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“LEGAMI COVALENTI (LO SCONOSCIUTO)” DI GIOIA MAURIZI

“LEGAMI COVALENTI (LO SCONOSCIUTO)” DI GIOIA MAURIZI

Il Racconto della Domenica

 

Eleanor.

Deglutisco. Ho la fronte imperlata di sudore.

Mi senti, vero?

Il cuore perde un colpo.

Tesoro, so che mi senti. Non ignorarmi… Potrei reagire molto male.

Mi guardo freneticamente attorno: è un normale pomeriggio autunnale nell’ora di punta, il sole sta già calando all’orizzonte e ho le palpebre imbevute della sua luce dorata. Donne d’ufficio impettite sui loro tacchi a spillo sgomitano per farsi largo, uomini in giacca e cravatta mi superano a passo svelto, ragazzi intenti a cazzeggiare sulla strada centrale si scambiano pugni amichevoli sulla spalla e i turisti si avventurano in bicicletta.

Come ogni giorno, Piazza Dam ribolle di frenesia, incrociando i destini di centinaia di persone che la percorrono.

Ellie, nessuno può ascoltarmi. Non cercare aiuto. Sai che mi arrabbierei.

Ho un altro tuffo al cuore. Non devo pensare. Non devo pensare…

Non devi pensare, eh? Scoppia in una risata genuina. In effetti, meglio di no. Sarò io a farlo per te.

No!, grido dentro di me. Mi asciugo la fronte e inizio a nuotare nel viavai pomeridiano, mentre lui parla ancora una volta. Gli sguardi della gente mi scivolano addosso e si infrangono sul muro dell’indifferenza.

Adesso, vieni da me. Ho aspettato fin troppo.

Scuoto la testa. La mia cassa toracica è un tamburo sull’orlo di scoppiare. Si può morire d’infarto a soli diciotto anni? mi chiedo d’istinto. No, non ce la faccio. Respira. Calma.

E smettila, Cristo santo!, ruggisce la voce, sprezzante. Sei veramente assurda! Mia cara, io ti amo così come sei, ma tu devi adorarmi per la mia infinita pazienza! Se mi tenti di nuovo ho paura che ti fracasserò il cranio contro qualche bel muro di cemento.

La mia testa, come se fosse presa da un paio di mani invisibili, si solleva contro la mia volontà e punta verso l’orizzonte, proprio in direzione del tramonto. I miei occhi iniziano a lacrimare per via della luce intensa, o forse non solo, chissà, ma sento un singhiozzo morire di sfuggita nella mia gola. Ben presto, i miei piedi cominciano ad avanzare a falcate lungo la Raadhuisstraat, in completa autonomia.

Brava. Stai facendo la brava, infine.

Le barche scivolano sotto i ponti del Singel, che oggi è scintillante. Mi porto istintivamente una mano sotto le ciglia, per asciugarle. Me lo impedisce, così le gocce calde rotolano lungo il mio viso.

E adesso, continua a camminare. Ti sto aspettando.

***

Le cose non sono sempre andate in questo modo. Quando andavo a scuola, avevo una vita normale. Il primo amore non corrisposto, i primi litigi, le uscite con gli amici, i falò estivi sulla spiaggia. La prima sigaretta, da sempre proibita da mia madre, la noia dei compiti e delle lezioni da sopportare. Tutto sommato, mi saranno piaciute soltanto un paio di materie. E poi, un giorno, ecco arrivare la svolta.

A un paio di mesi dal diploma, smetto di vivere. All’inizio penso sia colpa della stanchezza, di qualche allucinazione. Di una possibile schizofrenia, forse? Ma i controlli psichiatrici non sollevano il cartellino rosso: sono convinti che io abbia vissuto soltanto un’esperienza sentimentale traumatica con una figura maschile, e che io non voglia confidarmi con loro. Si sbagliano di grosso, vorrei dirglielo ma scopro di non esserne in grado. Non mi è successo nulla, in realtà. Ho avuto un unico ragazzo, la storia è finita qualche anno fa. Roba da preistoria.

– Vuole dire che qualcuno ha abusato di Eleanor? – quasi grida mia madre, seduta sul bordo della poltrona dello psichiatra.

“Forse”, è la risposta impassibile. Li sento parlare, quasi come se mi trovassi a migliaia di chilometri di distanza e non nella stessa sala, finché non noto con sorpresa che mamma mi ha agguantata per l’avambraccio.

– Eleanor, tesoro, parla! Qualcuno ti ha toccato? Ti ha fatto del male?

Rido di cuore, facendola sobbalzare. – Ma che dici, mamma? Non esco quasi più, ormai. Devo studiare per il diploma. Con gli occhi grandi di terrore, eppure, mi bombarda di domande, finché lo psichiatra esordisce con un sonoro colpo di tosse.

– Signora, la prego, si controlli. Questa fase della crescita è molto delicata. Sarà successo qualcosa? Molto probabile, ma noi non possiamo saperlo. Se qualche evento ha traumatizzato la ragazza, non la forzi in nessun modo a parlare. Lo farà quando sarà pronta, se mai dovesse sentirsela. Possono volerci anni. La terapia è inutile, se non conosciamo il problema…

-Ma…

– Nel frattempo, – riprende il dottore, perentorio, – dovrà permetterle di sfogarsi. La lasci completamente libera di fare ciò che vuole, ma attenzione a farla girare da sola e agli oggetti contundenti. Non deve frequentare compagnie negative. Non deve subire bullismo. La ritiri dalla scuola, se necessario.

Mamma si affloscia sulla poltrona.  – Ho capito.

Da quel giorno, per fortuna, non ho più vissuto scene d’ansia eccessiva, o di urla in casa. Mia madre e mio fratello, gli unici membri della mia famiglia se non contiamo Mozart, che mi dispensa fusa a profusione, sono stati completamente comprensivi. E questo io l’ho apprezzato. Vorrei dirlo ma, chissà come, perdo la capacità di parlare per circa un mese.

A scuola faccio scena muta. Non mi accorgo nemmeno dei compagni che parlano. Piovono voti bassi alle interrogazioni, finché ai colloqui mia madre parla con i professori e, magicamente, loro smettono di sottopormi a verifiche. Voglio fare i compiti di quel paio di materie interessanti, ci riesco per diverso tempo. È un buon modo di svagarmi… Ma tutto dipende da lui.

Ride nella mia testa per i primi due giorni. Lo trovo perfino buffo, a un certo punto. Come se fossi in una serie televisiva, con le risate registrate che scattano appena dico qualcosa di spassoso. Poi inizia a salutarmi. Cerca di rompere il ghiaccio in ogni modo.

Eleanor, giusto? Tu sei Eleanor?

– Sì, sono io. – mormoro, attonita, spontaneamente. Mi tocco la bocca con una mano. Chi ha parlato? Nell’autobus gli unici passeggeri, oltre a me, sono una ragazza con le cuffiette ai posti anteriori e una vecchia che russa sonoramente. Siamo quasi arrivati al capolinea.

Oh, non c’è bisogno che parli, ridacchia lui, come se stesse bisbigliando nelle mie orecchie. Mi giro e, ovviamente, non c’è nessuno. Ti sento benissimo. Tu mi senti, vero?

Sì, penso, titubante.

Perfetto! Allora posso dirlo: sei molto carina, lo sai?

Lo dice in un modo così diretto che mi scappa un sorriso imbarazzato. Grazie, non me lo aveva mai detto nessuno, dico tra me e me. Mi risponde subito, conciliante. Parliamo per un po’. Sono forse pazza? No, non è possibile. Questa voce dice cose che non saprei nemmeno inventarmi: inizia a parlare di Amsterdam e dei suoi quartieri. Non sono mai andata all’estero, né so come sia fatta Amsterdam. Mi parla della bellezza di Piazza Dam al mattino, quando gli stormi giocano nell’aria frizzante e l’acqua dei canali è piatta.

Come ti chiami?, chiedo mentalmente.

Ah, guarda! C’è quella ragazza… Non è una tua compagna di classe? Non ricordo il suo nome.

Alzo lo sguardo e intravedo Sally di profilo, sta imboccando la strada che dovrei seguire anch’io. È lei, non c’è dubbio. Di solito facciamo il percorso insieme. Da lì, basta camminare dieci minuti per arrivare a casa. Dimenticandomi di lui, la inseguo di corsa.

– Ehi, Sally! – grido. Lei si gira.

– Oh, Eleanor, come va? Non ti ho visto, oggi.

– Ero in ritardo, –  spiego, facendo spallucce. – Sono tornata da sola.

O meglio, sei tornata con me, dice la voce, facendomi trasalire. Lancio un’occhiata di sottecchi a Sally, in preda al panico, ma lei continua la sua camminata baldanzosa con le mani strette intorno alle spalliere dello zaino. – Hai… Sentito?

– Mh? – dice, metà pensierosa e metà annoiata, senza girarsi. – Sentito cosa?

– Non hai davvero sentito? – ripeto, con una nota stridula nella mia voce che spaventa persino me stessa; anche Sally la percepisce. Mi guarda. – No, Ellie, davvero. Che cosa avrei dovuto sentire?

È meglio che tu non dica nulla. La voce è talmente perentoria che, dapprima, deglutisco. Fingo di rimanere in ascolto, rivolta al parco che stiamo costeggiando sulla nostra destra. – Mi sembrava che qualcuno stesse strillando, ma credo siano i ragazzi del campo da baseball, hai presente?

Per puro caso o fortuna, in quel momento la squadra di ragazzi, che ogni giorno si allena sul campo che dà sulla strada, inizia a strepitare. Due di loro stanno discutendo animatamente.

Ma io esisto, e tu lo sai.

– Ah, sì. – annuisce Sally, mentre li guardiamo. – Fanno così ogni giorno. Ma dove trovano la voglia?

Scoppio a ridere mio malgrado.

Nei giorni seguenti, non ho un momento libero per pensare indipendentemente. La voce continua a parlarmi, è come avere un amico un po’ petulante. Dopo qualche tempo, a due mesi dal diploma, accade.

Sono a scuola. La professoressa di Scienze ci lascia un’ora di tempo in laboratorio per scrivere una relazione di gruppo sullo studio di vetrini di cellule al microscopio. Ma l’atmosfera è rilassata: l’estate sta arrivando, la scuola sta per finire, siamo convinti che gli esami saranno facili. In tutta l’aula volano schiamazzi e risate. Sarah, la mia compagna di banco nonché mia migliore amica, continua a punzecchiarmi l’avambraccio con la punta della penna, cercando di disegnare sulla mia pelle.

– E dai, smettila! – rido, scacciandola.

– Solo se ti fai disegnare un paio di tette sul braccio – dice lei. Cadiamo in preda a un attacco di ridarella.

– Ma sei scema? – dico alla fine, quando ci riprendiamo. – Dai, sto cercando di scrivere questa stupida relazione. Fa’ finta di darmi una mano, almeno!

Le do una spinta amichevole e lei mi fa la linguaccia. – Allora, – borbotto, rimettendomi a pensare al foglio bianco che incombe sul banco, – gli eucarioti, gli eucarioti…

Sai qualcosa sugli eucarioti, per caso?, tento speranzosa.

Non mi ricordo queste cose. Le ho fatte a scuola, al tempo.

In quel momento, si avvicina Brian. È piuttosto carino, con quegli occhi azzurri, il viso armonioso, il fisico ben proporzionato. E lui sa di esserlo. Oh, se lo sa!

Ragaaaaaazze! – esordisce, allungando la “a” in modo eloquente. Ci rivolge un sorriso smagliante, i denti sono bianchi e dritti. Si passa una mano fra i capelli con un gesto di finta vanità. Si diverte chiaramente a comportarsi così, ci scherza sopra: non è mai stato un ragazzo che si sente superiore a tutti, anzi. Ed è per questo che mi piace… Parecchio. Gli sorrido di riflesso.

Che schifoso. Mi fa proprio schifo. Non azzardarti a sorridergli così.

– So già cosa stai per chiederci – ridacchio, – E la risposta è no, Brian. Non abbiamo studiato un emerito tubo, quindi non possiamo aiutarti

– Mi leggi nella mente, eh? – ride anche lui, sedendosi su una sedia accanto al nostro banco. – Metà classe è nella nostra stessa situazione. John sta scrivendo qualcosina di suo pugno, se volete posso chiedergli un paio di frasi da scrivere. Sappiate però che non è abbastanza

– E ci credo, la prof è tremenda! – sbuffa Sarah, dondolandosi sulla sedia. – Solo lei può farci fare relazioni prima di spiegare gli argomenti. “Si impara con l’esperienza, non lo sapete?” –  dice, sfoggiando una fedele imitazione della professoressa. – Bah!

Io e Brian scoppiamo a ridere.

Questo tizio è un coglione, dice lo sconosciuto, minaccioso. Ma non lo sto ascoltando. Con Brian e Sarah continuo a fare battute e divertirmi.

Smettila di sorridergli.

Mi immobilizzo per un secondo, interdetta. Poi scuoto il capo impercettibilmente e torno alla conversazione.

– E dai, Eleanor, dimmi qualcosina! – dice Brian, scherzoso. – So che sei un’esperta di eucarioti, ammettilo.

– Certo, sicuramente. – ribatto con una smorfia.

– Non contate su di me, – dice Sarah, quando la guardiamo a mo’ di supplica. – Ieri ho seguito una serie tv stupenda per tutto il giorno, non avevo mica il tempo di studiare Scienze.

– Cerco di passarvi qualche informazione, okay? – dice infine Brian, grattandosi il naso. – Vado a investigare tra gli altri gruppi e poi vi faccio sapere.

Non devi più parlargli. Il tono si è fatto pericolosamente minaccioso. Quello schifoso vuole solo avvicinarsi a te. Solo io posso farlo, hai capito?!

Oh, smettila, penso noncurante.

Non mi sono spiegato bene. Vedi di stare buona. Nessuno può parlarti, se non lo decido io.

È come se mi fossi scottata toccando una pentola bollente. Poi, però, torna Brian, sorridendomi di nuovo e qualcosa si scioglie in me.

– Allora, ho trovato qualche cosa da Molly. – esordisce. – Pronte a scrivere?

– Certo, dicci! – esclamo, spontaneamente.

Sei una stronza! Ti ho detto di non farlo! La voce inizia ad urlare, tanto che strizzo gli occhi per il fastidio.

– Va tutto bene, Ellie? – chiede Brian, poggiando le dita fresche sull’incavo del mio collo.

VAFFANCULO, ELEANOR! SEI UNA PUTTANA!

– Smettila! – ruggisco, tappandomi le orecchie. E poi, all’improvviso, sento le mie mani staccarsi da sole dalla testa e, nonostante opponga resistenza, le vedo muoversi in avanti. Il panico mi schiaccia il petto in una stretta ghiacciata, incontrollabile. Tento di tirarmi indietro. Sento Brian dire qualcosa in tono allarmato, Sarah e altri compagni di classe. La voce della professoressa.

– Aiuto! – inizio a urlare, fuori di me dallo spavento.

Prima che possa dire altro afferro l’ampolla e la schianto contro il bordo del banco. Qualcuno grida, ma stringo saldamente la presa e conficco il moncherino di vetro nel collo di Brian, chinato ancora verso di me. Non ho mai sentito tanta forza nelle dita come questa volta, talmente tanta da farmi male mentre spingo il vetro in profondità con le nocche sbiancate. Come in un orrendo film dell’orrore vedo le punte di vetro penetrare nella carne morbida con una facilità impressionante.

SEI UNA PUTTANA, ELEANOR, HAI CAPITO?! FOTTITI!, continua a urlare la voce in un baccano martellante. Sento che, se tutto questo non è un sogno, avrò un attacco di panico molto presto.

La bocca di Brian è ancora spalancata dalla sorpresa, mi fissa quasi fin dentro l’anima con i suoi occhi sgranati. Avverto dita addosso che tentano di staccarmi e, in un lasso di lucidità, penso: se continuo così, morirà!

Sì, è proprio quello che voglio! Brava, hai capito!

– Sta’ zitto!! Lo sentite?! – La mia voce è lontana, stridula. Sento le guance bagnate. – Toglietemelo dalla testa, vi prego!

No, io non me ne vado! Sarai tu a venire da me!

All’improvviso Brian è lontano da me. Lo vedo tossire carponi sul linoleum grigio. La classe ha formato un cerchio attorno a lui. Nel momento successivo mi accorgo di essere seduta sui talloni. Respiro affannosamente.

Sono ancora lì a tentare di calmarmi, quando sento quell’orribile sensazione ancora una volta. Senza volerlo, le mie gambe riescono a mettermi faticosamente in piedi e camminare. – No, non di nuovo. – piagnucolo. – Non di nuovo.

Sì, invece.

Inizio a singhiozzare di cuore mentre il mio corpo, come se non fosse più mio, in effetti, spinge via i compagni per raggiungere la porta dell’aula. I ragazzi continuano a parlare, ma non colgo le parole.

Ho quasi raggiunto la porta dell’aula. Sto tentando con tutte le mie forze di piantare i piedi a terra in qualche modo, di afferrare lo stipite della porta, ma il sangue fresco fa scivolare la presa delle mie dita. Per fortuna mi trattengono gli altri.

Qualche ora dopo, mia madre viene a prendermi. Finché non entro in macchina, lo sconosciuto prova più volte a farmi camminare in qualche direzione ignota. Infine, la cintura del passeggero mi sega la gola e il petto. Scattano le sicure.

Sarà il mio ultimo giorno di scuola. Niente cerimonia dei diplomati, niente festeggiamenti, niente balli o feste scatenate. Lo zero assoluto.

Chiacchiero ogni tanto sulle chat con qualche nuova amica rigorosamente a distanza. Provare a scambiare un paio di parole con qualsiasi ragazzo è, come dire, impossibile. Lui interviene immediatamente, conduce la mia mano sopra il mouse fin quando non blocco qualsiasi profilo o digito insulti. La finestra viene sbarrata: le mie mani hanno tentato più volte di uscire sin dal primo istante. E in malo modo, come dimostra il gesso attorno al collo, che mi impedisce di girarmi nel letto senza un’estrema fatica. Vivo da settimane con la tapparella abbassata e le tende tirate. Guardo per lo più serie tv, navigo in internet (monitorata in ogni istante), leggo. Suono il pianoforte.

So cosa vuole: incontrarlo. Dirigermi da lui, ovunque sia. Ciò che vuole farmi mi spaventa. Non oso pensarci neppure.

Non so come si chiami. Per me, da sempre, è lo Sconosciuto.

 

© Gioia Maurizi 2019

L'Autore

Gioia Maurizi

Studentessa di Economia e Management presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Scrive articoli per Officina Magazine. Ha una passione per le scienze e l’informatica. Ama cimentarsi nella scrittura di genere fantascientifico e fantasy. Tra gli autori preferiti spiccano senza dubbio P. K. Dick, H. G. Wells e M. Crichton.

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