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Il vecchio caro cinema di S.F che io amo

Il vecchio caro cinema di S.F che io amo

…e non me ne vergogno

Molti giovani hanno il brutto vizio di irridere i vecchi film di fantascienza per gli effetti speciali ingenui e spesso approssimativi che venivano realizzati all’epoca e pure, orrore degli orrori, in bianco e nero.

In questo articolo, che comparirà in due puntate, oggi e giovedì 27 gennaio 2022, proverò a spiegare le bellezze di certo cinema che a me piace molto.

Molti giovani, dimenticano sempre che se non vi fossero stati artigiani pazienti e geniali quei film difficilmente sarebbero esistiti e facilmente non ci sarebbero stati quelli odierni che, spesso e volentieri, sono remake di quelli passati e quasi sempre inferiori…

Dimenticare queste vecchie pellicole non vuol dire solo dimostrare una immensa ignoranza storica, ma anche una superficialità che potrebbe trasformare la vostra non conoscenza in un’arma mortale per quei criticotti rampanti, anche famosi, che infestano la nostra atmosfera ma che purtroppo non possono essere distrutti come i germi della “Guerra dei Mondi” e mostrano così la loro abissale ignoranza del genere.

Vanni Mongini

 

Frankenstein di Boris Karloff

Vecchio caro cinema: FrankensteinIl primo, vero film su Frankenstein, dopo alcuni tentativi anteriori, è del 1931 ed è diretto da James Whale.

Robert Florey, che ne ebbe l’idea, girò due bobine di prova utilizzando, nella parte del mostro, l’attore Bela Lugosi, il quale però, dopo molti ripensamenti, decise di rifiutare l’offerta per non dover sottoporre il viso a un trucco tanto pesante.

Il lavoro poi fu affidato definitivamente a Whale e questi scelse per la parte dello scienziato l’attore Colin Clive e per quella del mostro una allora sconosciuta comparsa: Boris Karloff.

La pellicola fu un trionfo e una buona fetta del successo la si deve, oltre alla accorta regia, anche alla stupenda recitazione di Karloff e alla truccatura ideata da Jack Pierce.

Furono necessarie tre settimane per lo sviluppo del trucco definitivo: Pierce studiò anatomia, chirurgia, criminologia, sistemi di sepoltura antichi e moderni, elettrodinamica.

La testa del mostro fu decisa con la fronte altissima, squadrata e dalla sommità piatta, perché così risulterebbe tagliando un cranio nel più semplice dei modi usati in chirurgia, mentre le famose sbarrette che fuoriescono ai lati del collo sono delle prese di corrente.

I pori della pelle di Karloff, estremamente realistici, furono ottenuti da strati sottili di cerone e crema di formaggio; le gambe furono deformate e irrigidite con protesi d’acciaio. Per gli stivaloni furono usati quelli degli asfaltatori con l’aggiunta di suole di piombo per rendere il passo più rigido. Le maniche della giacca furono accorciate per far sembrare le braccia più lunghe e Karloff vestì due paia di pantaloni per far sembrare più massicce le sue gambe magre.

Karloff ebbe l’idea delle false palpebre per dare un’aria non troppo intelligente al mostro: erano mezzelune di gomma che Pierce chiamava “occhi di lucertola“.

Dei diversi make-up provati alla luce dei riflettori, grigio, bianco, giallastro, la tonalità verdastro-grigio fu giudicata la migliore e adottata. Gli angoli della bocca furono abbassati e allargati con fili e ami invisibili, mentre la parte superiore del cranio venne costruita con sottili strati di cotone applicati mediante uno speciale collante liquido.

Il tutto è risultato molto simile a strati di carne vera.

Gli elettrodi al collo furono applicati con lo stesso collante e, per parecchio tempo dove glieli avevano applicati Karloff ebbe due cicatrici.

Durante l’intervallo, dopo aver girato la bobina di prova e prima dell’inizio delle riprese definitive, il make-up venne però modificato con l’aggiunta del tocco finale voluto dal regista: due profonde cicatrici sulla fronte.

Per la preparazione del trucco erano necessarie più di tre ore e mezza di lavoro e lo struccaggio, era estremamente doloroso per via degli acidi usati: richiedeva più di un’ora.

Una volta truccato Karloff non poteva uscire dalle porte dello studio, peraltro sbarrate, e doveva portare un sacco sulla testa per non essere visto dai visitatori. Inoltre, non gli era permesso fumare (e di solito fumava parecchio) perché sarebbe bastata una scintilla ad accenderlo come un fiammifero.

King Kong (1933)

vecchio caro cinema: King KongNon fu facile superare tutte le difficoltà che si presentavano via via che il soggetto prendeva forma. Solo l’intervento del produttore Merian C. Cooper, coadiuvato da Willis O’Brien rese possibile la realizzazione pratica di King Kong.

Il principale collaboratore di O’Brien, Marcel Delgado, lo stesso che aveva costruito gli animali de Il Mondo Perduto, fabbricò i modelli: due King Kong realizzati su uno scheletro snodato di acciaio, alti circa mezzo metro e del peso di circa cinque chili l’uno.

Delgado inaugurò un nuovo metodo estremamente realistico per dare vita ai mostri: applicò i muscoli di lattice che si tendevano con assoluta naturalezza direttamente sullo scheletro di acciaio, vi applicò poi del cotone, cominciando a dare forma alla creatura e infine su tutto colò del lattice liquido, plasmandolo man mano che si solidificava sul modello.

Con l’aiuto del fratello Victor Delgado, costruì anche una testa in grandezza naturale, una mano, un piede di King Kong e anche gli artigli di uno pterodattilo, uccellaccio preistorico che afferra Fay Wray, la protagonista del film.

Il busto di Kong era così grande che ci vollero quaranta pelli d’orso per ricoprirlo e sei uomini all’interno per manovrarlo.

Poiché era la prima volta che venivano sperimentati procedimenti così complessi, fu necessario fotografare una scena fino a dodici volte per ottenere il risultato desiderato. Per realizzare King Kong occorsero 55 settimane di produzione, senza contare i molti mesi di pre-preparazione.

Murray Spivack, capo degli effetti sonori, fu costretto a inventare nuovi processi. Per esempio, ha abbassato di un’ottava il ruggito di un leone registrato e riprodotto al contrario, rallentandolo per ottenere così il ruggito di King Kong. Ha sovrapposto il sibilo dell’aria uscita da un compressore, all’urlo di un puma infuriato per realizzare le strida del tirannosauro. Ha piazzato un microfono sensibilissimo sulla schiena del regista Schoedsack per registrare i tonfi di una mazza di tamburo battuta sul petto, il rumore di Kong che si batte il torace.

Furono girate anche molte scene che non appaiono nel film: i marinai caduti nel burrone vengono divorati da un ragno gigantesco, la lotta di Kong con un triceratopo e il suo cucciolo (tagliata poi in Italia), l’impagabile sequenza di Kong che “sbuccia” i vestiti di Fay Wray, unico esempio di Strip-tease eseguito da due pupazzi animati. In tutto furono costruiti ventisette King Kong di diverse misure.

Ultimatum alla Terra (1951)

vecchio caro cinema: Ultimatum alla Terra Il regista Robert Wise fu un uomo di mestiere: firmerà il famoso West Side Story e Tutti insieme appassionatamente. Si accosterà di nuovo alla fantascienza con il gelido Andromeda, dall’omonimo romanzo di Michael Crichton e con Star Trek: Il Film, il primo della saga stellare nata dalla fertile mente di Gene Roddenberry. La bellissima musica è di Bernard Herrmann; in seguito, verrà ripresa in modo similare per François Truffaut per il suo Fahrenheith 451.

Durante la lavorazione il film ebbe prima lo stesso titolo del romanzo “Farewell to the Master” e poi “Journey to the World“.

È stato condotto uno studio linguistico e fantastico sul significato della frase “Klaatu Barada Nikto”, che potrebbe essere approssimativamente tradotta in Ferma la rappresaglia e vieni a prendermi.

La frase è diventata talmente famosa da apparire in uno striscione posto nell’ufficio di uno dei programmatori di “Tron” e da essere usata, anche se leggermente cambiata, forse per un errore di traduzione, dal protagonista de “L’armata delle Tenebre” di Sam Raimi.

Sappiamo poco di Klaatu, il suo mondo di provenienza, o meglio il suo luogo di provenienza, dato che non è detto che si tratti di un pianeta: si trova a quattrocento milioni di chilometri dalla Terra (nella versione originale 250 milioni di miglia). Lo dichiara lui stesso.

Il fatto è che, a quella distanza, non esiste nessun pianeta, perciò, verrebbe da pensare o che si tratti di un mondo ancora da scoprire. Il che sembra assurdo. Oppure di una stazione spaziale artificiale o naturale, collocata, per esempio, nella fascia degli asteroidi.

Klaatu parla anche di altri mondi, forse questi pianeti abitati si trovano in altri sistemi solari e il nostro alieno potrebbe quindi provenire da una base avanzata di una “Fratellanza Cosmica“, la quale ricorda molto da vicino la “Federazione” di Star Trek. Il suo compito è quello di controllare ciò che accade sul nostro strano pianeta.

Un’altra cosa che avvicina il film di Robert Wise alla creatura di Gene Roddenberry è che gli alieni decidono di prendere contatto con i terrestri solo per il fatto che, grazie all’energia atomica, gli umani saranno presto in grado di costruire delle navi astrali. Un poco come la Federazione la quale prende contatto con nuovi mondi solo quando questi riescono a realizzare motori a velocità curvatura.

Nella prima stesura si era deciso che Klaatu venisse da Marte o da Venere, ma poi l’idea fu abbandonata perché la cosa non sembrava credibile, nonostante le scarse cognizioni astronomiche di allora.

Inizialmente la parte fu offerta a Spencer Tracy ma il produttore Zanuck considerò che l’elmetto di Klaatu non sarebbe bastato a coprirgli il volto nelle scene iniziali e, incredibilmente, non potevano ingrandirlo.

Per Claude Rains ci fu lo stesso problema e l’attore era inoltre impegnato altrove. Michael Rennie entrava perfettamente nel casco ed aveva già dimostrato la sua bravura a teatro. I tratti del suo viso erano abbastanza particolari anche se perfettamente umani.

Rennie (1909 – 1971) era un attore inglese e questo fu il suo primo (e migliore) film americano. Presterà il suo volto anche in “Mondo Perduto” e “Cyborg Anno 2087…Metà Uomo Metà Macchina Programmato per Uccidere“.

Lock MartinNei panni di Gort c’era Lock Martin, un usciere di un teatro di Hollywood, scelto perché era molto alto.

Furono realizzate due tute dell’automa: una per le riprese davanti e un’altra curata nei particolari per le riprese da dietro. Inoltre fu costruito un modello rigido in fibra di vetro per quando il robot stava immobile come, per esempio, nella scena della risurrezione e nelle sequenze finali.

Il risultato è accettabile, ma in certi momenti, abbastanza approssimativo.

Il raggio mortale, dipinto sul fotogramma, partiva dal visore del robot, un modello costruito a parte per quest’inquietante sequenza.

Orfano di padre e figlio d’arte da parte di madre, il piccolo Billy Gray che nel film ricopre il ruolo di Bobby, il figlio di Helen (Patricia Neal), ha visto nascere una relazione tra la propria vera madre e Michael Rennie proprio durante le otto settimane di riprese.

La nave spaziale a disco è opera di un disegno di Lyle Wheeler e Addison Henr, è costata centomila dollari ed è stata costruita su una struttura di legno alta sette metri e ricoperta di gesso. Aveva una circonferenza di centosei metri e mezzo.

La parte più solida era la rampa perché doveva sostenere il peso degli attori e del personale. Non era un cerchio intero: era aperta dietro per renderla più maneggiabile e più leggera. Analoga struttura fu poi usata anche in una brevissima sequenza del Serial TV Project UFO. In realtà fu costruito un modello molto simile, questo perché colui che aveva dichiarato di aver visto un disco volante in un hangar aveva in realtà visto le fasi di preproduzione del film.

Volete sapere che fine ha fatto Gort? Ebbene, venne abbandonato in un magazzino per limiti di età a Belair (California) ed è stato ritrovato da Steve Rubin che lo ha tirato di nuovo a lustro.

Gaudio e tripudio da parte di Steve, che aveva visto sfatare il mito del robot buono ma severo nel glorioso film, quando il produttore americano Larry Harmon (Bozo the Clown) lo aveva trasformato in un ridicolo robot del XXI secolo in un pilot intitolato “General Universe”, peraltro mai trasmesso in televisione.

Come se non bastasse, lo si vide in “Commander Comet” con tanto di stellone sul petto e bizzarre alucce, interpretato proprio da Harmon. Che fine ingloriosa per un salvatore dell’umanità!

Negli anni a seguire alla Fox circolò la voce che fosse in preparazione un sequel del film e di dare vita a questa interessante seconda parte era stato incaricato Ray Bradbury e la storia doveva essere quella della figlia di Klaatu che torna sulla Terra anni dopo per incontrare ancora una volta Bobby e ribadire al pianeta il suo messaggio.

Nella preproduzione non si era orientati a dare il ruolo nuovamente a Billy, ma si pensava a Jeff Bridges. Alla fine non se ne è fatto più nulla anche perché non si è mai potuto trovare un attore o un attrice che potesse sostituire il carisma alieno che aveva sullo schermo Michael Rennie.

Nel 2008 fu realizzato un remake del film… ma è meglio dimenticarlo.

La Guerra dei Mondi (1953)

vecchio caro cinema: la guerra dei mondiIl film si regge soprattutto sugli effetti speciali, assolutamente straordinari e la storia della loro realizzazione è quanto mai interessante.

Fu grazie al successo commerciale de La “cosa” da un altro mondo che i responsabili della Paramount decisero di realizzare “La guerra dei mondi“, tratto dall’omonimo romanzo di H.G. Wells (The War of the Worlds, 1898) di cui avevano acquistato i diritti 26 anni prima. (Tr. it. La guerra dei mondi, in H.G.Wells, Avventure di fantascienza, Mursia, Milano 1966).

Il film costò circa un miliardo di lire italiane, prezzo estremamente alto a quell’epoca e la sua realizzazione fu molto sofferta e laboriosa.

Occorsero, infatti, più di sei mesi solamente per elaborare gli effetti speciali, più altri due per le sovrapposizioni e i trucchi visivi. La lavorazione effettiva con gli attori, svoltasi parte a Hollywood e parte in Arizona, fu la più breve: quaranta giorni.

Uno dei primi problemi che si dovettero affrontare fu la realizzazione dei marziani.

Wells li aveva immaginati come dei polipi moventisi su tentacoli, ma una soluzione del genere, tecnicamente difficile per l’epoca, non fu presa in considerazione.

Si preferì realizzare una specie di crostaceo con un occhio gigante composto da tre lenti distinte, una testa e un cervello di dimensioni enormi, un corpo sottile e due lunghe braccia con tre dita a ventosa.

Dallo schizzo si passò alla realizzazione pratica: il truccatore Charles Gemora cominciò a “fabbricare” il marziano usando della gomma e della carta particolare. Fu anche creato un singolo braccio pulsante, quello della scena finale: una pompa rendeva possibile l’effetto.

Il marziano venne dipinto in rosso aragosta e, dentro la tuta, fu sistemato lo stesso Gemora che era basso di statura, perfettamente adatto allo scopo.

vecchio caro cinema: il marzianoSul marziano fu girato molto materiale, che non venne poi inserito nel film: George Pal, il produttore e Byron Haskin, il regista, preferirono farlo vedere il meno possibile, basandosi sull’ottima regola che è molto meglio intravvedere (magari al buio) che mostrare chiaramente.

Un grosso problema fu quello dalle macchine marziane.

Wells le aveva immaginate come dei giganteschi tripodi e, all’inizio, fu questa la strada perseguita: vennero creati dei modellini che si sorreggevano su tre raggi pulsanti di elettricità statica. Una scarica di circa un milione di volt scendeva dai dischi, quasi a formare delle gambe incandescenti: per lo meno era questo l’effetto cercato. Era realizzato mediante fasci di fili elettrici che cadevano dall’alto.

Il risultato, è il caso di dirlo, era “elettrizzante”, ma il progetto fu abbandonato per ragioni di sicurezza. Così vennero realizzate quelle astronavi a forma di “manta” divenute poi famosissime.

Erano fatte di rame e lunghe circa un metro. Per farle muovere si usarono quindici fili molto sottili, collegati a un carrello sospeso sulla scena e mosso elettricamente.

Il famoso “raggio della morte” era realizzato con dei fili elettrici tesi fra il punto di partenza (la macchina) e il punto di arrivo (la vittima). Una resistenza dava corrente ai fili che diventavano incandescenti, si girava il fotogramma e si stendevano altri fili, e così via di seguito. L’insieme della scena creava l’effetto del raggio disintegrante.

La città di Los Angeles, destinata ad essere distrutta nella parte finale, fu praticamente ricostruita in studio. I modelli erano piuttosto grandi rispetto ai soliti: il municipio, per esempio, era alto quasi due metri.

Le sequenze dell’esodo costarono “il noleggio” di un migliaio di comparse al giorno, ma la fortuna aiutò il produttore e il regista il giorno in cui, sulla superstrada di Hollywood, si verificò un ingorgo pauroso che fu coscienziosamente ripreso per poi inserirlo nel film come causato da una fuga precipitosa.

Los Angeles completamente deserta fu ottenuta isolando un quartiere ed effettuando le riprese alle cinque del mattino, sporcando le strade, come se vi fosse avvenuto un esodo scomposto, per poi ripulirle a scena conclusa.

vecchio caro cinema: la guerra dei mondiFurono necessari vari fotomontaggi: diverse scene, cioè, sovrapposte l’una all’altra. Per esempio, città, attori e macchine marziane sullo sfondo di un cielo cremisi, in realtà dipinto su vetro e posto davanti all’obiettivo con altissima precisione.

Fu necessario ritoccare a mano 5000 fotogrammi di pellicola per dipingere il secondo raggio, quello verde intermittente che esce dai “poli” delle macchine.

Gli uomini e i mezzi che si disintegravano in un caleidoscopio di colori furono anch’essi realizzati dipingendo a mano i fotogrammi. Vennero utilizzate molte truppe del comando militare di Phoenix, nell’Arizona, che simularono delle manovre militari vere e proprie.

Le scene della prima battaglia furono realizzate “per gradi”, riprendendo, cioè, prima le truppe, poi le macchine marziane, poi inserendo i proiettili, poi i raggi e via di questo passo.

La bomba atomica fu “creata” da un esperto di esplosivi, un arzillo vecchietto allora ottantenne, che sistemò alcune polveri da sparo di diverso colore sopra il coperchio di un piccolo cilindro sigillato di gas esplodente. A un comando elettrico manovrato a distanza, il cilindro saltava in aria creando il fungo policromo che poi venne portato sullo schermo. Furono fortunati: ottennero il risultato voluto al secondo tentativo!

Per simulare la cupola protettiva marziana ne venne costruita una di plastica trasparente grande circa un metro e mezzo, che fu poi sovrapposta alla macchina marziana.

I disegni dei pianeti, nelle sequenze iniziali, sono opera di Chesley Bonestell, dipinti direttamente su vetro; i tecnici poi vi sovrapposero rivoli di lava o effetti di fumo.

Un altro problema fu la colonna sonora; dopo tre mesi di duro lavoro il tecnico del suono, Gene Garvin, ottenne la voce dei marziani incidendo il rumore prodotto da un pezzo di ghiaccio sfregato contro il microfono per poi sovrapporvi l’urlo acuto di una donna inciso al contrario.

Il rumore delle macchine marziane era fornito da un registratore calibrato in modo da ottenere una vibrazione oscillante; il raggio della morte era ottenuto suonando a caso le corde di tre chitarre: il suono prodotto veniva amplificato e fatto riverberare.

Come si vede, è comprensibile che i mesi di lavorazione occorsi per realizzare questo colosso siano stati massacranti.

Il risultato è valso però l’impresa e anche se in seguito furono realizzati dei remake del film, da quello non ufficiale di Independence Day, quello firmato con la mano sinistra da Steven Spielberg e altri ancora, in Italia siamo giunti alla terza edizione di questo originale. Più le versioni in VHS e DVD, compresa una Special Edition e continua ad essere considerato un classico che, dopo più di 50 anni, riesce ad attirare ancora spettatori di ogni età.

Assalto alla Terra (1953)

Assalto alla TerraLe formiche sono state realizzate in grandezza naturale.

Erano portate in scena mediante dei carrelli, poi antenne e zampe venivano mosse da una incredibile serie di fili.

È curioso il fatto che perfino l’attrice Joan Weldon si divertì ad aiutare la troupe a muovere i formiconi.

L’effetto risulta nel complesso abbastanza buono (due sole ingenuità: la formica che non tocca visibilmente terra nel corso del bombardamento al cianuro; e le regine alate delle scene finali, troppo grezze e approssimative).

Il loro suono stridulo veniva realizzato con dei diapason opportunamente tarati.

Fino a poco prima del “si gira” il film doveva essere realizzato a colori per cui i modelli delle formiche erano stati particolarmente curati perché rendessero bene con il techinicolor. Soprattutto gli occhi delle creature erano cangianti e sembravano mutare continuamente di colore.

La produzione cambiò idea e film venne dunque girato in bianco e nero: si temette che il film non avrebbe avuto un grande successo e invece lo ebbe. S’immagini ora, e forse lo vedremo parzialmente nella versione colorizzata, che film sarebbe stato “Them” nelle oscure scene del formicaio, in mezzo alla nebbia dei gas sinistramente illuminati dai lanciafiamme… peccato.

Vanni Mongini
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Tra i maggiori specialisti mondiali di cinema SF (Science Fiction) è nato a Quartesana (Fe) il 14 luglio 1944 e fino da ragazzino si è appassionato all'argomento non perdendosi una pellicola al cinema. Innumerevoli le sue pubblicazioni. La più recente è il saggio in tre volumi “Dietro le quinte del cinema di Fantascienza, per le Edizioni Della Vigna scritta con Mario Luca Moretti.”

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