La copertina è World © di Roberta Guardascione
disegnata appositamente per Cose da Altri mondi.

Scelti dal Direttore

Che cosa accade alla tua mente di scrittore quando viene scovato (e pubblicato) un racconto da te scritto qualcosa come 24 anni prima? Nulla: panico! Un sano e controllato senso d’ineluttabile vulnerabilità. Regola numero uno, respira; regola numero due, fattene una ragione. Ogni viaggio comincia da un primo traballante avanzamento del piede. Inutile piangere sull’inchiostro versato. Se sei arrivato dove sei ora, lo devi anche a una storia accaduta 24 anni fa a uno dei tuoi personaggi, ovviamente ben lungi dall’essere tra i tuoi più riusciti. Tant’è… ringrazi, sorridi e tiri dritto sulla tua strada. Buona lettura!

Dario Tonani

(Fantasia, Raccolta Millelire n. 5, Stampa Alternativa, 1995)

I piccoli piedi, nudi e sudati, corsero convulsi fra i filari; alzando nella notte sbuffi di terriccia arsa… facendo crepitare le foglie secche nel silenzio. La minuta sagoma ingobbita ansimava roca, senza fermarsi. Concitata, fremente. La torcia che teneva nella mano destra divenne un’esile stella filante di luce. Gli steli dorati delle pianticelle di granturco sferzavano le spalle e il viso della figura buia e, spezzandosi all’impeto di una simile carica, si piegavano a  terra tremolanti… dopo aver rubato dalle  umide guance del fuggiasco qualche timida goccia di sudore. Stretta nell’altro pugno sbatacchiava nell’aria la coda di un gatto morto. Il corpo senza vita teso come una nera bandiera al vento di quella folle corsa. La fiaccola minacciò di spegnersi e la sagoma, incurante, si portò l’avambraccio davanti al naso e si ripulì del muco strofinandosi più volte la pelle glabra e scura. Tirò su rumorosamente con le narici senza esitare un attimo. Una pannocchia gli si abbatté sulla fronte. Ma la corsa non subì alcun rallentamento. Poi la figura nel grano emise un urlo selvaggio, roteò per la coda il macabro trofeo che teneva nella mano sinistra e si lasciò cadere inerte sulle ultime propaggini della massicciata di pietruzze taglienti. Lì, i filari di granturco terminavano improvvisamente, tagliati da un solco di notte buio come la pece. La torcia agonizzante rimase a fumigare silente. Il corpo acquattato nell’oscurità ansimava profondamente, le membra scosse dai fremiti, la fronte imperlata di minute goccioline salate. Le labbra arse dalla sete.
Qualche metro oltre, i filari di granoturco riprendevano la loro svogliata geometria di follia. Ma il campo era spoglio; una nuda ferita di tenebra che si estendeva per chilometri in entrambe le direzioni. La bocca ansante sputò per terra; la sagoma adagiò qualche secondo una guancia fra i ciottoli anneriti e prese a strisciare… oltre le labbra della ferita. Facendo forza sui gomiti e dimenando le anche con le rapide movenze di una lucertola. La fiaccola si spense. Il corpo della bestiola morta grattò le pietre aguzze, trascinata da un pugno madido di sudore.

***

LA bocca del bimbo si stampigliò sul vetro della finestra; una piccola ciambella scarlatta sormontata da due occhioni vivaci.
– Piantala di leccare i vetri, Nico!
– Non è pulito? – ribatté il bambino prontissimo, spostando il capo all’indietro senza però voltarsi.
Sua madre lasciò cadere il mestolo nella pentola e fece per muovergli incontro. – Mica per appiccicarci su le gengive.
Nico vi adagiò sopra di nuovo la bocca semiaperta e aggricciò le labbra come se avesse trovato un nuovo interessante argomento per disubbidire. – Cosììì? – domandò furbescamente e la sua voce uscì con una nota strapazzata, come quando, stanco di fare la tromba con le bucce delle pannocchie, si metteva a parlare attraverso la foglia. Fino a che le fibre verdi non si spezzavano e non ne sortivano le sua labbra umide di saliva.
– Staccati dalla finestra! – intervenne il padre in tono burbero. – Scendi da lì o vengo a suonartele.
Il cascinale degli Stanzani dominava i campi dorati a sud del paese e la ferrovia che per un lunghissimo tratto si perdeva tra i filari… sino al vecchio camposanto. Più oltre, sempre occultati alla vista dagli alti steli delle piante di grano, i binari compivano un’ampia curva e s’inoltravano verso orizzonti lontani. I campanili di Barciano e di Borgo Derizzi e le fattorie diroccate di San Massimo in Piano. Il buio torrido della notte riversò il suo nero inchiostro sui vispi occhietti di Nico Stanzani. Il bimbo sorrise e i suoi denti da latte grattarono il vetro impolverato. – Scendi, ti dico! – sbottò il padre, battendo forte una scarpa sopra l’assito di legno.
Nico, in ginocchio sulla sedia, fece una smorfia alla notte e si adoperò per smontare dalla sua postazione e riguadagnare il centro della cucina. Si mosse adagio, senza mai distogliere lo sguardo dall’ammaliante oscurità dei campi.
A un tratto si voltò e gridò: – C’è una luce là fuori… nel grano! – La voce gli tremava per l’eccitazione.
Padre e madre si scambiarono un’occhiata perplessa e si diressero alla finestra.
– È il Giulio, vero? – domandò Nico.
L’uomo scosse il capo.
– Sì è il Giulio – intervenne la madre. – Ma tu dovresti andare a letto.
– Fammelo guardare, mamma. Ci ha una fiaccola, vero?
Reverenza, esaltazione e paura danzavano sul volto del bimbo in un oscuro ombreggiare d’immagini. Ogni comparsa dell’essere fra il grano era accompagnata da mistero, felicità e… dolore. Un miscuglio che Nico pareva trangugiare d’un fiato, incapace di discernere goccia da goccia, rosolio da veleno. Le labbra si poggiarono un istante sul vetro e poi si ritrassero immediatamente, come se scottasse. – Guarda come fila!
Pensò a Marzio, in fondo alla strada di ciottoli, e al volto ridente di Vito… che abitava costantemente una faccia di lucida demenza. E vide Scarpetta appoggiato al porticato della stalla, con lo sguardo fisso nel vuoto. Probabilmente stavano tutti sbirciando nelle tenebre asciutte del grano. Il caldo opprimente di quel settembre non era alleviato neppure dal calare del sole: ovunque si mostravano i segni della siccità e della sete. I visi erano sempre velati da uno strato bagnato e trasparente… e il piccolo Nicola non risparmiava mai di usare la sua impertinenza arguta quando la brocca dell’acqua arrivava sul tavolo d’acero della cucina.
Mica ci hai sudato dentro, mamma? Nella brocca? Non è che si beve tutti la stessa roba che la mamma fa con la fronte?
La donna estrasse un fazzoletto logoro dalla tasca della gonna e si asciugò le guance.
– Caspita quant’è veloce. La fiamma della fiaccola è sottile come un dito.
Nell’oscurità la luce fioca baluginava tra i filari, smorzandosi e ravviandosi simile alla cenere di una sigaretta. – Sembra una lucciola, no? – azzardò la donna, mentre con una mano arruffava i capelli paglierini del figlio. Un grido di eccitazione si affievolì in lontananza. Nico emise un fischio fra i denti. Il padre, in piedi immobile nel centro della stanza, si mordeva il labbro inferiore con espressione corrucciata. La minuscola luce nel buio dei campi si spense.
– Ah, non proprio come una lucciola, mamma. – argomentò Nico calandosi dalla seggiola. Il suo tono pareva compito e saccente. – Caspita, proprio no. Il Giulio è mille volte più veloce. Non c’è lucciola che…
– Basta!
Il padre batté nuovamente una scarpa e ottenne un silenzio imbarazzato e improvviso… quasi impalpabile. Nico si volse impietrito, in lotta per trattenere i lacrimoni che volevano tracimargli dalle orbite. Ecco che arriva l’acqua che fanno i miei occhi, pensò. Non quella della brocca, un’acqua diversa…
Il padre prese a sfilarsi la cintola dai passanti dei pantaloni. La donna abbassò la fronte e andò a piangere sui fornelli. – Piero – farfugliò tra i singhiozzi. – Non lo battere. Andrà a letto.
– Subiti subito – intervenne Nico. – Non è che l’ho proprio visto il Giulio. Mica è la stessa cosa vedere la sua fiaccola che fila veloce. Non come guardarlo bene. Andrò di corsa a dormire.
Le lacrime cominciarono a colargli sulle guance. Il padre si arrotolò lentamente un tratto della cintola attorno al pugno serrato. Un solo giro; il cuoio accarezzò le nocche e ritornò nel palmo, dove le dita si strinsero con forza. La fibbia di metallo penzolava nell’aria torrida della sera, all’altra estremità.
– Non mi piace farlo – berciò l’uomo con espressione arcigna. – Sai bene che non sono io a volerlo. È Giulio che lo vuole e io…
– NO! GIULIO NON LO VORREBBE MAI! – strillò Nico. – MAI! Se solo lo sapesse…
La sua vocina si spense rassegnata.
Se solo lo sapesse, ti farebbe vedere… Ti porterebbe alla rotaia come fa con i suoi animali morti…  E con il coltello…
– Piero! Credo che il Giulio non lo vorr…
– Piantatela! Sapete che non è come dite. Il Giulio è un verme, è un demone. È quello che non dobbiamo essere… e che i nostri figli non dovranno mai diventare. Il Giulio è un ammonimento, viene per educarci. E dai filari di grano ci dice cosa dobbiamo fare e chi dobbiamo essere.
Il suo sfogo s’indurì e si tradusse in una morsa più tenace attorno alla cintura. L’uomo prese il figlio per un orecchio e lo trascinò accanto al tavolo. Le fronti di entrambi erano zuppe di sudore. La donna si voltò e salì i gradini di corsa, nascondendo il pianto nel fazzoletto sgualcito.  Un’oscura superstizione l’aveva convinta che il bimbo che teneva in grembo potesse spalancare gli occhi nel liquido amniotico e scrutare gli orrori del mondo. Destato alla vita dai toni aspri che usavano gli uomini durante le liti. Nico fissò per alcuni istanti gli occhi in quelli del padre. Il Giulio ti ammazzerebbe…
Poi accondiscese a piegarsi con la testa a pochi centimetri dal grosso tavolo di cucina: afferrò i bordi scheggiati, li strinse forte sino a che le nocche non sbiancarono completamente e attese.

***

GIULIO strisciò ancora per qualche metro, distese le braccia in avanti e poggiò le braccia sul tiepido metallo della rotaia. Il contatto gli diffuse in tutto il corpo un calore dolce, una febbre d’oblio, leggera e corroborante. Sondò con i polpastrelli la superficie perfettamente levigata, il silenzio brunito del metallo. Spostò rapide le dita, come sui tasti di un immaginario pianoforte. Le sue unghie incontrarono alcuni segni ormai familiari: incisioni, scalfitture, tacche profonde. Sorrise nell’oscurità. Trascinò davanti al suo mento il corpo del gatto morto, si coricò su di un fianco ed estrasse dal fodero che portava legato alla cintura un grosso spaccaossa. Ne saggiò la lama con il pollice e sorrise di nuovo. Depose il cadavere della bestiola orizzontale sulla rotaia, sollevò nell’aria lo spaccaossa. All’estremità dei filari, udì un coro di urla; pianti e gemiti che si alzavano e abbassavano al ritmo di improvvisati colpi di scudiscio.
La lama calò con violenza. La carne si lacerò; le ossa si spezzarono; il metallo della rotaia suonò una nota stridula e accese nella notte una scintilla che inargentò per una frazione di secondo il filo della lama. Sangue e umori nerastri sprizzarono in faccia a Giulio con l’ardire di uno schiaffo. Si ritrovò fra i denti candidi un marcio fetore di carne guasta. Si passò voluttuosamente la lingua sulle labbra e calò più volte lo spaccaossa sui miseri resti della sua preda. La sminuzzò, la squartò e quando fu una poltiglia di pelo ruvido e di schegge taglienti, adagiò l’orecchio sulla rotaia (il contatto gli scottò il lobo)… e la sentì bere…
BERE…

***

PIETRO Stanzani spalancò l’uscio di casa e si fermò sotto il portico. La notte era calda e illune, e il cielo aveva una vaga luminescenza rosata. Il policromo effetto di un’afa che inzuppava le lenzuola e gli incubi. Guardò l’immensa distesa dei campi di granoturco. Gli steli erano secchi, bruciati, ma sembravano velati da un’iridescenza adamantina. Si appoggiò a una elle colonne di ardesia; la pietra era calda e umida. Al tatto dava la sensazione di polpa, di carne viva. Ritrasse la mano e se la cacciò in tasca. Aveva una sete terribile. Gli giungevano alle orecchie i gemiti remoti del piccolo Nicola e le timide parole di conforto i sua madre. Non c0era senso di colpa nel suo cuore, né rimorso o pena; aveva fatto semplicemente quello che tutti i padri del paese avrebbero fatto. E forse meglio, dato che Alberico Lenzi usava il manico della roncola per battere su figlio e Vito aveva imparato a far sbocciare dalle labbra un sorriso ebete e vuoto; chiaro indizio di una ferita alla testa. Quando fosse stato più grande, Nicola avrebbe capito e il suo rancore si sarebbe sciolto in una ponderata e matura gratitudine. La notte afosa gli strappò dalle guance goccioloni di sudore… come lacrime di donna. Serrò i pugni nelle tasche fino a sentire le unghie conficcarsi nella carne e un umore tiepido colargli nelle rughe delle mani. Rimettendosi la cintura aveva saltato un passante; la camicia sbottonatagli si era appiccicata alla pelle ed era maculata di chiazze brune. Deglutì a vuoto. Aveva la gola completamente asciutta, cotta, bruciata. La sete lo tormentava impietosamente. Pensò a Giulio, giù alla ferrovia, chino sui binari caldi; o accovacciato tra i filari, vestito soltanto della sua cintola e del fodero della sua lama… e con un crocefisso di ossicine di pollo che gli ballonzolava sul petto glabro. Un ragazzino. Due occhi bianchi come chiari d’uovo; famelici e vigilissimi. Lo sguardo ferino di un predatore, la testa che si muoveva a scatti, la pelle cotta dal sole e ingrommata di sporcizia e di sangue rappreso…
Laggiù, nel grano…
Con gli occhi della mente, la vide acquattata sui talloni; dondolandosi avanti e indietro, i bulbi oculari candidi come schiuma di birra nella carnagione olivastra; i ciuffi di capelli corvini che gli cadevano sulla fronte. E lui li scostava con un soffio di alito maleolente, un tanfo di marcio e di piaghe in suppurazione.
Mangi quello che ti lascia la rotaia. Carne cruda e secca.
Piero scrutò per un’ultima volta i filari immersi nelle tenebre. Le cicale intonavano la loro assurda sinfonia. Non hai sete, Giulio? Mai…? Si voltò per rincasare. Giulio era il cattivo esempio, il destino da evitare, il libro da non leggere e lasciare ammuffire nel freddo tra le ragnatele. Piero Stanzani si sentiva un buon padre. Ogni genitore avrebbe fatto come lui. Giulio viveva nel grano per convincerlo che era nel giusto, quando la fede vacillava e lo prendeva la rabbia. Quando la cinta s’inceppava nei passanti dei calzoni e le lacrime di suo figlio urlavano pietà con tutto il fiato… Giulio era lì attorno, tra i filari di granoturco, a guidare la sua mano. Piero si sentiva a posto con la sua coscienza. Ogni genitore avrebbe massacrato di botte il proprio figlio perché non diventasse come Giulio del Grano. Giulio era nudo… Giulio era marcio… e un mostro… Che Nicola fosse pure come Vito Lenzi, che serviva messa con il ghigno folle di chi vede danzar farfalle nel vuoto. Butterato in faccia e con la bava che gli si gonfiava fra i denti come grosse bolle d’acqua e sapone quando parlava. Oppure Scarpetta, taciturno e cupo; le guance lacerate dalle unghie.
L’uomo, con il sangue che gli scorreva in rivoli fuori dai pugni serrati, sputò in bolo di saliva nella polvere sotto il porticato.
Giulio era giusto. A suo modo, in una strana e oscura maniera, era un dio. Forniva l’esempio malvagio, l’ombra perché ci fosse la luce.
Il grano dorato è luce. E Giulio è l’ombra nera che vi si nasconde… per insegnare, per istruire, per educare… Perciò era giusto battere il piccolo Nico… che aveva colto la macchia nera della luce, che aveva visto il buio e se n’era nutrito…
Avrebbe picchiato anche il bimbo che sua moglie Adele portava in grembo, un giorno. Si fermò sull’uscio e una calda folata d’aria gli portò alle narici l’odore dei campi di grano. Tanfo di sangue e di polpa imputridita. Perché ovunque il granoturco emanava un lezzo di carogna , un nauseante odore di rancido e di guasto? Un fetore che la calura esaltava nell’eccesso? Piero entrò in casa e bevve due caraffe d’acqua; d’un fiato, direttamente della brocca.

***

RANNICCHIATO nell’esile ombra degli steli scheletrici, il ragazzino del grano consumò un frugale pasto e aprì il libro che teneva sepolto in una buca segreta. Lo aveva letto un migliaio di volte e aveva scavato nascondigli per tutto il campo. Le pagine erano imbrattate di luridume e di saliva. Lacerate dalle unghie e annerite dalle innumerevoli esumazioni. Giulio pronunciò un paio di sillabe a voce alta e rise sguaiatamente nella torrida afa del mezzogiorno. Sebbene il ragazzo fosse completamente inselvatichito, il libro gli consentiva una pallida percezione del mondo civile. Quel libro era il suo specchio, la sua tela di ragno che l’ancorava al mondo che brulicava fuori dai filari del grano. Seppellirlo e ritrovarlo era un po’ come crescere, come celebrare un compleanno e soffiare sulle candeline della torta. Ogni volta che lo cavava fuori da una nuova buca, Giulio invecchiava:
E Giulio aveva millecentosettantanove anni.
Questo perché Giulio del Grano conosceva i numeri e sapeva contare… e poteva valersi di avere una memoria affidabile. Se non l’avesse avuta, Giulio non sarebbe più stato in grado di ritrovare il libro sepolto, non avrebbe più potuto invecchiare… e sarebbe morto. Nel grano. Contemplò il cielo e pronunciò altre due sillabe. Più tardi sarebbe andato a caccia e avrebbe potuto portare da bere alla rotaia. Più tardi… Corrugò la fronte, si mise il libro sotto un’ascella, si alzò e sfrecciò come una saetta nei labirinti dei filari di granoturco.

***

DON Anselmo si portò i palmi sudati poco sopra le ginocchia e afferrò la tonaca lisa. Lievemente a disagio la sollevò un poco, scese i due gradini dell’altare e si avvicinò al leggio. Il pavimento di legno mandò stanchi crepitii di rassegnazione. Tutta la chiesa di San Chieve era stata costruita in legno e, la domenica,  i passi dei fedeli risuonavano come un mormorio di preghiera. Le panche esalavano sinistri lamenti. Don Anselmo si fermò davanti  al grande libro del Vangelo e scrutò i parrocchiani in silenzio, a lungo. Il sole che filtrava dalle vetrate disegnava sui volti espressioni cupe, infastidite dalla luce; fronti corrugate, occhi strizzati, sguardi che sbirciavano tra le ciglia come dai filari secchi del grano. Sulle assi del pavimento, l’oro del sole settembrino apriva enormi macchie luminose. Il prete appoggiò le mani sul leggio. La gente attendeva ansiosa agitando ventagli o passandosi fazzoletti lungo le guance. Le suole costringevano le asi di legno a un continuo lamento.
– Sembra di essere su una barca – bisbigliò Nico alla madre. – Questa chiesa è proprio come stare sopra una barca nel mare.
Il suo sguardo vispo aveva colto i volti accigliati di tanti amichetti; visi abbattuti, con le lacrime trattenute a stento. Tutti erano in piedi. Nessuno escluso. Simili a chiodi che avessero deciso di non infilarsi nel pavimento della chiesa.
Della barca…
Qualcuno tossì.
– Ebbene – esordì Don Anselmo. – Non è che manca qualche panca fra di voi? – Sorrise appena a quella battuta impacciata.
Nessuno si sciolse, ma qualcuno approfittò per muovere più velocemente il proprio ventaglio.
– Oggi vedo che sono tanti, i piccoli in piedi. E tutti con i segni delle botte nei calzoni; ritti, composti. Quel piccolo demonio nel grano è dunque tornato a scorrere negli sguardi dei vostri figlioli. – Pescò dalla tunica un fazzoletto e si asciugò la fronte. – Guardare il contorno dell’ombra non è peccato grave, e Nostro Signore, a chi si pente, domanda solo una minuscola punizione e una promessa di bontà. I bambini che seguono la Santa Messa in piedi hanno avuto la loro punizione. Vederli in chiesa oggi mi induce a credere che nei loro piccoli cuori, di fronte al crocefisso, facciano la promessa che il Signore e noi tutti vogliamo da loro. I contorni del male sono anche i contorni del bene. Talvolta nella nostra vita, nel percorso di luce dorata, si spalancano delle zone d’ombra, si aprono le voragini della tentazione. Scrutare nell’abisso è umano… è cristiano!
La sua voce tuonò sull’ultima parola  come un sasso lanciato contro un muro.
– È cristiano riconoscere il male e tenerlo lontano dal nostro cammino. E la luce di un cristiano… – Il tono tornò ad assumere la durezza della pietra. – …è la luce che fuga le tenebre, che ci riconduce sul sentiero dei giusti… che ci trattiene dal cadere.
Nico voltò il capo e fece un cenno a Marzio. Questi tirò su col naso e sbirciò di lato verso Ninetto.
– …le ombre che Nostro Signore ha messo davanti ai nostri passi sono la testimonianza del suo monito, la sua voce è l’appello a cui vuole che tutti rispondiamo in coro… nella grazia e nella gioia.
Le facce degli adulti erano impassibili maschere di serietà, che soltanto il caldo e le mosche torcevano in espressioni contrite. In loro la fiamma della fede cieca era alimentata da un vento impetuoso. E in quella tormenta di vento sembravano trovare conforto e speranza. Non c’erano afa né mosche nella loro fede; in quel vento, il sudore non rigava le guance e le donne non soffrivano per i capelli trattenute da pudiche acconciature.
– …le ombre sono le prove che dobbiamo superare. Per avvicinarci a Lui. Perché il nostro raccolto giornaliero sia l’amore dei nostri cuori per Lui…
Ninetto lanciò fra i denti un sibilo soffocato e richiamò l’attenzione di Leo. Questi gli strizzò l’occhio e diede un colpo di tosse. Scarpetta si voltò e gli sorrise. Poi si tolse qualcosa dalle tasche…
– Talvolta fra le nostre sementi troviamo un chicco nero…
Nel silenzio le parole di Don Anselmo erano un alito fresco, un succo puro da sorbire adagio. La sete che si placava, le labbra che si sollevavano dal frutto… non più secche e arse ma dolcemente morbide. Seta, velluto, una pellicola profumata con il gusto di un bacio.
– …e quel chicco lo dobbiamo gettare, se non vogliamo che danneggi il nostro campo passando la malattia alla pianticella vicina e da questa a quella accanto, fino…
Nico lanciò un’occhiata a Scarpetta e si portò il palmo alla bocca trattenendo uno scoppio di risa.
I bambini erano come pianticelle infette. Ritte nella chiesa ferita dalle lame di sole… Siamo semente matta, chicchi neri… e ci passiamo la gramigna l’un l’altro… come un cono gelato da leccare uno per volta. Un cono alla frutta da mangiare in dieci…
Deglutì e il padre gli allungò uno scappellotto con sguardo severo.
– …fino a far marcire l’intero raccolto.
Alle sue spalle Vito Lenzi esplose in una grassa risata. La sputò dalle guance gonfie, con l’alito che sapeva di limonata fredda.
Don Anselmo fece una lunga pausa e si corrugò la fronte. Si sentiva esausto e c’era qualcosa di strano che aleggiava tra le panche. Un muoversi circospetto, un agitarsi controllato… Era l’odore di pioggia in un mezzogiorno d’afa, con il cielo lattiginoso ma sgombro di nubi. Forse era il caldo. O probabilmente i giochi d’ombra e le mosche che portavano piccole e frementi macchie di tenebra nelle torride lame di luce.
Continuò: – Riconoscere la semente matta e gettarla è da buoni cristiani… è superare la prova… è porgere a Nostro Signore il nostro amore puro, fargli dono del nostro raccolto migliore… Il buio che Dio ha messo nel nostro grano, il demonio che si muove tra i filari…
Dietro a lui, Paolino e Vito, i due chierichetti, si muovevano inquieti. Ne percepiva il respiro irregolare, dilatato dagli echi dell’abside. Non voleva voltarsi, non in quel momento cruciale.
– …è la prova che ha seminato il Signore nel nostro granoturco, nelle nostre vite; è la testimonianza d’ombra che ci deve mantenere nella luce. non è una prova difficile, cari fratelli. Le risate di Vito sono la scelta di gioia degli uomini giusti. Allegria sana, e questo lo dico per le malelingue che fanno girare brutte voci.
Desiderava chiudere in fretta e rimproverare con uno sguardo accigliato l’irrequietezza dei due chierichetti. Il caldo era eccessivo. E il silenzio lanciava sospetti moniti di pioggia. Nella penombra, in fondo alle panche, qualcosa si muoveva circospetto.
– …e non dovete temere. Dio è con voi. Con la cinghia dei vostri uomini.
Stranamente si accorse che i bambini erano tutti immersi nella penombra. Era curioso come nessuno di loro fosse trafitto dalle stilettate di luce che tanto distorcevano le espressioni degli adulti. Erano funghi ritti nel buio, chiodi che sporgevano da un pavimento occultato nell’ombra. Si era spinto troppo oltre con l’immaginazione? E quel suo cenno alla cintura dei padri… non era stato eccessivamente esplicito? Tossì e si passò nuovamente il fazzoletto sul viso. Era madido di sudore…

***

IL gioco è in mano a Scarpetta…
Nico sorrise e si sentì nella schiena gli occhi roventi del padre. I capelli gli si rizzarono sulla nuca.
Era probabile che Scarpetta avesse fatto le cose per bene. Lui andava e veniva dai filari del grano. E sapeva più cose sulla ferrovia si quante ne sapesse Don Anselmo. Sapeva che c’era sempre del sangue laggiù… e si trovavano carogne di animaletti morti. Orrendamente squartati e spolpati…
I colpi di tosse si fecero sempre più frequenti. I ventagli parevano ali di cornacchie impazzite. Don Anselmo soffocava la sua irrequietezza nel fazzoletto, e molte parole della sua predica si fermavano nel cotone umido e stazzonato.
Privo di forza, come intrappolato da uno strano vischio, Vito si era tolto il pugno chiuso dalle labbra e seguitava ora a ridere senza ritegno. Ma Don Anselmo sembrava che non lo sentisse, che non potesse udire il suono osceno di quella risata. Il piccolo Nicola aveva le lacrime agli occhi dal divertimento.
Scarpetta gli aveva portato in una boccetta un po’ di quel sangue e gli aveva raccontato di aver sentito strani rumori… “Come se i binari si fossero messi a bere il sangue e a gorgogliare, e a succhiare con una sete mostruosa…”
Il caldo era divenuto insopportabile e la statuaria compostezza degli adulti mostrava l’intenzione di sciogliersi come una candela al sole. Il marmo dei loro volti sudava copiosamente. I bambini invece parevano aver dimenticato il dolore al sedere che li aveva costretti a rimanere in piedi: seguivano la funzione con una dignità insospettabile, forte e compita. Qualcuno di loro rideva,ma i più si limitavano ad attendere con la gioia nel cuore. Piantati nella penombra, simili a pianticelle di granoturco. Don Anselmo faceva pause sempre più lunghe. La sua predica era diventata una sequela di sproloqui e colpi di tosse, di sguardi furenti e di scatti nervosi, di silenzi e di urla… Nico si spostò leggermente di lato. Salì sull’inginocchiatoio (suo padre, in altre occasioni, gliele avrebbe suonate violentemente, per questo. A casa, naturalmente, non in chiesa), passò davanti alla madre e si defilò lungo l’estremità della panca. Lì si piantò immobile; un chiodo arrugginito conficcato a mezzo nel pavimento di assi di legno.
I bambini non erano forse chiodi arrugginiti conficcati a mezzo nelle scarpe strette? Non era così che aveva detto quell’idiota di Vito Lenzi?
Nessuno si era mosso per fermarlo. La sensazione di bruciore che gli era fiorita in mezzo alle scapole si era rapidamente attenuata, sino a spegnersi del tutto. Lo sguardo di suo padre era concentrato altrove… Nel punto dove guardano i dementi e i bacati di zucca… I fuori di melone… Proprio davanti a lui, giusto come i pazzi… quelli senza una rotella… Sua mamma era cera che si scioglieva. Gli occhi vacui e lontani, l’espressione di un fiore che avvizziva. guardandola, Nico si chiese cosa ne sarebbe stato del suo fratellino (desiderava un maschio). Si sarebbe accartocciato come un sacchetto di cellophane sul fuoco? Di quelli che porta a casa la mamma con la spesa. Li metti sopra le fiamme e si appallottolano, si restringono. Muoiono e li senti urlare nel silenzio del fuoco che li divora… Presto mio fratello griderà come un sacchetto di cellophane nel camino…
Vide i compagni allontanarsi dalle loro panche, scavalcare il babbo e la mamma… e lasciare vuoto il posto nel mezzo; due statue dementi a guardia di uno spazio libero nel legno. Quello mai occupato, a misura di un piccolo sedere martoriato dai lividi. Sagome silenti che la luce non accarezzava. Ventagli e fazzoletti presero a cadere sul pavimento come foglie secche d’autunno. I bambini li superavano con attenzione, alzando i piedi con le scarpe della festa. Sul pavimento maculato della chiesa sembravano ali di uccelli morti. Corvi e colombe. Nico si portò al centro della navata. I piccoli si erano dati convegno lì, dove la penombra era più scura.
– Dov’è? – domandò Marzio eccitato.
– Arriverà – lo tranquillizzò Scarpetta.
– Quando? – gli fece eco un’altra vocina.
Nico s’intromise. – C’è mio fratello nella pancia di mia madre. Voglio sapere cosa mi succederà.
– Forse nascerà. Non lo so.
Don Anselmo seguitava la sua predica in un delirio folle.
– Il prete sembra un disco guasto – azzardò Vito ridendo istericamente.
I bambini si strinsero più vicini l’un l’altro.
– Ho paura – piagnucolò uno dei più piccini.
Inconsapevoli di muoversi, si avvicinarono ancora. Il gruppo era compatto e fremeva di un unico tremito diffuso.
– Siamo chiodi conficcati a mezzo, no? – disse improvvisamente Vito ad alta voce. Per far coraggio a se stesso e agli altri.
Scarpetta sogghignò. – Vito ha ragione. –  Estrasse un coltello a serramanico dalla tasca dei calzoni buoni, afferrò la mano dell’amico e gli chiuse le dita attorno al manico.
– Vai a spegnere il disco rotto.
Vito sorrise nella penombra. – Non vuoi che lo trovi qui, vero?
Scarpetta annuì. Nel silenzio si udì lo scatto della lama che si apriva. Vito si allontanò dal gruppo e si avviò a passi lenti verso l’altare.
– Poi il coltello passa a te, Nico. – berciò Scarpetta in tono acido. – Andrai a far nascere tuo fratello.
Ci fu un lungo silenzio. I passi di Vito risuonarono martellando il pavimento di legno con un’eco distorta. Attorno, nessuno si muoveva. Il sudore aveva smesso di colare lungo i volti immobili. I cuori battevano indicibilmente lenti, stanchi, esausti.
– Andrai, Nico?
– Sì, per mio fratello.
Marzio balbettò un risolino nervoso. Ninetto si morse le labbra. – Poi bruceremo tutto, vero?
– Prima la chiesa e poi i campi di grano – assentì Scarpetta. – Sarà lui ad aiutarci.
Un corpo cadde sul pavimento con un tonfo sordo; un altro scivolò lentamente sotto la panca che gli stava davanti. Il gruppo ebbe un sussulto. Alcuni bambini si scrutarono intorno spaventati, altri riportarono gli occhi bassi verso il centro del piccolo convivio. Sulle tomaie dei loro mocassini lucidi.
Scarpetta schioccò le labbra e si grattò il naso. Qualcuno si volse verso l’altare per vedere cosa stesse facendo Vito.
– Aspettiamo – sussurrò una vocina con tono profondamente amaro. I bambini si lanciarono l’uno contro l’altro rapide occhiate furtive e si misero in attesa.

***

AVEVA le braccia ingrommate di sangue rappreso; macchie scure che salivano fino alle ascelle e al torace completamente glabro. Si sentiva il terriccio fra i capelli e un sudore nero gli colava senza tregua lungo le zampe di gallina attorno agli occhi. Rivoli bui gli rigavano le guance. Giulio raccolse una stilla sulla punta della lingua e la fece sparire fra i denti. La bocca era una voragine di sabbia amara. Quell’estate la carnagione del suo corpo era divenuta scura e asciutta; il sole vi aveva inciso rughe nuove, simili ai tratti di una grafia sottilissima. Fece qualche passo verso la chiesa immersa nel silenzio abbacinante del mezzogiorno e si acquattò all’ombra delle sue pareti sporche. Il grosso libro che teneva stretto sotto l’ascella sinistra gli si era appiccicato alla pelle; opposto al dorso, sul lato più lungo, l’avorio delle pagine era chiazzato dalle gocce del suo sudore. Lo aveva dissotterrato da poco, ma l’acqua che usciva dai suoi pori sembrava averlo lavato con meticolosa pazienza. Giulio si sollevò sulle gambe e sbirciò attraverso una finestra della chiesa. Stampigliò il muso sul vetro reso opaco dalla polvere. Era caldo e amaro come la terra bruciata. All’interno c’era una penombra fastidiosa, intercalata da pozze di luce violentissima. Strizzò gli occhi. Non riusciva a scorger altro che macchie d’ombra chiare e scure. Il sole inclemente dei campi lo aveva reso cieco, silente spettatore di un gioco malvagio.

***

LA risata idiota di Vito ridestò il gruppo da un torpore arcano. Chiuse il coltello a serramanico e si grattò sul collo, Le braccia erano bagnate di sangue e un baffo scarlatto gli sfregiava longitudinalmente le labbra. Continuando a sorridere gettò qualcosa fra le scarpe dei compagni. I più piccoli fecero un balzo e urlarono atterriti; Ninetto aggricciò le labbra e girò la testa; Marzio corrugò la fronte e sollevò uno sguardo incredulo verso il volto ghignante di Vito. Nico rimase a guardare la cosa impietrito.
– La destra – sentenziò Vito eccitato. – Quella che gli serve per additarci. Gliel’ho tagliata perché dicono che l persone sepolte senza la mano destra non possono bussare alla porta del paradiso. È stato difficile con la lama di quest’affare. Non vi sembra un ragno morto?
Alla loro sinistra un altro corpo scivolò dal banco, in una morte senza dolore.
– Un ragno bastardo… – riprese la voce scuotendo il corpo.
Scarpetta si riprese il coltello in silenzio e lo mise nel palmo di Nico. – Vai a tirar fuori tuo fratello o bollirà nel sangue di tua madre.
Uno dei bambini era andato a vomitare in un angolo lontano. L’interno della chiesa si era fatto molto più caldo. Non per i ventagli che avevano smesso di agitarsi e neppure per la canicola di mezzogiorno. Era una sensazione strana, una quasi palpabile percezione di fuoco… Nico prese a camminare lento verso la panca dei suoi genitori. Faceva davvero caldo. Troppo caldo… Era come starsene in cucina in agosto e avere tutti i fornelli del gas accesi… e pentoloni d’acqua sulle fiammelle verdi e…
Fermo di fronte al pancione di sua madre, fece scattare la lama. Gli occhi della donna fissavano un punto imprecisato sopra la sua fronte. Nico ebbe un conato. Le dita gli tremavano.
Mamma,io, io… Vorresti anche tu che nascesse, vero? Lo volevate tu e papà. Anch’io, mamma. Stai buona, d’accordo? Lo tirerò fuori io… Non guardare, mamma. Continua a fissarmi tra i capelli. Ti prego, non far scendere gli occhi…
La vista gli si appannò. L’aria tremava. Era come chinarsi a guardare l’asfalto friggere le gomme delle auto d’estate. Davanti a sua madre faceva ancora più caldo. Sei la pentola, vero mamma? È vero quello che ha detto Scarpetta. State bollendo tutti nel vostro sangue! È per questo che fa così caldo qui dentro. Vero? Bollite… non ho ragione, mamma? Le sue dite smisero di tremare. Una calma misteriosa e rasserenante s’impadronì del piccolo Nicola. Avrebbe dovuto far presto e sua madre non avrebbe guardato giù, non avrebbe visto nessuna lama. Ne era sicuro. Doveva comportarsi da uomo, doveva… Per suo fratello.
Non scottarmi, mamma… Giuralo!

***

IL volto cieco di Giulio attendeva silenzioso, stampato sul vetro di una finestra; come una nera crosta di pane. La punta del naso schiacciata e piegata di lato, le rughe minute disegnate nella polvere di quella superficie insolitamente calda, il suo alitare misurato che creava piccole nubi opache, la saliva che colava simile a gocce di pioggia lentissime… Aspettava che nelle sue pupille si spegnesse il bagliore del sole e dei filari di grano. E potesse scrutare nella penombra della chiesa. Poi avrebbe abbandonato il suo posto di osservazione e sarebbe entrato. Lui e il suo libro.
Giulio del Grano… diventato vecchio di mille anni. Di mille sepolture e di mille riesumazioni; con una memoria di ferro e gli occhi di un gatto… Nudo. Sporco. Assetato. La bocca piena delle sillabe del suo libro. Il cuore, vuota cavità notturna. Sarebbe andato là dentro. Lui e il suo libro maledetto…

***

L’URLO echeggiò più volte con inaudita violenza. Poi si spense lasciando di sè solo un soffocante silenzio. Le espressioni dei bambini tornarono a distendersi; i loro fiati esplosero dalla lunga apnea. Lentamente i respiri si fecero regolari nonostante il caldo torrido. Qualcuno si asciugò in fretta le lacrime dalle guance e dal mento. La mamma di Nico non era stata di parola. Il bambino si fece largo tra il gruppo, allungò le braccine e mostrò a tutti ciò che era accaduto alla sua pelle.
-Raccatta il coltello, Scarpetta -disse con tono acido ma sicuro. – L’ho dovuto portare a calci fin qui. Non posso tenerlo in mano. Non ho più le mani.
Fino ai gomiti, la pelle era coperta di bolle; le ustioni gli deformavano la carne delle dita. – È stata mia mamma. Ma aveva detto che non mi avrebbe scottato. Me lo aveva giurato. Ha continuato a guardare nel vuoto e poi mi ha detto “lo giuro”. L’ho sentita, ho sentito che lo diceva. – Non c’era dolore nella sua voce, solo odio. Riportò le braccia ustionate lungo i fianchi; penzoloni come appendici di carne morta… come code degli animaletti di Giulio. – Mio fratello o quello che era… non c’era più. Non aveva una forma. – Dal banco dei suoi genitori si stava levando un fumo acre e un odore di carne e legno bruciati. – Se Giulio non arriva in fretta, le assi del pavimento e le panche prenderanno fuoco – continuò senza la minima inflessione. – Voglio che venga qui perché desidero dargli le mie braccia da portare alla rotaia. So che gli farà piacere.
Uno dei più piccini gridò e puntò l’indice verso una finestra lontana: – È lui.
I bambini si voltarono di scatto a guardare nella direzione indicata. Il viso d’ambra si staccò dal vetro e sparì. Attorno caddero nuovi corpi. Il caldo era ormai insopportabile. – Andiamo – disse calmo Nicola.
Scarpetta si lasciò precedere conscio di essere stato detronizzato. Quasi Nico gli avesse letto nel pensiero, sentenziò nella muta penombra: – Niente capi, d’accordo? Solo il Giulio e quello che  ci dirà di fare.
Scarpetta gli andò vicino e abbozzò un sorriso. – Ma il coltello ora è tuo – disse porgendoglielo.
– E come potrei reggerlo, stupido? Tienilo tu, e quando Giulio ti chiederà di usarlo… lo userai. Non è vero, Scarpetta? Mi taglierai le braccia, vero?
– Sì.
– E le darai alla rotaia?
– Sì.
– Non esiterai?
– Ci sarà Giulio e ci sarai anche tu a farmi coraggio
Non era rimasto più tempo per parlare né aria per respirare senza tossire.
– Andiamo ad accogliere Giulio prima che il legno della chiesa prenda fuoco.

***

TIMIDI vortici di polvere turbinarono attorno ai piedi nudi di Giulio. Erano vampe d’aria gelida che portavano i minuti granelli di sabbia ad appiccicarsi al sudore dei suoi polpacci; un tremore inquieto, una piccola tempesta circoscritta nel mezzo delle sue gambe aperte. Il resto del primo pomeriggio rimaneva una canicola immobile e silente. I ragazzi si fermarono sull’uscio della chiesa spingendo appena fuori un brusio soffocato o un colpo di tosse; osservarono Giulio ritto nel piazzale.
– La luce del grano brucia gli occhi – commentò Marzio sottovoce.
– E dentro la chiesa. il sangue brucia la pelle – gli fece eco il piccolo Nicola.
In prima fila troneggiava come un idolo maledetto; i suoi capelli d’oro sembravano essersi scuriti per la polvere e il sudore. Ciocche ribelli gli si erano incollate alla fronte e sulle guance sporche. Alle sue spalle gli faceva corona una bizzarra parodia di angeli neri; scarmigliati e con i volti sfatti dalla paura. Scrutarono tutti quanti Giulio e, spingendo gli occhi lontano, abbracciarono chilometri di filari infuocati… oltre le quattro case del paese, giù fino al camposanto. E ancora più oltre, verso la ferrovia e i campanili di Barciano e di Borgo Derizzi. A scorgere un accenno di fumo sul cielo di S. Massimo in Piano.
Giulio si mosse e con lui la tempesta fra le sue caviglie. Al suo incedere, nuova sabbia si raccoglieva in turbini e la vecchia ricadeva in forma di brina sottile. Passò attraverso il portone di legno della chiesa mentre i ragazzi si scostavano di lato in segno di reverente silenzio. Nico gli si mise al fianco e sentì l’orlo dei calzoni buoni garrire in un vento di ghiaccio e di dolore. Il cotone s’increspò e divenne duro come crosta di vetro. Giulio non parlò, non guardò nessuno in viso.
– È caldo, qui – lo incalzò Nico. – Tra poco saranno tutti morti. Dobbiamo uscire e correre in mezzo al grano, verso Barciano e la vecchia ferrovia. Le vedi le mie braccia? Sono tue, sono della rotaia…
Al suo fianco, la sagoma scura si fermò. Prese il libro da sotto l’ascella, lo aprì a caso e lo spinse sul petto di Nico. Alcune pagine fuoriuscirono. Giulio ripeté la pressione sull’esile torace di Nico e questi barcollò all’indietro.
– Non posso… non vedi che…
Smise la sua inutile protesta e alzò le braccia per disporle come un leggio.
Un leggio di carne cotta e di bolle informi…
Il libro gli cadde sulle braccia. Era grosso, pesante; la copertina in pelle gli sembrava unta e scivolosa. Qua e là era appiccicaticcia. Ma sopra ogni altra cosa era fredda. Nico sentì montargli verso le spalle una sensazione di piacevole frescura, un benessere arcano e insinuante. Percepì alcune gocce della copertina colargli sulla carne ustionata, fra le rughe scarlatte e le piaghe informi. La sua pelle beveva, s’idratava… si dissetava… Cominciò a leggere a caso. La sua mente non udiva nulla; avvertiva solo il contatto ristoratore del libro sopra le braccia. La fragranza di un unguento fresco e dolciastro. La mia carne beve… Alla fonte di quel libro si dissetavano le labbra delle bolle scoppiate, i margini delle eruzioni sanguinolente. I ragazzi intorno tacevano. I fedeli nei banchi battevano gli ultimi rintocchi dei loro cuori. Si udiva distintamente, amplificato dall’eco distorto delle arcate, il brontolio del sangue che bolliva.
Riavrò le mie braccia. La mia pelle beve…
La penombra della chiesa si velò di una nebbiolina umida. Il vapore aveva il sapore del ferro e della carne cotta. Faceva lacrimare gli occhi e girare la testa. Nicola ebbe un conato ma ricacciò il rigurgito in gola. Gli si appannò la vista, non riusciva neppure a distinguere le lettere sulla carta. Sbatté le palpebre e ricominciò a scandire le parole a voce alta.
Non voglio lasciare questo libro. Signore, fa che possa leggere ancora… leggere finché le mie braccia e le mie mani…
La nebbia nauseante avvolse ogni ombra. I ragazzi si agitarono inquieti. Volevano uscire, andarsene e correre liberi tra i filari. Nessuno si mosse. Nicola cominciò a inventarsi le parole. Ormai cieco, proseguì in un personale sermone di delirio e di follia.
Signore, ancora un poco… Non togliermi le parole. Fà che la mia bocca non rimanga asciutta e neppure la mia lingua. Non staccarmi questo libro dalle mie braccia… Dammi solo parole sensate sulla mia lingua… Il caldo aumentò. La temperatura era insopportabile. Era…
È un inferno… Ma mi cura le mani e le braccia…
La nebbia dolciastra nascose ogni sagoma. Nicola tossì. Poi qualcuno gli strappò il libro dalle mani…

***

LE foglie secche degli steli gli colavano negli occhi riempiendo di notte il suo sguardo allucinato. Eppure correva. Correvano tutti. Senza mai fermarsi. Da ore o da giorni. L’alternanza del dì e della notte era solamente un diverso calore sulla pelle, una percezione epidermica e incomprensibile. Fianco a fianco, tra i filari di granoturco… parlandosi con frammenti di grida disperate. Senza vedersi. Scappavano e a ogni domanda rispondeva la voce di un ragazzo lontano forse dieci filari. risposte consce con il fiato che usciva a stento. Nico aveva saputo nel grano di aver letto un brano dell’Apocalisse. Doveva essere stato il chierichetto Vito a rispondergli ansimando. Sempre di corsa. Nessuno si era mai fermato… ma i più piccoli dovevano essere rimasti indietro di parecchie ore. Forse di un giorno e una notte… Era il loro incubo di fuoco. Nicola riteneva che ci fosse qualcuno più avanti di lui. Probabilmente Marzio. Non lo sapeva. Leo? Magari sono io alla testa… Sono veloce e abbastanza basso da correre sotto le foglie… Forse qualcuno se ne è presa una nell’occhio e si è accecato. È possibile. Ma credo che correrebbe ancora.
Nel filare alla sua sinistra era probabile che ci fosse Scarpetta. Ne aveva sentito più volte la voce. Quello di destra era vuoto. E più in là ancora non aveva udito altro che un ansare concitato. Uno stantuffo muto. Oltre Scarpetta, c’era di sicuro Vito. Ma la sua voce si affievoliva progressivamente.
Perdeva il ritmo?
Nico si passò una mano sulla guancia e la trovò bagnata di sangue. Aveva riavuto le sue braccia e buona parte della sua mano destra, sebbene la sinistra fosse rimasta completamente insensibile. Non aveva mai osato guardarla. Sotto il polso non c’era niente.
Carne cotta e nera…
Aveva la mente piena di domande. Scarpetta avrebbe certo risposto. Ma ora preferiva tacere. Forse più tardi… A destra l’ansimare aumentò d’intensità. Deglutì e accelerò la corsa. Scarpetta non era stato sempre lucido nel parlare e Nico temeva che sarebbe rimasto indietro o, peggio, che stesse cedendo. Alla fatica, al panico, all’orrore… Chiuse gli occhi e dormì un poco. Le gambe lo avrebbero sorretto senza problemi. Più volte si era appisolato e nelle visioni del sonno gli era parso di correre più veloce. Sapeva che tutti dovevano aver affinato quella tecnica… ciononostante continuava ad aver paura. E qualche volta perdeva conoscenza. Sospettava perfino di delirare. Temeva che qualcuno cadesse o che il gruppo si sgranasse al punto di non sentire più le voi degli altri. Di rimanere solo a correre nel grano. Di non avere più risposte. Ciò che lo atterriva di più era dormire senza il conforto di qualcuno che corresse nei filari al suo fianco.
Scarpetta stava morendo. Ne era certo. Bofonchiava parole senza senso e la sua voce era fievole al punto che Nico, per sentirla, doveva rallentare la corsa. Da lui aveva saputo che la chiesa di San Chieve era andata a fuoco e che un mare di sangue bollente si era rovesciato nel grano. Li aveva seguiti per parecchio tempo (non aveva saputo dire quanto), poi era stato inghiottito dalla terra arsa. “Bevuto”, si era premurato di spiegare Scarpetta. E Vito aveva gridato nel vento che , scavalcando i binari della vecchia ferrovia, aveva sentito le rotaie gorgogliare “come se stessero succhiando il sangue alla terra”. Nicola doveva aver attraversato la linea ferroviaria in disuso durante uno dei suoi momenti di torpore. Ma ricordava bene che un vecchio spaventapasseri vestito con cenci laceri e un cappellaccio di paglia gli aveva sorriso malignamente. Una voce lontana aveva invece urlato di avere visto della terra smossa giù al camposanto… dei cumuli disordinati e alti “come se ci fosse passato in mezzo un bulldozer”. Nico ci aveva creduto e si era messo a correre più veloce. Ora invece sentiva le lacrime scorrergli salate lungo le guance…

***

UDIVA in lontananza le note laconiche di un vecchio campanile. Come un faro in un mare d’oro… Era un suono diverso, la voce estranea di un battente che non conosceva. Nico sapeva che le campane erano quasi scomparse o erano sul punto di farlo… e sua madre gli aveva bisbigliato una sera che quello era il loro modo di urlare, di mandare al cielo una supplica per non morire.
“Il bronzo di una campana è dolce e tiepido, lo sai? gli aveva detto una volta. “Tiepido e dolce perché spira l’alito delle persone buone… e perché, dentro, hanno un cuore.”
“Com’è che le fondono per farci i binari, allora?”
“San Chieve ha ancora una campana, no? Mica gli hanno tolto completamente la voce della gente buona. Lassù, sul campanile, c’è un pezzo di te, Nico… un pezzetto di ognuno di noi.”
“E anche nei binari della linea, mamma?” si era affrettato a chiedere accigliato.
“Non lo so. Ma è lo stesso metallo… un metallo tiepido e dolce…”
Lo scampanio si spense in un sussurro remoto, sopraffatto dal martellare concitato del suo cuore e dall’affanno delle sue guance che si gonfiavano come soffietti di un mantice. Nico si trovò triste e solo. Durante la corsa si era inconsciamente liberato dei vestiti e, adesso, sentiva scorrere il sudore in luoghi misteriosi della sua nudità. Percepiva, nelle narici, l’odore intenso e severo del grano. Il suo corpo ne era impregnato da capo a piedi. La pelle, scurita dal sole, diffondeva nell’aria una fragranza di pane. Solitario e nudo, spalancò le labbra e si riempì la bocca di veno caldo. Meditò di gridare. Esitò.
E se alle mie parole non risponde nessuno?
Dai filari vicini non proveniva alcun rumore. E il suo affanno gli impediva di sentire più lontano. Scarpetta era certamente morto e così Vito. E forse Marzio, Leo e Paolino… E probabilmente tutti gli altri.
E se invece qualcuno mi risponde?
Una paura arcana gli montò dentro e gli velò l’anima di una brina nera.
– GIULIO NON ERA UN BAMBINO, VERO? – urlò nel silenzio dei campi. Il grano tacque. – E NON ERA NEPPURE UN ADULTO! ERA PIENO DI RUGHE IN FACCIA. SEMBRAVA UN VECCHIO!
Un timido venticello gli asciugò la saliva sul mento.
– MA NON UN VECCHIO NORMALE. UN VECCHIO NON È COSÌ… CON I PIEDI E I DENTI CHE AVEVA GIULIO. GIULIO ERA UN FULMINE A CORRERE.
Il suono secco di uno stelo che si spezzava lo fece trasalire. Sentiva le lacrime gonfiargli gli occhi. La vista appannarsi di nebbia e di pianto. Continuò a correre…
– QUANTI ANNI AVEVA GIULIO? GIULIO DEL GRANO. CHE FACEVA PICCHIARE I BAMBINI CORRENDO LIBERO TRA I FILARI? E TIRAVA CHICCHI DORATI ALLE FINESTRE. E OGNI TANTO GUARDAVA ATTRA VERSO I VETRI E LASCIAVA LA SUA SALIVA COLARE COME BAVA DI LUMACA?
Fece una pausa e tossì a lungo. Quando tornò il silenzio, una voce di ghiaccio attraversò la nebbia che velava il suo sguardo cieco. Non la sentì, né l’ascoltò. Non trapassò le sue orecchie… ma gli trafisse gli occhi, attraversandoli come fossero stati ciliegie troppo mature.
– Aveva 1179 anni, Giulio dei Filari.
La voce aveva avuto la consistenza di una lama di vento. Era passata dai suoi occhi e si era insediata nella sua mente. Dura come pietra e pesante come come una biglia d’acciaio. Simile a una serpe acquattata nell’ombra. Nico si terse gli occhi piangendo in silenzio. Le lacrime gli lavarono il corpo mischiandosi alle gocce di sudore. Ma non gli tolsero di dosso l’odore severo del grano, né la sensazione sottile che la sua pelle si stesse muovendo impercettibilmente, che mille esilissime rughe stessero scrivendo, in una grafia minuta, una storia di vecchiaia… o di eternità.
Sebbene Nico fosse stato certo che la sua fuga avesse seguito una linea retta, probabilmente aveva percorso la campagna in tondo, e il suono dei numerosi campanili gli era diventato familiare come il gracchiare delle cornacchie. Sulle guglie affusolate, coglieva di tanto in tanto le urla di Marzio e la voce triste di Scarpetta. Qualche volta, pioveva dall’alto la risata demente di Vito Lenzi.
Sono tutti lassù, in cima alle vecchie torri… nell’ombra delle celle campanarie. Fusi nel bronzo tiepido e dolce delle campane… L’alito profumato delle persone buone.
Un giorno sarebbero scesi di nuovo tra i filari.
Perché con le campane si fanno le rotaie della ferrovia. E, nelle estati più calde, grideranno la loro sete al vento. E quando scenderanno nel grano, mi chiederanno da bere…
Nico aveva corso nei campi dorati per anni, e sopra la sua pelle nuda si erano succedute le carezze di “infinite” stagioni. La sua mano sinistra era rimasta cenere buia.
Chi non ha la mano sinistra non può bussare al portone dell’inferno. NON PUÒ ANDARE DA NESSUNA PARTE! DEVE RESTARE QUI! NEL G R A N O O O…
Rivolse il viso al cielo e comprese che presto sarebbe piovuto. Nuvole nere scorrevano rapide all’orizzonte.
Vengono per me… Vengono a battezzarmi ancora…
Si mise a correre più veloce. Si sentiva bene. Raccolse una bava di vetro e la bocca gli si riempì di sorrisi. Tese un braccio all’infuori e decapitò interi plotoni di pianticelle di grano. Poi sollevò l’altra ala (quella mozza), urlò sguaiatamente e volò tra i filari come l’ombra di una nube rapidissima.

***

IL bimbo montò con le ginocchia sulla paglia intrecciata della sedia e scrutò nella pioggia con la bocca spalancata.
– Fammi guardare! – gridò stizzito.
– Scendi, prima che un fulmine ti faccia cadere dallo spavento – lo catechizzò la madre con tono solo apparentemente arcigno.
– Quello laggiù è il Nicola del Grano, vero ma’?
La donna si avvicinò alla finestra.
– Lo vedi in mezzo alla pioggia come corre tra i filari? Caspita, com’è veloce! È un fulmine sotto i fulmini, non ti pare, ma’?
– Sì. Ora vieni a tavola, però?
– Prima che il papà mi veda?
– Scendi.
Una figura intabarrata aprì di scatto la porta della cascina, si rovesciò all’interno, picchiò forte le scarpe sul pavimento e si liberò del mantello con un gesto nervoso. Quando sbatté l’uscio, rimase nell’aria la fragranza profumata del temporale. L’uomo aveva sul viso un’espressione dura e impassibile. Era stato nel grano… e da lì aveva guardato in entrambe le direzioni. Verso casa, aveva visto due sagome d’ombra affievolire la luce giallognola che sortiva dalla finestra della cucina. Si morse il labbro e fronteggiò gli occhi spenti della cucina. Si morse il labbro e fronteggiò gli occhi spenti del figlio. Dai calzoni zuppi, sfilata a mezzo dai passanti, penzolava l’estremità di una vecchia cintura di cuoio…