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PICCOLI APPUNTI SUI PREMI HUGO 2019

PICCOLI APPUNTI SUI PREMI HUGO 2019

Sui romanzi che partecipano ai premi Hugo 2019, per noi è piuttosto difficile essere aggiornati su tutte le categorie in gara: Romanzi brevi, Racconti lunghi, Racconti corti…

I Romanzi, si spera, potranno prima o poi apparire in traduzione anche in Italia, per cui conviene parlarne.

Ho visto, tuttavia che, con bella anticipazione, la Casa Editrice di Silvio Sosio ha pubblicato su Robot il breve racconto di P. Djèlí Clark The Secret Lives of the Nine Negro Teeth of George Washington (Le vite segrete dei nove denti di negri di George Washington), già vincitore del Nebula per la selezione Racconti Brevi.

Si tratta di una curiosa, ma non particolarmente interessante storia, che forse vorrebbe essere steampunk e invece alla fine diventa una sorta di pamphlet sociale. Forse i benpensanti (visto il loro modo di ragionare) hanno accettato tutte le decine di volte in cui l’aborrita parola negro appare in questo racconto solo per il fatto che l’autore è un uomo di colore (anzi, adesso bisognerebbe dire Afro Americano!).

PICCOLI APPUNTI SUI PREMI HUGO 2019

The Secret Lives of the Nine Negro Teeth of George Washington

Ma piuttosto, vediamo un po’ che cosa ci propone la selezione dei romanzi.

Seguirò un ordine personale di preferenza, per cui il lettore sappia che non è certamente la classifica finale.

PICCOLI APPUNTI SUI PREMI HUGO 2019Il romanzo che mi è piaciuto di più è stato The Calculating Stars, di Mary Robinette Kowal, editrice Tor.

È il primo libro di una nuova scrittrice che ha in caldo per i suoi lettori una trilogia.

Il romanzo in questione si svolge in un passato (sic) alternativo: gli anni cinquanta del secolo scorso. Un immane meteorite (come ci dice l’autrice, non una meteora, per via delle dimensioni), si schianta proprio intorno alla città di Washington, capitale degli Stati Uniti, provocando un danno immenso: buona parte della costa orientale sarà completamente cancellata dalla faccia della Terra.

Anselma York, detta Elma, è un’aviatrice con svariate ore di volo al suo attivo. Durante la seconda guerra mondiale aveva operato come WASP (Women Airforce Service Pilot).

Elma si definisce nel libro una computer, intraducibile se non perdendo il doppio senso: una addetta ai calcoli. Lei e altre sue colleghe lavorano presso il nuovo ente spaziale, IAC (International Aerospace Coalition), nel quale il responsabile tecnico dei lanci è suo marito Nathaniel.

Elma York, assieme a una schiera di donne matematiche dette appunto computer, esegue tutti i delicati calcoli orbitali perché la IBM sta costruendo delle macchine a quello scopo, ma pare che siano ingombranti, scaldino troppo e molto spesso sbaglino! Ma perché questa impellente necessità di far funzionare un centro spaziale? Molto semplice: Elma York ha calcolato che, dopo un periodo di alcuni anni in cui il pianeta Terra diventerà freddissimo, uno spaventoso effetto serra subentrato per via delle particelle sollevate nell’atmosfera surriscalderà gli oceani, portandoli addirittura all’ebollizione, cancellando tutta la vita sulla Terra.

La tecnica usata da Robinette Kowal per costruire il romanzo è molto accattivante: la parte tecnica è ben curata, ma non mi sembra la cosa più importante. Elma York, uscita con coraggio da una guerra, è una donna ebrea. Nel nuovo ambiente che si viene a creare dopo l’impatto meteorico, viviamo tutti i soprusi di quella società, verso i neri, verso gli ebrei e verso le donne. Una donna non può pensare di diventare astronauta: non si è mai visto! Qui Robinette Kowal ci descrive con semplicità lo spaventoso mondo razzista, che probabilmente esiste, o è esistito. La sua descrizione, le paure del suo personaggio sono del tutto comprensibili, anche per un lettore che non abbia mai vissuto situazioni analoghe.

A prima vista il romanzo potrebbe sembrare un’idea fragile, invece la forza descrittiva dell’Autrice lo rende interessante in ogni passaggio. I personaggi sono a tutto tondo, non sono scontati, hanno una vivacità accattivante, con i loro caratteri e le loro debolezze, senza sbavature. È un bell’esempio di fantascienza di grandissima classe: una società che assomiglia moltissimo alla nostra ma in una situazione assurda.  Uomini e donne a volte discutibili come persone, ma che non vogliono mollare: la speranza alla fine potrà superare tutte le differenze?

Premi HugoIl secondo romanzo interessante della sestina mi sembra essere Trail of Lightning, di Rebecca Roanhorse, Editrice Saga.

La Roanhorse (Cavallo Roano) è una indigena americana, immagino della tribù dei navajo (Arizona), da come si svolge il libro.

Il romanzo è una attenta raccolta di leggende dell’orrore tipiche della civiltà in questione: a questo proposito ricordiamo anche un libro di Giorgio Faletti, Fuori da un evidente destino, che in qualche modo precede questa narrazione con parecchio meno pathos.

Questo della Roanhorse è un romanzo pieno di azione, anche se lo sfondo è decisamente fantasy. Notevole l’approccio sulla base delle leggende navajo, di cui questo libro può essere considerato quasi un’antologia.

Esiste qualche accenno anche fantascientifico: la Nazione Navajo si è volutamente isolata dal resto del mondo, che è praticamente scomparso: inizialmente non sappiamo bene perché. Per non fare entrare nessuno nei loro territori, i navajo hanno costruito tutto attorno delle mura alte quindici metri:

Si dice che gli hataałii abbiano lavorato mano nella mano alla costruzione del Muro e per ogni mattone aggiunto, essi cantavano una canzone. Ogni listello, una benedizione. E il Muro visse di vita propria. Quando i muratori arrivarono il giorno dopo, il Muro già superava i quindici metri di altezza. A est fu costruito con conchiglia bianca. A sud era di turchese. A ovest con madreperla di abalone e a nord del più nero giaietto. Era bellissimo. Era nostro. E noi eravamo al sicuro. Al sicuro dal mondo là fuori. Ma qualche volta i mostri peggiori sono in mezzo a noi.

Interessante e suggestiva la descrizione della Nazione Navajo (Dinétah): ho visto personalmente una parte di quel territorio e mi sono ritrovato nella gente che qui è descritta e nei paesaggi vuoti, ma mai deserti. Il vivere su grandi roulotte (cosa che succede ancora adesso), o l’uso delle tende hogan senza porta, ma protette da potenti magie come quella dell’uomo medicina Nonno Tah. Durante il mio passaggio per la riserva navajo non ho visto i mostri, ma sono sicuro che Rebecca Roanhorse li ha visti bene e qui ce li descrive in tutti gli orribili, spaventosi particolari.

HugoIl terzo libro interessante è Record of a Spaceborn Few, di Becky Chambers, Hodder & Stoughton/Harper Voyager Editori. Evidente continuazione del suo primo lavoro, The Long Way to a Small Angry Planet (La lunga strada verso un piccolo, furioso, pianeta).

Della scrittrice americana avevamo anche letto il bel romanzo A Close and Common Orbit (Un’orbita comune e vicina), che fa parte dello stesso universo, ma non si aggancia direttamente ad Angry Planet.

In seguito alla distruzione della Terra, di cui abbiamo appunto ampia descrizione nel secondo libro, alcuni Esuli avevano lasciato il pianeta e il sistema solare in una flotta compatta a bordo di super astronavi con unità funzionali complesse; un insieme di esagoni intrecciati come in un immenso alveare. I collegamenti tra di loro avvenivano su navette.

Da quanto si intuisce fin dall’inizio, si è ormai raggiunta una destinazione: dopo l’abbandono della Terra alcuni degli Esuli già abitano sui pianeti, evidentemente disponibili alla flotta, anche se la maggior parte dei nativi, gente legata a questo complicato insieme di astronavi, considera l’abitare sul pianeta molto rischioso.

Le critiche dei lettori americani sono estremamente positive, ma temo di non poterle condividere, poiché non trovo il libro così divertente; evidentemente una buona parte di amanti del  settore è molto diversa da me! Tanto ho trovato suggestivo e piacevole A Close and Common Orbit, quanto ho trovato pesante questo nuovo racconto di Becky Chambers.

Naomi Novik, HugoVediamo quindi Spinning Silver, di Naomi Novik, Edizioni Del Rey / Macmillan.

Il romanzo sviluppa lo stesso ambiente di Uprooted, il precedente successo di questa scrittrice, conosciuto in Italia col titolo Cuore Oscuro (Mondadori).

Ovviamente, per ora, Spinning Silver non è ancora stato tradotto.

Miryem è figlia e nipote di usurai, ma il padre non è in grado di farsi restituire i suoi debiti e la famiglia è sull’orlo della povertà. A questo punto Miryem interviene. Indurisce il suo cuore e ben presto riesce a riscattare ciò che le è dovuto facendosi la reputazione di una che sa trasformare l’argento in oro. Ma una stupida vanteria attira l’attenzione del re degli Staryk, torve creature che sembrano fatte più di ghiaccio che di carne. Il destino di Miryem e dei due regni cambierà per sempre.

La lettura non è mai coinvolgente: almeno per un lettore come me. Siamo molto distanti dalle atmosfere di Uprooted, anche se qui è mantenuto il medesimo stile fiabesco di quel libro classicamente fantasy.

Andiamo poi a vedere Space Opera, di Catherynne M. Valente, Saga/Corsair Editori.

Ritengo sia veramente difficile giudicare il suo romanzo per svariate ragioni che proverò a spiegare e commentare.

Innanzi tutto il modo in cui scrive è davvero molto lontano del nostro comune senso del romanzo. Tutta la vicenda prende spunto da una ipotesi, detta Paradosso di Fermi, secondo la quale noi viviamo da millenni, nella quasi certezza, che non esistano altre razze intelligenti nell’Universo.

“Dato l’enorme numero di stelle nell’universo osservabile, è naturale pensare che la vita possa essersi sviluppata in un grande numero di pianeti e che moltissime civiltà extraterrestri evolute siano apparse durante la vita dell’universo. Ma se l’Universo e la nostra galassia pullulano di civiltà sviluppate, dove diavolo sono finite tutte quante?”

Il romanzo spiega, invece, come tale ipotesi vada a farsi benedire, quando un enorme essere alieno alto tre metri, ma somigliante vagamente al Road Runner di Vil Coyote, appare all’improvviso e contemporaneamente a tutta la popolazione della Terra, per annunciare che solo oggi Essi ci contattano come Razza possibilmente senziente, perché prima c’erano diverse incertezze circa la nostra intelligenza. Solo dopo aver superato una prova galattica, consistente nel ben piazzarsi in un festival musicale Universale, forse ci permetteranno di partecipare al consiglio del cosmo. Altrimenti la nostra intera specie sarà distrutta.

Questo il fragilissimo spunto per un romanzo certamente non facile. Ricorda in molti passi la famosa Guida galattica per gli autostoppisti di Douglas Adams, scrittore  britannico orgoglioso di esportare il famoso humor inglese. Al contrario Catherynne M. Valente è statunitense e il suo umorismo inglese risulta essere una copiatura con mediocri risultati.

In ogni caso, consiglio di seguire con molta attenzione questo titolo: tutto il gruppo degli intellettuali della fantascienza mi pare ben disposto a supportare questo pseudo pamphlet, paragonato già addirittura a Shakespeare! Si veda, ad esempio, la presentazione di Barnes & Nobles.

Non credo, infine, di poter dedicare molte parole all’ultimo romanzo in gara: Revenant Gun, di Yoon Ha Lee, Edizioni Solaris.

Il romanzo di fantascienza orientale, o di gusto orientale, sta ottenendo grande popolarità in America. Yoon Ha Lee (americano, ma di origine coreana) scrive il secondo volume di una saga di cui, con molta fatica, sono riuscito a leggere il primo libro Ninefox Gambit, una specie di space opera che ho trovato difficile da capire, ma potrebbe essere a causa di un mio limite!

Devo confessare che non me la sono sentita di entrare in merito a questo secondo romanzo, con trama identica, per cui chiedo scusa ai lettori, ma per il momento passo la mano.

Tra non molti giorni (18 agosto) verranno assegnati i premi a Dublino e con l’occasione avremo senz’altro modo di parlarne ancora.

Intanto fatemi sapere che ne pensate: aspetto commenti!

L'Autore

Franco Giambalvo

Appassionato di fantascienza credo da sempre, ma scoperto di esserlo in quarta elementare quando lo hanno portato a vedere "La Guerra dei Mondi" di Byron Haskin: era il 1953 e avrebbe compiuto nove anni in quell'autunno. In seguito ha potuto scrivere con l'aiuto di Vittorio Curtoni e ha pubblicato un romanzo, che al momento è stato del tutto ignorato, sia dagli Editori, sia dai lettori. Ma non si lamenta troppo: ama la fantascienza!

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