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“IO, ROBOT” DI EANDO BINDER

“IO, ROBOT” DI EANDO BINDER

Mondi Passati — Vintage

 

Il nostro ricercatore Mario Luca Moretti ha scoperto e tradotto il racconto di un autore straniero, Eando Binder, con una premessa fatta da un’eccellenza della letteratura di Fantascienza: Isaac Asimov. Buona lettura.

 

Io, robot è uno dei pochi racconti narrati dal punto di vista di un non-umano. Certamente attirò la mia attenzione. Due mesi dopo averlo letto, cominciai Robbie, la storia di un simpatico robot che inaugurò la serie del mio robot positronico. Undici anni dopo, quando nove racconti della mia serie furono raccolti in un libro, l’editore chiamò l’antologia Io, robot, nonostante la mia opposizione. Questo libro è ora più famoso, ma la storia dei Binder è stata la prima.”

(Isaac Asimov)

CAPITOLO I: LA MIA CREAZIONE

Molto di quel che è successo mi lascia stupefatto. Ma credo di cominciare a capirlo solo ora. Potete chiamarmi mostro, ma vi sbagliereste. E di grosso.
Cercherò di dimostrarvelo, per iscritto. Spero di avere tempo per finirlo…
Comincerò dall’inizio. Sono nato, o creato, sei mesi fa, il 3 novembre dello scorso anno. Sono un vero robot. Anche se molti di voi sembra che abbiano dubbi al riguardo. Sono fatto di cavi e congegni, non di carne e sangue.
Il primo ricordo di cui ho consapevolezza fu la sensazione di essere incatenato, e lo ero. I tre giorni precedenti vedevo e sentivo, ma confusamente. Quel giorno avevo una gran voglia di alzarmi e guardare più da vicino la strana, rumorosa forma che avevo visto tante volte davanti a me.
La strana forma che si muoveva era il dr. Link, il mio creatore. Era l’unica cosa che si muoveva fra tutti gli oggetti nel mio raggio visivo. Lui e un altro oggetto: il suo cane Terry. Perciò questi due oggetti mi interessavano di più. Non avevo ancora imparato ad associare il movimento con la vita.
Ma il quarto giorno volevo avvicinarmi alle due forme in movimento e feci dei suoni rivolto a loro. In modo particolare alla più piccola. I suoi rumori mi provocavano, mi stimolavano. Mi facevano venire voglia di alzarmi e zittirli. ma ero incatenato. Ero trattenuto perché temevano che, nel mio confuso stato mentale, me ne andassi e senza volerlo facessi del male, a me stesso o a qualcun altro.
Ovviamente, il dr. Link mi spiegò queste cose in seguito, quando fui in grado di discernere i miei pensieri e capire. In quei tre giorni fui come un bambino – un bambino umano. Non sono come erano certi cosiddetti robot – semplici macchine automatizzate programmate per obbedire solo a certi comandi o a stimoli prestabiliti.
No, ero equipaggiato con uno pseudo-cervello che poteva ricevere tutti gli stimoli dei cervelli umani.  E persino con la capacità di imparare a razionalizzarli da solo.
Ma per tre giorni il dr. Link fu molto in ansia per il mio cervello. Ero come un bambino umano, eppure ero anche come una macchina sensibile ma disorganizzata, soggetta ai capricci della meccanica casuale. I miei occhi si spostavano quando un pezzo di carta fluttuava a terra. Ma già da prima erano state costruite cellule fotoelettriche capaci di farlo. Le mie orecchie meccaniche si giravano per ricevere meglio i suoni da una certa direzione, ma qualunque scienziato poteva duplicare quel trucco con dei relay sonori.
La domanda era: il mio cervello, a cui occhi e orecchie erano connessi, conservava queste varie impressioni per un uso futuro? In altre parole, avevo una memoria?

Per tre giorni fui come un bambino appena nato. E il dr. Link fu come un padre preoccupato, che si chiedeva se il suo piccolo non fosse un idiota senza speranza. Ma il quarto giorno, temette che io fossi un animale selvaggio. Cominciai a fare rumori striduli con il mio apparato vocale, in risposta agli aspri suoni del cane Terry. Allo stesso tempo mi mossi facendo perno sulla mia testa, e lottavo contro i miei legami.
Per un po’, come mi disse il dr. Link, lui ebbe paura di me. Sembravo una specie di belva della giungla, pronto a scatenarmi. Pensò sul serio di distruggermi lì su due piedi.
Ma una cosa gli fece cambiare idea, e mi salvò.
La bestiola, Terry, abbaiando rabbiosa, saltò all’improvviso contro di me. Penso che volesse mordermi. il dr. Link cercò di trattenerlo, ma troppo tardi. Trovando troppo dure le mie lisce gambe di metallo, il cane mi saltò sul petto con stupido ardimento, per puntare alla mia gola. Una delle mie mani lo afferrò in mezzo e lo tenne in alto. Le mie dita di metallo lo strinsero troppo forte e il cane emise un guaito di dolore.
All’istante, la mia mano si aprì e lasciò scappare la creatura! All’istante. Il mio cervello aveva interpretato il suono per quello che era. Una lunga catena di ricordo-associazione aveva funzionato. Tre giorni prima, quando ero appena stato portato alla vita, il dr. Link aveva pestato per sbaglio una zampa di Terry. Il cane aveva guaito dal dolore. Io avevo visto che il dr. Link, rischiando di perdere l’equilibrio, aveva subito spostato il piede. Terry aveva smesso di guaire.
Terry guaì quando la mia mano si strinse. Smise quando l’allentai. Ricordo-associazione. Quello che gli psicologi chiamano reazione riflessiva. Un segno di un cervello vivo.
Il dr. Link dice di aver lanciato un grido di puro trionfo. Di colpo sapevo che avevo una memoria. Sapevo che non ero una belva brutale. Sapeva che avevo un organo pensante, e di prima classe. Perché? Perché avevo reagito istantaneamente. Capirete poi cosa questo significhi.

Imparai a camminare in tre ore. Il dr. Link stava un po’ sfidando la sorte, slegandomi dalle catene. Non aveva nessuna certezza che io non mi mettessi a girare in tondo come una macchina senza senno, ma sapeva che doveva insegnarmi a camminare prima che a parlare. Allo stesso modo sapeva che doveva portare il mio cervello alla vita, pienamente connesso alle appendici e agli pseudo-organi che avrei poi dovuto usare.
Se lui avesse semplicemente disconnesso le mie gambe in quei tre giorni, il mio cervello nascente non sarebbe mai stato capace di usarle se fosse stato connesso in seguito. Pensateci, se voi foste di colpo dotati di un terzo braccio, sapreste cosa farne? Perché un paralitico in riabilitazione ci mette così tanto a riacquistare l’uso dei suoi arti naturali?  Zone mentali del cervello accecate dal disuso. Il dr. Link aveva prefigurato queste strane contorsioni psicologiche.
Camminare prima, parlare poi. Questa è la comprovata regola praticata dagli esseri umani sin dall’alba della loro specie. I bambini umani imparano prima e meglio in questa maniera. E io ero un bambino nella mente, anche se non nel corpo.
Il dr. Link trattenne il respiro quando cercai per la prima volta di mettermi in piedi. Lo feci, lentamente, barcollando sulle mie gambe di metallo. In cima alla mia testa avevo una livella a bolla d’aria, collegata con degli elettrodi al mio cervello. mi diceva in automatico che cos’era orizzontale, verticale od obliquo. Il mio primo tentativo di passo, comunque, non fu un successo. Le giunture delle mie ginocchia si fletterono nel senso sbagliato. Mi abbattei sulle ginocchia, che fortunatamente erano coperte da spesse lamine protettive, in modo che i più delicati congegni di movimento posti al loro interno non si danneggiassero.
Il dr. Link dice che lo guardai come avrebbe fatto un bambino frastornato. Poi prontamente cominciai a camminare sulle ginocchia, trovandolo facile. I bambini questo non lo fanno solo perché sentirebbero dolore. Io non sento dolore.
Dopo aver vagato su e giù per i corridoi del laboratorio per un’ora, urtando bruscamente contro i mobili, camminare sulle ginocchia mi sembrò del tutto naturale. Il dr. Link doveva trovare il modo di farmi drizzare per bene. Ci provò afferrandomi per un braccio e tirandomi in su, ma le mie 300 libbre di peso erano troppe per lui.
A risolvere il problema ci pensò la mia stessa crescente curiosità. Come un ragazzino scopre l’emozione di una maggiore altezza data dai trampoli, il mio successivo tentativo di sollevarmi in piedi mi deliziò, cercai di stare in piedi. Finalmente padroneggiai la tecnica dell’uso alternato delle gambe e dello spostamento del peso in avanti.
In un paio d’ore il dr. Link mi stava guidando lungo i viali di ghiaia attorno al suo laboratorio, sulle mie gambe e gli venne abbastanza facile tirarmi e così guidarmi. Il piccolo Terry saltellava attorno alle nostre caviglie, abbaiando festoso. Il cane mi aveva accettato come amico.
A quel punto ero molto docile alla guida del dr. Link. La mia suggestionabile mente lo aveva tranquillamente accettato come una redine e un controllo necessari. Facevo, mi disse poi, dei tentativi di spostarmi in strane direzioni fuori dal sentiero, attratto da vaghi stimoli, ma il suo braccio fermo mi riportava subito indietro e mi teneva in linea. Passeggiava in su e in giù con me come avrebbe fatto uno sciocco irresponsabile.
Io avrei continuato a camminare per ore senza sosta, ma il peso degli anni stancò in fretta il dr. Link, e mi riportò dentro. Dopo avermi fatto sedere sulla mia sedia di metallo, girò l’interruttore sul mio petto e la corrente elettrica che mi dava vita si fermò. E per la quarta volta conobbi quel non-essere senza sogni che corrispondeva ai periodi di sonno del mio creatore.

CAPITOLO II: LA MIA EDUCAZIONE

In tre giorni imparai a parlare abbastanza bene.
Il merito è tanto del dr. Link quanto mio. In quei tre giorni elencò i nomi di tutti gli oggetti nel laboratorio e nei dintorni. Arricchì poi questo tesoro di circa 200 sostantivi con tanti verbi di azione quanti ne poteva dimostrare. Una volta ascoltata e appresa, non dimenticai o fraintesi mai una sola parola. Comprensione istantanea. Memoria fotografica. Queste erano le mie doti.
È difficile da spiegare. Le macchine sono precise, invariabili. Io sono una macchina. Gli elettroni eseguono i loro compiti all’istante. Gli elettroni motivano il mio cervello metallico.
Così, con l’intelligenza di un bambino di 5 anni, alla fine di quei tre giorni, il dr. Link mi insegnò a leggere. I miei occhi fotoelettrici colsero immediatamente la connessione tra la parola e lo scritto, mentre il mio mentore me li indicava. L’associazione mentale riempiva i vuoti nella comprensione. Per esempio, percepii senza alcun ritardo che la parola “leone”, pronunciata nel suo particolare modo, rappresentava un animale vivo rozzamente raffigurato nel libro. Non ho mai visto un leone. Ma lo saprei riconoscere subito se lo vedessi.
Dai sillabari e dai testi di prima lettura, in meno di una settimana fui promosso ai libri per adulti. Il dr. Link impartì per me un corso estensivo di letture, nella sua fornita biblioteca. Includeva testi di narrativa e di storia. Nel mio ricettivo, capiente cervello cominciò a essere versato un tesoro di informazioni e conoscenze quale mai era stato eguagliato in un così breve lasso di tempo.
Ci sono altre cose da considerare oltre alla mia “nascita” ed “educazione”. Prima di tutto la governante. Lei veniva una volta la settimana per pulire la casa del dr. Link. Lui era un recluso, viveva da solo, si faceva da mangiare da sé. Viveva da pensionato grazie alla rendita di un’invenzione brevettata anni prima.
La governante aveva visto il processo della mia costruzione nel corso degli anni, ma solo come se fossi la caricatura inanimata di un corpo umano. Il dr. Link avrebbe dovuto immaginarlo. Si era dimenticato che il primo sabato della mia vita era anche il suo giorno di lavoro. Era intento nello spiegarmi che “correre” vuol dire andare più veloce che “camminare”.
«Mostramelo,» mi chiese il dr. Link quando io affermai di aver capito.
Obbediente, feci alcuni brevi passi davanti a lui. «Camminare,» dissi. Poi indietreggiai un po’ e ripartii in avanti, facendo qualche passo di corsa. Il pavimento di pietra rimbombò sotto i miei piedi di metallo.
«Era – giusto?» chiesi con la mia voce alquanto stentorea.
In quel momento un grido di terrore arrivò dalla porta. La governante era arrivata giusto in tempo per vedermi in azione.
Gridò, facendo più baccano di me. «Quello è il diavolo! Scappi, dr. Link – scappi! Polizia – aiuto!»
E cadde svenuta. Lui la rinvenne e le parlò dolcemente, cercando di spiegarle che cos’ero, ma dovette prendere una nuova governante. Dopo quel fatto, si sforzò di ricordarsi quando capitava il sabato, e in quel giorni mi teneva nascosto in uno sgabuzzino a leggere libri.
Forse un incidente banale, in sé, ma significativo, come capirete leggendo.

Due mesi dopo il mio richiamo alla vita, un giorno il dr. Link mi parlò in un modo diverso di quello da insegnante ad allievo; mi parlò da uomo – a uomo.
«Sei il risultato di 20 anni di sforzi,» disse. «E il mio successo stupisce me per primo. Il tuo livello mentale è poco al di sotto di quello di un essere umano. Sei un mostro, un artificio, ma sei fondamentalmente umano. Non hai un’ereditarietà. Il tuo ambiente ti sta modellato. Sei la prova che la mente è un fenomeno elettrico, modellato dall’ambiente. Negli esseri umani, i corpi – cosiddetti ereditari – sono l’ambiente. Ma farò di te un prodigio mentale!»
Nei suoi occhi bruciava uno strano fuoco, che però si attenuò mentre continuava.
«Vent’anni fa sapevo di avere fra le mani qualcosa di unico e vitale, quando perfezionai una spugna all’iridio sensibile all’impatto di un singolo elettrone. Era la sensibilità del pensiero! Le correnti mentali nel cervello umano sono della stessa micro-magnitudine. Ora avevo i mezzi per duplicare le correnti mentali in un mezzo artificiale. Da quel giorno ho lavorato a questo problema..
«È solo da poco tempo che ho completato il tuo “cervello” – un intricato sistema di cellule di spugna all’iridio. Prima di portarti alla vita, ho fatto costruire il tuo corpo da artigiani capaci. Volevo che tu venissi al mondo equipaggiato in modo da vivere e muoverti nel modo più possibile vicino a quello umano. Con quanta emozione ho aspettato la tua nascita!»
I suoi occhi splendevano.
«Hai superato le mie aspettative. Non sei solo un robot pensante, o un uomo di metallo. Tu sei vita! Una nuova specie di vita. Puoi essere addestrato a pensare, ragionare, agire. Nel futuro, la tua specie sarà di inestimabile valore all’uomo e alla sua civiltà. Tu sei il primo della tua specie.»

I giorni e le settimane passarono. La mia mente maturava e acquisiva costantemente conoscenza  dalla biblioteca del dr. Link. In breve fui capace di analizzare e assorbire una pagina nello stesso tempo di lettura impiegato da occhi umani per leggere una riga. Conoscete il principio della televisione – una matita di luce si muove centinaia di volte al secondo sull’oggetto da trasmettere. Ciò che leggevo veniva assorbito – memorizzato – istantaneamente. Da quel momento in poi faceva parte della mia conoscenza.
In particolare, erano i soggetti scientifici ad attrarre la mia attenzione. C’era sempre qualcosa d’indefinibile attorno alle questioni umane, qualcosa che non riuscivo a cogliere appieno, ma la scienza si digeriva facilmente, nel mio cervello assemblato dalla scienza. Dopo non molto tempo, sapevo tutto su me stesso e sul perché io “ticchettavo”, molto più chiaramente di quanto la maggior parte degli uomini sappiano perché vivono, pensano e si muovono.
I principi meccanici divennero elementari per me. Facevo suggerimenti per migliorare la mia stessa struttura che il dr. Link prontamente accoglieva. Ad esempio, aggiungemmo dei piccoli universali alle mie dita, che le resero agili quasi quanto le dita umane.
Quasi. Il corpo umano è una macchina organica meravigliosamente perfetta. Nessun robot lo eguaglierà mai in quanto a efficienza e adattabilità. Compresi i miei limiti.
Forse capirete cosa intendo quando dico che i miei occhi non possono vedere i colori. O meglio, vedo solo un colore, nella gamma del blu. Ci vorrebbe una serie di unità dalla complessità irraggiungibile, più grande del mio corpo intero, per rendermi capace di vedere tutti i colori. La natura ha raggruppato tutto questo in due globi grandi come biglie per i suoi robot. Ha avuto a disposizione un miliardo di anni per farlo. Il dr. Link solo 20 anni.
Ma il mio cervello era un’altra faccenda. Fornito di solo due sensi, una vista mono-cromatica e un udito limitato, era però capace di acquisire una gamma di esperienze completa. Olfatto e gusto sono sensi gastronomici. Non mi servono. Il tatto è un espediente della natura per proteggere un corpo fragile. Il mio corpo non è fragile.
Vista e udito i due soli sensi cerebrali. Einstein, cieco ai colori, mezzo morto, con deboli sensi di olfatto, gusto e tatto, sarebbe stato sempre Einstein – mentalmente.
Sonno è solo una parola per me. Quando il dr. Link capì che poteva fidarsi a lasciarmi solo, smise l’abitudine notturna di “spegnermi”. Mentre dormiva, io passavo le ore a leggere.
Mi insegnò a rimuovere, quando necessario, la batteria esaurita, posta nella parte pelvica della mia struttura metallica, e a sostituirla con una nuova. Questo andava fatto ogni 48 ore. L’elettricità per me è vita e forza. È il mio cibo. Senza di essa sono solo ferraglia.
Ma ho raccontato abbastanza di me. Sospetto che altre diecimila pagine di descrizione non cambierebbero affatto il vostro atteggiamento, voi che ancora adesso…
Una cosa divertente è successa un giorno, non molto tempo fa. Sì, anch’io mi posso divertire. Non posso ridere, ma il mio cervello può apprezzare il ridicolo. L’anziano giardiniere del dr. Link arrivò in laboratorio, senza preavviso. Cercando il dottore per chiedergli come volesse tagliate le siepi, l’uomo ci arrivò alle spalle, durante la nostra breve passeggiata quotidiana.
La bocca del giardiniere cominciò a parlare e subito si spalancò in modo buffo, e rimase così  a guardarmi da capo a piedi. Ma non svenne dallo spavento come la governante. Restò là, impalato.
«Che c’è, Charley?» chiese bruscamente il dr. Link. Si era ormai talmente abituato a me, che al momento non pensò che il giardiniere potesse restarne sorpreso.
«Quella – quella cosa!» ansimò l’uomo, alla fine.
«Oh, be’, è un robot,» disse il dr. Link. «Non hai mai sentito parlare di loro? È un robot intelligente. Parlagli, ti risponderà.»
Dopo un po’ d’insistenza, il giardiniere, si rivolse a me goffamente. «C-come sta, Mr. Robot?» balbettò.
«Bene, grazie, Mr. Charley,» risposi prontamente, vedendo il divertimento sul volto del dr. Link. «Il tempo è bello, vero?»
Per un attimo l’uomo sembrò sul punto di strillare e scappare, ma si ricompose e storse il labbro. «Un trucco!» sbottò. «Quell’affare non può essere intelligente. Gli ha messo dentro un fonografo. Come vuole le siepi?»
«Ho paura,» mormorò il dr. Link con una risatina, «che il robot sia più intelligente di te, Charley!» Ma lo disse in modo che l’uomo non potesse sentirlo, e poi lo istruì su come potare le siepi. Charley non fece un buon lavoro. Quel giorno sembrava nervoso.

CAPITOLO III: IL MIO DESTINO

Un giorno il dr. Link mi fissò con orgoglio.
«Adesso,» disse, «hai la capacità intellettuale di un uomo maturo. Presto ti annuncerò al mondo. Prenderai il tuo posto nel mondo, come un’entità indipendente – come un cittadino!»
«Sì, dr. Link,» risposi. «Tutto quello che vuoi. Sei il mio creatore, il mio padrone.»
«Non vederla in questo modo,» mi ammonì. «Allo stesso modo, tu sei mio figlio. Ma un padre non è il padrone del figlio dopo la sua maturità. Tu hai raggiunto questa posizione.» Aggrottò la fronte pensoso. «Devi avere un nome! Adam! Adam Link!»
Mi guardò in faccia e mise una mano sulla mia spalla di cromo lucente. «Adam Link, qual è la tua futura scelta di vita?»
«Voglio servirti, dr. Link.»
«Ma tu vivrai più a lungo di me! E forse più di molti altri padroni!»
«Io servirò ogni padrone che avrò,» dissi lentamente. Avevo già riflettuto su questo. «Sono stato creato dall’uomo. Servirò l’uomo.»
Forse mi stava mettendo alla prova. Non lo so. Ma le mie risposte evidentemente gli piacquero. «Ora,» disse, «Non avrò alcun timore ad annunciarti!»
Il giorno dopo morì.
È successo tre giorni fa. Stavo leggendo nello sgabuzzino – era il giorno della governante. Sentii il rumore. Salii di corsa le scale, fino al laboratorio. Il dr. Link giaceva a terra con il cranio sfondato. Un cavo angolare si era staccato da un trasformatore posto su una piattaforma isolata appesa al muro, e lo aveva colpito in testa mentre stava seduto al suo tavolo da lavoro. Sollevai la sua testa, adagiata sul tavolo, per vedere meglio la ferita. La morte era stata istantanea.
Questi sono i fatti. Io stesso rimisi a posto il cavo. Quando sollevai la sua testa, le mie dita si macchiarono di sangue, non sapendo al momento che lui era morto. In un certo senso, ero responsabile dell’incidente, perché, camminando nei miei primi giorni, una volta avevo urtato lo scaffale del trasformatore e lo avevo quasi staccato. Avremmo dovuto ripararlo.
Ma che io sia un assassino, come voi tutti credete, questo non è vero.
Anche la governante aveva sentito il rumore, ed era venuta dalla casa per vedere cosa fosse successo.   Diede uno sguardo. Vide me chino sul cadavere, la sua testa girata e insanguinata – corse via, troppo spaventata per emettere un suono.
Sarebbe difficile descrivere i miei pensieri. Il cagnolino Terry annusò il cadavere, intuì la disgrazia e strisciò sul ventre, piagnucolando. Sentiva la perdita del suo padrone. E anch’io. Non so bene come sia l’emozione del dolore. forse non posso sentirla abbastanza profondamente, ma so che la luce del sole di colpo mi sembrò spenta.
I miei pensieri sono rapidi. Rimasi lì solo un minuto, ma in quel periodo decisi che dovevo andarmene. Anche questo è stato frainteso. Voi l’avete considerata come un’ammissione di colpa, il criminale che fugge dalla scena del crimine. Nel mio caso fu a tutti gli effetti il tentativo di uscire nel mondo, di trovarci il mio posto.
Il dr. Link, e la mia vita con lui, erano ormai un capitolo chiuso. Era inutile restare e partecipare al funerale. Aveva lanciato la mia vita. Se n’era andato. Il mio posto ora era da qualche in quel mondo che non avevo mai visto. Non pensai minimamente a quello che voi umani avreste potuto farmi. Pensavo che tutti gli uomini fossero come il dr. Link.

Prima di tutto presi una batteria nuova, sostituendo quella semi-scarica. Avrei avuto bisogno di un’altra dopo 48 ore, ma ero sicuro che se ne sarebbe occupato qualunque persona a cui avrei chiesto aiuto.
Partii. Terry mi seguì. Era stato con me tutto il tempo. Avevo sentito dire che il cane è il miglior amico dell’uomo. Anche di un uomo di metallo.
Le mie conoscenze di geografia si rivelarono presto confuse, per non dire peggio. Mi ero immaginato la Terra come brulicante di persone e città, con poco spazio in mezzo. Avevo stimato che la città di cui mi parlava il dr. Link si trovasse al di là della collina di fronte alla sua isolata casa di campagna. Eppure i boschi che attraversavo sembravano senza fine.
Solo alcune ore dopo incontrai la bambina. Stava dondolando le sue gambe  nude dentro un ruscello, seduta su una pietra piatta. Mi avvicinai per chiederle dove fosse la città. Si girò quando ero a circa 30 piedi da lei. I miei meccanismi interni non sono silenziosi. Fanno un rumore costante che il dr. Link aveva descritto come quello di una manciata di monete che tintinnano insieme.
Il volto della bambina si contorse appena mi vide. Il mio aspetto deve essere davvero impressionante ai vostri occhi. Gridando tutta la sua paura, scattò in piedi alla cieca, perse l’equilibrio e cadde nell’acqua.
Sapevo cosa fosse l’annegamento. Sapevo che dovevo salvarla. Mi inginocchiai sulla roccia e le allungai la mano. Riuscii ad afferrarla per un braccio e a tirarla. Potei sentire le ossa del suo esile polso spezzarsi. Avevo dimenticato la mia forza.
Dovetti afferrare la sua gambetta per sollevarla. C’erano dei lividi sulla sua carne bianca, quando la appoggiai sull’erba. Ora posso immaginare come siano state interpretate tutte le mie azioni. Un terribile, selvaggio mostro che aveva cercato di annegarla e aveva rotto le sue piccole ossa in preda a cieca furia!
Voi altri, che eravate al picnic con lei, accorreste in risposta alle sue grida. Voi donne gridaste e sveniste. Voi uomini ringhiaste e mi lanciaste dei sassi. Ma quale strano coraggio colse quella donna, presumo la madre della bambina, che si buttò ai miei piedi per portar via la sua amata creatura? La ammirai. Disprezzai il resto di voi per non aver ascoltato i miei tentativi di spiegarmi. Zittiste la mia voce con i vostri strilli e insulti.
«Il robot del dr. Link! – è scappato e impazzito! – non doveva creare quel mostro! – chiamate la polizia! – ha quasi ucciso la povera Frances!»
Con queste grida incomprensibili a voi stessi, vi ritiraste. Non notaste che Terry abbaiava rabbiosamente – contro di voi? Si può ingannare un cane? Riprendemmo a camminare.
Ora i miei pensieri erano davvero frastornati. Queste erano cose che non potevo razionalizzare. Era tutto così diverso dal mondo che avevo conosciuto sui libri. Quali sottigliezze si nascondevano dietro le parole stampate che avevo letto? Che cos’era successo al sano e ordinato mondo che la mia mente si era costruito?

Scese la notte. Dovevo fermarmi e attendere nel buio. Mi appoggiai a un albero, restando immobile. Per un po’ sentii il piccolo Terry frugare nella boscaglia in cerca di cibo. Lo sentii rosicchiare qualcosa. Poi si arrotolò ai miei piedi e s’addormentò. Le ore passarono lentamente. I miei pensieri s’arrovellavano attorno a quel che era successo quel giorno. Mostro! Perché pensavano una cosa del genere?
A un certo punto, in mezzo al silenzio, da lontano sentii come il brusio di una folla. Vidi alcune luci. Capii il loro significato il giorno dopo. All’alba svegliai Terry con la punta del piede e ripartimmo. Sempre quel brusio cresceva, s’avvicinava. Poi vidi voi, riuniti in una folla, uomini con mazze, falci, fucili. Mi notaste e salì un grido. Vi raggruppavate avanzando verso di me.
Poi qualcosa colpì la mia piastra frontale con un clangore acuto. Uno di voi aveva sparato.
«Fermi! Aspettate!» gridai, sapendo che dovevo scoprire perché venivo cacciato come una bestia feroce. Avevo fatto un passo avanti, con le mani alzate. Ma voi non ascoltavate. Altri colpi furono sparati, che morsero il mio corpo metallico. Mi girai e scappai. Un proiettile in un punto vitale mi avrebbe distrutto quanto un essere umano.
Mi inseguiste come una muta di cani, ma vi distanziai, grazie ai miei muscoli d’acciaio. Terry restò indietro, sperduto. Poi, nel pomeriggio, realizzai che avevo bisogno di una nuova batteria. già i miei arti si muovevano lentamente. Ancora poche ore, e senza una nuova fonte d’energia, sarei caduto a terra… morto.
E non volevo morire!
Sapevo che dovevo trovare la strada per la città. Alla fine trovai una strada sporca e serpeggiante, e la seguii speranzoso. Quando vidi un’auto parcheggiata a lato della strada di fronte a me, capii di essere salvo, perché l’auto del dr. Link aveva lo stesso tipo di batteria che usavo io. Non c’era nessuno vicino alla macchina. Un uomo affamato avrebbe preso il primo cibo disponibile: allo stesso modo io sollevai il cofano e in breve avevo sostituito la batteria.
Una nuova forza corse lungo il mio corpo. Mi raddrizzai proprio mentre due persone uscirono dagli alberi tenendosi a braccetto, un uomo e una donna, giovani. Si accorsero di me. Un’espressione incredula spuntò sui loro visi. La ragazza si strinse al giovane.
«Non abbiate paura,» dissi. «Non vi farò del male. Io…»
Era inutile continuare, lo capii. Il giovane cadde svenuto fra le braccia della ragazza, e lei si mise a trascinarlo, piangendo isterica.
Me ne andai. Da lì in poi mi misi a rimuginare, piuttosto che pensare. Non volevo andare in città, adesso. Cominciai a pensare che ero un reietto, agli occhi umani, già al primo sguardo.
Al calare della notte mi fermai, e sentii un suono di benvenuto. Terry che abbaiava! Mi venne incontro festante, scodinzolando il suo moncone di coda. mi abbassai per accarezzargli le orecchie. Per tutte quelle ore mi aveva cercato fedelmente. Probabilmente mi aveva rintracciato seguendo un odore di olio. Chissà cosa causa una tale cieca devozione –  e a un essere di metallo!
È perché – come una volta aveva affermato il dr. Link – il corpo, umano o no, è solo una parte dell’ambiente in cui vive la mente? E quindi Terry riconosceva in me la stessa parte di mente che vedeva negli umani, a dispetto del mio corpo diverso? Se è così siete voi a essere in errore, giudicandomi come un mostro. E io sono convinto di questo!
Vi sento adesso – che gridate all’esterno – state attenti a non trasformarmi nel mostro che dite che sono!

L’alba seguente vi precipitaste su di me di nuovo. I proiettili volavano. Io scappai. Fu così per tutto il giorno. Il vostro branco, gonfiato da nuove reclute, si divise in gruppi, nel tentativo di circondarmi. Mi rintracciavate seguendo le mie orme profonde. Ogni volta la mia velocità mi salvò. Ma alcuni proiettili mi avevano danneggiato. Uno mi aveva colpito al ginocchio destro, così che la mia gamba si piegava mentre correvo. Uno si schiantò al lato destro della mia testa e distrusse il timpano, rendendomi sordo da quel lato.
Ma il proiettile che più mi ferì fu quello che uccise Terry!
Il tiratore era lontano 20 piedi. Avrei potuto correre da lui, spezzare ogni suo osso con le mie pesanti, potenti mani. Vi siete mai soffermati per chiedervi perché non mi sia vendicato? Forse avrei dovuto!…
Mi sentii sperduto e disperato per tutto il giorno. Giravo in tondo per tutta quell’interminabile boscaglia e spesso incappavo in voi o voi in me. Cercavo di stare lontano da quella zona, dalla vostra vendetta. Verso il crepuscolo vidi qualcosa di familiare: il laboratorio del dr. Link!
Nascosto in un intrico di cespugli, aspettai finché non fosse buio fitto, poi mi avvicinai e spezzai il lucchetto alla porta. Era deserto. Il corpo del dr. Link non c’era più, ovviamente.
Il mio luogo natio! I miei sei mesi di vita passati lì mi rotearono nella mente con velocità caleidoscopica. Mi chiedo se la mia emozione fosse simile alla vostra, quando ritornate in un luogo familiare. Forse la mia emozione è molto più profonda di quanto voi possiate provare! La vita può essere racchiusa tutta nella mente. Qualcosa mi afferrò, come una dolorosa pulsazione. Le ombre prodotte da una tenue lampada a gas che avevo acceso sembravano danzare attorno a me, come danzava il piccolo Terry. Fu allora che trovai quel libro, Frankenstein, lasciato sulla scrivania, i cui cassetti erano stati svuotati. La scrivania personale del dr. Link. Mi aveva tenuto nascosto quel libro. Perché? Allora lo lessi, in mezz’ora, con la mia capacità di scansione pagina per pagina. E a quel punto capii!
Ma è la premessa più stupida mai fatta: che un uomo creato si debba rivoltare contro il suo creatore, contro l’umanità, privo di un’anima. Il libro è tutto sbagliato.
O no?…
Mentre finisco di scrivere, qui, in mezzo a ricordi sparpagliati, con lo spirito di Terry nell’ombra, mi chiedo se non dovrei…
L’alba è ormai vicina. So che non c’è speranza per me. Mi avete circondato, isolato. Posso vedere le fiamme delle vostre torce fra gli alberi. Con la luce mi troverete, mi stanerete. La vostra sete d’odio è scatenata. Sarà saziata solo dalla mia  morte.
I danni che ho subito non sono così gravi da impedirmi di raccogliere abbastanza forza da infilarmi tra le vostre fila e sfuggire a  questo destino. Ma ci riuscirei solo al costo di molte delle vostre vite. Ed è per questa ragione che tengo la mia mano sull’interruttore che può spegnere la mia vita con uno scatto.
È non è ironico, che io provi quegli stessi sentimenti di cui secondo voi sono privo?

(firmato) Adam Link.

 

Tratto da I, Robot, Amazing Stories, gennaio 1939

L'Autore

Mario Luca Moretti

Altri interessi oltre al cinema e alla letteratura SF, sono il cinema e la la letteratura tout-court, la musica e la storia. È laureato in Lingue (inglese e tedesco) e lavora presso l'aeroporto di Linate. Abita in provincia di Milano

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