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GEORGE C. WALLIS: GLI ULTIMI GIORNI DELLA TERRA…

GEORGE C. WALLIS: GLI ULTIMI GIORNI DELLA TERRA…

Mondi Passati – Vintage

 

…ovvero la storia del lancio della Sfera Rossa
George C. Wallis è lo pseudonimo di George Charles Wallace (1871-1956). Inglese, nella prima parte dell sua vita fu un tipografo e, a partire dal 1895, iniziò a scrivere racconti destinati alle riviste popolari inglesi di genere storico-avventuroso e fantastico. Nel 1901, influenzato da H.G. Wells, scrisse il suo primo racconto di quello che allora venivano chiamati Scientific Romances, una proto-fantascienza con ambizioni contenutistiche più alte e una maggior attenzione al dettaglio scientifico. Il primo di questa serie di racconti fu The Last Days of Earth: Being the Story of the Launching of the Red Sphere (titolo quasi più lungo del racconto). Il suo primo romanzo fu The Children of the Sphinx: A Romance of the Old Orient, nel 1901. Nei primi anni ’20 divenne un esercente cinematografico, e nello stesso periodo cominciò a pubblicare i suoi racconti sulle riviste americane di SF come Weird Tales, Tales of Wonder, Amazing. Il suo ultimo romanzo è The Call of Peter Gaskell (1948).

 

Traduzione di Mario Luca Moretti

Un uomo e una donna sedevano uno di fronte all’altra a un tavolo in una grande stanza. Parlavano lentamente, e mangiavano – mangiavano il loro ultimo pasto sulla Terra. La fine era vicina; il sole aveva smesso di scaldare, era solo un tizzone rosso fuoco sospeso in cielo; e questi due, per quanto stentassero a crederlo, erano le ultime persone ancora vive in un mondo selvaggio fatto di ghiaccio e neve e freddo insopportabile.

La donna era bella – molto raffinata e magra, ma la sua pelle delicata aveva un colorito sano, e i suoi occhi avevano il fuoco dell’intelligenza. L’uomo era di statura media, dalla ampie spalle, dalla grande testa calva e dall’espressione risoluta – un uomo coraggioso, retto, che aveva vissuto strenuamente. Entrambi indossavano lunghe vesti in un tessuto spesso e nero, trattenute in vita da una cinta.

Mentre parlavano, le loro dita erano occupate con una fila di piccoli pomelli bianchi lasciati sulla superficie del tavolo e marcati con vari segni. Alla pressione di ogni manopola si apriva uno sportello al centro del tavolo, e un piccolo recipiente di vetro, con un composto semi-liquido scuro fumante, si sollevava. Quando questi uscivano, obbedendo al tocco delle loro dita, i due ne mangiavano il contenuto con l’ausilio di minuscoli cucchiaini. Per mangiare, non c’erano altre posate o utensili sul tavolo, che si ergeva su un singolo ma massiccio  piedistallo di metallo grigio.

Finito il pasto, sostituiti i bicchieri e i cucchiaini, una volta ripulita a fondo la superficie del tavolo, il silenzio scese su di loro.  L’uomo appoggiò i gomiti sulle ginocchia e il mento sui palmi rivolti all’indietro. Non guardò la sua bella compagna, ma dietro di lei, una complicata struttura che sporgeva dal muro. Questo era l’Indicatore del Tempo e forniva, sui suoi vari dischi, l’anno, il mese, il giorno, l’ora e l’istante, tutti predisposti per indicare il tempo astronomico e l’esatta latitudine e longitudine del luogo. Lui lesse i simboli ben noti con occhi sprezzanti. Vide che erano solo le undici meno un quarto del pomeriggio di giovedì 18 luglio, 13.000.085 d.C. Egli rifletté che la lunga associazione del luogo con la registrazione del tempo era stata una fatica spesa invano. La stanza era in un grande edificio sul sito dell’antica Greenwich. In effetti, il nome dato alla località dai suoi  ormai morti e freddi abitanti era stato Grenijia.

Dalla macchina del tempo, lo sguardo dell’uomo girò per la stanza. Notò, con un interesse apparentemente acuto, tutte le cose che gli erano così familiari: i muri severamente chiari, trasparenti da un lato, ma senza la cornice della finestra o una porta visibile nella loro continuità; la gelida prospettiva di una distesa di neve appena illuminata; il grande telescopio che si muoveva in una guaina ermetica attraverso il soffitto, e il piccolo motore che ne controllava i movimenti; i radiatori elettrici che riscaldavano il luogo, formando uno zoccolo quasi ininterrotto attorno alle pareti; il globo dal pallido splendore che pendeva in mezzo alla stanza e assisteva al bagliore del crepuscolo del giorno; la biblioteca ordinata di libri e cilindri fotosonici e la fila di macchine parlanti sotto di essa; il letto nell’angolo più lontano, circondato da altri radiatori; le due valvole di ventilazione; il grande disco opaco del telegrafo visivo: e il termometro lasciato in uno spazio vuoto del pavimento. Su quest’ultimo il suo sguardo si posò per qualche tempo, e anche quello della donna. Registrava i gradi a partire dallo zero assoluto; ed era fermo a un simbolo equivalente a 42º Fahrenheit. Da questo strumento rivelatore gli occhi dei due partirono per incontrarsi, una conoscenza comune splendeva su ambo i volti. L’uomo fu il primo a parlare di nuovo.

– Un intero grado, Celia, da ieri. E le dinamo stanno emettendo una corrente a una pressione di 6.000 volt. Non riesco a guidarli con una maggiore efficienza. Ciò significa che un’ulteriore caduta di temperatura chiuderà il dramma di questo pianeta. Andremo stasera?

Non c’era fremito di paura né sentore di risentimento nella sua voce, né nella voce che gli rispondeva. Lunghe epoche di evoluzione mentale avevano eliminato tutti i piccoli vizi e le passioni irragionevoli dalla mente dell’uomo.

– Sono pronta in qualsiasi momento, Alwyn. Non mi piace andare; non mi piace il rischio di andare; ma è il nostro ultimo dovere per l’umanità che ci ha lasciato: e devo essere con te fino alla fine.

Ci fu un altro silenzio tra loro; un silenzio in cui il ronzio delle dinamo nella stanza sottostante sembrava pervadere tutto il luogo, facendo vibrare tutto con una noiosa udibilità. All’improvviso l’uomo si sporse in avanti, guardando la sua compagna con un’espressione perplessa.

– Le tue ciglia sono umide, Celia. Non starai piangendo? È una cosa così arcaica.

– Devo dichiararmi colpevole, – disse, scacciando lo sguardo triste con uno sforzo. “Non siamo ancora così tanto adattati a ciò che ci circonda da poter cancellare ogni debole impulso. Non è stato l’altro ieri che hai detto che il sole aveva iniziato a raffreddarsi circa cinque milioni di anni troppo presto per l’uomo? Ma non cederò di nuovo. Partiamo subito?

– Così va meglio; sei la Celia che conosco. Sì, se lo desideri, subito; ma avevo pensato di dare un’ultima occhiata al mondo, almeno, per quanto riguarda il sistema telegrafico. Abbiamo ancora tre ore di luce diurna.

Per risposta, Celia si avvicinò e si sedette accanto a lui sul divano di fronte al disco del telegrafo visivo. La sua mano sinistra le stringeva la destra; entrambi erano freddi. Con la mano destra lui alzò e tenne premuta una piccola leva sotto il disco, una delle tante, ognuna con un nome e un numero distintivo.

La parete laterale divenne opaca; il mondo cessò di essere luminoso. Una scena in movimento si sviluppò dalla monotonia del disco, e un basso suono lamentoso entrò nella stanza. Guardavano una vista trasmessa telegraficamente di un luogo vicino al quale un tempo si trovava Santiago, il Cile. C’erano ora le rovine di un’immensa città bianca, in alto a sinistra dell’immagine. Giù a destra, molto al di sotto dei segni ben definiti di sei linee di spiaggia successive, un mare freddo gemette sopra una banchina ghiacciata, e si lanciò in spruzzi semi-congelati sotto la scogliera di un bordo di un ghiacciaio a strapiombo.

In mare, grandi alghe andavano alla deriva lentamente, e il lontano orizzonte era pallido per le grinfie dei giganteschi banchi di ghiaccio. La vista era appena durata un momento, quando una grande crepa apparve sulla cima del fronte ghiacciato, e un enorme frammento cadde in mare. Si rovesciò sulla banchina, sollevando un caos di schiuma, e cominciò ad allontanarsi. Nello stesso istante arrivò il suono assordante della rottura. Non c’era alcun segno di vita, né di uomo né di bestia, né di uccelli né di pesci, in quella fredda scena. Gli orsi polari e le volpi artiche, i selvaggi esquimesi e le combattive foche, erano scomparsi da tempo, persino dalla zona tropicale.

Abbassò un’altra leva e la Rocca di Gibilterra apparve sul disco. Si ergeva vasta e cupa, con le  acque ghiacciate di uno stretto poco profondo, con un panorama di pianura e di montagna e il ghiacciaio che si allungava dietro di essa verso una distanza nebbiosa – un panorama di un tale intollerabile candore che i due osservatori indossavano occhiali verdi per guardarlo. Sulla cima piatta della Rocca – che secoli prima era stata spianata per farne una stazione di partenza per le macchine aeree continentali – di color rosa scarnito e incrostato di brina, l’enorme scheletro di uno degli ultimi mezzi volanti usati dall’uomo.

Un’altra leva, e Colombo, Ceylon, apparve senza vita sul disco. Un altro, e Nagasaki, in Giappone, il fronte terminale di un vasto ghiacciaio, si accigliò su un nero mare ghiacciato. Altre leve, e altre scene; e ovunque ghiaccio e neve e mari poco profondi e gelidi; o paesi qui neri e senza piante, là coperti di ghiacciai dalle colline sgretolate, nessun segno di vita, salvo le vestigia dell’ormai finito regno umano, e della sua lunga battaglia con il freddo implacabile. Qui rovine, sulle pianure libere ghiaccio delle sue Città del Calore; lì giganteschi fossati, scavati per ritardare i ghiacciai; qui canali, per collegare i mari più caldi; lì gli scheletri di enormi palazzi metallici galleggianti, gettati su qualche costa ghiacciata; e ovunque quello che il ghiaccio non aveva sottomesso: gli alti alberi del telegrafo visivo che inviava agli osservatori di Greenwich, con il riflesso di onde Marconi, la registrazione di ogni vista e suono che interferiva sugli speculi e sui tamburi posti alle loro cime. E in ogni scena del giorno, il pallido fantasma di un pallido sole rosso era sospeso in un cielo limpido.

Nelle vedute più settentrionali e meridionali le luci magnetiche erano brillanti come sempre, ma non c’erano vedute delle regioni polari estreme. Queste erano più inaccessibili che nel passato remoto, perché lì incrostazioni e chiazze di aria liquida e semisolida si stavano lentamente depositando e diffondendosi sulla terra e sul mare.

Ancora altre leve, e ancora di più; e i due si allontanarono dal disco; e la stanza riacquistò luce.

– Sembra proprio come l’abbiamo visto in questi ultimi due anni, – disse l’uomo, – eppure oggi la sua tragedia mi angoscia come non ha mai fatto prima. Non pensavo, dopo tutti gli anni di aspettativa e istruzione mentale, che alla fine mi sentissi tentato di fare come facevano i nostri genitori, di cercare la sicurezza del Silenzio Finale.

– Non è quello, Alwyn, non è quello. Di generazione in generazione, questo giorno è stato previsto e preparato, e abbiamo promesso, dopo essere stati scelti per rimanere, che non saremmo morti finché tutti i dispositivi della nostra scienza non avessero fallito. Scendiamo e prepariamoci ad andarcene subito.

Il volto di Celia emanava un bagliore, un bagliore che Alwyn colse.

– Ho solo detto ‘tentato’, Celia. Se fossi da solo, non credo che dovrei infrangere la mia parola. E sono anche curioso. E il vecchio, strano desiderio di vita mi è tornato. E tu sei qui. Lascia che ti baci, Celia. Quello… almeno, non è arcaico. ”

Camminarono mano nella mano fino a uno spazio quadrato segnato sul pavimento in un angolo della stanza, e uno di loro premette un pulsante sul muro. La piazza affondò con loro, calandoli in una stanza più silenziosa, dove il ronzio incessante delle dinamo divenne un ruggito pulsante. Videro, con gli occhi abituati alla debole luce, i quattro grandi alternatori che giravano intorno alle armature; sentirono il soffio delle rapide rivoluzioni sui loro volti. Ai lati di ogni macchina videro i grandi motori chimici dalla forma strana che li guidavano, alimentati da gocciolanti tinozze, che con molte azioni e reazioni fornivano la potenza che si frapponeva tra i loro proprietari e il freddo che significava la fine. Il carbone era stato a lungo esaurito, insieme alla torba e al legno e tutti gli oli e i gas infiammabili; nessuna turbina potrebbe essere lavorata da correnti e mari congelati; nessuna ruota aerea girerebbe in un’atmosfera solo leggermente mossa da un sole sbiadito. L’energia delle azioni e delle reazioni chimiche, delle trasmutazioni e dei composti degli elementi, era l’ultima grande fonte di energia lasciata all’uomo negli ultimi giorni.

Dopo un breve sguardo intorno alla stanza, premettero un altro pulsante, e l’ascensore scese a un piano ancora più basso. Qui si accese una piccola lampada a incandescenza e si fermarono davanti a una sfera di metallo rosso brillante che riempiva la maggior parte della stanza. Non l’avevano vista molte volte nelle loro vite. Il suo significato era un richiamo troppo forte alla profezia di quel momento che era finalmente arrivato.

La Sfera Rossa era costituita da un elemento fabbricato, sconosciuto tranne che negli ultimi milioni di anni, e così costoso e difficile da produrre che solo due Sfere Rosse erano mai state costruite. Era stata creata 500 anni prima che Alwyn e Celia nascessero. Era stata costruita allo scopo di offrire ai sopravvissuti scelti dell’umanità un mezzo per fuggire dalla Terra, quando il potere chimico si fosse dimostrato incapace di resistere al freddo crescente. Nella Sfera Rossa Alwyn e Celia intendevano lasciare la Terra, lanciarsi nello spazio – non per cercare calore e luce su qualche altro membro del Sistema Solare, sarebbe stato inutile – ma per ottenere la vicinanza di una qualche stella ancora giovane e infuocata. Era un’impresa terribile, tanto più terribile dei meri viaggi interplanetari: come se un selvaggio avesse tentato di attraversare l’Atlantico in canoa dopo aver imparato a navigare nel suo stretto torrente. Era un’impresa rimasta inosata fino all’ultimo, fino a quando, esaurita l’ultima lieve possibilità di vita, la Terra non poteva che offrire la scelta di una morte vicina e certa.

– Sembra proprio come il giorno in cui la vidi per la prima volta e mi fu detto il suo scopo, – disse Celia, con un brivido che non riuscì a reprimere. – Sei sicuro, Alwyn, che ci porterà in salvo? Che puoi seguire le istruzioni?

Per generazioni la Sfera Rossa e tutti quelli che vi appartenevano erano stati menzionati con un certo grado di timore.

– Non preoccuparti su quel punto. Le istruzioni sono semplici. L’apparato necessario e la scorta di dieci anni di viveri indeperibili sono già dentro e garantiti. Dobbiamo solo sottoporre il metallo rosso alla nostra corrente da 6.000 volt per un’ora, entrare, avvitare l’ingresso e lanciarci alla deriva. Il metallo rosso, così elettrificato, diventa, come sai, resistente alla gravitazione, e continuerà così per un anno e mezzo. A quel punto, mentre viaggeremo, secondo i calcoli, al doppio della velocità della luce, dovremmo essere più che a metà strada verso una delle stelle più vicine, e così diventare soggetti alla sua gravità. Con la terra nella sua posizione attuale, se iniziamo tra un paio d’ore, dovremmo fare F. 188, mag. 2, del terzo ordine di spettri. Il nostro sole, secondo i registri, apparteneva allo stesso ordine. E sappiamo che ha almeno due pianeti.

– Ma se cadiamo a destra in F. 188, invece di mancarlo, come speriamo? O se lo manchiamo, ma così da vicino da essere fusi dal suo calore? O se ci manca troppo e siamo gettati nello spazio su un’orbita parabolica o iperbolica? O se dovessimo riuscire nella manovra, ma scoprire che non c’è vita, né alcuna possibilità di vita, sui pianeti di quel sistema? O se ci fosse vita, ma fosse ostile a noi?

– Questi sono gli inevitabili pericoli del nostro lancio, Celia. La bilancia delle probabilità è favorevole alla prima o alla seconda di quelle eventualità. Ma non è comunque una certezza assoluta, e l’improbabile può accadere.

– Proprio così, Alwyn; ma ti ricordi se le istruzioni fanno riferimento a queste possibilità?

– A…? Sì. Nella Sfera è immagazzinato abbastanza fulminato di sterarium per ridurre essa e noi a polvere sottile in una millesima parte di secondo, se vogliamo. Avremo sempre questa risorsa. Ora collegherò i cavi dinamo alla Sfera. Raccogli i tuoi effetti personali e saremo pronti.

Celia risalì di nuovo l’ascensore, e Alwyn, dopo aver sistemato i collegamenti con alcuni piccoli interruttori sulla superficie della Sfera, la seguì. Sedettero insieme nel buio crepuscolo della stanza scura sopra, in attesa che passasse la prima ora. Parlavano a intervalli e a frasi frammentarie.

– Farà freddo mentre si prepara la Sfera, – disse Alwyn.

– Sì, ma saremo insieme, caro, come lo siamo stati per così tanto tempo. Ricordo quanto mi sentissi infelice quando conobbi per la prima volta il mio destino; ma quando seppi che eri stato scelto per condividerlo con me, fui contenta. Ma tu , Alwyn, non… hai amato Amy?

– Sì.

– E la ami ancora, ma ami anche me? Sai perché non è stata scelta?

– Sì; ti amo, Celia, anche se non tanto quanto amavo Amy. Scelsero te al posto di lei, dissero, perché avevi una volontà più forte e un maggiore vigore fisico. La leggera curva che descriveremo salendo ci porterà alla Casa del Calore dove lei e il suo altro amante si sono ritirati dopo la Decisione, e forse vedremo se sono veramente morti, come crediamo. Amy, ricordo, ebbe un cambiamento d’idea eretico.

– Se non sono morti, è strano che non abbiano risposto ai nostri messaggi Marconi e telepatici dopo il primo anno… certo, a meno che, come hai suggerito spesso, non si siano ritirati nell’altra Sfera Rossa. Come dev’essere strano restare lì a vivere! Se hanno solo cibo a sufficienza, possono vivere fino alla vecchiaia, al sicuro da tutti i rigori che si avvicinano, ma che fine insulsa: che prigione! ”

– Terribile. Non potrei sopportare la Sfera Rossa se non come la sopporteremo noi, viaggiando.

Così passò l’ora. Chiusero la corrente elettrica all’interno della struttura del veicolo che doveva portarli nello spazio. Tutti i radiatori cessarono di brillare e tutte le luci si spensero, lasciandoli, in quella stanza inferiore, nell’oscurità assoluta e nel freddo intenso. Sedettero rannicchiati contro il muro, dove poterono sentire il tremito delle dinamo ronzanti, abbracciandosi, silenziosi e risoluti; aspettando la fine dell’ora fredda. Poterono trovare poche parole per parlare ora, ma i loro pensieri erano più occupati.

Pensarono al glorioso, ma ora futile passato, con tutte le sue promesse infranti, i suoi ideali senza valore, le sue speranze insoddisfatte; e credettero di sentire in se stessi la concentrazione e il culmine dei dolori e delle paure dei secoli. Videro, come in una lunga visione, la storia dei milioni di anni scomparsi – “dalla nebulosa origine della Terra alla sua rovina finale”, dai suoi giorni di quattro ore a quelli di ventisei ore e mezzo; dai suoi frammenti germinanti di protoplasma primordiale alla sua ultima e più grande, eppure la più malvagia creatura, l’Uomo. Videro, in prospettiva mentale, i periodi irregolari del progresso umano; le lunghe fasi dell’avanzamento e del regresso, del fallimento e del successo. Videro l’intera lunga lotta tra le tendenze dell’Egoismo e dell’Altruismo, e seppero come questi si erano finalmente fusi in un equilibrio automatico di Dovere e Desiderio. Videro il culmine di questo equilibrio, il Millennio dell’Uomo, e seppero come l’inevitabile decadimento era seguito.

Videro come la conoscenza della sicurezza e della natura della fine della vita fosse giunta all’uomo; lentamente all’inizio, e senza influenzarlo molto, ma guadagnando sempre più potere man mano che il tempo avanzava e la simpatia e l’intelletto si facevano più lungimiranti e acuti; videro, quando cominciò il freddo stesso, come la zona temperata si fece gelida, e il tropico temperato, e l’Uomo fu costretto a migrare e le sue fonti di calore e di energia fallirono una dopo l’altra, la consapevolezza della fine agì su tutte le forme di attività mentale, gettando tutto il pensiero e le invenzioni nel vuoto. Videro l’intero corso della lunga battaglia; il flusso e riflusso della lotta contro il freddo, in cui, dopo ogni lungo periodo, l’uomo si vedeva perdente; come gli uomini, dotati di mezzi, che li avrebbero fatti sembrare degli dei ai loro antenati, erano emigrati verso gli altri pianeti del sistema, solo per scoprire che lì, anche su Mercurio stesso, il sole morente aveva reso ogni tentativo di sopravvivenza una battaglia persa; quanti uomini, intere nazioni, avevano cercato un prematuro rifugio dalla Paura nel Silenzio definitivo chiamato Morte. Videro come tutte le vecchie credenze, fino ai più piccoli brandelli di misticismo, fossero cadute dall’Uomo come un indumento logorato, lasciandolo spiritualmente nudo ad affrontare i terrori di un implacabile Cosmo: come, nella lenta dissolvenza del futuro ideale, i doveri e i pensieri dell’uomo erano di nuovo plasmati con reverenza e rispetto per i desideri del passato.

Videro i secoli conclusivi della lotta; la scoperta del metallo rosso; la costruzione delle Sfere che nessuno osa avventurarsi a usare, ma che ogni generazione che si è succeduta ha tramandato alla successiva come patrimonio sacro solo per essere messa alla prova come ultima risorsa; si ricordarono, nella loro infanzia, della Conferenza della Decisione, quando erano stati scelti loro due, come l’unica coppia dotata di vigore sufficiente e di salute e di coraggio animale tali da accettare il terrificante lascito e sfidare la temuta avventura di cercare una nuova casa nella vastità esterna, in modo che forse i giorni dell’Uomo non sarebbero finiti; e ricordarono, fin troppo bene, come gli altri uomini, ritirandosi nelle loro ultime poche case, si fossero impegnati reciprocamente a cercare il Silenzio e a non turbare più la fredda Terra. Sapevano quanto bene fosse stato mantenuto quell’impegno, e nell’oscurità e nel silenzio della stanza si strinsero sempre più vicini l’uno all’altro.

E alla fine udirono l’Indicatore del Tempo nella stanza più in alto suonare il rintocco dell’ora compiuta, e sapevano che nelle loro stesse vite dovevano recitare la scena finale della lunga tragedia della Terra.

Alwyn allungò la mano e toccò l’interruttore, e la lampada a incandescenza tornò a splendere. In silenzio, spinse Celia nella Sfera, che ora brillava di un rosso più intenso ed emanava una strana luce, per poi seguirla, chiudendo la sezione a vite dietro di sè e assicurandola. All’interno, la Sfera era spaziosa e confortevole, e, salvo dove era imbottita, trasparente, anche per la debole incandescenza della lampada. Era anche piacevolmente calda, perché il metallo rosso era impermeabile al calore. La mano dell’uomo si avvicinò alla leva che agitava il guscio e aprì le forti ganasce a molla che trattenevano la Sfera; e mentre partiva, lui guardò negli occhi della donna. Esitò. C’era una luce negli occhi di entrambi, una sensazione nel cuore di entrambi, che nessuno dei due aveva mai visto né sperimentato prima.

– È una follia, Celia, – disse lentamente. – Non è ancora troppo tardi. Nel momento in cui tirerò questa leva, la Sfera si farà strada attraverso l’edificio come una bolla d’aria attraverso l’acqua, ma fino ad allora non è troppo tardi.

Questa non era una domanda nella forma, ma lo era fatto. Celia non rispose.

– Non è una follia miserabile, questa deferenza verso il passato? Non sappiamo perfettamente che la morte è certa là fuori come qui? – continuò l’uomo.

Allora Celia rispose: – Sì, Alwyn; l’uomo, la vita, tutto, è una follia molto miserabile. Ma non abbiamo nulla a che fare con questo: non possiamo evitarlo. Non sappiamo, fino a quando non proveremo, quale sorte incontreremo. Dovremo tradire i nostri antenati, vigliacchi e codardi anche verso noi stessi, se ora ci fermassimo. Anche di fronte all’ostilità inconscia dell’intero Universo della Materia, ricordiamoci che siamo ancora vivi e coscienti.

Come tante volte in passato, la donna dava forza all’uomo nel momento del bisogno. Alwyn accostò la leva e pianse, con antica impulsività:

– Perdonami, Celia! Non cederemo, nemmeno contro un universo ostile! Si muove! Andiamo!

Ci fu una scossa improvvisa che li gettò barcollanti l’uno contro l’altro per un momento; uno schianto lacerante, un rotolio doloroso di muratura e metallo, e la Sfera Rossa si alzò attraverso le rovine cadenti della casa e si librò nella notte, inclinandosi leggermente verso ovest mentre si alzava. Diedero una breve occhiata ai quadranti dell’Indicatore del Tempo, visibile attraverso una fessura del muro in rovina; e poi i loro occhi furono occupati dalla faccia bianca della terra sottostante e dal chiaro splendore della cupola stellata al di sopra.

Si stavano ancora aggrappando l’uno all’altro, quando entrambi scorsero un piccolo oggetto scuro che si avvicinava da sotto. Veniva, apparentemente, da una macchia nera sul freddo candore del paesaggio a ovest della loro casa abbandonata, e stava viaggiando più veloce di loro.

Lo guardarono con improvviso interesse, che, mentre guardavano, si trasformò in acuta apprensione, e poi in un orrore incredulo.

– L’altra sfera!”

– Amy e il suo amante!”

Mentre parlavano, si avvicinava sempre più, e videro che una collisione era inevitabile. Per quale capriccio del destino era capitato che i percorsi impotenti delle due Sfere Rosse dovessero arrivare a coincidere in quel punto dello spazio e del tempo, non potevano immaginarlo. L’idea di lasciare la Terra poteva, per magnetica sintonia, essere venuta a entrambe le coppie all’incirca nello stesso momento, ma il resto della sfortunata coincidenza era inspiegabile. Distolsero lo sguardo dalla seconda Sfera e si cercarono a vicenda con gli occhi e con le mani, dicendo con lo sguardo e il tatto  molte cose che le parole non potevano trasmettere.

– Non hanno voluto mantenere il giuramento della Decisione”, disse Alwyn. – Il desiderio di vivere deve essere venuto a loro come è venuto a me oggi, e Amy dev’essersi ricordata delle Istruzioni. Posso capire che salgano più velocemente di noi, perché la loro Sfera si trovava in un capannone di lamiera aperto, e quindi sono partiti con meno opposizione e maggiore velocità iniziale. Ma è strano che il loro percorso sia così vicino al nostro. Può essere solo questione di minuti, alla velocità che stanno guadagnando, prima che la fine arrivi per tutti noi. Sarà prima che attraversiamo l’atmosfera e raggiungiamo la nostra piena velocità. E sarà la fine del sogno tormentato dell’umanità… E Amy è in quella…

Il pensiero di una possibile malafede, impulsiva o premeditata, da parte degli occupanti della seconda Sfera Rossa, non era mai entrato nelle menti di quelli del primo.

– La responsabilità dell’azione dipende da noi, – disse Celia. – Evidentemente non possono vederci, sullo sfondo del cielo nero. Stanno arrivando rapidamente, caro.

– Dev’essere così, per forza. Meglio uno che entrambi, –  disse l’uomo.

– Così come, Alwyn?

– Il fulminato di sterarium.

– Non li danneggerà?

– No; non se accendiamo la miccia entro circa tre minuti. Sarà difficile, Celia, sapere che la mia mano ti manderà al Silenzio in modo che Amy possa avere l’ultima possibilità disperata di vivere. In qualche modo, in queste ultime ore, ho sentito le antiche emozioni risvegliarsi.

La mano che stringeva quella di lui diede una leggera pressione.

– E anch’io, Alwyn; ma il loro regno sarà breve. Preferirei morire con te adesso che vivere senza di te. Sono pronta. Non ritardare troppo con il fulminato, Alwyn.

Barcollarono insieme; le braccia dell’uno erano attorno a quelle dell’altra; le loro labbra si incontrarono nell’ultimo bacio. Mentre i loro visi erano ancora molto vicini, la mano destra di Alwyn sfiorò un piccolo bottone bianco che era incastonato nell’imbottitura dell’interno.

Ci fu un lampo istantaneo di luce e un boato, e l’uomo e la donna nella seconda sfera furono sorpresi dall’improvviso bagliore e dallo spostamento d’aria, mentre il loro guscio di metallo volava verso l’alto, attraverso la nuvola di polvere elementale che era tutto ciò che rimaneva della prima Sfera Rossa e i suoi occupanti.

Il silenzio e la chiara oscurità che li circondavano un attimo prima tornarono, quando ebbero recuperato il loro equilibrio; e in quel silenzio e in quell’oscurità chiara, l’uomo e la donna che non erano stati scelti passarono nell’abisso dell’Oltre, ignorando la causa e il significato di quella strana esplosione nell’aria e sapendo che erano soli nello Spazio, diretti non sapevano dove.

Copertina tratta da Opera Spaziale

 

The Last Days of Earth: Being the Story of the Launching of the Red Sphere, (The Harmsworth Magazine, luglio 1901)

L'Autore

Mario Luca Moretti

Altri interessi oltre al cinema e alla letteratura SF, sono il cinema e la la letteratura tout-court, la musica e la storia. È laureato in Lingue (inglese e tedesco) e lavora presso l'aeroporto di Linate. Abita in provincia di Milano

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