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VACANZA AL MARE DI RENATO PESTRINIERO

VACANZA AL MARE DI RENATO PESTRINIERO

La copertina è World © di Roberta Guardascione
disegnata appositamente per Cose da Altri mondi.

Scelti dal Direttore

Con questa opera di Renato Pestriniero dal titolo quanto mai opportuno di “Vacanza al mare” chiude temporaneamente la rubrica “Scelti dal direttore”, ma non preoccupatevi: tornerà… oh se tornerà… Ringrazio tutti gli amici che mi hanno mandato le loro opere e li invito a ripetersi e agli altri di fare lo stesso.
Ringrazio per la collaborazione Mario Luca Moretti ma, soprattutto ringrazio Roberta Guardascione per averci deliziato con i suoi disegni a fronte di ogni racconto. Grazie ancora e ci ritroviamo a settembre.

Giovanni Mongini

 

La ragazza rimase per qualche istante indecisa, poi protese una gamba e con slancio leggero passò sul masso vicino. Ne osservò la superficie, si guardò intorno, cominciò a spogliarsi.

Marco si spostò di qualche centimetro per ottenere una visuale migliore. La ragazza indugiò a testa china per sbottonare la camicia jeans, quindi tese le braccia all’indietro. La camicia scivolò dalle spalle rivelando sull’abbronzatura della schiena la sottile linea più chiara lasciata da un precedente costume da bagno. Adesso le sue mani si attardavano sull’anca sinistra. Liberarono il gancetto per lasciar scorrere la lampo ed ecco la gonna afflosciarsi.

Disteso bocconi, Marco valutò l’insieme. Richiuse gli occhi.

Dopo gli impercettibili assestamenti per adattare il corpo alle protuberanze e alle cavità della pietra, il giovane si immerse nei suoni che lo circondavano, il frinire proveniente dalla macchia a pochi metri, il verso gutturale dei gabbiani, e, su tutto, il frangersi del mare sui murazzi che si sgranavano nella luce a perdita d’occhio. Il suono delle onde non si esauriva nello schiaffo contro la pietra e nello scroscio della ricaduta ma continuava in un intrico di risucchi e gorgoglii, rigurgiti, mormorii e ansiti nel gioco dell’acqua tra un masso e l’altro.

Il sole batteva riverberando sulla distesa di pietra. L’aria umida sfumava l’orizzonte. Al largo c’erano numerose navi in attesa di entrare in porto, sagome appena accennate sullo sfondo grigiazzurro, ma l’esperienza di Marco nel commercio marittimo gli permetteva di individuare la piccola tramp alta di prora in attesa del carico, il tanker dalla coperta irta di valvole e tubazioni, il dry-cargo con i boccaporti spalancati per permettere l’areazione delle stive. Si soffermò su una sagoma che non riusciva a identificare e che a causa della foschia sembrava sospesa. Le complesse e maestose strutture di coperta gli risultavano inconsuete. Alzò la testa per osservare meglio. Sembrava un tre alberi con le vele imbrogliate ma, più realisticamente, doveva trattarsi di una piattaforma off-shore per ricerche marine.

Si girò supino, gli occhi serrati alla luce. Quella piattaforma così trasfigurata dalla foschia e dalla lontananza aveva proprio l’aspetto di un veliero, un antico vascello. Splendido se lo fosse stato veramente. Marco si trovava su quella distesa di pietra anche per pensare in quel modo, libero da qualsiasi freno.

Primo giorno di vacanza.

La storia del tubo di dentifricio era di una banalità assoluta se considerata singolarmente, ma aveva rappresentato la classica ultima goccia. E allora erano esplosi i rancori di cinque anni di fallimenti. Poi, quando lo scontro con Marilena s’era inoltrato in un fastidioso rinfacciarsi di colpe, Marco aveva deciso per un’alternativa alle ferie già programmate e così, l’indomani stesso, aveva disdetto il rustico in Cadore sostituendolo con un miniappartamento al Lido di Venezia. Per lui solo. Quindi ora poteva dire di trovarsi lì a causa di un tubo di dentifricio strizzato da Marilena con l’abituale stile selvaggio.

I murazzi li conosceva da quand’era ragazzo. Adesso li riabbracciava, pervaso di eccitamenti che credeva ormai perduti per sempre. Ci sarebbe tornato ogni giorno per un’intera settimana subendo di buon grado le asperità della pietra, immerso tra cielo e mare, disponibile ad accadimenti imprevisti…

Un rumore interruppe il filo di pensieri. Con gli occhi chiusi provò a indovinarne la natura. Pietra schiaffeggiata. Qualcuno stava avvicinandosi saltando da un masso all’altro a piedi nudi… eccolo già sul masso accanto al suo… Marco provò la sensazione di essere calpestato. Spalancò gli occhi passandosi istintivamente la mano sulla spalla dove il suono dei passi s’era posato nel superarlo. Non vide nessuno salvo la ragazza che in quel momento stava trafficando all’interno della borsa. Dopo aver trovato sigarette e accendino, si ridistese supina esalando ghirigori di fumo quasi invisibili nella luce del sole.

Marco si accorse di vivere una sorta di flou psicologico da quando aveva provato la sensazione di essere calpestato da qualcuno che in realtà non c’era. Si alzò in piedi. I murazzi si allungavano come un gregge bianco e ordinato fino a perdersi nella foschia in entrambe le direzioni. Avrebbe giurato di non essersi spinto così lontano. In tutta quell’estensione di pietra non scorse anima viva, a parte la ragazza.

Sentiva la brezza sciroccosa proveniente dal mare appiccicarsi al corpo in un velo di umidità. Le sagome delle navi s’erano ancor più sbiadite, però la piattaforma off-shore sembrava più vicina. E d’un tratto Marco non ebbe più dubbi, si trattava proprio di un veliero. Le strutture di coperta, gli alberi e i pennoni cominciavano adesso a essere distinguibili. Gli parve anche di scorgere delle protuberanze sulla fiancata che potevano essere bocche di cannone. Il capriccio di qualche miliardario, o forse un set cinematografico galleggiante.

L’umidità rendeva sgradevole il calore del sole. Marco avvertiva gocce di sudore scivolare dal collo e dalle ascelle, la testa farsi pesante. Regolò il Seiko deciso a non rimanere oltre mezzogiorno, poi si rimise giù.

Più tardi la ragazza accese una radiolina mantenendo il volume al limite dell’udibile. Alcune voci si stavano avvicinando amalgamandosi al sottofondo musicale. Marco attese le prevedibili frasi scherzose all’indirizzo della ragazza buttate là con volgare indifferenza, ciò che avvenne puntualmente. Però le parole, benché chiare, erano incomprensibili, un po’ echeggianti, quasi venissero dette in una stanza vuota e in una lingua sconosciuta.

In quel momento il Seiko annunciò mezzogiorno. Marco si alzò, curioso di vedere chi fossero i nuovi venuti. La ragazza era sola, distesa con le braccia intrecciate che le facevano da cuscino. Accanto a lei non c’era nemmeno la radiolina sebbene nell’aria persistesse il sottofondo musicale e lo scambio di parole incomprensibili, risonanti.

Il veliero si era avvicinato ancora.

Rientrato in albergo, Marco si rifugiò nella penombra della stanza fra oggetti che mantenevano la loro identità, contornato da un silenzio incontaminato. Forse lo strappo improvviso da cinque anni di frustrazioni e una giornata particolarmente calda e afosa avevano fatto sentire il loro peso. Si buttò sul letto. Dormì fino a metà pomeriggio. Uscì nell’ora più frasca, mangiò qualcosa in uno snack e visitò un paio di bar dove ebbe modo di porre le basi per un’amicizia che prometteva sviluppi interessanti.

A notte inoltrata, mentre speculava sulle variazioni di quei possibili sviluppi facilitato dal letto a due piazze – aveva prenotato troppo tardi per ottenere una delle poche camere singole – Marco si addormentò in uno stato di piacevole euforia.

Si svegliò che era ancora notte. Il rumore, attutito ma continuo, era come di lontano scroscio d’acque. Si alzò a sedere. Proveniva dal letto proprio accanto a lui. Schiacciò il pulsante dell’abat-jour. Il letto si presentò nel suo aspetto normale, intatto sul lato non occupato. Ma il rumore persisteva. Più che acqua che scorresse adesso pareva un rimestare di gusci, e subito notò che il cuscino al suo fianco si muoveva per un lento ribollire al suo interno come se qualcosa cercasse di uscire premendo lungo la chiusura laterale. Rimase per qualche attimo a fissare affascinato le minuscole gibbosità nel loro caotico spostamento su tutta la superficie del cuscino. Poi il velcro cedette. Dall’interno del cuscino sgorgò un rivolo di materia nera e grumosa dalla quale la luce dell’abat-jour traeva riflessi bluastri. La massa si divise subito in una miriade di frammenti che si sparsero sul letto zampettando veloci, debordarono e cercarono affannosamente di immergersi nelle ombre della stanza.

Con lo strappo del velcro la causa del rumore si era subito manifestata nel movimento di centinaia di dorsi chitinosi, chele, mandibole… Marco era balzato dal letto con un singulto e ora cercava di guadagnare un’uscita attento e dove posava i piedi sul pavimento macchiato d’ombre. Raggiunse la porta del bagno soffocando per il disgusto ma era già troppo tardi. Sotto i piedi nudi avvertì esoscheletri che si frantumavano, corpi neri che scoppiavano. Da stanze vuote pervennero voci echeggianti, parole chiare ma incomprensibili, musica inconsueta… i contorni delle cose apparivano sfocati, la luce dell’abat-jour sembrava schermata da vetro zigrinato…

Marco scivolò su un tappeto di insetti schiacciati a cadde.

Si svegliò rantolando, il corpo fradicio di sudore. Subito il ricordo squarciò la sua mente e con uno scatto istintivo fece per abbandonare il letto ma il pensiero di ciò che poteva essere sciamato sul pavimento lo attanagliò. Si guardò intorno. L’alba che filtrava dalle veneziane gli fornì una visione di assoluta normalità. Premette il pulsante della luce principale e ristette immobile a passare lo sguardo dal letto al pavimento. La sensazione provata nel calpestare gli insetti era ancora presente in tutta la sua disgustosa concretezza. Si guardò i piedi. Non scorse traccia di lordura, e nemmeno il pavimento e il letto ne mostravano. Una volta in bagno mise la testa sotto il rubinetto e fece scorrere l’acqua fredda. «Che mi sta succedendo…» si chiese a voce alta.

Tornato nella camera, non smetteva di scrutare ogni angolo, ogni pozza d’ombra. Poi, con gesto deciso, sbarazzò il letto dal lenzuolo. Nulla. Solo un incubo. Ma per quale ragione? Probabilmente il suo sistema nervoso aveva ceduto dopo l’ultimo scontro con Marilena. Soluzione che rientrava nella razionalità, però non era razionale la concretezza dell’esperienza vissuta, l’assoluta mancanza di sfasamento onirico.

Aprì la finestra. L’orizzonte si stagliava in un fascia rosa. Respirò a pieni polmoni l’aria salmastra imponendosi di rimettere in ordine battito cardiaco e respirazione. Lontano, le luci delle navi alla fonda tremavano sull’acqua. A destra spiccavano alcuni bagliori rossastri, fuochi o torce o forse lampade a olio, comunque abbastanza vicini da rivelare alcuni particolari all’interno del loro alone. Intravide grovigli di corde, linee scure e verticali di alberi, la massa poderosa di una fiancata butterata da una doppia fila di portelli. Dietro a ogni portello c’era la bocca di un cannone. Decise che appena si fosse fatto chiaro sarebbe andato sui murazzi per vedere di che si trattava.

Tornò sul letto. Quando vide che la chiusura del cuscino al suo fianco era aperta, giustificò il fatto attribuendolo all’incuria ormai generalizzata del personale di servizio.

***

La ragazza arrivò poco dopo. Il sole era ancora basso ma la giornata già prometteva caldo afoso, l’umidità nell’aria cominciava a sfocare i contorni. Marco riprovava la sensazione di flou, adesso non solo a livello psicologico ma anche fisico. Gli venne da pensare che più il galeone s’era avvicinato più quella sensazione di sfocatura s’era fatta concreta. In effetti tutto era cominciato non da quando aveva avuto l’impressione che qualcuno gli fosse passato sopra ma dalla scoperta del galeone, da quando l’aveva scambiato per una piattaforma off-shore.

Il galeone aveva gettato l’ancora a poche decine di metri appena, ed era agevole seguire il movimento dell’equipaggio sulla tolda. Marco riusciva a distinguere le maglie a strisce orizzontali bianche e rosse dei marinai, i fazzoletti tirati sulla fronte e annodati sulla nuca. Alcuni di loro portavano una benda su un occhio. Uno degli ufficiali, con in testa un tricorno nero, aveva una gamba di legno. Marco pensò che senz’altro doveva esserci almeno un marinaio con un uncino al posto della mano. Dal galeone provenivano voci che sembravano ordini.

Intorno a lui c’era adesso un brusio come se una piccola folla si fosse raccolta per commentare l’arrivo del galeone, ma lì accanto, fisicamente, non c’era nessuno. Forse la ragazza… si volse. Era sparita assieme al masso su cui stava sdraiata. Adesso al posto del masso c’era uno spazio vuoto.

Intanto alcuni massi stavano oscurandosi. La pietra d’Istria perdeva la bianca luminosità, diventava opaca, le asperità scomparivano, le superfici si facevano sempre più levigate. Anche il masso sul quale Marco si trovava si stava trasformando. Prima lentamente, poi sempre più rapido, esso diventò liscio e nero, la superficie superiore si fece convessa e lui stava per scivolare quando alcuni filamenti scaturirono dalle viscere della pietra e si abbatterono su di lui imprigionandolo. Ormai del tutto nero e levigato come un gigantesco carapace, il masso si alzò su zampe sottili e cominciò a muoversi.

Adesso c’era una striscia di spiaggia che divideva la barriera di pietra dal mare. L’effetto flou era scomparso, la realtà si presentava nuovamente concreta, nitida, senza sbavature. L’insetto sul quale Marco si trovava prigioniero si allontanò dalla linea dei murazzi. Subito dopo fu affiancato da un’altra creatura uguale che portava sulla groppa la ragazza. Lei teneva in mano un bastone lungo e sottile col quale pungolò la bestia di Marco per indirizzarla verso la battigia.

«Dove stiamo andando?» chiese Marco, «Dove ci troviamo?»

La ragazza guidava la bestia con piccoli colpi di bastone sul corpo chitinoso. Altri animali stavano confluendo sulla spiaggia. Sul dorso di ognuno c’era un uomo o una donna costretti dai filamenti. Intanto dal galeone era stata calata in acqua una scialuppa che adesso stava per raggiungere la battigia. A bordo c’erano tre uomini, due remavano mentre il terzo stava ritto in piedi sul triangolo di prua. Portava il tricorno e una lunga giacca rossa con alamari d’oro.

Marco vide uno dei grossi insetti avvicinarsi alla barca. I filamenti si allentarono e l’uomo fino ad allora legato al dorso scivolò a terra. I due marinai lo accompagnarono a bordo della scialuppa. Almeno una decina di insetti si stava avvicinando lentamente. La nave osservava dal largo, affollata di sovrastrutture. Dai suoi fianchi sporgevano bocche di cannone intarsiate.

Quando Marco fu a pochi passi dalla scialuppa i filamenti si ritirarono sotto il carapace. Si lasciò scivolare sulla sabbia. I due marinai si avvicinarono sorridendo e con parole incomprensibili gli fecero cenno di salire a bordo. Lui si guardò alle spalle. La barriera dei murazzi non esisteva più, al suo posto c’era una mandria di giganteschi insetti neri accovacciati al sole. Marco sentì una mano posarsi sulla sua spalla; era uno dei marinai che lo sollecitava gentilmente a salire sulla scialuppa dove gli altri si erano già sistemati. La ragazza gli sorrise dall’alto della sua nera cavalcatura e alzò il bastone in segno di saluto.

Quando fu a bordo, il secondo marinaio spinse la barca verso il largo e quindi vi salì saltando sulla sponda. I due marinai cominciarono a remare. L’ufficiale con il tricorno aveva seguito le operazioni in silenzio dal suo posto sul triangolo di prua, le mani incrociate dietro la schiena.

La scialuppa si allontanò veloce.

Altri insetti stavano dirigendosi verso la spiaggia.

L'Autore

Renato Pestriniero

Renato Pestriniero, veneziano, sposato, una figlia. Fino al 1988 capo reparto presso la filiale veneziana di multinazionale svizzera. Dal suo racconto “Una notte di 21 ore” il regista Mario Bava ha tratto il film “Terrore nello spazio.” Esperienze televisive, radiofoniche, fotografiche e figurative.

1 commento

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    Un segnale di SOS proveniente da un pianeta sconosciuto viene captato da due cargo interstellari in viaggio nei meandri pi ignoti dello spazio. Sembra l’incipit di Alien, invece quello di Terrore nello spazio, fantascienza a cinque stelle firmata nel 1965 da uno degli artigiani del cinema italiano, Mario Bava. Prendendo spunto dal racconto del 1960 “Una notte di 21 ore” di Renato Pestriniero, il regista confeziona uno sci-fi teso e coinvolgente che sfocia a pi riprese nel mare dell’horror. Elementi, questi, che influenzeranno non poco Ridley Scott 14 anni dopo.

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