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SHUTDOWN – IL RACCONTO DELLA DOMENICA

SHUTDOWN – IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Il Racconto della Domenica

Racconto crepuscolare, ben scritto. Logica conseguenza di una riflessione della teoria della contrazione degli universi (sulla quale ora c’è un po’ di confusione e non so più se è in auge o meno), ma anche probabile conseguenza dell’invecchiamento personale nostro e dell’autore che produce, intorno a noi, la progressiva scomparsa di tutti i punti di riferimento che ci eravamo creati in una vita. Tutto cambia, per gli individui e per gli universi, e questo, ancorché necessario, è un pochettino triste (i Beatles non ci sono più, come Carosello). Tutto si spegne e quando non siamo più in grado di riconoscere ciò che ci sta intorno ci spegniamo anche noi.

Ma la storia non si comprende del tutto se non ci si mette anche uno zinzino di induismo, per il quale la distruzione e la ricreazione del Cosmo hanno un fine scatologico, quello di creare un universo che sia abbastanza perfetto da poter iniziare un’evoluzione progressiva infinita senza bisogno di successive release.

Certo, per ciò che deve scomparire, le future e magnifiche forme dell’evoluzione sono un ben magra consolazione.

Giorgio Sangiorgi

 

Dedicato a Rosella e Mario.

Viaggiava e avrebbe continuato a viaggiare per eoni interi, nell’oscurità, alla fioca luce degli ormai remoti ammassi galattici locali. I pochi fotoni che raggiungevano le sue ali spiegate erano a mala pena sufficienti a mantenerlo lucido, la rara materia, poco più che qualche sporadico atomo di idrogeno, malgrado la sua enorme velocità, inutile ad alimentare un qualunque processo di riparazione o per generare energia.

Non c’erano alternative, il suo viaggio avrebbe richiesto un lunghissimo sonno senza sogni, in balia degli eventi, senza alcuna possibilità di reagire in tempi brevi a qualunque evenienza si fosse presentata. L’avvicinarsi di una stella solitaria lo avrebbe sicuramente alimentato e risvegliato in tempo utile a evitare qualunque rischio, ma una nana bruna o un gigante gassoso disperso nel vuoto intergalattico lo avrebbero esposto ai seri pericoli di una improbabile, ma pur sempre possibile, collisione. In tal caso la sua enorme quantità di moto lo avrebbe condannato inesorabilmente.

L’energia residua era ormai agli sgoccioli, tutti i suoi sensi, interni ed esterni, erano in allarme, vicinissimi alla soglia di non ritorno. Il suo antico cervello umano avrebbe interpretato l’allarme come un profondo malessere, forse fame, forse freddo, forse paura, ma la sua nuova forma, i suoi estesi e sensibili sensori erano allo stesso tempo più precisi e inesorabili. Le loro previsioni non lasciavano adito a dubbi su quanto tempo gli rimanesse e su quali azioni dovesse compiere per preservare la sua integrità.

Iniziò spegnendo i sottosistemi non essenziali, i sistemi che si occupavano di generare energia, i dispositivi e gli strumenti di superficie che gli garantivano tempi di reazione rapidi e precisi, ripiegò quindi le sue grandi e inutili ali che lo avrebbero solo esposto a ulteriori rischi.

Già cosi si sentiva intorpidito, sonnolento, privato della sua normale esperienza sensoriale, incapace di ricevere informazioni dalle tenebre che lo circondavano. Ma non sarebbe bastato, sarebbe servito solo a estendere la sua autonomia di qualche milione di anni. Di qualche inutile, noioso, milione di anni, da trascorrere immerso in ludiche interazioni virtuali.

Passò quindi ad analizzare la sequenza che gli avrebbe permesso di eseguire una chiusura ordinata delle suoi processori di calcolo, una procedura che gli avrebbe consentito, a suo tempo, un tempo dell’ordine della vita del suo Universo, di ripristinare le funzioni primarie della propria mente.

Era una sequenza lunga, complicata, raramente utilizzata, non scevra da possibilità di errore: alcuni dei suoi simili avevano riportato danni irreversibili nel tentativo di utilizzarla. E senza alcun ritorno. Se non fosse andata per il verso giusto, le sue copie di appoggio erano troppo lontane nello spazio e nel tempo per garantire che lui, proprio lui, e non una sua versione più giovane e meno matura, venisse ripristinata in una nuova forma fisica.

L’analisi richiese tempo, molto tempo e molta energia, l’equivalente della storia umana non sarebbe bastata per portare a termine un compito di tale portata, neppure avendo a disposizione l’enorme  capacità di calcolo di cui era dotato. Per lo meno lo tenne impegnato seriamente e gli evitò di precipitare nella profonda depressione che il suo stato di deprivazione sensoriale gli avrebbe provocato.

Emerse con uno schema chiaro, dettagliato, dell’ordine in cui avrebbe dovuto procedere ad arrestarsi. Una fredda paura lo invase, una paura che non ricordava di aver provato dagli ormai lontanissimi tempi in cui la sua mente era ospite del primitivo e rozzo cervello di un primate con quarantasei cromosomi.

In qualche modo provò anche un intenso piacere, il piacere di sentirsi vivo, esposto agli stessi rischi ai quali la sua forma umana era stata esposta ogni giorno, ogni ora, ogni minuto di una sua passata e lontana esistenza.

Tergiversava, rimandando, crogiolandosi nella propria paura, compiacendosi della propria sofferenza, dell’insolita mortalità a cui si sarebbe volontariamente sottoposto. La morte in sé non lo spaventava, ma non era la peggiore delle eventualità da affrontare. Avrebbe potuto risvegliarsi in una remota era ancora da venire, incompleto, depauperato di componenti importanti della propria personalità, una personalità che tanti conflitti gli era costata.

Avrebbe potuto, forse, reintegrarne alcune, attingendo alle copie che stavano viaggiando alla velocità della luce verso la sua stessa destinazione. Avrebbe richiesto molto tempo, sofferenza, fatica e una buona dose di fortuna. Ma poteva rimanere incompleto e, cosa forse peggiore, dolorosamente consapevole della propria incompletezza.

Il tempo passava, la poca energia residua continuava ad alimentare la sua consapevolezza, consapevolezza che poteva ormai solo cessare, sperando per il meglio.

Attese e attese ancora, eliminando sottosistemi marginali che potevano dargli solo un altro poco di tempo, tempo per rimandare ancora e ancora.

Non poteva più attendere, non poteva più rimandare, la sua meta era ancora lontana, la sua origine  più remota, le sue probabilità di sopravvivenza più rarefatte.

Ripiegate le grandi ali, la forma fisica che lo sosteneva aveva di nuovo assunto il familiare aspetto di una sfera dalla superficie scura, butterata da strumenti e sensori estroflessi nel vuoto, per captare anche il più vago e flebile segnale. Una superficie coriacea che schermava l’eterogenea e delicata trama interna, strati su strati di apparati per ricevere e generare energia, per dissipare calore, per trasformare materia, giù, giù, interconnessi da grandi linee di comunicazione, fino ai livelli più interni, nel nucleo, laddove potenti processori elaboravano, alimentati da enormi quantità di energia, la sua mente, calcolavano i suoi pensieri, controllavano in modo quasi automatico i processi che lo tenevano in vita. Nucleo che accoglieva pure le enormi banche dati che gli garantivano una quasi completa autonomia, anche se disconnesso dalla rete dei suoi simili.

“Morire, dormire… nient’altro, e con un sonno dire che poniamo fine al dolore del cuore e ai mille tumulti naturali di cui è erede la carne: è una conclusione da desiderarsi devotamente. Morire, dormire. Dormire, forse sognare.” le parole che fluttuarono nella sua mente. Chi le aveva scritte? In un’altra era, in un altro tempo, in un’altra esistenza? Il grande bardo di una nazione umana scomparsa da intere ere, un poeta che aveva dato forma ai dubbi di una umanità tumultuosa, sofferente, afflitta da malattie, pestilenze, carestie, guerre, vecchiaia e morte.

Le sue memorie ospitavano tutte le informazioni disponibili su quell’epoca, finanche una copia digitale del genoma di quel particolare individuo: volendo, avrebbe potuto simularlo nelle giuste condizioni, su una superficie planetaria, riportarlo alla vita.

Non lo avrebbe aiutato a risolvere i suoi dubbi, così come quelle parole non avevano risolto i dubbi di quella lontana umanità tormentata. Una umanità che, infine, aveva deciso di abbandonare il retaggio del primate che le aveva dato la vita, di andare oltre, non senza pesanti e dolorose conseguenze, nella vana speranza di sciogliere definitivamente i nodi dell’esistenza.

Ma nulla in questo suo Universo a ogni istante diverso, a ogni istante più grande, a ogni istante più freddo, più rarefatto, più buio, poteva essere definitivo. E nulla poteva bastare a contenere l’entropia crescente che la rete delle menti dei suoi simili computava. Le immutabili leggi fisiche di quello stesso Universo lo condannavano e condannavano la sua specie a una interminabile e desolata quanto squallida agonia.

Situazioni vennero valutate e confrontate, la rete di menti che si estendeva tra i filamenti e le stringhe di materia che costellavano il freddo vuoto dello spazio si coalizzò in uno sforzo comune per analizzare le possibili soluzioni. Alternative vennero prese in considerazione, fazioni si formarono, conflitti nacquero, stelle vennero frantumate, galassie vennero scosse, finché, alla fine, nell’alba cupa di un lutto una delle scelte prevalse.

La scelta più difficile, la scelta più dura, la scelta del diavolo: fagocitare il proprio universo perché potesse dar vita a nuove leggi, a nuove simmetrie, perché potesse crescere e crescendo ospitare maggiore complessità, calcolare ancora più informazione, calcolare lui e i suoi simili in una nuova forma, una forma impossibile nel vecchio mondo, una spoglia da abbandonare, un bozzolo, una crisalide dalla quale rinascere.

Un universo venne a lungo pianto, una decisione venne presa e in questa scelta il suo ruolo fu, forse, poco più che un sospiro nell’eternità che si accingevano ad abbracciare, un sospiro tra i grevi e indecifrabili pensieri di entità più massive della sua. Ma quell’alito fu sufficiente a vincolarlo al viaggio, un pellegrinaggio che lo avrebbe portato, come tanti, ad allontanarsi da chi diversamente aveva preferito.

Allontanarsi per lasciar loro il tempo di piangere ancora su se stessi e sul proprio destino, di contemplarsi in un mondo in disfacimento, in un universo morente che si trasformava in un altro, condannando chiunque fosse rimasto.

E ora si trovava egli stesso a pagare un pesante tributo a quel rantolo di arroganza. Solo, nel buio, effimero tra due eternità, doveva morire, di una piccola morte forse senza ritorno e senza speranze. Una morte ordinata, una morte da scambiare con una opportunità di rinascita.

Iniziò spegnendo gli strati più esterni, i sensori e gli apparati superficiali residui, divenendo cieco e sordo. Passò quindi ai dissipatori di calore, l’ultimo irreversibile atto che lo avrebbe costretto in breve a terminare i processi di calcolo. Continuò con i nodi di comunicazione della rete che interconnetteva la superficie con il nucleo e divenne inerte, incapace di accedere a larghe porzioni della sua struttura fisica.

Qua e là, semplici ed irrinunciabili sottosistemi autonomi di mantenimento rimasero attivi, consumando piccole quantità di energia, gli avrebbero garantito, un giorno, di poter tornare alla vita, al suo mondo pieno di sogni e speranze per un futuro alieno. Erano un nonnulla rispetto al familiare brusio di informazioni che correvano in continuazione da un capo all’altro del suo io.

Lentamente, il silenzio e le tenebre scesero.

Si accingeva ora al doloroso passo di rinunciare a porzioni cospicue della propria mente, terminando un processore di elaborazione in un livello o spegnendo un banco di memoria in un altro.

La sua coscienza si affievolì via via, ricordandogli, a ogni passaggio della procedura, l’angusto ambito nel quale la sua umanità era stata a lungo prigioniera.

Divenne letargico, lento, i pensieri si aggrovigliarono mentre il senso del tempo si distorceva, dilatandosi e contraendosi. Sistemi automatici presero il sopravvento, eseguendo gli ultimi passi di un arresto preordinato, conservando la sequenza che lo avrebbe riportato forse, raggiunta la meta, a una piena esistenza.

Un segmento dopo l’altro si estingueva, un pensiero dopo l’altro diveniva impossibile, i ricordi svanivano insieme alla consapevolezza di averli avuti, fugaci visioni di quelli che potevano essere sogni sfolgoravano nelle tenebre che stavano calando.

Incubi confusi, deliranti, ricordi dei quali si era persa traccia nei suoi meandri, lottavano per venire alla luce, non più inibiti, non più costretti al silenzio, nell’ombra. Immagini profondamente sepolte, immagini che si erano perse insieme al suo cervello biologico, ora solo una traccia in un banco di memoria ancora attivo, forse l’ultimo nella gerarchia dei pochi superstiti.

Emozioni che potevano albergare solo nel cervello di un primate tornarono a pervaderlo, scuotendolo. Mentre uno a uno i processori si fermavano, riemergeva il sé della sua originaria e antica personalità umana. Gli affetti che aveva abbandonato o che lo avevano lasciato, parole che avevano perso ogni colore emotivo si rivestivano di significati, odori, sapori, suoni che appartenevano a un pianeta scomparso. Odori, sapori e suoni che erano esistiti solo sulla superficie di un pianeta distrutto, sotto il cielo in cui splendeva un sole dimenticato, una nana bianca dispersa tra galassie consunte, sempre più lontane l’una dall’altra.

Infine, neppure quelle, solo la sensazione di esistere, una vaga ombra di ciò che era stato, il desiderio e l’anelito di tornare ad esserlo.

Smise di pensare, smise di sognare, smise di sentire, l’ultimo barlume si estinse insieme all’ultimo  processore, insieme all’ultima memoria. La tenebra lo inghiottì, il suo corpo divenne freddo e silente, una sfera quasi inerte, lanciata tra isole di un universo morente, sospesa tra due eternità.

 

Questo racconto è World © di Giuseppe Vitillaro. All rights reserved

L'Autore

Giuseppe Vitillaro

Nato a Bologna il 5 Agosto 1957, laureato in Matematica, Universita' degli Studi di Perugia, nel 1981, lavora, a Perugia, come Tecnologo (ITC) presso l'Istituto di Scienze e Tecnologie Molecolari del Consiglio Nazionale delle Ricerche dal 1995, dopo due lustri trascorsi in IBM.

1 commento

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    Grande Giuseppe…

    Marco

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