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Fratelli di sangue

Fratelli di sangue

1

La bottiglia di birra rotolò in perfetto equilibrio lungo il bordo del tavolo, poi precipitò e s’infranse a terra. ‘Fanculo, tanto era vuota. L’unica seccatura era ripulire. Già, ripulire. Una forma di violenza per uno scapolo tormentato.

Joe scrollò le spalle e si guardò intorno. Casa sua somigliava alla tana di un accumulatore compulsivo. Un ricettacolo di roba lavata per grazia di Dio, stipata a caso nei cassetti o appallottolata sopra i mobili. Lavata, non stirata. Joe, con il ferro da stiro, non legava, come non legava con i fornelli e con un sacco di altre cose.

Riempire un secchio d’acqua e annegarci lo spazzolone gli provocava una sorta di paralisi. La stessa che gli impediva di destinare lo stipendio all’affitto e alle bollette, invece che alla birra. Il suo appartamento e il conto in banca erano un mezzo disastro. L’altro mezzo disastro era la sua vita. Jenny sì che avrebbe saputo come rimetterla in quadro, ma Jenny l’aveva piantato tre mesi fa al termine di un ciclo di litigi e da allora era scomparsa.

L’aveva bloccato sul cellulare, si negava a casa dei genitori, dove era tornata a vivere. Si era spogliata dei ripensamenti e li aveva chiusi in un sacco nero, di quelli che si abbandonano nei campi, lungo le statali.

«È stanca di stare con un uomo la cui unica preoccupazione è procurarsi della dannatissima birra» l’aveva informato l’ex suocero.

Ingiusto figlio di puttana. Joe non era mica un alcolizzato. È che gli piaceva divertirsi, evitare di parlare del futuro, soprattutto se faceva rima con “famiglia” e “bambini”. Jenny l’aveva capito tardi e se n’era fatta una ragione. E per carità, anche Joe ci stava provando. Inutile inzuppare chili e chili di Kleenex.

Andava alle feste. Ogni sera, un party diverso: improvvisato per strada, nella piscina privata di uno sconosciuto con cui aveva attaccato bottone al bancone di un bar, in un locale. Non era importante dove e con chi. Gli interessava solo staccare la spina. E farsi un goccio, ovvio.

A schiena curva, Joe afferrò scopa e paletta e raccattò i cocci della bottiglia. Ci mise un po’, ma alla fine ammucchiò tutto nell’immondizia. Trascinando le ciabatte, raggiunse il divano e ci si stravaccò sopra. Nemmeno il tempo di sistemarsi i cuscini dietro la testa che il cellulare vibrò nella tasca posteriore dei pantaloni. Un messaggio di Matt.

“Stasera party a casa di Tina. L’ho conosciuta ieri all’Old Saloon. Da sballo! Sei pronto? Ci aspettano donne, musica e alcol a fiumi! Cosa vuoi di più dalla vita?”

Già. Che cosa voleva?

Una birra, grazie.

La trovò in frigo. Fresca, invitante. Strappò la linguetta e la bevve con avidità, mentre rispondeva a Matt che, certo, alla festa ci sarebbe venuto. Un paio di rutti. Di nuovo sul divano. Il ticchettio dell’orologio da parete snervava, perciò Joe decise di soffocarlo con il volume della televisione. Cambiò canale di continuo e s’intontì per ore, fino alle 23,00.

Alzati o farai tardi.

Una doccia, i jeans preferiti, una bella camicia fresca di lavatrice e la giacca di pelle (regalo di Jenny). Profumo, gel tra i capelli scuri e barba incolta. Al pubblico femminile piaceva.

Peeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeeee!

Il citofono suonava direttamente dall’Inferno.

«Eh, sì? Sto scendendo.»

Joe scese le scale con la grazia di uno zoppo e si trovò davanti la faccia da cavallo di Matt. Sorrideva in quel suo modo comico, la mascella e i denti troppo grandi per risultare gradevoli. Aveva lucidato a specchio la vecchia Ford Fiesta del ’98. Sperava di convincere una bella ragazza a salirci. Da non crederci!

«Fai sul serio?» esordì Joe, indicando l’auto. «Andiamo con quella?»

Matt incrociò le braccia.

«Se non ti piace, puoi sempre tirare fuori la tua Ferrari, amico.»
«Non ho una Ferrari.»
«Non hai neanche un cazzo di motorino, se per questo.»
«Dov’è finita la tua Yaris?»
«Dal meccanico. Vedi di non fare lo schizzinoso e sali.»

Alzando le mani in segno di resa, Joe spalancò la portiera della Fiesta e si abbandonò sul sedile che puzzava di fumo. Matt fece il giro scuotendo la testa e si accomodò al volante. Lo accarezzò piano, neanche fosse la coscia di una donna.

«Joe» esordì «alla festa ci andrà il meglio di questa schifosa città e io non voglio farmi cogliere impreparato.»
«Che significa?»
«Che se riesco a rimorchiare, dovrai trovarti un passaggio per tornare a casa.»

Joe alzò un sopracciglio.

«Metti già le mani avanti, vedo.»
«Non fare quella faccia. Eravamo d’accordo che se uno dei due…»
«Sì, sì, va bene. Me lo ricordo, cosa ci siamo detti. Non c’è problema. Rimorchierò anch’io e placherò la mia sete di sesso in loco. Lei avrà una macchina e, quando avremo finito, le chiederò di accompagnarmi.»
«Mi sembra un’ottima idea. Sarà una gran nottata, amico.»

Non lo diceva per dire. Matt lo pensava sul serio. E se lo pensava, c’erano buone ragioni per credergli.

La vecchia Fiesta partì a razzo bruciando l’incrocio. Joe e Matt sparavano a zero sui colleghi di lavoro e fumavano con i finestrini chiusi. Bo e Luke a bordo di un Generale Lee molto meno apprezzabile.

Si conoscevano dai tempi della scuola. Si erano fatti il primo spinello insieme, avevano marinato le lezioni insieme e sospettavano che, prima o poi, avrebbero vissuto un’avventura sensazionale. Naturalmente insieme.

Un paio di occhi azzurri non sono sufficienti ad attirare uno stuolo di ragazze. Non se si possiede un naso a becco di corvo, capelli radi color paglia e imbarazzanti rotolini di grasso che facevano da salvagente. Simpatico sì, ma senza eccellere. Matt era uno come tanti, ma Joe compensava la mediocrità di entrambi con la chiacchiera fluente. Un mezzo show-man, se gli si lasciava campo libero.

Per Matt non era un problema; Joe lo trascinava nella mischia e divideva con lui i successi. Gli amici fanno squadra. Si spartiscono il bottino, banchettano fino a scoppiare. E loro erano amici speciali. Di più, erano praticamente fratelli. Fratelli di sangue.

E stanotte ce la spasseremo! Alla faccia di Jenny.

Prima, però, si dovevano caricare e il pub che trovarono sulla strada parve adatto allo scopo. Appoggiarono le chiappe dietro al bancone e sorseggiarono due pinte di rossa sbocconcellando hamburger e patatine. Boccali vuoti in meno di cinque minuti. Le lancette segnarono la mezzanotte. Ora di ripartire.

La vescica impose a Matt una sosta di emergenza. I fari delle auto che transitavano sulla carreggiata gli illuminarono il pisello. Lui tossicchiò e proseguì a pisciare. Quando ripartirono, Joe tirò giù il finestrino per non addormentarsi. Aveva lavorato parecchio e dormito meno di quattro ore, la notte precedente. L’aria che gli frustava il viso non lo infastidì. Fu la guida a scossoni di Matt a dargli noia. Non si lamentò lo stesso. Ingoiò proteste e nausea.

Altri quarantacinque minuti di strada prima di incrociare le indicazioni. Gli ultimi cinque chilometri di passione. Arrivati.

Un bel colpo d’occhio, casa di Tina. Insomma, non è da tutti vivere in una villa indipendente su quattro lati, in aperta campagna, con uno splendido giardino che le correva intorno e una terrazza all’ultimo piano. L’arredamento minimal e ricercato denotava i gusti di un interior designer qualificato, nondimeno sculture e quadri acquisivano un senso soltanto per chi se ne intendeva. Per Joe e Matt erano pacchianate costose. Il frutto delle rendite di Tina e dei suoi genitori ricchi.

«Visto in che posto di ho portato?» disse Matt.
«Pazzesco! Le premesse per fiumi di alcol e ragazze di qualità ci sono tutte.»
«Infatti. E come si dice, in questi casi?»
«Uh?»

Matt gli presentò il palmo aperto della mano.

«Non mi ringrazi, irriconoscente che non sei altro? Guarda che ti ci ho portato io, in questo paradiso.»

E Joe lo ringraziò perché era quello che ci si aspettava da lui.

«Sei grande, fraté! Grazie. Sul serio.»

Si sprecarono in risatine idiote, mentre uno degli inservienti, un tizio secco e musone, li conduceva al nucleo del party. Gli invitati si stipavano nel salone occupato per metà dal bancone bar con la lista di liquori in ordine alfabetico. Luci accese, discrete. I festaioli sballottavano tra calici di prosecco, Spritz ed etichette altisonanti. C’era addirittura il catering. Tartine, insalate, sushi. Cibo e bevande a volontà. Gratis.

«Tina, ciao!»

Matt abbracciò una tizia sui quaranta, labbra rosse che intercettavano la medesima sfumatura delle unghie. La minigonna leopardata e i tacchi a spillo reclamavano un’attenzione che Joe fu lieto di darle. Capelli ricci, pelle scura, misure da urlo. Come la sua amica Susan, guardava gli uomini attraverso lunghe ciglia finte.

Eccole, le prime in lista con cui provarci quella notte.

Joe le intrattenne sfoderando il meglio dal suo repertorio. Simpatia, aneddoti, complimenti. Le donne dimostrarono di apprezzare. Il tempo di un paio di battute studiate a tavolino e la serata decollò per il verso giusto.

Brillante come sempre, Joe non faticò a calamitare su di sé l’attenzione di Tina e Susan. Tutto calcolato, tranne il broncio di Matt. Non gradiva che le amiche del cuore non lo degnassero di uno sguardo. Non era venuto per fare il terzo incomodo, ma Joe preferì non curarsene. Non ne aveva voglia. Si stava divertendo, la musica gli forniva il giusto pretesto per strusciarsi sui corpi femminili. Ballava, raccontava storielle divertenti e, complice la birra e i cocktail ingurgitati, iniziò addirittura a cantare.

Smagliante, magnifico. Joe era lo spirito della festa. Il matador.

2

Matt lo osservò torvo fino a che i fumi della collera non lo convinsero a rifugiarsi in terrazza. Non si capacitava che Joe si fosse dimenticato di lui. La mania di protagonismo l’aveva trasformato in un egoista. Susan e Tina lo ricoprivano di sorrisi, lo accarezzavano, lo spogliavano con gli occhi e Joe, compiaciuto, lasciava il suo migliore amico all’angolo ben sapendo che non sarebbe stato capace di inserirsi o rubargli la scena.

Se ne sbatteva, lo ignorava.

Se non fosse per me, non ci avrebbe messo piede qua dentro, pensò Matt. Avrebbe dovuto lasciarlo marcire a casa tra le lattine di birra vuote col pensiero della sua ex a corrodergli le coronarie. A essere troppo buoni è così che va a finire. Bravo, Matt. Sei un vero idiota. No, no, un attimo. La colpa era di Joe che si stava comportando da stronzo.

«È Joe a doversi vergognare, non certo io.»

Matt appoggiò i gomiti sulla ringhiera dipinta di fresco; si sporse in avanti. Le lampade da esterno ingiallivano le aiuole coltivate ad arte. Il roseto cresceva rigoglioso lungo il perimetro, dove, sotto le chiome degli aceri giapponesi, le ombre di due ospiti si allungavano in movenze esplicite. Tutti rimediavano compagnia. Tutti davano un senso alla festa. Pure Tina, che in compagnia di Susan se la sarebbe spassata tutta la notte con Joe.

Con un rutto, Matt vuotò il bicchiere e lo gettò di sotto, in giardino. Tornò nel salone, ma si sentì un imbecille. Era troppo incazzato perfino per ubriacarsi. Doveva risolvere la faccenda e poteva farlo solo confrontandosi con Joe.

Lo scovò in mezzo a un nutrito gruppo di persone; dava ancora spettacolo. Matt decise di non lasciarsi intimidire e gli chiese un attimo per parlare. Accontentato, anche se a malincuore. Mollare la piazza all’apice del successo era rischioso e Joe glielo fece pesare.

«Si può sapere che vuoi?»

«Che voglio? Divertirmi! Ecco cosa voglio, cazzo! Non ti rendi conto che stai andando a segno senza di me?» Una risatina nervosa e Matt tornò alla carica. «Insomma, hai intenzione di farti sia Tina, sia Susan? Perché se è così, io me ne vado adesso.»

«Ehi, il mare è pieno di pesci. Perché non corteggi qualcun’altra?»
«Perché… perché…»

Perché non sapeva abbordare una donna? Perché gli amici dividono tutto?

Le guance di Matt si colorarono di porpora.

«Vaffanculo, Joe! Tina spettava a me. Fatti Susan. Lei lasciala stare.»
«Oh, avanti!» Joe mulinò la mano, l’espressione insofferente. «Quelle due mi vogliono spolpare. Non hai visto che non mi mollano un istante?»
«Ma tu… Tina ha invitato me. Tu sei qui grazie a me!»
«Finiscila! Sei soltanto geloso.»

Infatti.

«Flirti e fai il pagliaccio con la donna che mi piace. Bell’amico che sei!»
«Vai al diavolo, Matt! Mi hai rotto con queste stronzate da adolescente! Adesso me ne torno là dentro» Joe indicò un punto imprecisato alle sue spalle «e mi godo la festa. Vuoi prendertela con me? Preferisci andartene a dormire nel tuo lettuccio? Accomodati.»
«Joe, aspetta!»

Il dito medio bello teso. A momenti, Joe glielo ficcò su per il naso. Poi lo oltrepassò dirigendosi a passo spedito verso il salone imbandito di pietanze culinarie e umane. Lo sentiva lo sguardo di Matt bucargli la schiena, lo dimostrava il modo in cui teneva rigido il collo, eppure l’egoismo lo spinse tra le braccia di Tina e Susan. Là, in mezzo alla pista, ai corpi che si dimenavano al ritmo della musica, tra i marmi del pavimento, i sorrisi ammiccanti, l’odore di sudore e i calici colorati ad alta gradazione.

Rimasto solo, Matt non si mosse fino a che non riacquistò la lucidità necessaria per riflettere. Pensò di prendere Joe a calci nel culo, ma sabotare il party con una rissa significava auto eliminarsi da ogni festa, visto che il giro di invitati era pressoché sempre lo stesso. E si sa, niente feste, niente donne. Niente donne, seghe a vita.

Furioso, Matt attraversò di corsa il salone evitando le occhiate incuriosite, le risatine di scherno di chi aveva origliato il battibecco tra lui e Joe. Guadagnò il piano inferiore. Scartò diversi camerieri e uscì dalla villa.

Quiete.

Il venticello gli accarezzò la pelle rizzandogli i peli sulle braccia e il frinire delle cicale gli distese i nervi. Matt gironzolò per il giardino, le mani in tasca, il volto scuro e contrito. Girò sul lato est della villa e s’imbatté in una piccola serra, all’interno della quale crescevano un gran numero di piantine e alberi da frutto. Riconobbe un limone e, complice le applique a parete, ne studiò il vaso su cui era dipinto con pennellate incerte un sole mediterraneo. Intorno, fiori di ogni colore e tipo, perfino arbusti. Tina doveva amare moltissimo la natura.

La passeggiata si rivelò terapeutica e lo aiutò a sbollire. Matt proseguì sul retro della casa. La luce esigua del porticato, un unico lampione alto circa un metro e mezzo, non gli impedì di scorgere il terreno smosso. Sembrava che avessero scavato di recente. Forse per piantare l’ennesimo albero. O per nascondere un tesoro.

Che stronzate vado dicendo? Tina ci avrà piantato le patate. O magari ci ha sepolto i resti del cane.

Macabro. Matt inorridì, ciononostante l’idea del tesoro nascosto lo solleticò tanto da persuaderlo a guardarsi intorno in cerca di una vanga. La serata si svolgeva nei locali all’interno della villa. Nessuno si sarebbe accorto di nulla, se si fosse messo a scavare. E poi era andato tutto in malora, tanto valeva cercare un intrattenimento alternativo.

A passo svelto, guardandosi le spalle, Matt completò il giro di ricognizione. Non scorse il capanno adibito alla custodia degli attrezzi che, per esclusione, dovevano trovarsi in cantina, per cui rientrò in casa dalla porta sul retro e scandagliò il piano terra. Da qualche parte doveva esserci un ingresso che conduceva al seminterrato. Gironzolò a vuoto, scartò un paio di camerieri con i loro vassoi, infine adocchiò una porta oltre la cucina.

La maniglia girò a vuoto; mancava la chiave. Con un po’ di fortuna era la medesima per tutte le serrature interne; perciò, Matt si impossessò di quella del bagno, la infilò nella toppa e il meccanismo scattò.

Sul pianerottolo notò un cordino pendere dal soffitto, lo tirò con decisione e una lampadina gli fornì luce a sufficienza per scendere, senza incidenti, nel seminterrato. Un secondo cordino regalò una panoramica della cantina e la possibilità di cominciare la caccia al tesoro. Lo spazio era piuttosto vasto, anche se sfruttato male. A circa due metri dall’ultimo gradino riposavano tre botti sigillate, coperte di uno strato di polvere e ragnatele. Per rispetto della sua schiena, Matt non provò a spostarle, ma per proseguire dovette fare slalom fra gli scatoloni accatastati l’uno sull’altro, abbandonati in mezzo al passaggio. Erano privi di etichette o iscrizioni che ne identificassero il contenuto. Come faceva Tina a ricordarsi che cosa c’era dentro?

A fatica, Matt avanzò in cerca della pala. Rovistò dietro un mucchio di teloni di plastica e scoprì una cassapanca di legno. In noce, di buona fattura, abbastanza capiente da contenere un adulto. Sghignazzò, stropicciandosi il naso. Non ne aveva mai viste di quelle dimensioni. Non si addiceva allo stile di Tina. Doveva trattarsi di un rimasuglio dei mobili appartenuti alla nonna, sicuro.

Che cosa ci teneva? Vestiti? Cianfrusaglie? Un allevamento di scarafaggi?

Benché Matt fosse solleticato, qualcosa lo metteva in guardia dal curiosare all’interno. Era come se, attraverso le venature del mobile, gli giungessero moniti e lamenti. L’istinto gli gridava di girare i tacchi e filarsela. Toccava dargli retta.

Nah!

Una spinta decisa e la cassapanca si aprì. Vuota.

Che delusione.

Matt se ne disinteressò e tornò alla sua ricerca. Alla fine, recuperò una vecchia pala arrugginita da una rientranza del muro. La occultò in un drappo sudicio e pregò di non incontrare anima viva nel breve tratto che lo separava dal giardino. Sarebbe stato imbarazzante dover spiegare il motivo che l’aveva spinto a frugare tra cose non sue.

Risalite le scale, si affacciò con prudenza sul pianerottolo del piano terra. In cucina, l’indaffaratissimo chef preparava manicaretti a nastro. Gli inservienti l’avevano abbandonato per servire cocktail e appetitosi stuzzichini al piano superiore, per cui fu relativamente facile catapultarsi fuori, all’aria aperta.

Forte della vanga, Matt giunse nel punto esatto in cui il terreno era irregolare. Temendo di essere stato seguito, tese l’orecchio, aguzzò la vista. Provò a controllare il respiro e attese in silenzio che il vento gli portasse odori o voci sconosciuti. Non accadde. A tenergli compagnia c’era solo la luminosità del lampioncino sotto il portico.

Non pensò a quanto sciocco fosse quello che stava facendo, infilò l’estremità della vanga e cominciò a scavare a un ritmo forsennato. Il sudore che gli correva lungo la schiena sembrava spronarlo, anziché infastidirlo. Ammucchiò terra con una velocità impressionante e raggiunse una profondità considerevole.

Un ultimo colpo di reni e Matt si fermò. Era stanchissimo. Come se non bastasse, non aveva recuperato nulla, a parte una manciata di sassi. Si sentì un perfetto idiota. Se Tina o un ospite l’avessero visto, gliele avrebbero date di santa ragione. Sbuffando, raccolse la vanga che aveva lasciato cadere. Imprecò e, quando la piantò al suolo, si accorse che c’era qualcuno.

Un uomo. Da dove cazzo era spuntato?

Si volse in fretta, pronto a giustificarsi. E rimase basito. Lo sconosciuto gli stava sorridendo. Appariva calmo. Divertito.

«Hai scavato una gran bella fossa» disse in tono cordiale.

Matt arrossì e balbettò un fraseggio incomprensibile, mentre lo straniero si sporgeva in avanti per osservare il risultato delle sue fatiche.

Era un bel tipo. Capelli bruni e mossi, alto, prestante, gusto nel vestire. Matt, però, percepiva qualcosa di strano in lui. Il suo sorriso di plastica?

«Sei proprio bravo! I miei complimenti» rilanciò il tizio, allargando le braccia.
«Non ho rinvenuto niente.»

Ammetteva il suo tentativo di rubare. Che idiota!

Matt sbiancò, ma l’uomo sembrò non accorgersene e continuò a parlargli.

«Puoi metterci qualcosa tu.»

Scherzava? Matt ridacchiò in palese imbarazzo e mollò la pala.

«Ci butterei il mio amico Joe, così impara a fare lo stronzo» commentò.

Spostò lo sguardo dalla fossa agli occhi dello straniero e gli parve che si dilatassero, che si tingessero di nero petrolio. Matt gemette e, all’involontario battito di ciglia, il volto dello sconosciuto tornò normale.

Calmati, è stato un effetto ottico dovuto alla scarsa luce. È tutto sotto controllo.

Ma il cuore di Matt martellava nel petto. Quell’uomo lo spaventava.

Il lampione. Una volta raggiunto, l’avrebbe tenuto d’occhio.

Si diresse a passo spedito verso il porticato. Fu tentato di mettersi a correre. Non lo fece per non risultare stupido.

NIEEEEEEEEEEEEEEEEEEEEE!!!

Che cazzo…? Cos’era, perdio? Il verso di una bestia? No, impossibile. Non aveva mai udito niente di simile. Vibrava minaccioso nell’aria. La riempiva in ogni sua molecola.

D’istinto, Matt si accertò della posizione del tizio e quello scattò di lato, velocissimo, nemmeno si fosse smaterializzato per riapparire, un secondo dopo, sul lato opposto della fossa. Il suono agghiacciante proveniva dalla sua bocca. Rideva.

Matt deglutì a vuoto. S’impietrì perché il bastardo stava a un passo da lui, adesso. E lo guardava da due buchi neri, infossati. Le narici spalancate a inebriarsi del suo terrore, la bocca deformata in un ghigno in cui spiccavano canini taglienti quanto sciabole. La pelle inverosimilmente distesa. Nemmeno una ruga d’espressione a raggrinzirla. L’atroce caricatura del viso di un uomo.

Incapace di urlare, Matt cadde a terra. Restò inerme a fissare il mostro che gli si scagliava contro.

Il dolore esplose in una fitta lancinante non appena il vampiro gli aprì uno squarcio dal petto all’ombelico. Dalla ferita, il sangue caldo si riversò sulla pelle nuda del torace e il mostro iniziò a mugolare. Era affamato.

In preda agli spasmi, Matt strisciò sulla schiena, ma il predatore lo inchiodò sotto il suo peso e affondò nelle sue viscere. Rialzandosi, l’essere si morse il palmo della mano. Con quella stessa mano tappò la bocca alla sua preda. Quando del liquido ferroso gli scivolò sulla lingua, Matt deglutì sprecando le sue ultime energie. Morì ascoltando i versi emessi dal vampiro mentre beveva, leccava e succhiava la sua linfa vitale.

Buffo, ricordava il rumore degli spaghetti al sugo arrotolati in una forchetta.

3

La festa era finita, gli invitati avevano già preso la via di casa da un pezzo. Joe si era divertito a fare giochetti piccanti insieme a Tina e Susan, ma ora voleva andarsene a casa. Prima, però, si sarebbe rifocillato. Il sesso sfinisce e si dava il caso che al piano inferiore ci fosse la cucina.

Si alzò dal letto facendo attenzione a non svegliare Tina e Susan, sdraiate accanto a lui. Si rivestì in fretta e scese di sotto. Cuochi e camerieri avevano tolto le tende lasciando tutto pulito e in ordine. In frigo, recuperò dei tramezzini e del prosecco. Buttò tutto giù alla velocità della luce, poi se ne andò in giro per la villa. Perlustrò la terrazza, il salone della festa. Era l’unico ospite rimasto, l’unico a essere sveglio.

Riesaminò il diverbio avuto con Matt e si sentì in colpa. Si era comportato da egoista. Avrebbe dovuto coinvolgerlo, condividere con lui donne e sballo. Invece l’aveva scaricato come uno stronzo dicendogli che, se voleva, poteva pure andarsene.

Domani dimenticheremo questa faccenda con una sbronza colossale, è deciso.

Perché Matt era un fratello. Non poteva portargli rancore.

Joe si spremette le meningi in cerca di un modo economico per rientrare a casa. Niente taxi. Tina e Susan non l’avrebbero aiutato. Stavano dormendo da un pezzo e comunque non gli avrebbero mai prestato l’auto. Meglio sistemarsi su un divano, riposarsi qualche ora.

La coperta? In camera da letto.

Joe si avvicinò alle scale e fu lì che si accorse che, per la fretta di andarsene, l’ultimo ospite aveva lasciato la porta d’ingresso socchiusa. Tra il battente e l’intelaiatura, l’aria fresca penetrò all’interno della stanza. Lo spettinò e lo convinse a uscire sul giardino.

«Joe, lo vuoi un passaggio?»

Cosa? Matt? Non l’aveva piantato in asso, allora!

Joe scrutò nel buio con un sorriso da ebete. Non riusciva a vederlo e la voce gli giungeva lontana.

«Matt, dove sei?»
«Dove vuoi che sia? Davanti alla macchina, no? Se non ti muovi, me ne vado da solo.»

Dietro la staccionata, sul retro della villa; era lì che avevano parcheggiato. Joe fece il giro del porticato. Ignorò la fossa ricoperta di terra umida. Una corsetta fiacca e raggiunse la Ford Fiesta.

«Matt?»
«Sono qui.»

La sua voce, almeno. Quella creatura spuntata alle sue spalle non aveva nient’altro del suo migliore amico. Joe lo vide rannicchiarsi, incurvarsi come un punto interrogativo e distorcere le fauci in un ringhio animalesco.

Poi annegò nell’oscurità dei suoi occhi liquidi.

E gridò.

4

Si sentiva spossato. Non riusciva a muoversi, ma qualcuno lassù stava cercando di tirarlo fuori dalla prigione in cui era intrappolato. Scavava a mani nude. Tra non molto l’odore di terra umida avrebbe smesso di torturarlo.

Una luce artificiale. Era libero. La prima cosa che vide fu il viso pallidissimo illuminato dal baluginio del lampione. Mostrava i denti aguzzi, ancora rossi di sangue. Le unghie arcuate, sporche di terra, arpionavano i margini della fossa, dove il corpo dilaniato di Joe era in procinto di esalare il suo ultimo respiro.

Ah… Joe!

Il nuovo Matt si massaggiò il torace e strisciò via dalla buca. A breve, dello squarcio sarebbe rimasto soltanto il ricordo. Si specchiò negli occhi sbarrati di Joe e, sorridendo, si leccò i canini affilati con la lingua ruvida.

Aveva proprio fame.

 

Tamara Deroma: Fratelli di SangueTamara Deroma è nata a Torino e scrive da quando si è presa la briga di farlo. Durante gli anni dell’adolescenza scopre le opere di Stephen King, di Anne Rice, di Terry Brooks e molti altri, che insieme al romanzo Vampire$ di John Steakley, contribuiranno a far germogliare la sua salda vena horror-fantasy. Ha collaborato con la testata online NewPlaza, pubblicato sei romanzi e alcuni racconti per diverse case editrici. Vive con il marito Flavio e il Faraone, il suo gatto.

Tamara Deroma

nasce a Torino e negli anni dell’adolescenza scopre le opere di Stephen King, di Anne Rice, di Terry Brooks e molti altri. Ha collaborato con la testata online NewPlaza, ha pubblicato sei romanzi e alcuni racconti per diverse case editrici. Vive con il marito Flavio e il Faraone, il suo gatto.

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