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IL VISIONARIO di Edgar Allan Poe

IL VISIONARIO di Edgar Allan Poe

Il Visionario è stato tradotto da Mario Luca Moretti

(The Visionary, Lady’s Book, gennaio 1834)

Ich habe gelebt, und geliebet 
Wallenstein di Schiller

Ho vissuto, e ho amato

Und sterbich denn, so sterbich so
Durch sie – durch sie.
Goethe

E se devo morire, almeno che muoia con lei – con lei

 

Mondi Passati – Vintage

 

C’è un nome – un suono – che, sopra tutte le altre musiche, vibra nel mio orecchio come una melodia deliziosa, eppure violenta e solenne. Devotamente ammirata da quei pochi che leggono, e dai pochissimi che pensano, è un nome che, invero, non è ancora blasonato nell’araldo dell’immortalità; ma nondimeno è in eterno forgiato nei caratteri del fuoco Tireo, e lo si potrà leggere nell’arco dei secoli.

Per giunta è un nome che, per ragioni in se stesse futili, ma di fatto cogenti, sono deciso a celare. E io non disonorerò, con un nome fittizio, la memoria del grande defunto la cui vita fu così poco compresa, e sulla cui malinconica fine è stato riferito un racconto che è un intrico di malevole bestemmie. Non appartengo a quel genere di scrittori che, avendo fatto di qualche cognome fantasioso l’architrave della loro costruzione, non possono più rinunciarvi come non potrebbe un architetto.

Uomo misterioso e sfortunato! – deviato dall’estrosità della tua stessa immaginazione, e caduto nelle fiamme della tua stessa giovinezza! Ti rivedo nella mia fantasia. Ancora una volta la tua forma è sorta davanti a me – no, oh non per come tu sei – nella fredda valle e nell’ombra; ma come tu dovresti essere – a sperperare una vita di magnifica meditazione in quella città di tetre visioni, la tua Venezia, che è una città di mare amata dalle stelle, dove le ampie finestre dei palazzi palladiani , che brillano dei fuochi delle feste notturne, guardano in basso con un triste e amaro sottinteso ai segreti delle sue silenziose acque.

Sì! Lo ripeto – “come tu dovresti essere”. Ci sono senz’altro altre parole oltre a queste – altri pensieri oltre ai pensieri delle masse – oserei quasi dire altre speculazioni oltre alle speculazioni dei sofisti. Chi allora metterà in dubbio il tuo operato? – chi ti incolperà per i tuoi momenti visionari? – o definirà queste occupazioni uno spreco di vita, quando altro non erano che l’esplosione delle tue incessanti energie?

Fu a Venezia, sotto l’arcata coperta detta “Ponte dei Sospiri” che mi incontrò, per la terza o quarta volta, la persona di cui parlo. Comunque, è con un ricordo confuso che richiamo alla mente le circostanze di quell’incontro – eppure ricordo – ah! Come dovrei invece dimenticare! La notte inoltrata – il Ponte dei Sospiri – la bellezza di quella donna, e il Demone dell’Amore, che imperversava lungo quello stretto canale.

Era una notte insolitamente buia. Il grande orologio della piazza aveva suonato l’ora quinta della sera italiana. La piazza del campanile giaceva silenziosa e deserta, e le luci del vecchio Palazzo Ducale si andavano spegnendo. Stavo tornando a casa dalla Piazzetta, lungo il Canal Grande. Ma mentre la mia gondola giungeva di fronte all’imboccatura del Canale San Marco, dai suoi recessi, di colpo, una voce femminile esplose nella notte in un grido selvaggio, isterico e prolungato.

Trasalii a quel suono, e saltai in piedi, mentre il mio gondoliere, lasciando scivolare il remo, lo perse, senza speranza di ritrovarlo in quelle tenebre, e restammo alle mercé della corrente, che qui passa dal canale più grande a quello più piccolo. Come un uccello enorme dal piumaggio scuro, avanzavamo lentamente verso il Ponte dei Sospiri, quando cento torce, lampeggiando dalle finestre e lungo le scale del Palazzo Ducale, di colpo trasformarono quel buio intenso in chiarore diurno spettrale e sovrannaturale.

Un bambino, scivolando dalle braccia della madre, era caduto da una finestra superiore di quel nobile edificio nel profondo e buio canale. Le calme acque si erano chiuse pigramente sopra la loro vittima, e sebbene la mia gondola fosse l’unica in vista, molti corpulenti nuotatori erano già nella corrente, e cercavano invano sulla superficie quel tesoro che, ahimè!, era già sceso nell’abisso.

Sull’ampio lastrico di marmo nero all’ingresso del palazzo, e a pochi gradini al di sopra dell’acqua, c’era una figura che al momento nessuno che l’abbia vista allora avrebbe mai potuto dimenticare. Era la Marchesa Bianca, “l’adorazione di tutta Venezia, la più felice fra le donne”, la moglie del vecchio e intrigante Mentoni e la madre – la madre di quel bel bambino; il suo primo e unico figlio – che ora, sotto le profondità, stava amaramente pensando alle sue dolci carezze, esaurendo le sue ultime energie per chiamare il suo nome.

Lei rimase sola. I suoi piccoli, nudi e argentei piedi brillavano nello specchio nero del marmo sotto di loro. I suoi capelli in parte sciolti, per la notte, dall’acconciatura preparata per la sala da ballo, era raccolta in mezzo a una pioggia di diamanti, tutt’attorno alla sua classica testa, in riccioli come quelli di un giacinto sbocciato. Un mantello bianco come la neve e sottile come una garza era quasi la sola copertura della sua forma delicata; ma l’aria di mezza estate, e di mezzanotte, era calda, pesante e ferma – e nessun movimento – nessuna parvenza di movimento in quella forma statuaria agitava anche solo le pieghe di quell’abito così vaporoso che l’avvolgeva, come il marmo pesante avvolge Niobe in lacrime.

I suoi grandi occhi luminosi, comunque, non erano rivolti in basso verso la tomba in cui giaceva la sua più accesa speranza; ma erano fissi – ah! Strano a dirsi – in tutt’altra direzione. La prigione della città è, credo, il più bel palazzo di tutta Venezia; ma come poteva quella signora fissarla così intensamente, quando il suo unico figlio annaspava sotto i suoi piedi? Quella buia, tetra nicchia sbadiglia proprio davanti alla finestra della sua camera – che cosa poteva quindi esserci nelle sue ombre che la Marchesa di Mentoni non si fosse già chiesta mille volte? Assurdo! – Chi non ricorda che, in occasioni come questa, l’occhio, come uno specchio scheggiato, moltiplica l’immagine dolorosa, e vede in un milione di posti diversi la pena a portata di mano?

Molti gradini sopra la Marchesa, e sotto l’arco del cancello a mare, stava, del tutto vestito, la figura da satiro di Mentoni stesso. Era sbadatamente occupato a strimpellare una chitarra, e sembrava seccato a morte mentre, di quando in quando, dava istruzioni per il recupero di suo figlio.

Stupefatto e sconvolto, non ero capace di muovermi dalla posizione eretta che avevo assunto non appena udito il grido, e agli occhi di quell’agitato gruppo deve essersi presentata una visione spettrale, quando, con il mio aspetto pallido e le gambe rigide, scivolai fra di loro dalla mia funerea gondola.

Ogni sforzo fu inutile. I più energici nella ricerca stavano attenuando i loro sforzi, cedendo a un cupo sconforto. Sembrava ci fosse ben poca speranza per il piccolo – e ancor meno per la madre! Ma di colpo, dalla buia nicchia della prigione della vecchia Repubblica che è stata menzionata prima, e di fronte al cancello della Marchesa, una figura avvolta in un mantello uscì dalla portata della luce, si fermò un attimo sul bordo di quell’altezza vertiginosa, e si tuffò di testa nel canale. Solo un istante dopo si trovò sul lastricato di marmo, al fianco della Marchesa, tenendo fra le braccia il bambino che respirava, ancora vivo – il suo mantello intriso d’acqua fu slacciato e, cadendo alla rinfusa ai suoi piedi, rivelò agli spettatori meravigliati l’elegante figura di un uomo molto giovane, il cui nome allora risuonava in quasi tutta Europa.

Lo straniero non proferì parola. Ma la Marchesa! Non prese il suo bambino – se lo strinse al cuore. Si piegò sulla sua piccola figura, e lo soffuse di carezze. Ahimè! Le braccia di qualcun altro lo presero e lo portarono nel palazzo, lontano dagli sguardi. E la Marchesa! Una lacrima si formava nei suoi occhi – quegli occhi che, come l’acanto di Plinio, sono “teneri, e quasi liquidi”. Il suo labbro – il suo bel labbro trema; tutto in quella donna rabbrividisce fin nell’anima, e la statua riprende vita! Il pallore di quella figura di marmo – il rotondo seno di marmo – la semplice purezza dei piedi di marmo, è improvvisamente coperto da un’ondata di inarrestabile cremisi, e un leggero tremito scuote l’intera figura, come un dolce vento napoletano sui ricchi gigli di campo.

Perché avrebbe dovuto arrossire quella signora? A questa domanda non c’è risposta, se non che, avendo tralasciato, nella fretta e nel terrore del suo cuore di madre, l’intimità del suo aspetto, s’era dimenticata di infilare i piedi nelle sue minute pantofole, e ancor più s’era dimenticata di gettare sulle sue veneziane spalle l’abbigliamento che si confaceva. Quale altra causa poteva esserci per il suo rossore? Per lo sguardo di quei grandi, affascinanti occhi? Per l’insolito tumulto di quel seno palpitante? Per il convulso gesto di afferrare, accidentalmente, la mano dello straniero, quando Mentoni ritornò nel palazzo? O per il basso – il singolarmente basso tono di voce delle incomprensibili parole che la signora pronunciò, prima di andarsene:

“Hai vinto,” disse lei, se i mormorii dell’acqua non mi ingannarono – “hai vinto, un’ora dopo l’alba – e sia.” Il tumulto s’era placato – le luci della Piazza s’erano spente e lo straniero, che ora riconobbi, rimase solo sul lastricato. Tremava con inconcepibile agitazione, e il suo occhio vagava in cerca di una gondola. Non potei non offrirgli il servizio della mia; con modi agitati accettò la mia cortesia. Un remo fu trovato al cancello dell’acqua, e prima che raggiungessimo la sua residenza, riprese presto il controllo di sé, e parlò della nostra precedente, superficiale conoscenza in termini di apparente grande cordialità. Ci sono soggetti su cui mi piace scendere in dettagli. La persona dello straniero – lasciate che lo chiami con questo titolo, perché per tutti era ancora uno straniero – la persona dello straniero è uno di quei soggetti. In altezza direi che era al di sotto della media, piuttosto che al di sopra; sebbene ci fossero dei momenti d’intensa passione in cui la sua figura davvero si espandeva e confutava questa affermazione. La leggera, quasi esile simmetria della sua figura prometteva quella pronta azione che si era vista al Ponte dei Sospiri, piuttosto che la forza erculea che si è soliti esibire senza sforzi nelle occasioni di più grave emergenza. Con la bocca e il mento di una divinità – un naso simile a quelle delicate creazioni della mente che si trovano nei medaglioni degli Ebrei, occhi pieni, le cui sfumature variavano dal puro color nocciola al più intenso dei neri luminosi, e una profusione di lucidi capelli neri, da cui brillava a intervalli una fronte piuttosto bassa, tutta luminosa come l’avorio. Non ho mai visto fattezze di più classica regolarità, tranne forse quelle scolpite nel marmo dell’imperatore Commodo.

Cionondimeno, la sua figura era una di quelle che tutti hanno visto prima o poi nella loro vita, e mai più in seguito. Voglio che mi si capisca alla perfezione – egli non aveva alcuna espressione peculiare, marcata o predominante, tale che restasse impressa nella memoria; una fattezza vista, e subito dimenticata – ma dimenticata con un vago, intenso e incessante desiderio di riportarla alla mente. Non che lo spirito di ogni rapida passione mancasse di riflettere a ogni momento la propria immagine distinta sullo specchio di quel volto; ma lo specchio, come ogni specchio, non tratteneva alcuna vestigia della passione, quando la passione se n’era andata. Nel congedarmi da lui in quella notte di avventura, mi invitò in maniera davvero pressante di fargli visita molto presto il mattino seguente. Poco dopo l’alba mi recai così al suo palazzo, uno di quegli enormi edifici di tetra, ma favolosa magnificenza che torreggiano sopra le acque del Canal Grande. Fui introdotto da una grande scalinata a mosaici a un appartamento i cui splendori senza pari esplodevano attraverso la porta aperta in un bagliore che mi accecò stordì con il suo sfarzo.

Sapevo che il mio conoscente era ricco. Si parlava dei suoi possedimenti in termini che perfino io mi azzardai a ritenere di ridicola esagerazione; ma mentre mi guardavo attorno, ebbi difficoltà a credere che la ricchezza di chicchessia in Europa avrebbe potuto raggiungere la ben più che imperiale magnificenza che ardeva e risplendeva lì attorno.

Sebbene, come dicevo, il sole fosse sorto, la stanza era ancora brillantemente illuminata, e giudicai da questa circostanza, e anche da un’aria di apparente stanchezza nell’aspetto del mio amico, che non fosse andato a dormire durante l’intero arco della notte precedente.

Nell’architettura e nell’arredo della camera, lo scopo palese era stordire e meravigliare. Poca attenzione era stata rivolta ai decora di ciò che tecnicamente si chiama “armonia”, o alle caratteristiche nazionali. L’occhio vagava di oggetto in oggetto, e su nessuno si soffermava; non sulle “grottesche” dei pittori greci, né sulle sculture della migliore stagione italiana, né sugli enormi intagli dell’antico Egitto.

Ricchi drappeggi in ogni parte della sala tremavano alle vibrazioni di una bassa musica malinconica, la cui origine invisibile si nascondeva nei recessi del corallo rosso che tappezzava in elaborati tralicci il soffitto. I sensi erano oppressi da una miscela di profumi contrastanti, che esalavano da strani incensieri arabeggianti, che sembravano davvero imbevuti di una mostruosa vitalità, mentre i loro fuochi multicolori si contorcevano senza sosta, formando stravaganti forme. I raggi del sole nascente si riversavano pieni, attraverso le finestre, ciascuna delle quali formata da un singolo riquadro di vetro color cremisi, e rimbalzavano avanti e indietro in mille riflessi dai tendaggi che si srotolavano dalla loro cornici come onde di argento fuso, e si mescolavano infine irregolarmente con la luce artificiali, e si stendevano vorticanti e sottomesse su un tappeto di un ricco tessuto dorato, dall’aspetto liquido.

Quindi era qui che lavorava la mano del genio. – Una foresta – un caos di bellezza si stendeva davanti a me; un senso di trasognata e incoerente grandezza s’impossessò della mia anima, e rimasi senza parole.

“ Ah!  Ah!  Ah!” rise il proprietario, indicandomi una sedia, gettandosi all’indietro su un’ottomana. C’era, pensai, un accenno di amarezza nella risata, e non potei nell’immediato cogliere la bienseance di un benvenuto così singolare.

“ Ah!  Ah!  Ah! –  Ah!  Ah!  Ah!” continuò lui. “Vedo che il mio appartamento vi sorprende – le mie statue – i miei quadri – il mio originale concetto di architettura – di tappezzeria; assolutamente ebbro della mia magnificenza!  Ah!  Ah!  Ah! Mi perdonatemi, mio caro signore, perdonatemi – devo ridere o morire – forse entrambi,” continuò lui, dopo una pausa. “Sapete, signore, comunque”, disse pensoso, “che a Sparta, che ora si chiama Palaochori – a Sparta, dicevo, nella cittadella occidentale, tra le poche rovine visibili c’è una specie di zoccolo, su cui sono ancora visibili le lettere ΛΑΣΜ. Rappresentano, ne sono convinto, parte di ΓΕΛΑΣΜΑ. Quante divinità avevano altari a Sparta, e quanto è strano che quella della Risata sia l’unica sopravvissuta! Ma ora, a dire il vero, non ho il diritto di essere sorpreso del vostro stupore. L’Europa – il mondo non possono rivaleggiare con questo mio regale ritiro. I miei altri appartamenti sono banali – insipidi ultras alla moda. Questo è meglio della moda – non è vero? Eppure questo deve solo essere visto, perché diventi di grido; ben inteso, per coloro che possono permetterselo a scapito di tutto il loro patrimonio. Ma mi sono premunito contro ogni profanazione del genere, tranne una” – (qui il pallore della morte si sparse rapidamente sulla sua figura, per sparire altrettanto rapidamente) – “tranne una; voi siete il solo essere umano ad aver messo piede nei suoi recinti imperiali.”

M’inchinai per ringraziare, in quanto l’inaspettata eccentricità del suo discorso e dei suoi modi mi avevano riempito di stupore, e non potei esprimere con parole il mio apprezzamento, che avrei voluto elaborare come un complimento.

“Qui,” disse lui, alzandosi a toccare il mio braccio, mentre gironzolava per la stanza – “qui ci sono dipinti di tutte le epoche, dagli antichi greci a Cimabue, e da Cimabue all’arte moderna. Molti sono scelti, come vedete, con poco riguardo alle opinioni della Virtù. Qui ci sono anche alcuni chef-d’œuvres di grandi sconosciuti – e là schizzi non terminati di uomini celebrati ai loro tempi, i cui nomi la perspicacia delle Accademie ha lasciato nel dimenticatoio, e a me. Che cosa pensate,” disse girandosi mentre parlava – ”che cosa pensate di questa Madonna della Pietà?”

“Ma è quella di Guido,” dissi, con tutto l’entusiasmo che mi fu possibile; infatti avevo già riflettuto intensamente sulla sua prepotente bellezza – “è quella di Guido – come avete potuto ottenerla? Senza dubbio nella pittura l’equivalente della Venere nella scultura!”

“ Ah!” disse lui, pensoso – “la Venere! – la splendida Venere! – la Venere delle Veneri! – la Venere dei Medici! – il lavoro di Cleomene, il figlio degli Ateniesi! Quanta parte è lavoro delle mie stesse mani! – parte del braccio sinistro e tutto il destro sono restauri; e nella civetteria di quel braccio destro si trova, io credo, la quintessenza dell’affettazione. Anche l’Apollo! – avete parlato dell’Apollo! – è una copia; non c’è alcun ragionevole dubbio. Signore, non mi piegherò alla falsità, sebbene ingrigito dall’età – non c’è ispirazione nel pomposo Apollo, e l’Antinoo ne vale una dozzina. Dopotutto c’è molto di vero nel detto di Socrate: ‘che la scultura trovò la sua statua nel blocco di marmo.’ Michelangelo non fu originale nel suo distico:

‘Non ha l’ottimo artista alcun concetto
Che un marmo solo in se non circunscriva
‘.”

È stato ribadito, o almeno dovrebbe, che nelle maniere del vero gentiluomo abbiamo sempre chiaro ciò che lo distingue da una persona volgare, ma allo stesso tempo non siamo capaci di determinare con precisione in cosa consista una tale differenza. Permettendo a questa affermazione di essere pienamente applicata al comportamento esteriore del mio amico, in quel mattino tumultuoso la sentivo ancor più pienamente applicabile alla sua tempra morale e al suo carattere – e io non potevo definire meglio quella peculiarità di spirito che sembrava distaccarlo così radicalmente da tutti gli altri esseri umani, se non chiamandola l’abitudine di un pensiero intenso e continuo che pervadeva i suoi momenti di svago, e che s’infiltrava anche nei suoi lampi di allegria, come vipere che strisciano dalle orbite delle ghignanti maschere dei cornicioni del tempio di Cibele.

Non potevo comunque fare a meno di osservare di continuo, nel suo tono che mischiava leggerezza e solennità con cui rapidamente discettava di argomenti futili, una certa aria di trepidazione – una nervosa inquietudine nei modi, di cui non riuscivo a farmi una ragione, e talvolta mi riempiva di apprensione.

Spesso interrompendosi nel mezzo di una frase, il cui inizio all’apparenza aveva dimenticato, sembrava ascoltare nella più profonda attenzione, come se fosse in attesa di un visitatore, oppure in ascolto di suoni che esistevano solo nella sua immaginazione. Fu durante una di queste apparenti fantasticherie, o pause di astrazione, che, girando una pagina della splendida tragedia Orfeo di Poliziano, appoggiato vicino a me su un’ottomana, trovai un passaggio sottolineato a matita. È un passaggio verso la fine del terzo atto – un passaggio dal pathos commovente – un passaggio che, pur nella sua imperfezione, nessun uomo può leggere senza un brivido – nessuna fanciulla senza un singhiozzo. L’intera pagina era macchiata di lacrime fresche, e sul suo margine bianco c’erano scritte le seguenti righe in inglese, così come le trascriverò; ma in una calligrafia molto diversa da quella peculiare e decisa del mio conoscente, tanto che feci fatica a riconoscerla come sua.

Tu eri per me, amore, tutto
Ciò per cui mi struggo –
Un’isola verde nel mare, amore –
Una fontana e un tempio
Tutto decorato di fiori selvatici,
E di fiori tutti miei!
Ma il sogno – non poteva durare;
Giovane Speranza! che sorgesti
Solo per essere oscurata!
Una voce venuta dal Futuro grida
“Avanti!” mentre sul Passato,
Tetro abisso! – il mio spirito librandosi resta,
Muto – immobile – atterrito!
Ahimè! – ahimè – con me
L’ambizione è finita – come tutto;
“Non più – non più – non più” –
(Questo linguaggio rivolge il mare solenne
Alle sabbie sulla riva,)
Fiorirà l’albero colpito dal fulmine,
O volerà l’aquila ferita!
E tutte le mie ore sono nel torpore,
E tutti i miei sogni notturni
Sono dove l’oscuro occhio guarda –
E dove il vostro passo risplende
In chissà quali eteree danze,
Presso i lontani fiumi italiani!
Ahimè! Per quel tempo dannato
Vi portarono sopra i flutti
Via da me – verso un’anzianità decretata e il crimine
E a un sacrilego cuscino! –
Via dall’Amore, e dal nostro clima nebbioso,
Dove piange il salice d’argento!

Che questi versi fossero scritti in inglese – una lingua che non pensavo il loro autore conoscesse – non mi causò una gran sorpresa. Ero fin troppo consapevole della vastità delle sue conoscenze, e del singolare piacere che traeva dal nasconderla al mondo, per essere stupito di una tale scoperta. Ma devo confessare che il luogo della composizione di quel manoscritto mi appariva singolare. Inizialmente era stato scritto “Londra”, e poi attentamente cancellato; sebbene non in maniera così efficace da cancellare la parola a un occhio indagatore. Ripeto che questo mi apparve singolare – perché ricordavo bene di avergli chiesto se avesse mai conosciuto una certa persona – forse la Marchesa di Mentoni, cha aveva vissuto in Inghilterra alcuni anni prima di sposarsi – se lui l’avesse mai incontrata per caso a Londra; e la sua risposta mi spinse a pensare che non avesse mai visitato la Gran Bretagna. Devo qui aggiungere che ho sentito più di una volta, ma di certo senza avergli dato retta a una tale inverosimiglianza – che la persona di cui scrivo fosse inglese non solo di nascita ma anche di educazione.

“C’è solo un dipinto,” disse lui rivolgendosi a me con evidente emozione, mentre riponevo il volume sull’ottomana – “c’è un dipinto che non avete ancora visto,” e scostando un drappeggio scoprì un ritratto a grandezza naturale della Marchesa Mentoni.

L’arte umana non avrebbe mai potuto una più accurata descrizione della bellezza sovrumana. La stessa figura da silfide che si trovava davanti a me la notte prima sui gradini del Palazzo Ducale, era di nuovo di fronte a me. Ma nell’espressione del suo volto, tutta raggiante di sorrisi, ancora si intravedeva (incomprensibile anomalia!) quell’incomprensibile macchia di malinconia che non si troverà mai inseparabile dalla perfezione del Bello. Su una pergamena che giaceva ai suoi piedi c’erano queste parole: “Non aspetto altri che te”. Il suo braccio destro era ripiegato sul seno, e il sinistro indicava in basso un vaso dalle curiose fattezze. Un piccolo, fatato piede, l’unico visibile, sfiorava la terra – e, a malapena visibile nella brillante atmosfera che sembrava circondare ed esaltare la sua dolcezza, fluttuava un paio di ali argentee fra le più delicate mai immaginate.

Spostai lo sguardo dal quadro alla figura del mio amico, e le potenti parole di Chapman Bussy D’Ambois tremarono istintivamente sulle mie labbra:

Sono ritto
Qui come una statua romana – Resterò in piedi
Finché la morte non mi avrà reso di marmo!

“Venite,” disse lui alla fine, avvicinandosi a un tavolo di argento massiccio, su cui c’erano alcuni calici finemente dipinti e smaltati, insieme a due grandi vasi etruschi, colmi di ciò che riconobbi come Vin de Barac, e simili allo straordinario modello visto sullo sfondo del ritratto.

“Venite,” disse bruscamente, “beviamo – è presto; ma beviamo. È davvero presto,” continuò, come un cherubino, tenendo in mano un pesante martello d’oro, fece risuonare la stanza con il primo rintocco dopo l’alba – “è davvero presto; ma che importa – beviamo. Come veri Persiani, versiamo un’offerta al sole solenne che queste lampade e turiboli si sforzano di sopraffare.” E avendomi fatto brindare alla sua salute in un bicchiere colmo, scolò in rapida successione diversi calici di vino.

“Sognare,” continuò, riprendendo il filo della sua sconnessa conversazione, mentre avvicinava uno dei magnifici vasi all’intensa luce di uno dei turiboli – “sognare è stato il lavoro della mia vita, e per questo ho agghindato per me stesso, come vedete, un Rifugio di Sogni. Qui, nel cuore di Venezia, avrei potuto erigerne uno migliore? Quello che vedete attorno a voi , è vero, è un miscuglio di ornamenti architettonici. La castità di Ionia è offesa da strumenti antidiluviani, e le Sfingi d’Egitto si allungano su vesti d’oro. Eppure l’effetto appare incongruo solo ai timidi. Le convenienze di luogo, e specialmente di tempo, sono gli spauracchi che terrorizzano l’umanità distraendola dalla contemplazione del Magnifico. Un tempo io stesso ero un decoratore, ma quella sublimazione della follia ha perso ogni gusto nella mia anima. Tutto questo ora è più adatto ai miei scopi. Come questi incensieri arabeggianti, il mio spirito si contorce nel fuoco e il vorticante delirio di questa scena mi prepara alle ancor più selvagge visioni di quella terra di sogni reali per le quali mi affretto a partire.”

Dicendo così, riconobbe il potere del vino, e si gettò lungo disteso su una chaise-longue. E subito si sentì un passo affrettato sulla scalinata, e seguì un pesante colpo alla porta. Mi affrettai per prevenire un secondo disturbo, quando un paggio della Marchesa di Mentoni irruppe nella stanza, e, in una voce rotta dall’emozione, balbettò le incoerenti parole: “La mia padrona! – Bianca – veleno! – orribile! orribile!”

Sconvolto, corsi dal dormiente, e mi sforzai di svegliarlo per dargli quella spaventosa notizia; ma le sue labbra erano livide – il suo corpo era rigido – i suoi begli occhi erano inchiodati nella morte.

Barcollai all’indietro verso il tavolo – la mia mano cadde su un calice incrinato e annerito, e la consapevolezza dell’intera e terribile verità balenò improvvisa nella mia anima.

 

Nota del traduttore

The visionary è la prima versione di un racconto di Edgar Allan Poe che negli anni avrebbe avuto varie riscritture, fino ad arrivare alla sua stesura definitiva nel 1845, la prima con il titolo The Assignation. Con questo titolo sarebbe poi stato incluso nel 1852 nella raccolta Tales of Mystery and Imagination. In Italia è noto con i titoli L’appuntamento o L’appuntamento mortale.

Copertina tratta da Musei al chiaro di luna

L'Autore

Mario Luca Moretti

Altri interessi oltre al cinema e alla letteratura SF, sono il cinema e la la letteratura tout-court, la musica e la storia. È laureato in Lingue (inglese e tedesco) e lavora presso l'aeroporto di Linate. Abita in provincia di Milano

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