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COME DISTRUGGERE UN PIANETA – ISTRUZIONI PER L’USO

COME DISTRUGGERE UN PIANETA – ISTRUZIONI PER L’USO

«Potrai raccontare ai tuoi figli del giorno in cui tutti guardarono in alto e si resero conto che noi siamo soltanto inquilini di questo mondo e che il Padrone di casa ci ha fatto un nuovo contratto di affitto ma con il pericolo di essere sfrattati per sempre…»

[dal film 2010 – L’anno del contatto (2010: The Year We Make Contact) di Peter Hyams, 1984]

Esiste un periodo estremamente particolare della storia dell’uomo, un’epoca nella quale egli fece un balzo evolutivo destinato a creare il suo futuro. Esso si verificò qualcosa come 30.000 anni fa in quello che viene denominato Paleolitico Medio e che permise all’uomo primitivo di passare al Paleolitico Superiore. Un’era in cui l’uomo acquisì la capacità di rinnovare, creare e perfezionare gli strumenti che aveva e che usava per l’agricoltura, per la difesa e per la caccia. Questo periodo di strabiliante passaggio evolutivo ha anche un nome preciso: aurignaciano. Un arco di tempo brevissimo nella storia dell’uomo nella quale egli fece la conoscenza con la musica, attraverso flauti di osso, gioielli di forma complessa e i commerci e gli scambi si estendevano per vaste regioni. L’aurignaziano fu quindi una forma di cultura del paleolitico superiore nata tra le regioni dell’Afghanistan e dell’Iraq e che si diffuse poi nei Balcani, raggiungendo la costa orientale fino alla Spagna ed alla Francia. In diecimila anni, dunque, l’uomo fece un balzo evolutivo straordinario e le ragioni dello stesso sono, ancora oggi, nel campo delle ipotesi. Il termine aurignaciano deriva dalle prime scoperte di questa nuova tecnologia ben più evoluta di tutte quelle scoperte in precedenza, rinvenimento che si verificò in una grotta di Aurignac, nei Pirenei francesi, dove furono scoperti delle lame estremamente più raffinate ed efficaci di quelle trovate fino a quel momento.

Che lo si creda o meno, questo a tutt’oggi è considerato il passaggio più importante della evoluzione umana. Tutto ciò che sarebbe avvenuto dopo può essere indubbiamente considerato un balzo potente nell’avanzamento tecnologico della specie umana. Nessuno di questi nuovi scalini sembra tuttavia possedere la forza psicologica di questo antico cambiamento che proiettò l’uomo nel futuro, togliendolo da una posizione che altrimenti sembrava prettamente statica e destinata a non progredire. Ancora oggi, per esempio, esistono popolazioni primitive che da secoli vivono nelle stesse identiche condizioni di quando si sono formate e senza avanzare minimamente nei secoli.

Questi cambiamenti hanno avuto come effetto la capacità di mutare il tenore di vita di quei tempi, perché, pur essendo nata come una nuova tecnologia nella fabbricazione di nuovi arnesi, si è poi estesa in altri campi: nel disegno, nella musica, nella religione e nel commercio.

Questo importantissimo fenomeno ha avuto inizio qualcosa come 2.500 generazioni fa. 500 generazioni più tardi l’uomo poteva veramente fregiarsi dell’aggettivo Sapiens perché la sua era ormai una cultura che si era estesa a tutto il pianeta conosciuto. Tutto questo, nei lunghissimi tempi evolutivi, rappresenta un attimo e ora ci troviamo oggi nella stessa situazione, cioè di dover apportare un’innovazione indispensabile per la nostra specie. Al contrario di allora, però, non abbiamo a disposizione cinquecento generazioni (o diecimila anni), la durata stimata dell’aurignaciano, bensì solo una o due perché non poche sono le minacce che gravano sull’esistenza nostra e del pianeta.

Sulla nostra azzurra Terra stanno sempre di più diminuendo gli individui che possono condurre quella che viene definita una vita dignitosa. Oggi siamo il doppio di quanto eravamo nel 1950, perché ben sei miliardi e duecento milioni in crescendo è la popolazione che vive o sopravvive sul pianeta. Nel 2050 saremo tra gli otto e gli undici miliardi e questo incremento riguarderà quasi interamente i paesi cosiddetti civili i quali sono già vicini al collasso per quanto concerne le risorse da sfruttare. In questi paesi, circa un miliardo e duecento milioni di individui possono essere classificati in stato di assoluta povertà, il che vuol dire, secondo la World Bank, vivere con circa un dollaro al giorno e tutto questo li espone a ulteriori rischi di malattie anche infettive. Altri 420 milioni di individui vivono su territori dove non è possibile coltivare il cibo o dove il terreno non può offrire risorse per un numero così grande per cui essi sono legati alla importazione di generi alimentari. Una sorta di spada di Damocle destinata, in futuro, ad abbattersi su di loro lasciandoli alla disperazione e alla fame. In questi paesi, inoltre, il terreno si sta impoverendo perché super sfruttato ed è un’altra ragione per aumentare la quantità esportabile e il rischio ad essa collegato. Un’altra minaccia è costituita dalla scarsità d’acqua. Già mezzo miliardo di individui vivono in paesi in cui la siccità è cronica e questo numero è destinato a quadruplicarsi nel 2050. Anche se si ottimizzassero le risorse idriche, il probabile aumento di popolazione stimato nel 27% nei prossimi cinquant’anni, rallenterà solamente il problema senza risolverlo.

Il nostro pianeta si trova davanti a un profondo mutamento geochimico. Questo costituisce un’ulteriore minaccia per la sopravvivenza umana perché alcune forme d’inquinamento stanno mutando totalmente i processi chiave dell’ecosistema. Il più noto passa sotto il nome di ciclo del carbonio. In milioni di anni precedenti il carbonio è stato assimilato dalle piante per essere poi convertito in carbone e petrolio, ora viene scaraventato da noi nell’atmosfera. Nel 2011 i combustibili fossili hanno raggiunto la spaventosa cifra di 7,55 miliardi di tonnellate, portando la concentrazione di anidride carbonica nell’atmosfera a 370,9 parti per milione, il livello più alto che la Terra abbia mai raggiunto in venti milioni di anni. Poiché l’anidride carbonica trattiene il calore (Venere ne sa qualcosa), tutto questo sfocerà in una serie di cambiamenti climatici non certo piacevoli.

Non esiste solamente il ciclo del carbonio perché anche quello dell’azoto e del fosforo, vitali per la crescita delle piante, stanno subendo degli aumenti grazie all’uso indiscriminato di fertilizzanti da parte dell’uomo. La combustione dei fossili, la coltivazione diffusa di leguminose, le cui radici contengono microbi che fissano l’azoto, e la indiscriminata distruzione di foreste e paludi ha rilasciato nell’atmosfera quell’azoto che era fissato nelle piante e nel suolo. In parole povere l’emissione di azoto è praticamente raddoppiata, arrivando a 350 milioni di tonnellate all’anno e questo senza calcolare quelle prodotte dai mari.

Il ciclo del fosforo ha avuto il suo graduale potenziamento grazie all’uso dei fertilizzanti e ha raggiunto i 13 milioni di tonnellate l’anno. Ciò corrisponde ad un aumento di 3,7 volte superiore a quello normale.

Tutto questo modifica ulteriormente l’ecosistema e genera, tra gli altri effetti, la famosa crescita indiscriminata di alghe che porta all’occlusione della luce solare e all’abbassamento dell’ossigeno nell’acqua. Sui terreni, invece, lascia via libera alla crescita alle erbe infestanti e predispone le piante a essere più vulnerabili all’attacco d’insetti perché troppo cariche di azoto. L’eccesso di azoto è la causa principale delle cosiddette piogge acide, ma soprattutto di gas o polveri che, nei centri abitati, raggiungono livelli allarmanti. Queste piogge, ricadendo al suolo, inquinano fiumi, piante, animali e, quindi, l’uomo.

Il crescente accumulo di sostanze chimiche tossiche sta mettendo a rischio il pianeta.

La produzione globale di rifiuti tossici ha raggiunto, secondo una stima per difetto, i 350 milioni di tonnellate l’anno. La loro eliminazione dovrebbe seguire delle precise regole di smaltimento che prevedono la neutralizzazione e l’incenerimento o anche il riciclaggio, ma vengono spesso gettati nei pozzi e nelle discariche. Altre sostanze tossiche come i pesticidi, il prodotto chimico usato per sbrinare il ghiaccio dalle ali degli aerei o l’arseniato di rame cromato, usato per trattare il legno proteggerlo dagli agenti esterni, sono state eufemisticamente considerati prodotti mentre, in realtà, si tratta di altri tipi di rifiuti perché immessi nell’ambiente, ne causano l’inquinamento. Purtroppo, il grido di allarme per l’uso indiscriminato di certi materiali cozza inutilmente contro l’uso commerciale che viene fatto degli stessi ed è, per questo motivo, bellamente ignorato. Uno dei problemi più gravi al quale stiamo andando incoscientemente incontro è il progressivo avvelenamento delle falde acquifere da parte del petrolio e dei suoi derivati, cosa che genera poi il progressivo inquinamento dei laghi e dei fiumi. Quando questo accade, per ottenere una successiva depurazione occorrerebbe un tempo misurabile in secoli, per cui il fenomeno, una volta innescato, deve considerarsi irreversibile. Oggi noi produciamo circa 100.000 tipi diversi di sostanze chimiche sotto forma di plastiche, lubrificanti o pesticidi e alcuni dei loro scarti sono pericolosissimi anche in piccole quantità, non solo per l’ambiente ma anche per l’uomo stesso. Alcune di queste sostanze, infatti, tendono ad accumularsi nell’organismo provocando cancro, malformazioni, scompensi ormonali. Questi prodotti, inoltre, resistono nell’ambiente per centinaia di anni: abbiamo creato un pericolo non solo per noi stessi, ma anche per le generazioni future.

Un altro fenomeno, apparentemente non preoccupante, è quello che riguarda le cosiddette invasioni biologiche. Si tratta, in altri termini, di organismi che appaiono in posti dove prima non erano mai stati presenti. Da bravi turisti “no Alpitur“, essi viaggiano abilmente nascosti nei carichi delle navi e, una volta giunti a destinazione e se sopravvivono alle diverse condizioni di vita, cominciano a riprodursi con progressione matematica soffocando e uccidendo le specie indigene, scatenando epidemie e coinvolgendo altre specie. Un esempio è quello della formica argentina che sta facendo lentamente piazza pulita delle altre sue colleghe nelle zone temperate. La morte di questi insetti zonali sta portando alla scomparsa delle piante che da loro dipendono per l’impollinazione. Si tratta di una serie di scompensi ecologici che possiamo definire a cascata.

Quindi, da qualunque parte noi cerchiamo di affrontare il problema, ci dobbiamo rendere conto che il nostro pianeta è seriamente e violentemente ammalato e minacciato di ulteriori peggioramenti. 140.000 chilometri quadrati (e cioè più o meno la superficie del Nepal) di foreste spariscono ogni anno sotto la furia distruttiva dell’uomo, dimezzando l’area boschiva di circa il 30%. Questo da quando l’uomo è apparso sul pianeta e ha cominciato a creare delle aeree agricole. Il 4% è avvenuto dagli anni ’90 in poi, mentre le paludi, che rappresentano un importante ecosistema per l’equilibrio della Terra, si sono ridotte del 50%.

Anche le barriere coralline e tutti gli ecosistemi acquatici stanno subendo dolorose vessazioni da parte dell’uomo. La temperatura delle acque sta salendo e, a oggi, sono risultate definitivamente compromesse il 27% (e questo solo dal 1992 al 2000 perché prima si parlava solo del 10%) delle barriere coralline della Terra. L’indiscriminata pesca intensiva sta, inoltre, sfruttando al massimo, se non oltre, la capacita di tolleranza di circa un 60% delle risorse ittiche.

Secondo l’IUCN – World Conservation Union un quarto dei mammiferi e oltre il 12% per cento dei volatili della Terra sono a rischio di estinzione. Allo stesso modo lo sono il 25% dei rettili, il 21% degli anfibi ed il 30% dei pesci.

Vogliamo creare un mondo che sia utile alle nostre esigenze e lo facciamo senza tenere conto dei progressivi e allarmanti cambiamenti che l’ambiente sta subendo. La mancanza d’informazione, di chiarezza, di credibilità e di fondi per poter porre rimedio là dove è ancora possibile agire ci impedisce di operare con quella prontezza e quella rapidità vitale per il nostro habitat. I rimedi, come l’agricoltura biologica, l’uso dell’energia eolica e i pannelli solari, stanno procedendo troppo lentamente rispetto alla lenta agonia della Terra. Inutile dire che la fine del pianeta sarà anche la fine dell’uomo e del suo habitat, almeno così come ci siamo abituati a conoscerlo.

Uno degli esempi più eclatanti dello stato in cui versa il nostro pianeta riguarda la sua fauna, in particolare gli uccelli, creature delicate nella loro struttura. Tra le tante specie a rischio sul nostro claudicante pianeta, infatti, ben 1.200 specie di uccelli, corrispondenti al 12% dell’avifauna terrestre, corrono il rischio di estinzione. Esiste ancora oggi però la possibilità di evitare almeno in parte questa catastrofe che ha già avuto delle vittime illustri. Gli uccelli fanno parte del nostro mondo da molto prima dell’uomo. I loro voli, il loro canto, le loro grida hanno allietato la Terra quando ancora l’Homo Vastans era lontano dalla mente di Dio, se mai c’è stato.

Eppure non è così lontano il ricordo del dio piumato Quetzalcoatl, adorato dai Maya e dagli Aztechi, ricoperto da penne verdi iridescenti. Tra gli Egizi era in auge invece Horus, il dio falco, mentre altri gruppi etnici sono convinti ancora oggi che molti uccelli abbiano forti poteri e che in essi viva una spirito, generalmente benigno, che li protegge e li guida. Per i popoli antichi come gli indiani gli uccelli servivano loro da cibo e da ornamento; con le penne d’aquila si fregiavano gli indiani d’America e con quelle di struzzo i popoli dell’Africa Orientale. Per la gente moderna sono stati fonte d’ispirazione per tutta l’ingegneria aerospaziale che ci ha portato dal sorvolare la Terra all’esplorazione dello spazio.

Pochi forse sanno che ancora oggi l’uomo trae beneficio dagli habitat naturali degli uccelli  perché, per esempio, nutrendosi dei frutti ne lasciano cadere i semi in luoghi diversi. Non si sottovaluti l’importanza di questo apparentemente piccolo fenomeno perché, nell’Africa tropicale, sono proprio due specie a rischio, il Grande Calao Africano Beccochiaro e il Bucero Fischiatore, chiamato così per il curioso suono che emette, a essere i principali diffusori di semi, compito che nell’America Meridionale è demandato alle famiglie dei Tucani e Trogonidi.

Il povero e tanto denigrato avvoltoio compie invece un’opera meritoria e altamente ecologica cibandosi delle carcasse dei morti. In questo modo mantiene l’igiene dell’habitat nel quale opera. I Colibrì e altri uccelli svolgono un ottimo servizio d’impollinazione su fiori, arbusti e alberi. Gli uccelli che mangiano insetti e i rapaci che si nutrono di topi servono a mantenere intatto questo delicato equilibrio. La scomparsa o il degradamento di una di queste specie è causa di squilibrio ecologico con conseguenze che possono essere devastanti. La mancanza di alcune specie di uccelli ha causato un disastro ambientale in una foresta canadese, andata distrutta da lepidotteri i cui bruchi hanno provocato molti danni irreversibili agli abeti.

Un altro compito primario dei nostri amici alati è quello di fungere da cartina di tornasole per controllare il risultato delle azioni dell’uomo sull’ecosistema. In Europa, i Merli Acquaioli sono dei validi indicatori di acque pulite e questo perché si nutrono di larve di insetti che non sopravvivono nelle acque inquinate. La scomparsa di questi uccelli, come quella delle loro prede, è in grado di causare un alto grado di acidità nell’ambiente acquatico.

Ora gli ornitologi hanno lanciato, ma non è la prima volta, un grande grido d’allarme perché, allo stato attuale, il 99% delle specie che sta rischiando l’estinzione è in queste condizioni grazie all’uomo. Questo fenomeno sta aumentando precipitosamente perché già adesso è cinquanta volte superiore alla normale estinzione naturale. Su 128 specie scomparse negli ultimi cinquecento anni ben 103 sono sparite a partire dai primi momenti di allargamento tecnologico dell’uomo e cioè dal 1800 in poi. Il fenomeno è poi molto più radicato sulle isole perché, dall’esame delle ossa trovate sugli arcipelaghi, gli scienziati hanno potuto stabilire che ancora prima che gli esploratori europei giungessero nell’Oceano Pacifico, la colonizzazione umana delle isole di quei mari aveva travolto oltre 2000 specie di uccelli tipiche di quella zona (Endemiche).

Adesso il fenomeno si sta estendendo anche sulla terraferma.

Uno studio del 1994 aveva portato alla conclusione che 195 delle 514 specie degli uccelli europei, il che corrisponde all’incirca al 38%, erano in uno “sfavorevole stato di conservazione“. I rapporti annuali sulla Gran Bretagna parlano di 139 delle 247 specie nidificanti (58%) che stanno velocemente avviandosi verso l’estinzione e gli stessi allarmanti dati provengono da tutti i paesi del mondo: dal Nord America, dove sono in pericolo il 28% delle specie, all’Asia dove sta per estinguersi un quarto della popolazione avicola. Secondo gli ornitologi australiani, circa la metà della popolazione avicola australiana, tra cui molte specie endemiche di pappagalli, è destinata a estinguersi entro la fine del secolo.

L’elenco dei morti, nel senso di specie scomparse per sempre, è un piccolo ma inquietante cimitero che si sta allargando sempre di più e non riguarda solo loro, ovviamente, ma secondo molti scienziati ci stiamo avviando verso la sesta estinzione di massa del pianeta. La quinta risale a 65 milioni di anni fa, ma solo questa è dovuta all’uomo perché anche un quarto dei mammiferi del mondo è a rischio, così come lo sono il 25% dei rettili, il 21% degli anfibi e il 30% dei pesci.

L’estinzione, dal puro punto di vista scientifico, non è altro che la naturale conclusione di una specie e se non ha più ragione di esistere o di far parte dell’ecosistema, è una sorta di selezione naturale che la elimina quando essa non serve più allo scopo per cui la natura l’ha creata. In entrambi i casi, cioè che questa selezione sia naturale o forzata, le specie in via di estinzione smettono di avere impatto sull’ambiente che le circonda ben prima della loro definitiva scomparsa.

Molti dei problemi con cui gli uccelli e molte altre specie devono combattere sono dovuti all’uomo e al metodo in cui egli utilizza l’ambiente che lo circonda. La sua esplosione demografica, che lo ha portato da 1,6 miliardi a 6 miliardi nell’ultimo secolo, ha avuto come conseguenza la perdita e la distruzione di molti habitat naturali con il conseguente deterioramento, è al momento il maggior problema da affrontare con razionalità. Tutte quelle attività che sono collegate con la produzione di legname, l’agricoltura intensiva, il pascolo e la crescita degli insediamenti hanno già causato la perdita del 50% del patrimonio forestale originario. A causa di incendi e di abbattimenti, tra il 1960 ed il 1990, sono andati distrutti 4 milioni e mezzo di chilometri quadrati di foreste tropicali, il che corrisponde al 20% e la velocità con cui questo massacro procede varia dai 50.000 ai 170.000 metri quadrati all’anno, causa del pericolo che stanno correndo oltre mille specie di uccelli.

Anche la perdita di habitat come le praterie è causa integrante dello squilibrio ecologico e della scomparsa della fauna. Esse si estendono per oltre un terzo della superficie terrestre, ospitano un sesto della popolazione umana e sono patria di popolazioni di uccelli che non esistono in altri luoghi. Anche in questo caso, la loro esistenza è a rischio.

Nel Nord America, le Grandi Praterie, tanto care al genere western, si estendevano dalla valle del Mississippi fino alla Montagne Rocciose. Ora sono ormai scomparse e resta solo il 4% del territorio originale.

Il rapporto annuale della North American Breeding Bird Survey del Servizio Geologico degli Stati Uniti, ci dice che molte specie di uccelli delle praterie americane sono a rischio di estinzione. Nel periodo intercorso tra il 1996 ed il 1998 sono praticamente scomparse 15 delle 28 specie avicole e tra queste ci sono dei cacciatori di cani della prateria, pericolosi roditori che mancando dei nemici più comuni stanno ora  proliferando tranquillamente.

La metà circa del territorio europeo è destinata all’agricoltura e per rendere queste aeree molto più estese sono state liberate da erbacce e cespugli che sono i caratteristici rifugi di molte creature. Le praterie che ancora esistono in Asia, Africa e Australia si stanno deteriorando sempre di più. Uno di questi pericoli e lo sfruttamento eccessivo del territorio da pascolo perché se si superano certi limiti il risultato è esattamente l’opposto di quello che si vorrebbe ottenere. Una volta perso il territorio è difficile, se non impossibile, ripristinarlo in tempi brevi. La caccia e le linee elettriche sono responsabili della quasi totale estinzione dell’Otarda, che sopravvive ormai in poche aree della Spagna, della Russia e della Cina mentre la sua cugina australiana, sta per subire la stessa sorte a causa della proliferazione dei conigli, dell’aumento del bestiame e degli incendi. Molte specie di uccelli prosperano e vivono in paludi lacustri, foreste a mangrovie, coste fangose o altre zone umide considerate come ricettacoli di malattie e di conseguenza sottoposte a salutare bonifica arrivando così a distruggere fino al 70% di questi habitat con le specie che vi allignavano.

Ora, finalmente, circa 1.200 zone umide di 133 paesi per un totale di 103 milioni di ettari sono state dichiarate zone protette e sottoposte a controllo continuo.

Un altro aspetto poco conosciuto ai più riguarda i danni che le piante esotiche possono produrre sull’ambiente e sull’ecosistema in generale perché esse si sono stabilizzate, importate casualmente o meno, togliendo spazio, cibo e quindi vita a altre piante e di conseguenza agli uccelli che vi abitano. Una delle peggiori infestazioni fu causata da una graminacea giunta in Nord America dall’Eurasia alla fine del diciannovesimo secolo. Il suo nome originale è Bromus Tectorum e a mano a mano che si stabilisce e si abbarbica in altri habitat provoca l’estinzione locale di uccelli abituati a un ambiente diverso. Oggi questa malefica graminacea si è diffusa su circa 40 milioni di ettari (tanto per intenderci si tratterebbe di un territorio delle dimensioni della Germania) e sta imperversando su pascoli e praterie.

Molti uccelli sono migratori il che, come si sa, vuole dire trasferirsi da un anno all’altro in territori a clima più mite abbandonando quelli dove l’inverno è alle porte. Il guaio è che questo spostamento vuole dire, in molti casi, una caccia sconsiderata che non tiene conto minimamente dei problemi che essa può creare. Malta è all’avanguardia in questo avicidio perché la caccia è autorizzata sia per il volo di riproduzione verso l’Europa e sia in quello autunnale verso lo svernamento africano. Questa sorta di criminale tiro al bersaglio effettuato quasi mai per poi cibarsi delle carni abbattute ma solo per “sport”, accelera il declino dell’avifauna nidificante. Nel 1983 la Convenzione di Bonn ha visto la firma di 80 paesi per proteggere le specie che emigrano e le aeree di migrazione, nidificazione e svernamento dell’avifauna.

La caccia non preoccupa minimamente i pappagalli, creature apprezzate in tutto il mondo per il loro ricco e variegato piumaggio solo che per loro il problema è diverso: la cattura indiscriminata per la vendita o l’esportazione sta minacciando circa 330 specie di pappagalli e cioè un terzo dell’intera popolazione totale.

Nel 1975, 160 paesi hanno sancito un accordo per monitorare questo fenomeno, senza però grandi risultati effettivi.

Un grande pericolo, oltre ad altri come la moria degli albatri, per esempio, e che sta compromettendo la avifauna marina (cioè quegli uccelli che si nutrono di pesci e che vedono i loro pasti, quando non sono inquinati, portati via da pazzeschi programmi di pesca selvaggia), è quello delle intrusioni sconsiderate di petrolio nelle acque del mare e degli oceani. Nel 1989, a causa di questi disastri ecologici dovuti alla stupidità e alla leggerezza umana, sono morti 250.000 uccelli a causa della dispersione di petrolio della Exxon Valdez. Nel 1999 quello avvenuto sulle coste della Bretagna e della Francia ne avrebbe eliminati 200.000 di 40 specie differenti. Le Galapagos, nel 2001, sono stati teatro di un disastro ecologico tra i più gravi in assoluto e questo quando 650.000 litri di petrolio se ne sono andati a spasso per l’oceano a causa di una scassatissima petroliera dell’Ecuador. La macchia nera si è poi in gran parte dispersa al largo ma non senza aver ucciso molte specie e aver scatenato un disastro ambientale. Però il colpevole dell’inquinamento non è solamente il petrolio. Anche le fabbriche e le aziende agricole contribuiscono a inquinare e gli inquinamenti chimici sono pericolosi anche se sono presenti in posti lontani dalle aree industriali. Il famigerato DDT si concentra nei tessuti degli uccelli predatori con esiti gravi per la nidificazione e un parziale rimedio si è avuto solamente nel 1972 quando negli Stati Uniti e in altri paesi l’uso di questo prodotto è stato vietato. Solamente nel 2001 è stato siglato un accordo totale per far sparire questo deleterio intruglio dalla faccia della Terra, unica e temporanea esclusione è in quella zone afflitte da malaria dove se ne fa un uso controllato. Peccato però che la sua persistenza, là dove è stato usato, sia ancora avvertibile dopo trent’anni.

Si può quindi dire, a ragion veduta, che i pesticidi in genere hanno effetti mortali sulla avifauna perché uccidono le loro prede e il loro cibo e distruggono anche la vegetazione che essi usano per riprodursi.

In alcuni casi, quando il controllo è accurato, la caccia ha effetti benefici perché in questo modo si può preservare tutto il territorio adibito a riserva e se ne controlla il numero in modo drastico ma quantomeno positivo. Quello che non è positivo, invece, è il fatto che il pallino di piombo usato dai cacciatori è un rischio per molte specie di animali acquatici e non; essi infatti sono ricercati dagli uccelli acquatici che lo scambiano per grit, un insieme di sassolini che, trattenuti nello stomaco degli uccelli, li aiuta nella triturazione del cibo, il piombo è invece destinato a ucciderli lentamente. Alla stessa agonia sono sottoposti gli animali che si nutrono dei cadaveri delle vittime da ingestione di piombo.

Molti altri sono i problemi che affliggono i nostri amici alati e in questa sede sarebbe purtroppo troppo lungo parlarne, per cui ci siamo accontentati di darvene un’idea.

I rimedi sono tutti nella disponibilità e nell’intelligenza umana. Si potrebbe dire che sono maledettamente mal riposti però, comunque sia, possono essere elencati in questi punti basilari:

  • Coinvolgere le autorità locali su questi problemi e, là dove è possibile, cercare di accordare le attività commerciali con gli obiettivi utili per ottenere la conservazione delle specie, studiando l’avifauna e mettendo a punto, di volta in volta, i rimedi necessari.
  • Bandire tutti i rifiuti tossici, pericolosi non solo per la flora e per la fauna, ma anche per l’uomo stesso.
  • Controllare la caccia agli uccelli e questo soprattutto nelle rotte migratorie e nelle aeree riservate alle specie protette e controllate.
  • Rallentare, se non di frenare, il continuo riscaldamento ambientale.

Insomma, agire con responsabilità e raziocinio ed avere, inoltre, la volontà di farlo… altro che fantascienza, vero?

 

«Sono problemi molto gravi, Klaatu, non ci giudichi troppo severamente»
«Io giudico da quello che vedo»
«La sua impazienza è incomprensibile!»
«Io non ammetto la stupidità! Noi l’abbiamo eliminata da un pezzo!»
«Noi, purtroppo, non ancora…»

[dal film Ultimatum alla Terra (The Day the Earth stood still) di Robert Wise, 1951]

Esiste una specie di consapevolezza collettiva sul fatto che questo mondo sta giungendo alla fine e forse siamo sul punto di assistere a questo non certo piacevole spettacolo.

Non dimentichiamo mai che qualunque sofferenza possiamo o potremmo mai infliggere al nostro pianeta, egli con millenaria pazienza sarà in grado di rigenerarsi e tornare quello che era, ma il periodo umano sulla Terra sarà giunto al termine perché la Terra si può solo ferire, non uccidere, l’uomo può solo morire.

Non resta che sperare e pregare, volgete gli occhi al cielo, osservate le stelle e formulate una preghiera, un’invocazione che ci ricorda sempre quanto siamo piccoli davanti all’infinito e quanto questo piccolo bipede chiamato uomo debba rendersi conto del suo piccolo ruolo nell’universo.

Signore, io ti ringrazio profondamente per avermi lasciato compiere questo volo. Grazie per il privilegio di avermi consentito di partecipare a questa impresa; grazie per avermi fatto giungere in un luogo eccelso da cui potessi godere tutte le meravigliose e supreme cose che tu hai creato… Aiuta tutti noi astronauti a indirizzarci sulla giusta strada, in modo che possiamo plasmare le nostre vite al fine di essere dei buoni cristiani. Concedici di non litigare e combatterci gli uni con gli altri, bensì di rivolgere tutte le nostre forze ad aiutarci vicendevolmente e a collaborare fraternamente… Assisti i nostri cari. Sii accanto alle nostre famiglie. Infondi loro coraggio e siine la guida. Fa loro sapere, Signore, che tutto, tutto va proprio bene quassù. Noi preghiamo nel tuo nome.

(Stralcio della preghiera degli astronauti recitata per la prima volta da Leroy Gordon Cooper, astronauta.)

In copertina: Quetzalcoatl, tratto da I Tarocchi maya

L'Autore

Giovanni Mongini

Tra i maggiori specialisti mondiali di cinema SF (Science Fiction) è nato a Quartesana (Fe) il 14 luglio 1944 e fino da ragazzino si è appassionato all'argomento non perdendosi una pellicola al cinema. Innumerevoli le sue pubblicazioni. La più recente è il saggio in tre volumi “Dietro le quinte del cinema di Fantascienza, per le Edizioni Della Vigna scritta con Mario Luca Moretti.”

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