La copertina è World © di Roberta Guardascione
disegnata appositamente per Cose da Altri mondi.

Scelti dal Direttore

– RAI, Alba del Domani, 1981

L’Eternauta n. 109, 1992 (racconto illustrato su sceneggiatura di Mariangela Cerrino e disegni di Corrado Mastantuono


Eridani era un luogo dimenticato da Dio.
Era al di fuori di ogni rotta e nessuno con un po’ di buon senso ci sarebbe andato di propria scelta. Una lunghissima notte di trentasei ore e un altrettanto lungo giorno, alla luce scarlatta di una gigante rossa, lo rendevano tutt’altro che invitante. La sua superficie tormentata di deserti, montagne scabre e vallate profonde era morta da tempo, nell’atmosfera povera di ossigeno e quasi priva di ozono.
Pure il piccolo incrociatore puntava dritto verso il pianeta che, sovrapposto al proprio sole, era singolarmente bello, come un rubino appena pulsante e coronato di luce.
“Dobbiamo proprio andarci, Henry”, considerò Hutch, terminando un rapido esame ai propri strumenti. “Il passaggio delle onde d’urto potrebbe mettere fuori uso tutti i nostri sensori, e magari anche fare a pezzi lo scafo. Perché rischiare? In trentasei ore la tempesta solare di Achenar sarà oltre la nostra rotta: è appena il tempo di una notte, qui.”
Roll si strinse nelle spalle. Non gli piaceva l’imprevisto, né perdere inutilmente tempo, ma sapeva per esperienza che le intuizioni di Hutch dovevano essere seguite. Da quando facevano squadra assieme semplicemente non le aveva mai scoperte errate.
Hutch non ci badava, ma era famoso per questa sua abilità, in tutti i porti dove si fermavano. Roll aveva pensato spesso che, come Maestro, sarebbe stato suo dovere segnalarlo. Tuttavia non si era ancora deciso a farlo, non per negligenza ma perché conosceva l’asettica crudeltà dei Centri di Perfezionamento per i Sensitivi. E non era certo che il suo giovane pilota fosse pronto ad affrontarli.
Anche Hutch era nato sulla Terra, come lui, e proprio come lui non riusciva mai a tornarci, nascondendo la sua nostalgia. Lui invece, che era un Maestro, semplicemente non aveva più voglia di tornarci. Aveva una moglie e un figlio, là. Lei era ancora sua moglie, ma il bambino doveva avere una decina d’anni e non lo aveva mai visto: tutto lo spazio non sarebbe stato sufficiente a proteggerlo dal padre, diceva lei.
Del Servizio si diceva che fosse causa ed effetto di tutti gli eventi che potevano accadere. Dei suoi addetti, i Maestri, che fossero allo stesso tempo agenti, spie, soldati e mistici; nel modo peggiore o in quello migliore in cui ciascun termine poteva essere interpretato dipendeva soltanto dai punti di vista.
Sul visore l’atmosfera rarefatta di Eridani rischiarò il cielo. Erano penetrati negli strati più alti.
“Il computer sta programmando la rotta per una base di stazionamento. È strano” commentò Hutch, distogliendolo dai propri pensieri.
“Perché strano?” ribatté.
Hutch si appoggiò al sedile, all’improvviso distratto.
“Non lo so. Un’idea. Non ho mai saputo dell’esistenza di Basi in questo quadrante.”
“Il fatto che tu non la conosca può escludere l’evidenza che esista?”
“No. Naturalmente no.”
“Allora scendiamo. La base non l’avrà inventata il computer.”
Hutch inserì il programma di discesa nel tracciato di guida e l’incrociatore passò velocissimo da uno strato all’altro, senza problemi, giungendo a posarsi sulla vecchia pista in titanio di Eridani A, non dissimile dalle piste di tutti gli astroporti fuori mano: le luci si erano accese automaticamente, ma non c’era da sperare in rifornimenti o in un servizio di manutenzione.
Hutch mise fuori la testa dal portello principale e annusò l’aria.
“Lo facevano anche i cani, tanto tempo fa, sulla Terra, quando fiutavano il vento” scherzò Roll, impostando il comando di protezione: la prudenza non era mai troppa. Restare bloccati in un posto del genere era l’ultima cosa che potevano permettersi.
Hutch si girò con un mezzo sorriso.
“Non mi sembra proprio un complimento, e comunque l’aria fa girare la testa.”
“Hai dato un’occhiata ai valori dell’ossigeno?”
“Certo: dovremo muoverci poco e prendere i respiratori di scorta.”
“Ci sarà qualcuno?”
C’è qualcuno.
L’improvvisa serietà, il tono forse, nella voce di Hutch, fermò Roll. Non portavano divisa ma l’emblema dell’Ordine dei Maestri della Vigilanza, il più prestigioso dell’intera Federazione, spiccava sulle tute, e quel simbolo non sempre li proteggeva. Spesso, anzi, li metteva nei guai.
“Che cosa hai visto?” chiese quindi Roll, teso.
“Niente. Stando ai sensori in questo posto non c’è nessuno.”
“Un’altra delle tue idee?”
“Forse.”
Hutch non aveva voglia di parlare. All’improvviso era assente, come se stesse seguendo altri pensieri. Roll conosceva i sintomi.
“Appena senti qualcosa, qualsiasi cosa, dimmelo,” gli ordinò.
Ma Hutch uscì come se non avesse parlato.

Il vecchio li aspettava al fondo del breve tunnel che dalla pista portava su, verso la stazione di servizio. Il tunnel sembrava inattivo da un’infinità di tempo, ma anche il vecchio sembrava lì da altrettanto.
Era un gran vecchio. I folti capelli bianchi incorniciavano il viso bruciato da una quantità eccessiva di ultravioletti, ma il naso era diritto, e nella fittissima rete di rughe gli occhi erano due specchi di acqua tranquilla.
Tese loro le mani prima ancora che l’avessero raggiunto. Portava una giubba di cuoio locale, dura, del colore dell’ambra, e un allegro fazzoletto al collo.
“Salute, voi due!” li apostrofò cordialmente.
“Sono il comandante Roll, Henry Roll. Della Vigilanza della Federazione.”
La stretta che ricevette era forte. Era un Maestro e non gli piaceva essere toccato, ma non riuscì a sottrarsi all’entusiasmo del vecchio.
“So bene chi siete! Eridani A è un buco, ma ha un computer e dei terminali che mi hanno scodellato tutti i vostri dati, da quanto il tuo giovane pilota mi ha fornito i codici di entrata al computer del tuo incrociatore.”
Roll si girò a mezzo, sorpreso, ma Hutch evitò di giustificarsi e si strinse nelle spalle. Il vecchio scosse il capo.
“Vieni, comandante. Una notte su Eridani non è poi così lunga, e qui viene così poca gente!”
“Questo posso crederlo facilmente. Qual è il tuo nome?”
“Marco. Chiamami soltanto Marco.”
Avevano raggiunto la sala di ristoro. Una sala troppo grande per un posto come quello: c’erano almeno una quarantina di tavoli, e tutti erano vuoti. Dietro al lunghissimo banco di mescita le luci impietose rivelavano gli accumuli di polvere, gli oggetti antiquati, l’abbandono.
Il vecchio li sistemò a un tavolo e raggiunse il banco, pieno di zelo. Il borbottare di un’apparecchiatura a pressione, dopo appena un secondo, rivelò che forse potevano sperare in qualcosa di caldo.
Tre delle pareti della sala erano completamente di vetro sensibile, che mutava il colore con l’intensità della luce per proteggere l’interno dagli ultravioletti; adesso, con il buio, facevano dilagare soltanto la fredda bellezza del deserto tutt’attorno. Erano sulla sommità di una collina piatta, e il deserto si allargava come un mare tranquillo fino alle montagne all’orizzonte, oscure cattedrali senza cancelli. Due piccole lune rosse, piene come frutti troppo maturi, sorgevano dal buio.
Hutch stava rigido davanti alla vetrata centrale, le mani in tasca. Roll lasciò il tavolo e lo raggiunse.
“Non ho fornito nessun codice, Henry,” gli mormorò Hutch, come se stesse parlando di una cosa da niente.
Il vecchio aveva posato tre tazze fumanti sul tavolo.
“È bello, vero?” esclamò allegramente.“E c’è una così grande pace!”
“Troppa, forse,” convenne Roll. “Non ti pesa?”
“Sono solo da molto tempo. E la solitudine, amico mio, è una malattia dolcissima. Non volete del caffè?”
“Caffè?” esclamò Hutch. “Vero caffè?”
Il vecchio allargò le braccia.
“Tutto può essere vero e tutto può essere falso, non lo sai?”
Roll prese la tazza: era indubbiamente caffè. Vero, vecchio buon caffè terrestre. Gli occhi del vecchio brillarono come piccole stelle luminose, ammiccando.
“Tu che parli a me di solitudine sei molto solo, comandante Roll. Quindi anche tu sai quanto è dolce questa malattia.”
“Che cosa vuoi da noi, vecchio?” esclamò Roll, punto sul vivo, e all’improvviso in allarme.
“Io? Niente. Che cosa posso volere?”
“Henry!”
La voce di Hutch era stata appena un sussurro, ma Roll lasciò la tazza e lo raggiunse. Hutch si era portato le mani alla fronte.
Una delle pareti si era fatta oscura e lentamente l’immagine prendeva forma: una città antica, anzi antichissima, curiosamente divisa da canali d’acqua azzurri, rosa e oro sotto il sole. Come un pizzo.
Una fantasia.
Un sogno.
Hutch scosse il capo per liberarsi dal peso di quell’immagine. Nella sala le luci si erano attenuate e la visione faceva saltare i contorni e mutava la realtà.
“Io conosco questo posto!” Esclamò infine Hutch.
“Certo che la conosci, e anche tu, comandante, perché siete terrestri, dopotutto. È Venezia. È la mia città. Io ci sono nato.”
“Tu sei matto!” protestò Hutch.“Da cinquecento anni nessuno nasce più a Venezia. Io l’ho vista, certo, quando era ragazzo, ma è un museo. L’hanno portata via dal suo luogo originale e ricostruita: case, canali, acqua e ponti, dentro una cupola. Ci vogliono tre giorni per visitarla tutta e il biglietto d’entrata è piuttosto salato.”
“Lo so. Tutto può essere vero e tutto può essere falso, e questa è soltanto un’olografia. Prendete il mio caffè, adesso, prima che si raffreddi.”
Sedettero voltando le spalle alla città splendente, illuminata da un sole lontano. Hutch era pallido: l’olografia, prima di formarsi, era passata dalla sua mente, e il vecchio lo sapeva.
Il caffè andò giù buono e forte.
“Perché non ci parli di te, Marco?” lo interrogò Roll.
“Davvero ti interessa, comandante?” Di nuovo gli occhi gli brillavano.
“Non puoi essere qui davvero da solo.”
“Perché no? Un uomo ha ben poco da fare, quando sono le macchine a vivere al suo posto.”
“Parlaci del tuo passato,” intervenne Hutch.
“Tu non hai bisogno che te ne parli, ragazzo mio,” mormorò il vecchio. “Il passato ti sta nella mente, e appena ci pensi è tuo.”
“No!” si allarmò Roll.
“Non temermi, comandante. Non posso farti alcun male.”
“Non puoi farne a me, ma puoi farne a lui.”
“Sembri un uomo duro, comandante Roll,” borbottò il vecchio, adesso irritato. “Ma anche la tua è soltanto apparenza. Vuoi sentire la mia storia? È molto semplice: molto tempo fa questo quadrante di spazio era inesplorato e io, e altri come me, abbiamo aperto la via alla sua conquista. Ti sembrerà strano, ma i sistemi stellari a quel tempo si raggiungevano a balzi, ad uno ad uno. Noi mettevamo le basi, lottavamo prendendo quello che c’era da prendere, e poi via, per un altro balzo. Era tutto facile, e bello, a quei tempi.”
“Eri giovane. È tutto lì il segreto.”
La voce di Hutch suonò dolcissima, come se cercasse di spiegare una favola a un bambino deluso. Il vecchio gli sfiorò la fronte con le grosse mani.
“Tu che vedi lontano sai quello che sto dicendo!”
“Hutch!” intervenne Roll, allarmato. “Non lasciarti dominare.”
Per il vecchio fu come se non avesse parlato.
“Dopo di noi venivano gli studiosi, i coloni, e poi i ricchi, con le loro idee e i loro soldi.”
“Adesso le regole sono cambiate,” lo interruppe Roll.
“Lo so. Adesso c’è anche la Legge e il Diritto. Voi due siete la legge, in qualche modo. Non avete più niente da conquistare, ma non potete vivere senza conquista, e così vi conquistate la vita. Grazie a Dio siete ancora umani.”
“Hai uno strano modo di parlare.”
“La verità ti fa paura, comandante? No, non a te. Non saresti un Maestro e non avresti lasciato la tua donna scegliendo la sua felicità anziché la tua, se fosse così.”
“C’è una presenza,” lo interruppe Hutch. “Non siamo più soli.”
“La vedi?” Il vecchio trasalì. “Davvero la vedi?”
“È un’ombra. Come la tua città di sogno alle mie spalle.”
Il vecchio si distese, quietandosi.
“Eridani attirò tutti i cercatori del Quadrante, all’inizio della sua conquista,” continuò. “C’erano vene di carbonio puro: i diamanti più belli che un essere abbia mai visto. In quei giorni il pianeta era nel caos. Non c’era legge, e solo il più forte restava vivo, e lui era forte. Era uno di quegli uomini nati per dominare e i suoi occhi vedevano lontano. Proprio come accade a te, mio giovane amico. Abbiamo combattuto insieme molte battaglie, fianco a fianco, giorno dopo giorno. Siamo stati uomini e amici e abbiamo fermato le macchine con la nostra umanità.”
“Zitto, vecchio. Zitto!” mormorò Hutch, coprendosi la faccia. Grosse gocce di sudore gli scorrevano sulla fronte e lungo le guance, fin nel collo, ma il vecchio scosse il capo.
“Quando sono venuti e ci hanno teso la trappola lui sapeva. Proprio qui… Lui poteva salvarsi abbandonandomi, e non l’ha fatto. Avrebbe potuto avere ancora conquista, ricchezza e amore, ma è rimasto, ed è morto come un uomo qualunque. Per amicizia.”
“Lo vedo!” esclamò Hutch. “Lì, proprio davanti a noi!”
Nella sala adesso faceva freddo. Un freddo che veniva da ogni oggetto e da ogni punto. Tutto era freddo. Anche il piano del tavolo. Roll se ne accorse e allontanò la mano con un brivido.
Lui non vedeva altro che la sala vuota, non sentiva altro che il borbottio dell’apparecchiatura a pressione, e tuttavia ci doveva essere una quantità incredibile di energia: era come una massa viva, disperatamente e ostinatamente viva a dispetto del tempo.
La faccia di Hutch stava diventando di pura agonia, e i vetri del banco di mescita si incrinarono saltando tutti assieme. Roll si alzò rovesciando la sedia.
“Basta, vecchio! Hutch non può subire oltre i tuoi ricordi!”
“Il tuo giovane pilota è un sensitivo. Non lo sapevi, comandante? Quel gran cervellone che guida il tuo incrociatore potresti buttarlo, se il tuo amico sapesse usare i suoi poteri. Questo posto è colmo soltanto di ricordi, ed è soltanto lui a farli vivi.”
“Così non resisterà trentasei ore.”
“No, temo di no. Raccoglierà le illusioni, i dolori, le emozioni e le paure di tutti quelli che sono passati da qui, ed è troppo per una mente sola.”
Roll afferrò Hutch per un braccio e lo costrinse ad alzarsi.
“Andiamo via!” gli ordinò.
“No.” Hutch si oppose con energia. “Non possiamo. La tempesta, Henry: hai dimenticato la tempesta?”
“La affronteremo.”
Hutch chiuse gli occhi: erano già troppe le cose che poteva vedere senza averne il dominio.
“Non fare il pazzo, Henry. Tu qui sei al sicuro.”
“Il tuo pilota ha ragione. Se rimani lui morirà certamente, ma se parti anche tu potresti non farcela. Pensaci, comandante. Morire come un uomo qualunque. Per amicizia.”
“Io non so chi tu sia, vecchio, ma porterò Hutch fuori di qui. Non permetterò che muoia perché tu e le tue ombre possiate vivere per una notte. Perché è soltanto questo che vuoi!”
“Ne sei proprio sicuro, comandante? Soltanto questo?” ribatté il vecchio senza scomporsi. Il tono, nella sua voce, placò come d’incanto la furia di Roll.
“Ci stai ingannando. Insegui i tuoi tempi buoni e non ti accorgi che sono sepolti da troppo tempo.”
“E tu chi stai inseguendo, comandante? L’immagine che credi di avere?”
Roll tacque, accorgendosi che avrebbe potuto passare una vita a parlare con quel vecchio che sapeva aggirare così bene la sua abilità di Maestro. In certi momenti gli ricordava i vecchi del suo paese, sulla Terra: vecchi fuori posto nelle vuote Sale di Gioia, con gli occhi ancora pieni di orizzonti da conquistare.
Forse sarebbe stata una bella notte, se avesse potuto parlare almeno un poco di sé, del proprio passato, di tutte le cose non fatte e forse di suo figlio.
Allungò una mano per sfiorarlo, ma non ci riuscì, come se il vecchio fosse separato da lui da un sipario. Piccole immagini luminose si andavano intanto componendo nella sala, apparentemente in modo casuale; talune opache, altre pulsanti. E l’eco di una musica antica e sconosciuta mutava l’aria.
“Mi dispiace, Marco. Non posso restare. Devi capirmi.”
“Certo. Una morte per amicizia è una buona morte, comandante.”
Roll gli girò le spalle. Il vecchio sorrideva ancora guardandolo mentre trascinava Hutch verso il passaggio.
Piccoli fuochi fatui danzavano a mezz’aria nel tunnel, venendo loro incontro e scostandosi soltanto all’ultimo istante. Il freddo era tanto acuto che Roll fu costretto a fermarsi. Il tempo gli sfuggiva e di tutto quanto gli stava attorno soltanto Hutch. Aveva ancora calore. Lo appoggiò alla parete, sostenendolo.
“Ti porterò fuori. Mi hai sentito, Hutch? Sono un Maestro. Prendi la mia forza e la mia mente!” Gli ordinò.
“Ci sto provando, Henry. Ci sto provando.”
La voce non era più la sua, ma si eresse tremando. Il suo calore mitigò il freddo rompendolo. I fuochi danzanti, centinaia ormai, si aprirono e si allontanarono, e quando guadagnarono l’uscita stavano tutti appollaiati sullo stesso lato del passaggio, come curiosi uccelli da preda, in attesa.
L’incrociatore era caldo metallo nella luce scarlatta delle due lune.
Sulla pista non c’erano presenze. E quel vuoto reale, o quella realtà senza ombre, riuscì all’improvviso squallida quanto la stazione deserta.
Raggiunsero la cabina. Hutch si abbandonò sul sedile e il computer si attivò, docile. Roll compì da solo tutte le operazioni per il decollo, e Hutch restò con gli occhi chiusi, il viso disteso.
“Eridani A è stato abbandonato nell’ottantaduesimo anno della Prima Era di Conquista, quando le vene diamantifere si erano esaurite. È più di cinquecento anni fa, Henry,” disse all’improvviso.
“Come lo sai?”
“Lo sta dicendo il computer.”
Roll spinse l’incrociatore su, verso l’atmosfera rarefatta, senza più guardare i dati che scorrevano sugli schermi.
Sfrecciarono via dalla base deserta, verso la tempesta.

 

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