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Quando la musica divenne fantascienza

Quando la musica divenne fantascienza

Il Rock progressivo: musica fantascienza

Anche se la scoperta di un nuovo genere musicale è sempre gratificante, per quelli che se ne innamorano, credo si possa dire che coloro che cominciarono a interessarsi alla musica nei primi anni ‘70 avrebbero sperimentato una delle più entusiasmanti avventure uditive mai vissute prima, se non forse nei circoli ristretti di coloro che hanno assistito in prima persona al nascere e all’evolversi di alcune avanguardie musicali.

Sto parlando del primo fiorire del Progressive Rock, e cioè della corrente musicale che riuscì in qualche modo a creare un ponte tra la musica colta, la musica popolare, il jazz e il rock; tra le produzioni commerciali e quelle più sperimentali.

Questo diede vita anche a un’innovazione nel campo della musica pop che non ebbe precedenti né seguiti, tanto che potremmo dire che i generi e le mode musicali che vennero in seguito ne furono solo innesti e diramazioni, se non addirittura ritorni al passato, come una sorta di restaurazione musical-commerciale che non ha ancora avuto fine.

Anche se non era nella loro intenzione, furono in un certo qual senso i Beatles a dare l’avvio a questo movimento, prima introducendo, con l’aiuto di valenti direttori d’orchestra, notevoli infusioni di musica per archi nelle loro canzoni e poi realizzando Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band (1967), il loro ottavo album, da molti considerato il più famoso e influente della storia del rock perché è uno dei primi concept album, cioè uno delle prime realizzazioni a un unico tema, sviluppato su più brani musicali.

Ciò che ne nacque, fu una corrente della musica rock, i cui esponenti cercarono, più o meno consapevolmente, di far progredire il rock dalle sue radici blues di matrice americana a un livello maggiore di complessità e varietà, melodica, armonica, stilistica e compositiva; proprio incorporando elementi provenienti da altre tradizioni musicali, inizialmente tipicamente inglesi.

E mentre intorno a questo fervore innovativo si accresceva e si irrobustiva la mitologia del grande gruppo rock, da un’altra parte si alimentava un intreccio e una complicità tra musica e racconto fantastico che avrebbe caratterizzato varie produzioni di quel periodo.

Molti long playing (non dimentichiamo che allora non esistevano i CD e si usava il vinile, mollemente accarezzato o gravemente graffiato da più o meno sofisticate puntine) nascevano proprio sotto l’auspicio e la voglia di raccontare storie fantastiche, che spesso erano di fantascienza e ancor più spesso traevano origine dalla mitologia delle alte terre d’Inghilterra.

I dischi, inoltre, erano di grandi dimensioni, cosa che consentiva la realizzazione di oggetti di grande impatto emozionale, e non come ora, con i cd che consentono al più l’inserimento di piccole brochure, o l’mp3 scaricato da una piattaforma o l’altra.

Gli LP di quegli anni, oggi vanto dei collezionisti al punto di vederne delle moderne ristampe, venivano illustrati da grandi disegnatori del fantastico, come lo stesso Giger, dando vita a oggetti che era bello possedere e rimirare, in grado di condizionare fortemente l’ascolto dell’opera musicale, cui davano una forte impronta narrativa. E questo spesso anche trasformandosi in veri e propri volumi da leggere e da sfogliare, con i testi delle canzoni e altre cose a illustrazione e arricchimento.

Si potrebbe quasi dire che se la fantascienza cinematografica aveva scelto a proprio commento sonoro in gran parte la musica classica e quella sperimentale, il rock progressivo prese la fantascienza e il fantastico a proprio commento visivo, anche in omaggio a certe teorie di “immaginazione al potere” nate proprio in quel periodo.

Il funambolo della tastiera

Anche se, per riconoscimento universale, il gruppo più significativo e famoso di quel periodo è quello dei Pink Floyd, di cui certamente parleremo, vi sono molti motivi che mi spingono ad affrontare la storia del rock progressivo parlando prima di Keith Emerson.

Nato nel 1944, questo musicista comincia a suonare il piano all’età di quattro anni, e non certamente in modo ortodosso come si può notare osservando la posizione poco accademica che la sua mano destra assume, con il mignolo quasi rattrappito, quando si lancia nei più funambolici e ineguagliati assolo sulla tastiera di turno.

È nel 1967, ancora quell’anno mitico, che fonda i Nice, un gruppo nel quale per la prima volta le tastiere diventano il punto focale di una rock-band togliendo alla chitarra il suo tradizionale ruolo di protagonista.

Ciò che in verità quest’uomo ha fatto è stato quello di reinventare letteralmente il ruolo del tastierista nei gruppi musicali dell’epoca, in particolare essendo tra i primi a intuire che questo strumento, grazie allo sviluppo dell’elettronica, avrebbe potuto dare al gruppo rock, tradizionalmente composto da poche persone, lo stesso impatto sonoro e romantico, di una grande orchestra.

musica fantascienza Keith Emerson

Il mitico Moog di Emerson

Il primo a circondarsi di diverse tastiere tanto da finire per sembrare un polipo musicista.

Come egli stesso racconta, il rapporto con i musicisti d’avanguardia dell’epoca, in particolare con Moog, gli fa comprendere la straordinaria potenzialità del sintetizzatore di suoni che quest’ultimo ha inventato e si dota di una specie di mostro grande come un armadio (che egli utilizza fino all’ultimo, in parte snobbando le più efficienti tastiere digitali), dotato di leve, pomelli, jack e lucette, davanti al quale si muove e si agita come uno scienziato pazzo intento a elaborare l’alchimia musicale che muterà il mondo nel bene o nel male. Una macchina sicuramente costruita su misura per lui e senza la quale, forse non c’è davvero Keith Emerson.

Sicuramente istrionico, fa del suo spettacolo un esibizione funambolica come dovevano esserlo certe intemperanze pubbliche di Mozart, mentre salta sul suo organo Emmond, lo violenta, lo pugnala, lo butta a terra, lo suona a testa in giù (proprio come faceva il fanciullo prodigio).

Poi letteralmente inventa un aggeggio che collega al suo sintetizzatore, una specie di asta generatrice di suoni che si sfrega addosso in modo lascivo, anticipando sconcezze che altri porteranno oltre i limiti del buon gusto, quando il rock diverrà un po’ troppo satanico.

musica fantascienza Carl PalmerE tutto questo mentre il suo batterista, Carl Palmer, evoca miti atlantidei, primo tra tutti i batteristi a dotarsi di un gigantesco gong, degno dell’imperatore della Cina e  Greg Lake, che proveniva dai mitici King Crimson, sostiene il tutto con una solida parte di basso e lo ingentilisce con le sue dolci ballate.

Il loro primo album, per la Islands Record, intitolato semplicemente Emerson Lake & Palmer rimane uno dei più popolari album rock di tutti i tempi, anche se ciò che contiene è sicuramente ancora molto legato all’esperienza che Emerson aveva svolto con i Nice; un misto di jazz e musica classica in cui il pianoforte era lo strumento principe.

Agli inizi del 1971 gli ELP cominciano a lavorare a un nuovo album, quello forse che farà nascere o evidenzierà il citato connubio tra rock progressivo e fantascienza. Nasce in soli sei giorni di registrazioni e si intitolerà Tarkus. Sul lato A presenta la lunga suite di Tarkus (20 minuti divisi in vari movimenti), che viene considerata il manifesto del rock progressivo.

La copertina disegnata da William Neal, è molto eloquente. All’esterno, in un ambientazione metafisica alla De Chiricho, presenta l’imponente Tarkus, sorta di incrocio tra un armadillo e un carro armato. All’interno la sua storia in quadri, quasi un fumetto senza parole: Tarkus è arrogante perché si sente invincibile, sterminando senza pietà tutte le altre creature biotecnologiche che incontra sulla sua strada; solo quando incontra una creatura interamente biologica, che lo ferisce a un occhio, comprende le sue limitazioni.

musica fantascienza

Una metafora, sottolineata dal lungo brano citato che mischia gli influssi più disparati, dalla musica d’avanguardia al rhythm&blues, fino alle potenti cornamuse scozzesi. Generazioni di tastieristi, negli anni a seguire, lo impareranno a memoria, fortemente impressionati dalla sua capacità di solista e dai particolari e faticosissimi accompagnamenti che la mano sinistra di Emerson riesce a fare.

Musica e fantascienzaPictures At An Exhibition è forse uno dei primi dischi live dell’epoca, certamente uno dei più coinvolgenti e nasce ambiziosamente da una rielaborazione dei Quadri di Esposizione di Mussorgsky, e a tratti ne mantiene le magiche atmosfere, per poi volare in brani rock e blues travolgenti. Sulla copertina vengono mostrati i quadri del titolo, uno per brano, ognuno dei quali sembra la copertina di un Urania nostrano.

È anche il disco che fa nascere l’idea dell’elaborazione rock-elettronica di brani classici famosi. Un’idea che farà nascere molte cose interessanti, di cui non si può non ricordare le rielaborazioni elettroniche della nona sinfonia di Beethoven, realizzate da Wendy Carlos, usate come colonna sonora di Arancia Meccanica.

L’album ha un grande successo commerciale e raggiunge in Inghilterra il n. 3 delle chart; la band allora intraprende un tour che parte dall’Inghilterra e attraversa l’oceano: gli ELP suonano in Usa, Canada e persino al Mar Y Sol Festival di Porto Rico, davanti a 30.000 persone.

In questi concerti si viene delineando l’imponente mole di tastiere utilizzate sul palco da Emerson: due organi Hammond, un enorme Moog modulare, un piano a coda Bluthner e un clavinet; Palmer non é da meno e il suo set di percussioni, comprendente timpani, xilofoni e l’enorme gong, posizionati su una gigantesca base mobile, il tutto valutato circa 25.000 sterline dell’epoca.

Significativo il disco del 1973, Brain Salad Surgery, con la copertina realizzata nientemeno che da H.R. Giger, poco dopo divenuto famosissimo per la realizzazione della creatura del film Alien. Questa copertina, famosa anch’essa e più volte riportata nelle pubblicazioni di questo illustratore, è a due ante e raffigura una femmina cibernetica, che all’interno si trasforma in una donna che anticipa le particolari ambientazioni tecno-egizie di Stargate.

musica fantascienza

Anche le musiche hanno un che di alieno, miscelando in modo molto metafisico canzoni tradizionali inglesi, alle particolari alchimie di Emerson (il quale qui si ispira ancora, come per Tarkus al compositore Ginastera).

Anche gli spettacoli del gruppo, particolarmente amato negli Stati Uniti, sono sempre più fantascientifici ed essi si spostano con 35 tonnellate di equipaggiamento, tra cui un, per allora, avanzato sistema di quadrifonia, una batteria girevole, un grand piano che viene sollevato a 10 a dieci metri d’altezza e volteggia da una parte all’altra del palco e uno speciale sistema di luci con sofisticate apparecchiature laser; arriveranno a esibirsi persino di fronte a 350.000 persone.

Pochi anni dopo realizzeranno anche un tour accompagnato da un’orchestra sinfonica e da un coro classico per un totale di 75 musicisti. Esperienza che si concluse in fretta per i costi troppo elevati.

Il gruppo si scioglie nel 1979, perché il gioco non vale più la candela, ma non possiamo non raccontare che le potenzialità della musica di Keith Emerson, nel campo del fantastico, vengono comprese da Dario Argento che gli fa realizzare la colonna sonora del film Inferno, un’idea che sicuramente prendeva anche l’avvio dal successo di Tubulars bells, di Mike Olflyeld, come colonna sonora di L’esorcista. Una formula sonora che Argento aveva già tentato di sfruttare precedentemente, utilizzando le musiche dei Goblin, fondati dal figlio del mitico maestro Simonetti, che forse alcuni di voi ricorderanno raccontare favoline al pianoforte negli anni ‘60.

Emerson si suiciderà, come il personaggio di un romanzo, quando una malattia alla mani comincerà ad intaccare le sua capacità di musicista.

Visioni elettriche

Non vi è dubbio che i Pink Floyd, pionieri della psichedelia, sono tra i massimi esponenti del rock progressivo e del rock in generale, divenendo un fenomeno coinvolgente per la produzione di impegnative rappresentazioni multimediali della propria musica, anche attraverso spettacoli in cui la componente visiva è parte integrante di quella sonora.

A Cambridge, nei primi anni ‘60, David Gilmour, Roger Waters, Richard “Rick” Wright, Syd Barrett e Nick Mason da compagni di scuola cominciano a interessarsi insieme alla musica. Dopo varie formazioni nasce, nel 1965, il gruppo dei Pink Floyd Sound (dal nome di due bluesmen molto amati da Barrett, Pink Anderson e Floyd Council).

Barrett comincia a scrivere materiale originale per il gruppo, che nel marzo 1966 si esibisce al Marquee di Londra, rivelando grandi doti nell’improvvisazione.

Sono gli anni delle droghe psichedeliche (come l’LSD) e molte delle composizioni di Barrett sembrano trarne esperienza. Dopo alcuni 45 giri, esce il loro primo album, The Piper At The Gates. Il disco è tutta una creazione della genialità di Barret, il quale però presto soccombe alla sua instabilità mentale. Tanto che in quegli anni girava anche la singolare voce che Barett fosse fuggito dal manicomio e avesse realizzato un disco prima di essere riacciuffato.

Viene sostituito da Gilmour che riporta la musica del gruppo alla tradizione rock-blues, e inizia allora una carriera musicale che li vedrà consacrati persino in Zabriskie Point dove Michelangelo Antonioni concede alla loro musica la scena finale del film.

Atom Heart Mother (1970), noto come il disco della mucca che infatti spicca sulla copertina, è incentrato su una lunga suite dove essi fanno ampio uso di uno strumento per allora assolutamente all’avanguardia: il mellotron, uno strumento a tastiera, considerato l’antenato dei moderni campionatori, poiché la pressione di ciascun tasto innescava la riproduzione di un segmento di nastro magnetico su cui era stato precedentemente registrato il suono di archi, cori e flauti (i suoni più comuni, ma anche violoncello e vari strumenti a fiato). Uno strumento di costi proibitivi e soggetto a frequenti guasti.

Un disco che certamente riassume le due anime dei Pink Floyd, con una facciata lirica e sognante, e l’altra di brani di rock tutto sommato tradizionale.

musica fantascienza: MeddleÈ però con Meddle (1971) che i Pink Floyd cominciano il loro intrigante flirt con la cultura del fantastico e in particolare col brano Echoes, che anche questa volta prende tutta una facciata del LP, e che ne ispira la copertina, la quale raffigura un enorme orecchio immerso in azzurre onde sonore.

Se si pensa che mentre gli italiani ascoltavano questo brano, la rivista Urania era letta con una passione e un’assiduità mai più riscontrata in seguito, si ha un’idea del periodo.

Echoes inizia con una semplice nota di piano distorto, che indubbiamente fa pensare a una goccia che cade, instancabile, da una stalattite, per poi complicarsi in una melodia che ci condurrà come al seguito di una processione, certamente aliena.

Un corteo dai fini misteriosi che poi, lentamente si perde nel forte vento del deserto. Le chitarre e le tastiere si trasformano in meri produttori di effetti sonori e quel deserto si popola delle grida di inquietanti avvoltoi, fino al positivo ritorno della processione, della pace e della goccia.

Un brano che sarà spesso eseguito dal vivo e quindi fedelmente riportato in Live At Pompei (1972) di Adrian Maben, che riprende un loro concerto senza pubblico nel mezzo di un suggestivo anfiteatro greco. Un film che sarà proiettato in tutti cinema d’essai del mondo.

A dire la verità, però, il merito della notorietà mondiale dei Ping Floyd è anche del tecnico del suono Alan Parsons. Questo autore realizzerà in proprio diversi album, sotto l’egida di quello che agli chiamerà l’Alan Parsons Project, con uno stile classicheggiante che per certi versi preconizza le colonne sonore dei blokbuster di fantascienza dei nostri giorni.

Con i Ping Floyd realizza, nel 1973, un disco che mette il gruppo dal centro dell’attenzione mondiale, valorizzando le particolarità del loro sound, ma stemperandolo con le proprie morbide sonorità; una lezione che i PF non dimenticheranno più neanche quando termineranno il sodalizio con lui.

Il disco, imperniato sull’alienazione e la schizofrenia della società contemporanea, è nientepopodimeno che The Dark Side Of The Moon, ricco di indubitabili atmosfere da fantascienza sociologica e una copertina divenuta una vera icona, raffigurante un prisma in campo nero che separa la luce bianca nello spettro dei colori dell’iride.

Vocazione per la fantascienza sociologica confermata in Animals (1977), che viene pubblicizzato con il lancio nei cieli di Londra di un enorme maiale gonfiabile. Un disco che affronta i temi orwelliani dell’alienazione indotta sugli esseri umani dall’industrializzazione.

Il lavoro The Wall, poi, nel 1982, si materializza in un film parzialmente d’animazione con la regia di Alan Parker, che, dando per certi versi inizio al moderno videoclip, rappresenta il momento di maggiore notorietà del gruppo, ma anche l’inizio della fine della loro parabola di spettacolo.

Il gruppo si scioglie nel 1984, anche se i Ping Floyd saranno riesumati da diverse formazioni che ne forniranno delle riedizioni credibili, come nel disco The Division Bell.

Spazi aperti per la genesi di giganti gentili

Gli Yes, sono certamente uno dei gruppi rock musicalmente più preparati che si siano mai visti. Tra l’altro tutti dotati, oltre che di capacità compositive e strumentali, anche di una bella voce; tanto che sono mitici i loro cori. Unico gruppo in grado di interrompere seccamente brani rock forsennati, con degli inaspettati e improvvisi cori a cappella, per poi far subito riprendere la bagarre elettrica, lasciando letteralmente il pubblico senza fiato.

Esorditi nel 1969 con il disco omonimo Yes, sono costituiti nel periodo d’oro da Bill Bruford alla batteria, Rick Wakeman alle tastiere, Steve Howe che con la impressionante tecnica chitarristica darà una fortissima caratterizzazione al gruppo, Chris Squire al basso e Jon Anderson alla voce. Anderson e Squire, saranno le menti più creative del gruppo.

Anche se il loro avvio nel rock progressivo è lento rispetto ad altri gruppi e che cominciano a imbroccare con Yes Album (che infatti per gli appassionati è il primo disco dei veri Yes).

Sarà nel 1972 con Fragile, che l’arrivo di Rick Wakeman definisce del tutto il carattere della band.

Wakeman è tastierista di impostazione classica e accademica e, che ci sia arrivato da solo o per imitazione, segue le orme di Emerson. Si traveste da mago Merlino e si trincera tra le sue mille tastiere (oltre al sintetizzatore, al pianoforte e l’organo, si dota di ben due mellotron) e in futuro non trascurerà neanche di avviare il connubio con la fantascienza imbastendo intorno a sé un bellissimo recital, per tastiere, voce recitante e orchestra imperniato su Viaggio al centro della terra di Verne; spettacolo che da origine a un LP-book corredato di liriche e bei fotomontaggi che lo vedono intento a districarsi tra stalattiti e mostri preistorici.

musica fantascienza: Roger DeanCon gli Yes non siamo più nella terra del puro rock ma abbiamo costruzioni musicali colte e sofisticate, che pochi altri possono permettersi di riprodurre. Ed è con l’LP del 1972, Close To The Edge, considerato il loro capolavoro, che anche questo gruppo trova il perfetto connubio tra rock progressivo e atmosfere fantastiche.

Anche qui una facciata interamente occupata dal brano omonimo, carico di atmosfere fantasy, con soluzioni strumentali tali che al puro ascolto spesso non si riesce a capire quale sia lo strumento che sta emettendo un dato suono (una caratteristica che apparirà poi anche nei lavori singoli di Anderson).

La sua copertina, realizzata da Roger Dean, come quasi tutte le copertine degli Yes, si apre su un altipiano miracolosamente coperto da un lago, le cui acque debordano in perenni cascate, un immagine molto suggestiva che si sposa perfettamente con il contenuto del disco.

Il triplo dal vivo Yessongs, di cui la nostra copertina che riporta una illustrazione interna, comprende tutti i successi precedenti del gruppo e ha anche una confezione epocale, con diverse grandi illustrazioni dello stesso autore che evocano mondi alieni, primitivi e misteriosi e persino un astronave a vela solare di foggia artigianale. Disegni che hanno influenzato una generazione di illustratori.

Una linea musical-narrativa, quella degli Yes, che continuerà anche in Tales From Topographic Oceans e in altri lavori successivi.

Fra il 1975 e il 1976, su decisione di Jon Anderson, ognuno dei membri degli Yes produsse un proprio album solista. Jon realizzò, suonando tutti gli strumenti, Olias of Sunhillow, uno dei suoi album più amati.

Si tratta di una vera e propria opera fantasy, con sonorità che non si erano mai udite prima e che in parte non si sono più udite in seguito. Un disco che dimostra la straordinaria capacità tecnica di questo artista e fa comprendere il preponderante contributo che egli ha dato all’epopea degli Yes.

Notevole anche la confezione, che presenta, all’interno, una vera e propria storia fantasy illustrata e che ne integra la parte musicale spiegandone il contesto.

Da rimarcare anche la sua partecipazione alla colonna sonora del film Legend di Ridley Scott. Una collaborazione non casuale se si pensa che Anderson realizzò dei lavori anche con Vangelis, il quale avrebbe realizzato le musiche di un altro film di Scott, Blade Runner.

Gentle GiantForse l’unico altro gruppo in grado di tener testa agli Yes nel contrappunto rock sono i Gentle Giant, con in più una forte impronta da conservatorio che conduce a usare strumenti poco usuali nel pop come il violino, la marimba, il sassofono e la tromba.

Nella loro musica, come nel loro presentarsi grafico, è più apparente il legame con il mondo fantasy inglese, anche se il genere letterario fantasy odierno non era ancora nato, vi sono però passaggi, come l’uso di effetti sonori e l’utilizzo di suoni naturali, vetri che si rompono, passi, temporali in lontananza, che ci conducono in atmosfere più tecnologiche e inquietanti. Effetti che anche i Ping Floyd imiteranno in Dark side.

Comunque la copertina del loro primo album omonimo, del 1970, con la figura del gigante gentile, rimane una delle più belle di quel periodo ed è anche strano da rilevare che l’etichetta della loro casa discografica, la Vertigo, presenta un disegno che, chissà perché, gli alieni si divertiranno, negli anni novanta, a tracciare nei campi del grano d’Inghilterra insieme ad altri famosissimi ed elaboratissimi cerchi.

Sottovalutati comunque in patria, forse per la concorrenza di gruppi come gli Yes, i Genesis o i Jethro Tull, i Gentle Giant riescono a penetrare il mercato americano e quello europeo.

Molto più apprezzati ed ascoltati sono invece i Genesis, che non disdegnano temi e suggestioni legate ala scienza e alla riflessione, come nel loro primo album From Genesis to revelation, del 1969, che aveva l’intento di narrare in quaranta minuti l’evoluzione dell’umanità.

Seguirono album meno velleitari ma sempre ambiziosi nei quali i testi di Peter Gabriel ci chiedevano di immaginare una fantastica Londra governata da J.R. Tolkien o uomini costretti a ridurre la propria statura per adeguarla a quelle di abitazioni sempre più anguste.

Nursery Cryme, album prende spunto dal celebre libro di favole, fissa l’inizio dello splendido rapporto dei Genesis con l’Italia, che li spinge a un successo imprevedibile per dimensioni e intensità, ispirando Gabriel a truccarsi ed a vestirsi in modo teatrale, una trovata scenica usata poi anche dagli italiani Osanna. È infatti memorabile il concerto di Dublino, quando Peter, a sorpresa, per il finale di The musical box, indossò un abito rosso della moglie Jill e una grande testa di volpe, chiamata appunto Foxhead.

Sarà guarda caso con Foxtrot, che il gruppo comincia a focalizzare un sound che lo renderà totalmente riconoscibile a tutti gli appassionati; uno stile dove il virtuosismo non è mai fine a se stesso, ma sempre finalizzato alla realizzazione del progetto compositivo.

In Italia, il Banco tiene banco

Mentre in Germania il rock progressivo prendeva le vie della sperimentazione elettronica, come per i Tangerne Dream, e in Francia una vena forse più new age; in Italia si cercavano vie più consone alla nostra storia musicale.

Il Banco del mutuo soccorso si formò fra il 68 e il 71, attorno ai fratelli Vittorio e Gianni Innocenzi, che facevano audizioni per case discografiche e si ritrovavano con altri musicisti in una sala prove che in seguito divenne celebre come La stalla.

A essi si affiancarono Marcello Todaro, Francesco Di Giacomo (spesso comparsa, per amicizia e fisique du role, nei film di Fellini) e Pierluigi Calderoni.

Il loro primo album raffigura un grosso salvadanaio e gode di atmosfere medievaleggianti, che in seguito riappariranno nella loro opera, seppure sostenute da un rock poderoso e da atmosfere musicali che sanno di conservatorio italiano.

Il secondo album, Darwin!, considerato il primo concept italiano, è ricco di atmosfere da fantascienza, dato che affronta il tema dell’evoluzione delle specie, con una copertina che rappresenta un orologio e brani che tentano i ripercorrere la storia dell’evoluzione dell’uomo.

Questi due primi album possono essere considerati i più significativi e amati del gruppo, anche se la loro canzone più famosa è del terzo LP: Non mi rompete.

Il gruppo in seguito ha realizzato ottime cose, sempre incentrate sui virtuosismi delle tastiere dei fratelli Nocenti (che in certi momenti richiamano lo stile di Emerson) e sulla voce inconfondibile di Di Giacomo, mentre perseguivano una contaminazione del rock progressivo con sonorità più mediterranee. Non a caso comunque, nel 1974, il Banco abbandonò la Ricordi per passare all’etichetta Manticore, fondata da Emerson, Lake e Palmer, per garantire alle band un maggiore controllo artistico sui propri dischi.

In quel periodo, il Banco, oltre a fare da supporter ai Gentle Giant, fece un tour insieme alla PFM e a un altro grande gruppo della scena progressive italiana, le Orme.

Le Orme, realizzarono alcuni dischi dall’impianto fantastico e onirico, con copertine che ricordavano i quadri di Savinio. Lavori tutto sommato discreti e suggestivi. I loro spettacoli dal vivo invece si rifacevano per lo più al modello di Emerson, Lake & Palmer ma, dobbiamo dirlo per esperienza diretta, non si avvicinavano neanche lontanamente alla qualità dei loro riferimenti.

Di quel periodo italiano non dobbiamo dimenticare l’apporto di Franco Battiato che uscì con due primi long playng estremamente sperimentali, e che per testi, musiche e presentazione grafica erano due veri e propri lavori di fantascienza. Una vena che poi rinnegò quasi totalmente, per seguire strade più intimiste e spirituali, con linee musicali che fecero maggior presa sul pubblico.

Atlantide dei TripNon possiamo inoltre non citare la lodevole e appropriata uscita, per la RCA, del disco di un singolare gruppetto anglo italiano, i Trip. Il disco in questione si intitola Atlantide e presenta una suggestiva copertina che con un pop-up sembra mostrare l’isola omonima come popolata da un’antica e primitiva civiltà, ma poi, aprendo due ante, si scopre che si tratta di una civiltà che ha sviluppato alte forme di tecnologia.

Anche il contenuto musicale, molto personale e riconoscibile, è adeguato al tema trattato.

Epilogo di una epopea

La nascita di un interesse progressivo per la produzione artistico letteraria legata al fantastico e alla fantascienza, così come vediamo potentemente inverata oggi, è stata un fenomeno vasto e complesso.

Ci è sembrato importante scrivere questo articolo proprio per mostrare come anche nel mondo musicale sono accadute cose, si sono lanciate suggestioni che sicuramente hanno contribuito a questo movimento parallelo, trasversale e, ovviamente, trans-dimensionale.

Non dimentichiamo che quegli sono anche gli anni di una grande cinematografia di fantascienza, ricca di riflessioni sociali; gli anni in cui David Bowie, creando una singolare sovrapposizione tra se stesso e il proprio personaggio, da vita al marziano de L’Uomo che Cadde sulla Terra (1976), diretto da Nicolas Roeg.

Il rock progressivo, alla fine, è morto insieme alla mitologia dei grandi gruppi rock, cosa che in fondo ha giustamente fatto il suo tempo, anche se i millenial stanno riscoprendo questi giganti della musica. La sua eredità vive ancor oggi in molti stili e molti luoghi, forse, primo tra tutti nella musica new age, che rimane progressive anche se non è più rock.

Intanto coloro che hanno vissuto dell’epoca, quando si incontrano, si guardano con la comprensione di chi ha vissuto un’esperienza indimenticabile.

 

Giorgio Sangiorgi
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Sangiorgi lavora e vive a Bologna. Dopo un esordio nel campo del fumetto, ha vinto alcuni premi letterari locali per poi diventare uno degli autori e dei saggisti della Perseo Libri Il suo libro "La foresta dei sogni perduti" ha avuto un buon successo di pubblico. Ora pubblica quasi esclusivamente in digitale e alcuni suoi racconti sono stati tradotti e pubblicati in Francia e Spagna.

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