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“Un accomodamento conveniente” di Fabio Calabrese

“Un accomodamento conveniente” di Fabio Calabrese

 

Edgar era nato nella casa di Shum-um-ttl. “ttl” indicava che Shum-um era un personaggio di rilievo fra gli Ukhuraj. La casa era una grande fattoria economicamente autonoma immersa nella campagna, e con pochi contatti coi centri cittadini. I campi producevano grano, vino e lletel, una pianta alimentare che si era ben acclimatata sulla Terra, ma che proveniva dal pianeta degli Ukhuraj.

Edgar conosceva la storia, l’aveva sempre sentita come parte della propria cultura, di quelle cose che tutti sanno da sempre, come il fatto che il lletel provocava intossicazioni agli umani se non lo si cucinava prima di consumarlo. Cinque o sei generazioni prima, gli Ukhuraj erano giunti sulla Terra e avevano trovato un pianeta distrutto. Gli uomini, aveva saputo dai racconti degli anziani, avevano sempre avuto la nefasta tendenza a uccidersi fra di loro, talvolta in immani scontri di grandi dimensioni che coinvolgevano migliaia o milioni di persone, ed erano chiamati “guerre”.

Qualche secolo prima, gli uomini avevano raggiunto una conoscenza della natura sufficiente a dar vita a una società tecnologica, ma non avevano avuto la saggezza necessaria a mantenere l’equilibrio, a fare un uso ragionevole delle risorse, delle materie prime e delle fonti energetiche. Quando queste avevano cominciato a scarseggiare, si erano scatenate guerre feroci fra i vari stati umani.

Quando gli Ukhuraj erano atterrati, avevano trovato un pianeta distrutto e un’umanità quasi estinta, e avevano cominciato a rimettere insieme le cose.

***

Edgar incontrò Desmond e lo salutò.

“Buon giorno”, disse.

“Bun girn”, rispose Desmond con quello strano, rauco tono di voce.

Desmond era un “utrath”, un interprete e cui corde vocali erano state modificate chirurgicamente per poter pronunciare le sillabe gutturali che formavano il linguaggio degli Ukhuraj.

Si avviò di buon passo: quella mattina c’era parecchio lavoro da fare, occorreva controllare gli impianti di irrigazione delle serre, dare gli antiparassitari e controllare la maturazione del lletel. La pianta continuava a seguire per la sua maturazione un ciclo annuale di quattordici mesi, che era quello di Ukhura, il pianeta di origine degli Ukhuraj, ed era regolarmente sfasata rispetto alle stagioni terrestri, occorreva proteggerla con attenzione, soprattutto durante i mesi invernali.

Tuttavia Desmond lo richiamò indietro.

“Pu portr qust al pdron?”, chiese e gli porse un fascio di documenti.

Edgar li guardò con aria distratta: non sapeva leggere, non era una cosa di una qualche utilità per il suo lavoro, tanto più cose scritte nella lingua degli Ukhuraj e nel loro alfabeto. Solo guardare quei segni a volte spezzati, altre volte dall’andamento serpentino, gli faceva venire mal di testa. Comunque si trattava certamente di contabilità relativa all’andamento dell’azienda.

Lo studio di Shum-um-ttl si trovava al piano superiore. Edgar percorse la breve scala dai gradini di legno, poi un tratto di corridoio. Davanti alla porta dello studio si fermò e bussò.

Ricevette una voce nel caratteristico tono rauco degli Ukhuraj.

Aprì ed entrò. Come esigeva l’etichetta, a metà percorso fra l’ingresso e la scrivania di Shum-um-ttl, si profuse in un profondo inchino.

L’ukhuraj gli fece cenno di poggiare il fascicolo sulla scrivania: nessuno dei due era in grado di parlare la lingua dell’altro, e la comunicazione si riduceva forzatamente all’essenziale.

L’alieno aveva un aspetto che non si sarebbe potuto in nessun modo scambiare per quello di un essere umano, a malapena lo si poteva definire un umanoide. La testa di forma allungata si protendeva in una specie di lungo muso: una piccola bocca, gli occhi in posizione molto arretrata dalle iridi giallastre. Le spalle sottili terminavano con due braccia e le mani sottili che apparivano assurdamente piccole.

Il torace e la parte inferiore del corpo apparivano sproporzionati, larghi e tozzi: le gambe che si intravedevano sotto la scrivania, tozze come tronchi d’albero, terminanti con piedi muniti di unghie simili a piccoli zoccoli, erano larghe il doppio della coscia di un uomo. La testa, il corpo e le estremità, a eccezione delle palme delle mani e delle piante dei piedi, erano uniformemente coperti da una peluria brunastra folta e corta. Sul muso dell’ukhuraj non era possibile leggere emozioni di sorta, o almeno gli esseri umani non ci riuscivano.

Dopo aver poggiato i documenti sul tavolo, Edgar arretrò senza voltare le spalle all’ukhuraj fino a quando non ebbe oltrepassato la soglia, così come esigeva l’etichetta, quindi richiuse la porta dietro di sé.

Che età poteva avere Shu-um-ttl? Edgar ricordava di averlo visto sempre uguale da quando era nato. Gli Ukhuraj, si diceva, avevano una vita lunghissima, ma erano pochi e si riproducevano raramente. Gli uomini in compenso, da quando gli alieni erano arrivati sulla Terra, avevano prosperato e si erano moltiplicati.

***

Era una classica giornata di fine estate, luminosa e ancora calda, ma non in modo eccessivo. La lunga fila delle trebbiatrici si dirigeva, partendo dalle vicinanze della fattoria verso l’estremità del campo, fino alla rete elettrificata. Edgar era alla guida di una trebbiatrice. Quello era un lavoro che gli piaceva: tutta la parte che a mano, come usavano i contadini di epoche remote, sarebbe stata terribilmente faticosa, la svolgeva la macchina che agguantava a centinaia per volta gli steli del grano, separava i chicchi dai calami, stivava il frumento nel capace carrello, ed espelleva la paglia sotto forma di balle compresse e già perfettamente squadrate.

Lui non doveva fare altro che mantenere l’allineamento con gli altri veicoli e stare attento quando si avvicinava alla recinzione là in fondo. La recinzione elettrificata serviva a tenere lontani bestie selvatiche e uomini randagi, ma ovviamente era pericolosa anche per la gente della fattoria, se non si stava attenti.

La cabina della mototrebbiatrice era scoperta, e il vento che arrivava in faccia a Edgar gli procurava una piacevole sensazione di frescura, anche se era meglio tenere il cappello calcato in testa per evitare copi di sole. Si mise a fischiettare. La vita era bella.

***

Lise era bionda, non molto alta, dagli occhi azzurri, la pelle chiara e una spruzzata di efelidi fra gli occhi e l’attaccatura del naso. I seni e le natiche formavano delle rotondità che Edgar trovava molto piacevoli. Incontrandola nel corridoio, le strofinò il posteriore, anche se non era che lo spazio per passare fosse poi così stretto.

“Sporcaccione!”, protestò lei con finta indignazione.

Gli rivolse un’occhiata di sottecchi.

“Non ora”, disse, “Stasera vieni nella mia stanza, non chiuderò la porta a chiave”.

Edgar aveva una relazione con Lise da diversi mesi; non c’era alcun bisogno di ufficializzarla, e non era affatto detto che durasse per sempre. Se Lise fosse rimasta incinta e avesse avuto un bambino, neppure questo era un problema: la casa di Shum-um-ttl se ne sarebbe presa cura. Lo stesso Edgar d’altra parte non aveva idea di chi fosse suo padre, e per quasi tutte le persone che vivevano alla fattoria, era lo stesso.

***

Quella sera dopo aver fatto l’amore, Edgar e Lise giacevano abbracciati. A un tratto lei si strinse più forte a lui e gli chiese:

“Mi vuoi bene?”

La domanda lasciò Edgar spiazzato. Certo, provava una forte attrazione per Lise, e condividevano il piacere da mesi, ma amare o voler bene cosa significavano in realtà?

Non aveva una risposta.

“Tu sei molto importante per me”, rispose cercando di metterci il minor imbarazzo e la maggiore sincerità possibile.

“Ti devo mostrare una cosa”, disse lei, “Vieni con me e cerca di non fare rumore”.

Si alzarono, uscirono dalla camera, e cercando di essere silenziosi come fantasmi, raggiunsero il portone principale. Lise tirò il chiavistello che scivolò silenzioso, doveva essere stato ben oliato.

Una volta all’esterno del corpo principale della fattoria, la donna portò per mano Edgar verso un fienile.

“Ora guarda!”, disse lei scostando la paglia che ingombrava il pavimento dell’edificio.

Edgar guardò e non capì: erano teloni di plastica di quelli che si usavano per coprire i raccolti quando minacciava grandine, che erano stati tagliati e cuciti in modo da formare delle rozze tute.

“Questi a che servono?”, chiese lui.

“Come a che servono?”, replicò Lise, “Servono a superare la recinzione elettrificata, a scavalcarla senza rimanerci secchi”.

“E perché?”, chiese lui.

“Come perché?”, rispose Lise, “A che serve la recinzione elettrificata?”

“Beh, a tenere lontane bestie selvatiche e uomini randagi”.

“Non ti sei mai chiesto, non hai mai capito che serve soprattutto a tenere dentro noi? Gli Ukhuraj sono i nostri padroni, e noi siamo i loro servitori, i loro schiavi, li teniamo in vita col nostro lavoro, e loro comandano tutto e tutti. Là fuori c’è la libertà, la possibilità di vivere padroni di noi stessi. Domani notte io e un gruppo di compagni fuggiamo. Vuoi unirti a noi?”

Edgar non rispose subito, poi lentamente scosse il capo e disse: “No!”

Libertà? Un bel concetto astratto: li aveva visti qualche volta gli uomini selvatici, lui, quando si avvicinavano cercando un varco nella recinzione elettrificata per entrare e rubacchiare qualcosa nei campi della fattoria: creature magre, lacere, sporche, fameliche. Alla fattoria Edgar aveva da mangiare, un riparo sopra la testa, stare al caldo durante i mesi invernali, divertimenti come la stessa Lise.

Gli Ukhuraj erano i loro padroni, e con questo? Per un lunghissimo tempo gli uomini non avevano avuto padroni, e si erano distrutti a vicenda in una serie interminabile di guerre fratricide, e avevano quasi completamente distrutto il loro pianeta e la sua biosfera. Forse semplicemente gli uomini non erano capaci di vivere liberi. Il dominio degli Ukhuraj era in fondo quanto di meglio potesse essere loro capitato, forniva un accomodamento conveniente.

“No”, ribadì, “Non vengo, andate voi!”

***

Lise fuggì la notte successiva insieme ad altri quattro o cinque umani. Nessuno si diede la pena di dare loro la caccia: di personale umano alla fattoria ce n’era più che a sufficienza. La scomparsa di Lise mise Edgar parecchio di malumore, ma presto non ebbe tempo di stare a pensarci su.

Era in previsione un summit degli Ukhuraj di quella parte del Paese, e la fattoria doveva essere pronta per dare loro la migliore accoglienza possibile.

Ci fu un gran daffare per sistemare gente negli ambienti sia pure vasti e accoglienti della grande casa padronale. Gli Ukhuraj in tutto non erano più di una mezza dozzina, ma ciascuno di loro aveva un folto seguito di umani.

A un certo punto, Desmond venne a chiamare Edgar. Per lui, Shum-um-ttl aveva pensato a un incarico speciale.

La sera fu il momento di una cena sontuosa. Shum-um-ttl aveva fatto apparecchiare nel vasto salone una grande tavolata di deschi disposti a semicerchio: gli Ukhuraj occupavano ovviamente i posti d’onore, e tutto attorno c’erano i più importanti fra i loro servitori umani.

Al centro del salone, coperta da un telo, c’era la sorpresa che Shum-um-ttl aveva fatto predisporre per allietare la serata.

Materialmente, la sorpresa si rivelò una grande gabbia divisa in due scomparti separati da un tramezzo. Nel primo scomparto c’era un essere coperto da un folto pelame nerastro e rozzamente simile a un antropoide, ma con quattro braccia ciascuna delle quali terminava con una mano munita di robusti unghioni dall’aria inquietante, così come inquietanti e minacciosi erano i denti acuminati che spuntavano dalla bocca della creatura: un essere selvaggio la cui razza gli Ukhuraj avevano scoperto su di un pianeta remoto durante i loro vagabondaggi fra le stelle.

Nell’altra parte della gabbia c’era un umano in stato di shock e impietrito dal terrore.

Quando il tramezzo fu tolto, l’antropoide alieno si scagliò sull’umano, gli strappò un braccio poi l’altro e cominciò a farlo a pezzi e a portare alla bocca brandelli di carne sanguinanti, mentre il malcapitato, ancora vivo, si dibatteva in un’agonia atroce. La sua morte fu orribile e lenta.

Gli Ukhuraj apprezzarono moltissimo lo spettacolo.

L’umano era Edgar.

© 2020 by Fabio Calabrese

L'Autore

Fabio Calabrese

Nato a Trieste il 12 novembre 1952, laureato in filosofia, docente di scuola superiore.Fin dall'adolescenza sviluppa una passione per la letteratura fantastica e l’impegno politico. Negli anni ’70 ha fondato assieme a Giuseppe Lippi la rivista amatoriale del fantastico “Il re in giallo”. Ha pubblicato racconti e articoli su numerose antologie, riviste, siti, di fantascienza, di letteratura fantastica e politici.

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