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IL PALAZZO CHE UCCIDE

IL PALAZZO CHE UCCIDE

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Ho lasciato ordine che la busta contenente questa lettera venga aperta solo dopo la mia morte, ormai imminente.

È passato quasi mezzo secolo da quel 12 maggio 2076, giorno in cui il lustrissimo Gianni De Misteris III fu trovato morto nella cavana della sua abitazione, il famosissimo palazzo Dario. Ebbene sì, Gianni De Misteris III l’ho ucciso io, Lucrezia Grimana. Ciò che ha guidato la mia mente e la mia mano e mi ha fornito un alibi impenetrabile è stata la trista atmosfera che da sempre ha circondato Ca’ Dario, la tragica aura di morte che l’accompagna dal 1487 allorché il palazzo cominciò a sorgere dalle acque del Canal Grande.

Nel giorno in cui Gianni fu trovato esanime, riecheggiò con morbosa dovizia di particolari il rosario di incidenti che dal XV secolo aveva reso lugubremente famoso il palazzo voluto da Giovanni Dario, segretario della Serenissima Repubblica a Costantinopoli.

Lui stesso ne era stato la prima vittima: cadde in disgrazia e fu allontanato dal Maggior Consiglio. E sua figlia morì di crepacuore. E poi Giacomo Barbaro, procuratore a Candia, ucciso in un agguato. E ancora tale Arbit Abdoll, commerciante armeno di diamanti, il quale ben presto morì in miseria.

Si pensò che forse l’arte sarebbe stata immune dal macabro destino. Non fu così, perché anche l’inglese Rawdon Brown, amico di John Ruskin e studioso della Dominante, fu coerente nel suicidarsi abbracciato a un suo compagno di delizie.

E venne Charles Briggs, americano. La pragmatica irruenza del nuovo mondo avrebbe certamente spazzato via tanto turbamento. Invece, irretito in intrighi definiti balletti verdi dalla stampa e poi diventati sinonimo di intrallazzi particolari, di lui si persero le tracce, si seppe solo dopo molti anni che il suo amante si era suicidato in Messico.

Più il tempo passava, più un sentore di morte trasudava dalle strutture sghembe di Ca’ Dario. Il conte Filippo Giordano delle Lanze, anch’egli poco sensibile alle morbide attrattive dell’altro sesso, preferiva aprire saloni e alcove a ospiti decisamente più rigidi e virili. Uno di essi, un brutto giorno, lo colpì alla testa con una statuetta. Si fransero sia la testa che la statuetta, quest’ultima di notevole valore.

A lunghe parentesi di apparente guarentigia seguivano risvegli durante i quali il palazzo dimostrava il suo inalterato e ineluttabile potere. Lo scampolo che chiuse il secondo millennio vide aggirarsi in quei saloni carichi di pathos, riportati una volta ancora agli antichi splendori, un ravennate di nome Raul. Egli usò il suo sanguigno impeto romagnolo per farsi largo tra avversari concreti ma anche fatti d’ombra, trascurando opportuni suggerimenti di cautela nei confronti di questi e di quelli.

Le acque del Canal Grande tornarono a riverberare le luci dei lampadari di Murano, ma nulla valse. Non passò molto che un colpo di pistola spense un’altra vita e anche quelle luci.

Già il lustrissimo Gianni De Misteris I aveva avviato Venezia sulla strada di un nuovo Rinascimento portando a buon fine il suo progetto illuminato di fare della città lagunare la sede dell’Expo internazionale.

Quello era stato l’inizio. Da allora fu tutto un fiorire di iniziative, l’una più avveduta e ingegnosa dell’altra: metrò sublagunare e aereo, plastificazione della periferia come iperset a uso della televisione globale, cintura elettronica intorno al centro storico trasformato in club esclusivo accessibile unicamente con MagicWorld Card, barriere fisse antimarea e sistema computerizzato per livellamento acqueo nella zona turistica Exclusive Top Class, sostituzione di ogni tipo di natante con minuscole policrome gondole elettroniche Aquacab diventate famose in tutto il mondo anche nella versione a ruote, parcheggio automatico subacqueo con sistema DACUL – De Misteris Advanced Central Ultramatic Lagunapark – scavato nelle radici millenarie della regina dell’Adriatico in parte visibili attraverso oblò panoramici di plastovetro.

È da dire che la naturale frenetica attività di Gianni De Misteris I era stata pungolata da iniziative che avrebbero potuto togliergli certi primati. Per esempio, già alla fine del secondo millennio un certo Sheldon Adelson aveva costruito un’altra Venezia a Las Vegas, nel Nevada, vera e propria clonazione tecnologica. Un altro americano, Charles Robinson, aveva messo occhi e portafogli su un tipo di barca che praticamente non provocava moto ondoso, il che poteva anche andar bene, ma meglio decidere in casa propria se fare o non fare certe cose.

Il grande Gianni I riuscì a battere ogni concorrenza sul tempo e vinse. Tra tante opere straordinarie trovò tempo e danaro anche per raddrizzare Ca’ Dario e le altre settantasei costruzioni originali sopravvissute, così anche a Venezia apparvero finalmente superfici squadrate e linee a piombo.

Ma torniamo a me, Lucrezia Grimana. Stanca delle continue, volgari ed esplicite attenzioni che Gianni rivolgeva a qualsiasi essere di conformazione femminile indipendentemente dal grado d’intelligenza e dalla percentuale di organi cibernetizzati, il 12 maggio 2076 piazzai una microcapsula di Y17 nel box del suo aquacab. La microcapsula era regolata per aprirsi solo quando Gianni avesse digitato il codice per chiamare il box dal parcheggio automatico centrale e farlo emergere nella cavana di Ca’ Dario. Sapevo che quella sera avrebbe usato il suo aquacab per recarsi da quella mezza androide proprietaria di palazzo Labia che bastava gli sorridesse per mandarlo in gloria.

Quando Gianni digitò la sequenza, il box si staccò dal parcheggio modulare subacqueo, la microcapsula liberò l’Y17 saturandone l’interno, il box proseguì in immersione lungo il Canal Grande fino a emergere nella cavana dove Gianni lo aspettava. Il computer ordinò al portello a chiusura ermetica di aprirsi, la nuvola di Y17 investì Gianni e lui non ebbe nemmeno il tempo di emettere un lamento. Ovviamente feci sparire subito la microcapsula (è noto che l’Y17 si dissolve rapidamente all’aria aperta e non lascia traccia nell’organismo umano), e così nacque il mistero della morte del lustrissimo.

In questo modo, oltre a ottenere adeguata soddisfazione, trassi da un lungo torpore la tradizione di Ca’ Dario ridandone l’antica anche se ambigua nomea di palazzo che uccide.


P.S. Noto con disappunto che da quando questo accadimento ebbe luogo, palazzo Dario è rimasto disabitato. Ho impartito disposizioni affinché tutti i miei averi vadano a chi lo riporterà, a suo rischio, in vita.

Immagine tratta da Bluveneziano

L'Autore

Renato Pestriniero

Renato Pestriniero, veneziano, sposato, una figlia. Fino al 1988 capo reparto presso la filiale veneziana di multinazionale svizzera. Dal suo racconto “Una notte di 21 ore” il regista Mario Bava ha tratto il film “Terrore nello spazio.” Esperienze televisive, radiofoniche, fotografiche e figurative.

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