Seleziona Pagina

TEORIA DEL DRABBLE

TEORIA DEL DRABBLE

Poco tempo fa, su un social ha preso avvio un dibattito tra alcuni autori di drabble. Il tema verteva sulla natura e le modalità di questa sintetica forma di scrittura.

Per inciso, su queste pagine viene pubblicato settimanalmente un drabble nella rubrica Cento parole, ogni volta di un autore diverso, a cui può partecipare chiunque. Basta scrivere e inviare a writeclub@altrimondi.org specificando nel titolo della mail “drabble”, allegando il file del microracconto e, nel caso sia il primo invio, alcune note bio-bibliografiche.

Premesso che il drabble (o la drabble, come si usa dire al femminile in fanfiction) è un racconto autoconclusivo di cento parole, i parametri che la redazione ha scelto per la composizione sono i seguenti:
a) limite minimo di 98 e limite massimo di 103 parole
b) il titolo non è incluso nel conteggio, ma su questo lascio a discrezione dell’autore
c) le elisioni contano per due parole (per esempio un’isola)
d) non sono ammessi drabble che siano qualcosa di diverso da un racconto, cioè una storia compiuta: inizio, trama e fine
e) nel nostro caso, i drabble dovranno essere di carattere fantastico, o di qualsiasi genere in cui entrino in gioco elementi fantastici.

Fin qui si tratta di regole tecniche, ma la discussione si è avviata su ben altro argomento, e cioè: che cosa ci fa dire se un drabble è buono oppure no?

A dispetto di quanto si possa credere, un drabble non è facile da scrivere: occorrono padronanza della lingua, originalità, oculatezza, capacità di sintesi, una revisione maniacale per dare luogo a qualcosa di buono, se non eccellente. Spesso si pensa che per uno scrittore scrivere un buon drabble sia cosa naturale. Non è così, mi è capitato più di una volta di leggere drabble migliori tra amatoriali che non professionisti.

Nel corso del dibattito che preferisco riportare con le testuali parole, scegliendone i punti salienti, Marco Bizzarri ha sostenuto che occorre “fornire uno spunto e incuriosire, lasciare un segno al lettore, scioccarlo anche con un finale che non si aspetta, fornirgli gli spunti perché quelle 100 parole gli rimangano in testa e lo invitino a porsi domande su quello che in quelle 100 parole non è direttamente palesato”. Francesco Antonio Suriano ha aggiunto che “un drabble più che dire dovrebbe porre questioni ed esser capace di far generare domande in chi legge”.
Paolo Marongiu ha specificato che un drabble deve soddisfare anche due condizioni imprescindibili: “1) deve essere autoconsistente, cioè il suo effetto non deve dipendere da un background già esistente rievocato tramite citazioni di film, romanzi o fumetti, 2) deve dare un brivido, possibilmente nel finale”.

Si è verificato un disaccordo di Suriano circa la regola 1 di Marongiu. Suriano sostiene: “Come facciamo a liberarci dell’immaginario del substrato culturale di cui siamo fatti? Per esempio non è difficile ritrovare nei versi di Ungaretti immagini o espressioni di Tasso, Dante, Leopardi; non per questo la poesia di Ungaretti è meno personale o significativa. Per un’opera che non va oltre le 100 parole far perno su una canzone, un mito, il teorema di Pitagora, qualsiasi cosa che ci appartenga, se poi è capace di condurci attraverso percorsi divergenti dal comune sentire a provare qualche brivido (e questo è difficile) e a porci domande e a dare risposte diverse, io dico che esso, il drabble è un buon drabble”.
Marongiu ha replicato che “in un Drabble si dovrebbe evitare qualsiasi citazione di opere letterarie e cinematografiche esistenti, di fatti legati alla cronaca, di personaggi famosi contemporanei; è ammissibile però fare riferimento a miti e simbologie già acquisite dall’immaginario collettivo. Quindi se è sconsigliabile rievocare HAL 9000, il dottor Strange o Nixon, è del tutto legittimo citare Cenerentola, Polifemo o Caligola. In ogni caso, anche nell’interpretazione debole della regola, a mio avviso, il Drabble non deve far leva su un substrato letterario preso in prestito dal mondo esterno ma deve costruire il suo significato dal niente, nell’essenzialità delle sue preziosissime 100 parole”.

Notevole anche come ha proseguito Bizzarri: “il drabble secondo me è un’arte, non è semplicemente riassumere un racconto in 100 parole. Per certi versi è simile alla differenza che c’è tra la poesia tradizionale (chiamiamola così utilizzando un termine improprio) e gli haiku. Non necessariamente un buon scrittore di romanzi è anche un buon autore di drabble, alla stessa maniera non tutti i lettori sono in grado di apprezzare con efficacia romanzi o racconti e drabble. … Sono abbastanza in accordo con Paolo Marongiu quando sottolinea che i drabble non dovrebbero eccedere in citazionismo. È vero che è impossibile essere neutri vista la mole di cultura che, anche involontariamente, ci trasciniamo dietro da secoli, resto però dell’avviso che un drabble dovrebbe poter essere letto ed essere comprensibile al numero più ampio di lettori, almeno nella sua narrazione di fondo, lasciando l’arricchimento del racconto alla cultura, alla sensibilità e all’immaginario personale del singolo lettore. Per capirci, un drabble che citasse Star Trek tra le righe dovrebbe essere comprensibile e valido anche per un lettore completamente a digiuno della serie. Il citazionismo è secondo me valido quando aggiunge linee interpretative e sfumature a una narrazione solida di base e comprensibile ai più (e questo vale un po’ per tutte le tipologie di narrazione, non solo scritte)”.

Se la curiosità vi ha portato fin qui, proverò a elencare alcuni errori o comunque le ingenuità in cui più spesso si incorre quando si scrive un drabble.
La banalità: spesso arrivano in redazione drabble piatti, di cui si conosce l’esito fin dall’inizio, “telefonati” si dice, non hanno nulla di sbagliato, sono anche scritti bene, ma non accendono niente. Letti e subito dimenticati. Cancellato.

L’autocitazionismo. Accade che arrivino drabble di cui non riesco a capire il senso, è una cosa che mi mette in crisi perché di colpo mi sembra di essere diventata interdetta. Risolvo chiedendo lumi all’autore e salta fuori che il microracconto in questione è un riferimento esplicito al personaggio tal dei tali o all’evento tal dei tali di un suo romanzo. Ahhh, ma il lettore non è tenuto a conoscere il romanzo di nessuno, specie se sconosciuto o non entrato nell’immaginario collettivo e quindi di pubblico dominio, per poter comprendere la storia. Cancellato.

La copiatura appartiene a un tipo di drabble che in sé sarebbe un buonissimo drabble (e ci credo!), ma il suo male sta nell’idea portante che si rivela come un plagio cosciente di qualche racconto famoso. Cancellato.

Il citazionismo spinto a livelli tali per cui il drabble risulta essere incomprensibile se prima non si sono fatte metodiche ricerche sull’argomento e si è impegnata mezza giornata per studiarlo, sempre che si siano compresi i termini di ricerca. C’è qualcosa che non funziona: non doveva essere un racconto originale e comprensibile?! A volte do un aiuto al lettore nell’introduzione a un drabble se contiene una citazione che presumo non sia così facile da recepire, ma vale la divina intuizione che se devo spiegarti che cosa hai letto ho fallito. Cancellato.

Glottoteti ne abbiamo? Sì, qualche volta e lì, dopo aver aperto la mail, scaricato il file, dopo aver letto incredula torno a farmi il secondo caffè per meditare. Ora, in cento parole posso capire un termine artificiale (magari si spera così indovinato da essere compreso intuitivamente), ma quando ne vedo infilati venti su cento non posso che dire: cancellato.

Grammatica? Revisione? Sintassi? Quando arriva un drabble scombinato dove ci sono refusi, ignoranza del discorso diretto (magari un po’ a doppi apici, un po’ a caporali, oppure con la lineetta che notoriamente apre un discorso diretto ma non va posta alla fine e dove invece la trovo, in un minestrone di segni grafici in cui ci si perde), titolo con errore, quattordici avverbi in -ente, eufoniche a tutto spiano (lo so che Buzzati le usava però oggi il linguaggio moderno non le considera più, o meglio, se scrivi alla Buzzati ci stanno, ma se per esempio stai usando il popolare o il metropolitano d’oggi no, e anche se non è popolare o metropolitano). Oppure drabble in cui la parte finale è messa a metà testo così che quando leggo il finale già lo conosco perché me lo hai detto prima (mancanza di logica narrativa dove, con una semplice interpolazione, si aggiustano le cose in modo da dare una chiusura degna). Quando arrivano drabble così: cancello. A meno che non scorga qualcosa, in questo caso annoto tutto e chiedo di riscriverlo daccapo sperando nella bonomia e nella pazienza dell’autore, fino a quando non esce qualcosa di leggibile.

I drabble spiegati, anche questi li cancello. Siamo i primi a dire che la prima regola è che non esiste la regola, però per ottenere risultati di almeno un minimo valore a monte bisogna conoscere le regole. I riassuntoni non sono drabble. In altre parole: show dont’ tell, se non sai come stracciare quest’ultima espressione e perfino la prima regola.

Peggio di un brutto drabble c’è solo un drabble anonimo.
(Marco Bizzarri)

Di mio aggiungo che un eccellente drabble è in perfetta armonia di forma e contenuto, con un’idea portante originale e una chiusura inaspettata o sovversiva. Quando è comprensibile a chiunque senza studi a monte. Quando pare un miracolo perché in cento parole raccoglie un intero mondo in sé.

 

Teoria del drabble

Joan Mirò: Numero 100. Litografia

L'Autore

Tea C. Blanc

È comasca. Vive un po' a Como, un po' in Svizzera. Collabora ad alcune riviste, fra cui "Giornale Pop", webzine diretta da Sauro Pennacchioli, e "Andromeda - rivista di fantascienza", diretta da Alessandro Iascy. Ha pubblicato un racconto di genere fantastico con Edizioni Dell’Angelo e il romanzo dagli spunti fantascientifici “Mondotempo” (Watson Edizioni, collana Andromeda).

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Ricevi la NewsLetter

Scrivi la tua email:

Prodotto da FeedBurner