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MISSIONE IMPOSSIBILE

MISSIONE IMPOSSIBILE


Horror non è solo vampiri, mostri, uomini lupo, eccetera. Lo si può trovare anche nelle cose più strane che solo in apparenza sembrano normali, ma non lo sono. Prova ne è questo singolare racconto scritto da Ezio Amadini, un nuovo, ormai conosciuto Autore, specializzato in thriller fantascientifici!

V.M

 

Missione impossibile, di Ezio Amadini

Quella mattina di fine settembre del 1976 si presentava in tutto e per tutto identica a quella che l’aveva preceduta: l’infuocato sole di Palermo surriscaldava la squallida caserma Scianna, creando un’atmosfera torrida e polverosa, dalla quale non esisteva scampo.
Come al solito, non c’era acqua e avremmo dovuto aspettare la sera per andare a lavarci nei bagni di qualche cinema.
Mai visti tanti film come in quel periodo!
Gli avieri del mio plotone si erano radunati nel piazzale di cemento, come ogni mattina, e tutti noi stavamo tentando di prendere posizione secondo le istruzioni più volte ripetute, ma con scarso successo.
La penetrante voce del giovane tenente non tardò a farsi sentire.
«Gioventù! At-tenti! Sembrate un branco di pecore, una marmaglia indegna della divisa che portate! Qui dovete diventare dei soldati, maledizione! Mettetevi in riga! Mostrate un po’ di orgoglio, gioventù! Siete il plotone peggiore, ma quant’è vero Dio vi farò diventare il migliore!»
Senza eccessiva fretta ci disponemmo su quattro file, cercando di darci un contegno più o meno militare.
Eravamo reclute in addestramento da meno di un mese, ma a me sembrava di essere in quell’inferno da una vita.
Caldo, polvere, pulizia piuttosto sommaria: all’età di 19 anni cominciavo a scoprire un mondo non solo molto diverso dal mio, ma anche da quello dei film che avevo visto e dei libri che avevo letto.
Ero partito per il servizio di leva in un momento di grande indecisione riguardo ai miei studi: ero alla fine del secondo anno di Economia e Commercio, con una buona media, ma pochi esami su cui calcolarla.
Non ero certo di voler continuare a studiare, anche se non avevo altre idee sul mio futuro.
Le parole del tenente scivolarono sul mio orgoglio lasciandolo del tutto indifferente, impegnato com’era in battaglie molto più grandi.
«Gioventù! Ci servono quattro volontari per un servizio fuori dalla caserma. Chi vuole andare?»
L’idea di un servizio all’esterno, qualunque esso fosse, non mi sembrò così male: quella mattina ero più insofferente del solito e il desiderio di interrompere la monotonia era alto.
Inoltre, non mi andava proprio di marciare tutta la mattina sotto il sole.
Così, dimenticando ogni più elementare regola di prudenza, feci il fatidico passo avanti.
Gli altri tre furono scelti tra i più lenti a fare il consueto passo indietro.
Ci ordinarono di presentarci alle cucine della mensa, e questo fu già di per sé un brutto presagio.
Il sergente ci aspettava seduto vicino alla porta, mangiando qualcosa che masticava con la bocca oscenamente aperta.
Ci ordinò di seguirlo sul retro, dove ci aspettavano un camion, quattro pale e il più grande mucchio di immondizie che avessi mai visto in vita mia.
L’odore dolciastro del materiale organico in putrefazione mi assalì il naso nello stesso momento in cui il forte ronzio delle mosche mi aggrediva gli orecchi: quasi barcollai, chiedendomi se tutto questo stesse accadendo per davvero.
«Caricate tutto sul camion e poi salite anche voi. Oggi facciamo una gita.»
Il sergente aveva parlato con quel ghigno sadico che quasi tutti i più anziani mostravano quando si rivolgevano a noi “spine” inesperte, quasi che trovassero appagamento e conforto nelle nostre espressioni preoccupate se non, alle volte, addirittura spaventate.
Iniziammo il nostro lavoro mentre il sergente fumava una sigaretta chiacchierando con l’autista.
Impiegammo circa mezzora a caricare tutto il materiale sul camion, spronati di tanto in tanto dal sergente che diventava sempre più impaziente.
Poi salimmo e ci sedemmo sulle panche laterali, in mezzo al mucchio delle immondizie.
Chiedemmo di aprire completamente il telone, ma il permesso di farlo ci fu negato, per evitare che il carico potesse volare via durante il tragitto, quindi ci mettemmo tutti e quattro in fondo al cassone, più o meno affacciati all’esterno, in cerca d’aria respirabile.
Partimmo, con un preoccupante movimento del nostro carico.
Una parte del percorso si svolse in città, dove eravamo fatti segno di risate e parolacce da parte dei giovani civili che ci vedevano passare: qualcuno di loro arrivò anche al lancio di frutta e di cartacce, tanto per incrementare il carico.
Fu una delle poche volte della mia vita in cui non riuscii a vedere il lato comico della situazione che, invece, era del tutto palese: quattro giovani avieri, ancora in buono stato, buttati via.
Mi sentivo come messo alla gogna e cominciavo a stare fisicamente male, anche a causa dei fumi del motore che venivano risucchiati all’interno del cassone, mescolandosi ai miasmi pestiferi del nostro prezioso carico.
Gli attacchi di nausea si intensificarono, accompagnati da violente contrazioni dello stomaco.
Uno dei miei compagni di sventura non ce la fece e prese a vomitare sul carico, nella totale indifferenza di noi altri tre.
Presi il berretto e me lo tenni premuto su bocca e naso, usandolo come una maschera. Puzzava di sudore, ma almeno quello era il mio odore.
Il camion si lasciò presto la città alle spalle e prese a salire su per una collina, compiendo curve e tornanti, con effetti devastanti sulla distribuzione del carico, che sembrava vivo e pareva volerci divorare, avanzando minaccioso verso di noi.
Per quanto possibile, le continue curve aumentarono la mia nausea, ma riuscii trattenermi, anche perché, per fortuna, quella mattina non avevo mangiato nulla.
Intanto, il paesaggio diventava sempre più brullo e squallido, come se stessimo viaggiando verso il Grande Nulla della Storia Infinita di Michael Ende.
Lasciammo la strada per imboccare una via non asfaltata, che portava verso il centro di quella collina isolata e misteriosa.
Il camion prese a sobbalzare sulle buche, con effetti ancor più devastanti sul carico e sul mio stomaco.
A turno ci sporgevamo fuori, tenuti dai compagni, per cercare di vedere dove stavamo andando.
La mia ipotesi del Grande Nulla si rivelò ben presto ottimistica, perché entrammo in una valle, interamente ricoperta da rifiuti di ogni genere: una enorme discarica, la prima della mia vita.
Montagne di rifiuti organici si alzavano qua e là, mentre il camion procedeva slittando su quella terribile melma viscida e putrescente.
Colonne di fumo e vapori pestilenziali aggiungevano al paesaggio un tocco spettrale, agghiacciante e di gran lunga più inquietante di qualunque immagine la mia fervida fantasia di lettore di fantascienza avesse mai partorito.
In mezzo a tutto ciò, inaspettatamente, c’era la vita.
Gruppi di mucche scheletriche frugavano nei cumuli di immondizie, spostando i rifiuti con le zampe, in cerca di cibo; tuttavia, la cosa più incredibile fu l’assalto: un branco di ragazzini sporchi e mezzi nudi, in età compresa tra i 10 e i 14 anni, si lanciò verso di noi urlando parole incomprensibili.
Avevano in mano sudici coltellacci che usavano per afferrare e smantellare i rifiuti più grossi.
Ignorando la nostra presenza salirono a bordo e si buttarono a capofitto sul nostro carico.
Inorridito al pensiero di essere ferito da quelle armi batteriologiche mi tirai indietro quanto più possibile, imitato dai miei compagni.
Un ragazzino si rivolse direttamente a me, urlandomi qualcosa in una lingua che non capivo.
Sgomento e spaventato infilai una mano in tasca e gli consegnai i pochi spiccioli che avevo. Il ragazzino mi guardò sorpreso, poi mi lanciò uno smagliante sorriso sdentato e fece sparire il bottino in un attimo.
Non avevo mai nemmeno immaginato qualcosa del genere. Nulla di ciò che vedevo avrebbe mai potuto appartenere alla mia agiata vita di ragazzo di buona famiglia, nato e cresciuto nella cultura e nel culto della Bellezza e dell’armonia.
Quello non poteva essere lo stesso mondo, lo stesso pianeta in cui ero nato e cresciuto.
Il camion si fermò e il sergente, senza scendere e senza nemmeno sporgersi da finestrino, ci gridò di scaricare tutto e di fare presto.
Ci ordinò anche di non scendere per nessun motivo e tutt’ora mi chiedo se avesse scherzato, dal momento che nessuno di noi sarebbe sceso in quell’inferno nemmeno sotto la minaccia delle armi.
Un paio di uomini adulti comparvero come per magia sotto il camion e, dopo aver scacciato i ragazzini in malo modo, presero ad analizzare, setacciare e dividere tutto ciò che stavamo scaricando.
Ci salutarono e ci sorrisero, aggiungendo ulteriore surrealismo a una scena che non poteva comunque essere vera.
Scaricammo in fretta, usando le pale, poi spingendo con gli scarponi e infine anche con le mani. Volevamo solo far presto, andare via da quel posto e tornare nella civiltà, sulla Terra.
Finalmente finimmo il lavoro e il camion ripartì, traballando e slittando sulla melma di quell’inferno.
Non più distratto dal lavoro da sbrigare il mio stomaco, infine, cedette: i conati si susseguirono uno dopo l’altro, mentre i miei occhi si riempivano di lacrime.
Non riuscivo più a smettere.
Sentii una mano che mi dava qualche colpo sulla schiena, poi una voce gentile che tentava di rincuorarmi.
Mi calmai ed alzai lo sguardo.
Attraverso la nebbia delle lacrime che mi velavano gli occhi, vidi uno dei miei colleghi che mi sorrideva e mi porgeva una sigaretta già accesa.
Accettai e mi calmai del tutto con il fumo.
Guardai meglio il mio nuovo amico: una testa pelata, due occhi grandi e profondi, e un’espressione che mescolava insieme compassione e ironia.
«Benvenuto nel mondo, amico.»
Già, quello era il mondo, quello vero, quello che mi era stato pietosamente tenuto nascosto per quasi vent’anni.
Il mio nuovo amico doveva aver letto la storia della mia vita nel mio sguardo, lui che, probabilmente, il mondo lo conosceva già.
Ritrovai un po’ della mia ironia e, nel guardare quell’inferno puzzolente che si allontanava, gli risposi sorridendo:
«Beh, se questo è stato il mio ingresso nel mondo reale, mi  chiedo come diavolo sarà l’uscita.»

© Ezio Amadini, 20 marzo 2004

L'Autore

Ezio Amadini

Nato a Roma nel 1956, ha una laurea in Economia e Commercio. Figlio di un giornalista parlamentare e di una colta casalinga, entrambi divoratori di libri, ha avuto la straordinaria fortuna di crescere in un ambiente intellettualmente stimolante. Ha lavorato in Medio Oriente, per poi dedicarsi alla consulenza aziendale nel controllo di gestione e dei sistemi informativi.

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