandosi in una piccola insenatura. Cercherò di recuperarlo dosando bene gli sforzi per evitare di essere stroncato da un altro attacco di tosse.

Quasi due ore per trascinarlo fino alla buca e un’altra per coprirlo. Adesso la buca piccola è completamente abitata.

Okay, anche questa è fatta. Continuo a darmi del cretino ma non riesco a lasciare che la corrente se li porti in mare aperto. Mi siedo con la schiena appoggiata alle pietre della cavana. Sul muro ci sono le ombre delle canne da pesca, dell’attrezzatura, del cestino… Ho passato giorni meravigliosi a pescare qui, e mentre pescavo Galiana preparava la griglia per arrostire il pesce. Dove la legna bruciava si era formato un avallamento contornato da un orlo di cenere.

Adesso non si distingue perché la cenere è dappertutto anche se ingrommata dalla pioggia oleosa. Di legno non è rimasto più nulla, solo terra bruciata, ferro fuso e cenere, niente barche per tornare in città, né alberi, niente da bruciare per fare un fuoco o per costruire. Da quando sono su quest’isola non ho sentito un richiamo né visto una luce nelle lagune o un fuoco ardere sulle barene. Il fuoco è solo lì ai depositi, una barriera di fiamme la cui voracità si intravede nei ghirigori di fumo grasso che continuano a dilagare nel cielo.

16 aprile

Quando Paola aveva cominciato a lavorare su quest’isola mi aveva detto: «Perché non vieni anche tu e la mamma? Ti porti le canne e te ne stai tranquillo a pescare e a guardare i gabbiani.» A me è sempre piaciuto guardare il volo dei gabbiani specialmente quando giocano con la bora, a volte immobili controvento, a volte lanciandosi in pazze scorrerie sopra le barene. Adesso si sentono radi stridii filtrare attraverso il fumo. Sembrano provenire da chissà dove. Se volano bassi si stagliano bianchi contro il cielo variegato di piombo.

Una volta sospeso lo scavo, il gruppo di Paola si era aggregato a una spedizione archeologica di ricerche in Armenia. Galiana ed io ci eravamo ambientati nell’isola, la piccola costruzione accanto alla cavana era diventata la nostra seconda casa. Le puntatine durante i week-end si erano allungate fino a vere e proprie vacanze, ci immergevamo nel panorama piatto delle barene fra suoni che appartenevano solo alla natura.

L’equipe di Paola aveva marcato buona parte del terreno. Erano rimaste le due buche, quella piccola che adesso ho ricoperto, e quella grande sulla quale Paola e i ragazzi contavano molto perché, a loro dire, poteva rivelare quel famoso aggancio con il primo insediamento umano.

Mi fanno male le ossa come fossero calcificate in un blocco unico. Quando mi prendono i conati sembra che lo scheletro mi vada in frantumi. Dovrei star fermo come Galiana. Ma per lei è diverso. E pensare che prima sembrava uno scoiattolo, tutto un trafficare su e giù tra il Teson Grando, la cavana, le zone di scavo, il barbecue, dentro e fuori la barca per sistemare le attrezzature, e poi la telecamera e le macro per corredare i rapporti dei ragazzi… Adesso la sua ombra se ne sta seduta e guarda sempre in direzione del petrolchimico.

Quel pomeriggio ero incastrato nei sotterranei del Teson Grando in cerca della damigiana. Sono sicuro che è giù, avevo insistito. E allora va a vedere, io in quel buco non ci vengo proprio, aveva concluso Galiana sedendosi sui gradini del Teson Grando a guardare in direzione del petrolchimico.

Così avevo cominciato a brancicare nel buio quasi totale quando, dietro di me, si erano accesi contemporaneamente centomila tubi di neon. Ero rimasto a fissare la mia ombra proiettata sulla parete di fronte da quella luce bianchissima, e il pensiero era andato fulmineo a quanto stava succedendo nel mondo da qualche tempo. Poi c’era stata l’implacabile spallata dell’onda d’urto. Un vento torrido mi aveva ricacciato dietro l’angolo. Era durato appena una decina di secondi ma quando avevo riacquistato la vista ed ero uscito all’aperto mi ero trovato sui deserti calcinati di Marte. Cose ed esseri viventi erano già tutti bruciati, fuori e dentro.

Uno di questi giorni dovrò tornare lì sotto. Sono sicuro che la damigiana si trova giù malgrado il parere di Galiana.

Gratto il fondo della tasca in cerca delle pastiglie. Ne trovo solo un paio. Dio santo, da domani sarà ancora più duro senza pastiglie. Vado a sedere vicino a Galiana. Appoggio la schiena accanto all’ombra stampata sulla pietra e rimetto in tasca le due pastiglie. Le prenderò domani.

«Luzzz… luzzz…»

Forse non era lei a urlare questa parola mentre tentavo di uscire dal sotterraneo, era tutto il mondo che urlava. Eppure da queste pietre intagliate d’ombre continua a uscire un suono debole.

Mentre venivo qui m’è parso di vederne un paio. Quei corpi aumentano a ogni ciclo di marea.

18 aprile

Non ho ancora preso l’ultima pastiglia. Dicono che basta averla in tasca perché una medicina faccia effetto. Vedremo. Cercherò di resistere il più possibile.

Intanto il lavoro è aumentato. L’altro ieri ero convinto di trovarne un paio e invece erano cinque, tre incastrati sotto la cavana trattenuti dai tondini dei piloni e due arenati in un’insenatura. Non riesco a capire se sono maschi o femmine, giovani o vecchi… sono tutti uguali così bruciati e caramellati di petrolio.

Ho lavorato tutto il giorno. Li ho accatastati nella buca grande l’uno sull’altro per lasciare un poco di spazio a quelli che verranno. Ma non sarà sufficiente. Ieri ho lavorato tanto da non trovare nemmeno la forza di scrivere due righe. Però sono riuscito a dormire. Il sonno è stato più forte dei dolori alle ossa. Forse il trucco è questo, stancarsi il più possibile per dormire senza prendere pastiglie. L’ultima la terrò per necessità estrema.

Ieri non mi sono sentito di mangiare nulla. Se non mangio non mi viene da vomitare e senza conati non mi si rompono le ossa. L’importante è trovare il meccanismo giusto. Anche quelli che hanno studiato il NOP sono andati per tentativi fino a che l’hanno imbroccata. Hitler non aveva fatto bene i calcoli. Uccidere milioni di persone per eliminare una razza non è il meccanismo giusto, ne sfugge sempre qualcuno e ricominciano a moltiplicarsi e addio soluzione finale. Qualche generazione più tardi saranno nuovamente in grado di organizzarsi riappropriandosi delle proprie radici. Ecco l’errore.

Per eliminare una razza non prevista dal Nuovo Ordine Planetario bisogna lavorare sulle radici, distruggerle materialmente. Ci saranno solo vittime impreviste, collateral damages come vengono chiamate. Ormai usano tutti l’inglese, anche per dirsi vaffanculo. Qualsiasi bastardo di qualsiasi nazione che gli salta in mente di rifare il mondo e pensa di poterselo permettere crea un gran casino con relativi collateral damages. Anzi, farà in modo che, non ufficialmente, ci sia il più alto numero possibile di collateral damages. E quelli che se la cavano dovranno vivere in luoghi a loro estranei, immersi in usi e consuetudini non appartenenti al loro retaggio. È questo il trucco. Se si lasciano le radici si torna a rifiorire. Se invece uno viene snaturato e ficcato in nuovi sistemi di vita, la sua memoria ingenita diventa un po’ alla volta impotente per mancanza dei luoghi fisici che l’alimentano e così l’identità svanisce. Ecco perché sono cambiate le strategie di guerra e i campi di battaglia praticamente non esistono più. I nuovi obiettivi sono due: economia e radici. Il primo viene colpito attraverso sofisticati giochi di borsa, il secondo eliminando rovine antichissime, città millenarie, qualsiasi spazio appartenente al mito.

Da anni avvenivano strani disastri che sembravano fatalità. Adesso è successo anche qui. Il petrolchimico non sta bruciando per il suo significato strategico ma perché si trovava entro l’area da cancellare, il vero obiettivo era la città-simbolo costruita sull’acqua, la memoria contenuta nelle sue pietre. La luce che ha calcinato le barene non proveniva dal petrolchimico ma dalla città. Il petrolchimico è un collateral damage come noi, un danno secondario nell’economia del NOP, il Nuovo Ordine Planetario.

Le torri di raffinazione si possono rifare, la memoria pietrificata no.

19 aprile

Chissà come sarebbe stata felice Paola se le fosse stato possibile continuare il lavoro di scavo alla buca grande. Un giorno ancora e l’avrebbe scoperto lei. È stato sufficiente togliere appena un po’ di terra e il coperchio della cassa era lì. Stavo per mollare perché non ce la facevo più, e proprio in quel momento ho sentito la pala fare un suono diverso. Allora ho raschiato intorno, rinfrancato come se Paola fosse vicina a me, rinvigorito dall’entusiasmo che avrebbe provato lei. La debolezza mi faceva sudare ma le mani si muovevano da sole nella frenesia di dimostrare quanto il lavoro di mia figlia fosse stato valido.

Adesso devo estrarre dalla buca tutto il materiale possibile per farglielo trovare al suo ritorno, il teschio, le ossa… c’è anche una scatola di legno chiusa. L’emozione, aggiunta alla stanchezza, mi stronca. Ma voglio che tutto sia portato al sicuro dentro il Teson Grando.

Per trasportare il materiale ho dovuto fare tre viaggi. Stremato, mi stendo a terra. Davanti a me ci sono i gradini del Teson e Galiana che sta guardando in direzione del petrolchimico. Vorrei raccontarle tutto ma mi trattengo per non facilitare la tosse, non posso permettermi di schiattare proprio adesso che il destino ha voluto mettermi di fronte a un fatto straordinario. L’aver trovato queste ossa e questa scatola proprio ora ha del miracoloso per il significato, per il valore nei confronti di Paola, di Galiana, miei e di tutti i collateral damages. Penso che questo ritrovamento sia frutto della febbre, i primi sintomi del delirio che mi strapperà dal merdaio, ma è tutto qui di fronte a me, ossa e scatola e soprattutto il contenuto della scatola.

Il teschio mi guarda. C’è un nuovo ospite oggi, un ospite di riguardo.

20 aprile

In nomine Dei aeterni amen. Anno ab incarnatione Domini Nostri Iesu Christi millesimo quingentesimo septuagesimo sexto die nono mensis octobris.

La principale et più potente cagione per la cui viene la peste è mossa dalla divina bontà et che ciò sia vero non si può negare che il creatore del tutto Iddio benedetto non sia lui il vero motore di tutte le cose create, come in tutti i secoli s’è visto, si vede et si vedrà per le sacre et divine historie.

Si legge che il grande Iddio scacciò Adam dal Paradiso terrestre per la disubbidienza, amazzò Cain per l’homicidio di Abel suo fratello, affogò tutto il mondo con l’acqua del diluvio per espurgarlo dalle iniquità grandi che in esso si commettevano, affogò Faraone nel mare Rosso con tutto ‘l suo essercito quando seguitava il popolo d’Israel, distrusse Sodoma et Gomorra per il peccato contra natura.

E così di tempo in tempo troveremo che sempre è andato castigando quei popoli che li sono stati nimici et oltra le sopradette cose noi vediamo ch’egli ha mandato infinite volte la peste, infermità tanto spaventosa et che mette tanto terrore nel mondo, possiamo dire con verità questa essere opera d’Iddio et non cosa naturale, percioché noi vediamo che mai non viene tale infermità se non quando piace a sua divina Maestà et la manda a noi per castigarci de’ nostri enormi peccati, che di continuo commettiamo verso la sua Divina bontà.

Il teschio e le ossa appartengono a Paulo Valgrisio morto in questo luogo durante la peste del 1575.

Furono oltre cinquantamila le vittime della peste che infuriò a Venezia dal 1575 al 1577. Le cronache riportano resoconti agghiaccianti, un’intera popolazione che moriva per le strade, annegava nei canali, riempiva i lazzaretti colpita da ‘febbri acute et perniciose accompagnate per lo più di bubboni o all’inguine o sotto le ascelle, o da macchie nerissime sparse per tutto il corpo, provandosi dai malati debolezze grandissime nelle membra, acerbo cruccio di testa, delirio, veglie, inquietudini et inappetenza, mostrando faccia livida et occhi accesi et quasi infocati‘.

Ti capisco, vecchio Paulo, ma vedi, la tua era una peste voluta dal Signore, questa invece è una peste voluta da qualcuno meno importante, una banda di stronzi bastardi figli di puttana sicuri di avere Dio con loro per poter imporre la Nuova Etica. Anche tu eri ridotto in modo schifoso però non eri un collateral damage, te ne sei andato ubbidendo alla volontà del Signore, mantenendo la tua identità di uomo pur in uno scenario, come tu stesso scrivi, ‘di gran mutationi circa la terra et acque et grande siccità et consumati tutti i vapori et fatta una adustione gagliarda nell’aere et nella terra, onde alle volte si veggono nell’aere fiamme di foco e certe essalationi che paiono stelle che cader vogliano o come comete et simili altri portenti, le quali cose sogliono apportare et minacciare varie putredini et sterilità della terra, onde nascono poi le mortalità, le carestie et altre ruine sì agli huomini come agli altri animali’.

Tu sei una delle cinquantamila vittime, fai parte di un numero che ha un significato e, per questo, è passato alla storia. I collateral damage invece non valgono un cazzo e, per questo, non passano alla storia.

Ci sono parecchi fogli dentro la scatola di legno ma solo alcuni sono leggibili. Ora il mio compito è raccogliere questo materiale e sistemarlo qui, dentro il Teson Grando, in modo che quando Paola tornerà per riprendere gli scavi, sappia che il sito vicino alla cavana è proprio quello che cercava, la prova che quest’isola nasconde il famoso anello di congiunzione a conferma della nostra identità.

Mi aspetta un lavoro superiore alle mie forze, però adesso ho uno scopo. Mi fai sentire importante, vecchio Paulo! Dovrò spostare i corpi già messi nella buca grande per lasciarla libera e scavarne un’altra. Sarà bene farla il più larga possibile perché dalla città, a ogni riflusso di marea, ne arrivano in numero sempre maggiore, si staccano dalle barene e prendono la via che li porta al mare. Tu che ne dici, Paulo? Credi che i bastardi ci riusciranno alla fine? Ridi? Hai ragione di ridere. C’è un sacco di roba sottoterra. Anche se i bastardi continuano a cancellare quello che c’è in superficie, è stato sufficiente scavare appena un po’ qui in mezzo alle barene per trovare un nuovo filo di Arianna. Ridi, ridi, Paulo! Sapessi quanto bene mi fa vederti ridere. Vieni, andiamo a sedere vicino a Galiana, voglio che ci sia anche tu.

Fa buio sempre più presto. Il materasso di fumo nero diventa un po’ più spesso a ogni giorno che passa. Solo all’orizzonte c’è una fascia di cielo libero, proprio alle spalle del petrolchimico. Di solito, quando il vento spira da quella parte, si intravedono i Colli Euganei. Adesso però non vedo niente, è ovvio, pure la vista se ne sta andando, ma sono certo che c’è ancora l’ultima neve, come l’anno scorso in questo tempo, ti ricordi Galiana?

«Luzzz… luzzz…»

Già, una bella luce.
Aspetto ancora un poco, poi andrò alla cavana.
Chissà quanti ne troverò impigliati sui tondini dei piloni.

L'Autore

Renato Pestriniero

Renato Pestriniero, veneziano, sposato, una figlia. Fino al 1988 capo reparto presso la filiale veneziana di multinazionale svizzera. Dal suo racconto “Una notte di 21 ore” il regista Mario Bava ha tratto il film “Terrore nello spazio.” Esperienze televisive, radiofoniche, fotografiche e figurative.

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