L’immagine di copertina è World © by Roberta Guardascione, per Cose da Altri Mondi

Il Racconto della Domenica

Era l’alba di settembre. Il piccolo Tommaso era su di giri. Da quando aveva aperto gli occhi gli ronzava per la testa un’intuizione geniale. Era stata proprio questa a farlo svegliare così presto.
Come guidato da un’entità esterna si alzò e raggiunse l’enorme agenda sulla scrivania della sua stanza, un librone pieno di appunti e scarabocchi. La aprì e iniziò scrivere di getto. Tornò a letto, ma non riuscì a riaddormentarsi. Con gli occhi sbarrati aspettò finché non udì suo padre scendere dal piano superiore e preparare la colazione. Lo raggiunse poco dopo.
– Oggi potrebbe essere un grande giorno – disse al padre mentre rimestava i biscotti nel latte.
– Ah sì? – rispose l’uomo sorridendo. – E perché mai?
– Non posso ancora dirtelo con certezza. Credo di aver avuto un’intuizione geniale, e se i miei calcoli saranno corretti ne avrò la conferma oggi.
Il piccolo Tommaso aveva dodici anni, ma poteva definirsi un genio a tutti gli effetti. I genitori erano stati costretti a trovare un modo per fargli saltare la scuola e iscriverlo direttamente all’Università. Costretti dall’imbarazzo che l’intelligenza del bambino generava nei suoi coetanei, ma soprattutto negli insegnanti. Non era stato semplice ottenere un colloquio con il rettore della Scuola Normale di Pisa, ma una volta saggiate le potenzialità del ragazzo – possedeva una conoscenza estesa, per quanto autodidattica, di tutta la fisica classica con una buona infarinatura della teoria delle stringhe – questi non esitò a inserirlo nel corso triennale di fisica, prendendosi la briga di risolvere tutte le faccende burocratiche del caso.
Dopo la colazione, Tommaso uscì in giardino con la sua agenda tra le braccia. Sedette sulla panchina in plastica. La sua mente continuava febbrilmente a pensare a formule e sistemi, ai limiti ingegneristici di quella meravigliosa idea, e continuava ad appuntare, cancellare, ricalcolare.
Andrea, il padre, in un primo momento prese tutta quell’agitazione in maniera divertente, ma quando vide che nel pomeriggio il figlio era ancora riverso su quegli appunti iniziò a preoccuparsi. Per quanto vivace, quello di Tommaso era comunque un carattere tranquillo e sereno. A volte sembrava quasi come se non gli interessasse essere così brillante e viveva con totale naturalezza la sua precocità. Ma quel giorno c’era qualcosa di diverso nel suo comportamento. Tommaso sembrava intristirsi man mano che il tempo passava e che il giorno volgeva al termine.
Qualche tempo dopo il tramonto, guardando il figlio ancora in giardino con la testa sulle braccia a fissare il cancelletto di casa, Andrea decise di intervenire.
– Tommaso, cosa c’è che non va? – chiese.
– Nulla – rispose il bambino imbronciato.
– Ma come, nulla? – Andrea si avvicinò e gli accarezzò la testa con affetto. – È tutto il giorno che prendi appunti su quel quaderno. A pranzo non hai toccato quasi nulla e non spiccichi una parola da ore. Te ne stai lì a fissare il cancelletto.
– Sto verificando la mia intuizione geniale.
– Guardando il cancelletto? – chiese il padre sorridendo, ma fu subito fulminato dallo sguardo contrariato del bimbo. Andrea allora capì che non era il caso di continuare a scherzarci su, e fece finta di prendere sul serio la situazione.
– Dimmi almeno di cosa si tratta.
– Non posso. Non posso farlo prima di aver verificato praticamente quello che ho pensato. E finora è un fallimento.
Andrea dovette insistere per qualche minuto e alla fine il bambino cedette. Guardò il padre con gli occhi umidi, si mise le mani sugli occhi e iniziò a piangere. Andrea si sedette accanto a lui e cercò dolcemente di liberargli il viso.
– Cosa c’è? – chiese.
– Sono quasi le otto – rispose il bambino singhiozzando.
– E allora? – chiese il padre.
– E allora è chiaro che non verrò più – rispose Tommy, esplodendo in un altro accesso di pianto disperato.
Dopo poco si calmò e indicò al padre il grosso libro di appunti che giaceva aperto sul tavolino di plastica. Sulle ultime pagine scritte vi erano svariate formule fisiche incomprensibili e degli schizzi di un futuristico macchinario che avvolgeva quello che avrebbe dovuto essere il corpo di un essere umano adulto. Per ogni pezzo vi era una descrizione dettagliata e alcuni suggerimenti tecnici su come i pezzi avrebbero dovuto essere costruiti e assemblati in maniera efficiente.
– Capisci? Non sono venuto a trovarmi – disse il piccolo singhiozzando. – Vuol dire che la mia intuizione era sbagliata. Non si può viaggiare nel tempo!
– D’accordo, d’accordo – fece Andrea accomodante. – Vedrai che domani risolverai questo… questo rompicapo. Ora vai a lavarti che tra poco si cena.
Andrea e Tommaso rientrarono in casa. Dopo meno di un’ora la cena fu pronta, ma Tommaso non si era visto. Doveva essere in camera sua, alle prese con quegli strani appunti, ma nonostante le urla del padre, Tommaso non scese. Andrea perse la pazienza e andò di filato nella stanzetta del figlio.
– Tommy, apri la porta! – disse il padre agitato. – Che ti prende?
Ancora nessuna risposta. Quindi Andrea aprì la porta e si trovò davanti la stanza vuota.
– Tommy, dove sei? La cena è pronta.
Ma Tommaso non rispondeva. Tommaso non c’era. Non era in nessun angolo della casa. Non si vedeva in giardino. Era sparito. Andrea tornò in camera di suo figlio e diede un’altra occhiata al libro posato sul letto, sperando di poter trovare all’interno una risposta a quel mistero. Andò indietro nelle pagine finché non arrivò a quella che doveva essere la prima pagina di quella giornata. In alto c’era scritto:

Ho capito come si può fare a viaggiare nel tempo e ti lascio in queste pagine alcune intuizioni che ho avuto. Se dovessi riuscire a costruire la macchina che ho descritto ti prego di venirmelo a riferire di persona oggi 24 settembre 2019.

Rilesse incredulo quella frase, più volte, finché non sentì suonare il campanello. Erano le dieci e dieci minuti. Chi mai poteva essere? Forse qualcuno che gli aveva riportato il piccolo Tommaso. Sbirciò dalla finestra della cucina. Era così, un uomo teneva per mano suo figlio, ma non riusciva a capire chi fosse.
Andrea aprì il cancelletto e corse lungo il vialetto, raggiungendo il bambino e lo sconosciuto, mano nella mano.
– Tommaso – esclamò tirandolo a sé. – Dov’eri?
– Sono uscito – rispose il bambino con tono entusiastico. – Ci ho pensato su e ho realizzato che ci sono delle variabili che non ho preso in considerazione. Magari tra tanti anni avremo cambiato casa, ci saremo spostati chissà dove, e la memoria di un bambino è fragile, forse non avrei ricordato esattamente la vecchia casa dove vivevo. Allora son dovuto uscire a cercarlo…
– Ma cosa vai blaterando? – disse Andrea, agitato. Poi si rivolse verso l’uomo. – A cercare questa persona? Lei chi…?
Nella penombra della sera, socchiuse gli occhi cercando di vedere meglio in volto quella persona. Era una decina d’anni più anziano di lui, ma il suo viso era terribilmente familiare.
Andrea si alzò in piedi e rimase senza fiato.
– Papà – disse Tommaso con un tono entusiastico. – Questo è, insomma sono…
– Ciao, papà! – interruppe l’uomo.

 

Questo racconto è World © di Stefano Spataro. All rights reserved