Nell’immagine “Putbus” del pittore Tita Secchi Villa

Il Racconto della Domenica

Appostata dietro il tavolo, Rita Myers tese l’orecchio.

Fuori dall’unica finestra che illuminava banconi e stoviglie, le fronde degli alberi ondeggiavano pigre, cullate dalla brezza. Dalla porta aperta sul corridoio, invece, il silenzio sembrava assoluto. Non un fruscio sospetto o uno scricchiolio: solo le martellate incessanti nella cassa toracica.

Erano così forti che Rita temette per un attimo di essere udita, ma non aveva tempo da perdere.

Tornata in piedi, studiò subito la situazione: il tavolo era apparecchiato per uno sulla tovaglia a quadretti. Piatto e posate immacolati, banconi e tostapane senza un dito di polvere, ceppo dei coltelli in ordine. Rita non provò neppure a prenderne uno.

Negli sportelli della dispensa giacevano solo farine e biscotti muffiti. Notò, però, una sagoma nel microonde: abbassando cautamente lo sportello trovò un hamburger di carne in un panino al sesamo, tiepido al tatto.

Con un mezzo sbuffo di gioia mista a sollievo, Rita lo intascò nella giacca. Afferrò un accendino e due scatolette di tonno, che tintinnarono per un attimo tra le sue mani.

Rita restò immobile. Silenzio.

Aprire il frigorifero o uno dei cassetti avrebbe potuto far troppo rumore. Decise di lasciar perdere, non le mancavano scorte di cibo e comunque non v’era nient’altro di utile.

Lentamente, curva in avanti, raggiunse la porta laccata di bianco e sbirciò in corridoio, tra foto di cani da compagnia appese al muro e un parquet lucido come il coperchio di una bara. Via libera.

Rita si avventurò su per le scale e, per non farle scricchiolare, ci mise quella che le parve un’eternità. Un passo dopo l’altro, eccola nel corridoio del primo piano, soffocata da carta da parati di un lezioso rosa confetto. Intravide un lavabo da uno spiraglio e accelerò il passo.

Il bagno era deserto. Vi entrò con un sospiro di sollievo, squadrando ogni millimetro alla ricerca di un kit di pronto soccorso. Non c’era.

Ma certo, l’armadietto dello specchio! Doveva essere tutto lì… O quasi.

Compresse di garza, una bottiglia di acqua ossigenata, un paio di cerotti sfusi, sapone di riserva e una confezione di tinta per capelli. Non quanto Rita avesse sperato, ma abbastanza.

Aprì la giacca, che sprigionò odore di hamburger. La ferita si era incollata alla stoffa, per cui ci volle un po’ per sollevare la maglia fradicia di sudore e sangue. Lo squarcio sulla pelle era orlato di croste e pus.

Rita guardò l’acqua ossigenata e deglutì. Afferrò un asciugamano. Lo imbevette di antisettico. Prese fiato.

Stava per iniziare, quando i suoi occhi caddero sul bicchiere di vetro del lavabo, che conteneva un tubetto spremuto di dentifricio e, accanto… uno spazzolino. Con le setole deformate. Rita non poteva crederci. Tutto sembrò sparire dalla stanza. Gli occhi le si riempirono di lacrime, trattenne i singhiozzi a fatica.

Si sporse in avanti per esaminare da vicino l’incredibile oggetto che conteneva, stringendo piano le dita attorno al manico di plastica. Era proprio uno spazzolino e, per giunta, usurato. Lo sollevò e, asciugandosi il viso col dorso della mano, lo adagiò nella tasca dei pantaloni. Ancora in subbuglio, tornò al suo panno e alla ferita. Strinse i denti.

Il bruciore le esplose sul ventre e negli occhi. Si ritrasse di colpo, ma il gomito cozzò contro qualcosa… Crash!

Il bicchiere giaceva a terra, spaccato in due. Rita trattenne istintivamente il fiato, i suoi occhi guizzarono verso lo specchio… dove, nella porzione di corridoio riflesso, era comparsa una figura.

La donna soffocò un grido e si tuffò sotto la finestra nello stesso momento in cui gli spari laceravano l’aria. Schegge di vetro piovvero sulla sua nuca.

Si rialzò in un baleno e, senza esitare, spiccò un balzo oltre la soglia della finestra.

Il tetto della casa accanto si abbatté contro la sua spalla, ma lei era già carponi e in men che non si dica attraversò il tetto, tra pezzi di tegole che esplodevano come mine sotto i proiettili.

L’impatto col terreno le spezzò il fiato. Quasi immediatamente udì un altro tonfo sul tetto, più pesante. Dovette puntellarsi sulle ginocchia per tirarsi su. Costeggiò la villetta, infilando i piedi tra cespuglietti di gerani potati al millimetro. Un proiettile mandò in frantumi un orrendo nano da giardino accanto a lei. I passi erano sempre più vicini.

Non vide la radice di un pioppo tra l’erba alta. Polvere, cielo e terra si mescolarono nel suo campo visivo. Fece per rialzarsi ma di punto in bianco una pallottola si piantò nella sua coscia e fu un’esplosione di dolore intollerabile. Tastò il buco nella pelle con le dita tremanti, non osava guardarlo. Le sfuggì un singhiozzo.

Doveva tornare in piedi, ancora e ancora, fino all’impossibile.

Lui l’avrebbe raggiunta. Non sparava nemmeno più. La tallonava respirandole addosso. Lo spazzolino che sbatacchiava nella tasca, però, le infuse la forza necessaria per non mollare. In fondo alla strada troneggiava una villa immensa, incorniciata dalle fronde degli alberi. Rita puntò in quella direzione.

Il portone era aperto, così lo sbatté in faccia al suo inseguitore attutendo gli improperi e girò la chiave nella toppa. Dove andare?

Una scalinata scendeva davanti a lei in penombra. Rita si gettò a balzi di due e tre gradini per volta. Dall’ingresso iniziava a sentire una serie di schianti e mobili che grattavano sul pavimento. Gettò un’occhiata disperata alla cantina: troppe cianfrusaglie. Si lanciò verso la seconda porta mentre i passi iniziavano a scendere. Lo stanzone, squallido e illuminato fiocamente dalle finestre vicine al soffitto, presentava una fila di lavatrici, un grosso tavolo squadrato e file di panni stesi raso terra. L’unica finestra aperta lasciava entrare una brezza fresca. Proprio mentre qualcuno imboccava nella lavanderia, Rita si intrufolò tra i panni.

«Dove sei, stronza?!»

Il cuore le balzò in gola. La donna superò un’altra fila di abiti umidi. Il profumo di ammorbidente le stava facendo girare la testa. Il sangue si era mescolato all’acqua saponata.

I tacchi del suo inseguitore misurarono il perimetro della stanza, sempre più vicini. «Sono stato il primo a trovarti, sai che significa?» continuò lui.

Rita infilò l’occhio nello spiraglio tra una polo e una longuette. L’uomo era di profilo, fucile alzato, due file di tavoli più in là. Raggiunse il tavolo e, quando si chinò per controllare se lei vi si nascondesse sotto, Rita raccolse tutto il coraggio che le era rimasto per scattare in avanti, balzare sulla lavatrice e issarsi sulla finestra.

«Stupida puttana!» sentì urlare. Un proiettile si incastrò nel muro a pochi centimetri dai suoi piedi mentre lei li tirava su.

Alle spalle della villa si estendeva il parco cittadino. Deserto. In lontananza si scorgevano scivoli e altalene immobili. Rita si inoltrò nella boscaglia, pestando foglie e arbusti. Dopo un po’, l’unico rumore nei paraggi fu di nuovo il fruscio delle fronde. Il sole stava calando.

Riuscì infine ad infilarsi nella cavità di un albero. Avrebbe dormito seduta, ma le sembrava il male minore. Per fortuna aveva lo spazzolino con sé.

Stavolta dovette cacciarsi un pezzo di maglietta in bocca per non urlare durante l’estrazione a mani nude della pallottola, che medicò con lembi di pantalone e poca acqua minerale presa dallo zaino. Si maledisse per non aver avuto la prontezza di prendere le bende alla villa. Dopo una cena a base di tonno in scatola e mezzo panino, si addormentò nell’oscurità.

***

Furono delle voci vicine a svegliarla.

«Le gocce di sangue portavano da questa parte
«Non può essere andata lontano

Due voci. Solo due persone?

«Magari ha camminato tutta la notte.» Una terza voce. Dannazione.
«Non essere sciocco, ha una pallottola nella gamba» disse la quarta. Rita si prese il capo tra le mani.
«Controlliamo

Rita fece il punto della situazione. Mattino presto. Parco. Bloccata in un tronco. Non ho dormito bene. Labbra secche. Ventre migliorato. Fitte alla gamba. Non posso correre. Fece ciò che riteneva più adatto: nulla.

Aveva già preparato lo zaino la sera prima. Appoggiò la schiena al tronco. Pensò ai suoi ventinove anni. Tristi, si disse. Ingiusti.

«Non dovevamo svagarci così tanto» disse una delle voci. Rita rizzò le orecchie. «Sapete, se non avessimo fatto baldoria, ieri notte, l’avremmo trovata di sicuro, quando Jean le ha sparato

«Sì, certo, ora non possiamo neanche divertirci?»
«Oh, state zitti entrambi!»
«Sentite, qui non c’è. Dobbiamo trovarla il prima possibile, quindi direi di cambiare zona

Devo tornare fra le case
, pensava Rita. Qui sono troppo esposta.

Li lasciò allontanare. Quando fu certa di essere al sicuro, si lanciò fuori dal tronco. Durò un attimo: il tempo di fare qualche passo claudicante nel silenzio, poi, all’improvviso, il sibilo accanto al suo orecchio.

«Cazzo!» esclamò Rita tra i denti, buttandosi dietro un tronco con lo zaino sollevato sul capo. Un cecchino! Si precipitò fino all’ingresso del parco tra i colpi violenti. Attraversò almeno quattro isolati col cuore in gola prima di decidersi a entrare in una villetta dal rivestimento rosa. Fu l’auto parcheggiata nel piazzale a convincerla.

Cercò subito il bagno. Si aggrappò allo sportello del pronto soccorso: cerotti e un flaconcino vuoto. Vagò tra le stanze in cerca di vestiti. Li avrebbe usati come bende.

La camera di un neonato! Rita si avvicinò alla culla, incredula. La coperta sfatta, il cuscino affondato al centro e un orsacchiotto di peluche rovesciato. La pelliccia logora e l’ovatta che faceva capolino da uno strappo nel ventre la commossero di nuovo fino alle lacrime.

«Grazie a Dio… grazie a Dio» ripeté Rita, sconvolta, stringendo a sé l’orsacchiotto. Ne annusò l’odore di polvere. Lo mise con cautela nello zaino, come se potesse farsi male.

Entrò nella camera adiacente. Il materasso alto, la trapunta senza pieghe e i cuscini ben pieni chiamarono Rita a gran voce. No, non doveva fermarsi. Non doveva…

Qualcosa però spazzò via ogni pensiero in quello stesso istante. Aveva notato sul comodino un oggetto che… ma era davvero quel che pensava? Si inginocchiò alla stessa altezza, con timore reverenziale, fasciata da una coltre di silenzio. Sembrava un vero e proprio taccuino. Copertina di cuoio e pagine increspate. Vere.

Rita aprì la copertina con due dita, continuando ad asciugarsi invano le guance. Tutta la tensione, le emozioni trattenute e la stanchezza sgorgarono in quel momento dai suoi occhi – quasi non le importava più di essere scoperta.

Le pagine erano scritte in una calligrafia ampia, un po’ infantile, piena di svolazzi e cancellature. Gli appunti pieni di cuori e fiorellini. Deglutì e lesse alcune frasi nonostante la fretta incalzante. “Oggi mi ha sorriso”, “Vorrei ripetere all’infinito questa sera: lui mi ha baciata”, e poi ancora “Stamattina c’è bel tempo. Io e gli altri abbiamo deciso di andare al parco e non vedo l’ora di stare tutti insieme”.

A Rita sfuggì un singhiozzo. Aprì una pagina a caso verso la fine. “Da quando siamo sposati, non ho un momento libero per scrivere qui! Domani Mary passa a prendermi a casa. Serata tra donne al cinema, mio caro diario: tu non sei invitato!”.

Rita ripose il taccuino dietro l’orsacchiotto. Uscì dalla porta d’ingresso, lanciando appena un’occhiata al proprio riflesso lurido nella maniglia luccicante.

Un pugno sfondò il muro.

Rita urlò, incespicando nei suoi stessi piedi.

Un uomo corpulento senza rughe, pantaloni alla zuava e berretto sgargiante, raddrizzò la schiena e si avvicinò lentamente con un sorriso vittorioso.

La donna trafficò con la portiera dell’auto e, una volta entrata, sbatté le nocche sul pulsante di accensione. «Avvio rapido!» esclamò, guardando dal parabrezza il faccione dell’uomo farsi sempre più vicino.

Le sicure scattarono. Ci fu qualche giro tossicchiante di motore.

«Parti, forza!» urlò, scaraventando lo zaino sul sedile del passeggero. Le mani dell’uomo armeggiarono con la portiera.
«Attenzione: guasto al pilota automatico» la avvisò una voce metallica, dagli altoparlanti. «Si prega di utilizzare i comandi manuali»

Un vano si aprì nel settore frontale dell’auto, dal quale fece capolino un anello di grandi dimensioni. «No, no, come si usa questo coso? Non ricordo più, cazzo, come si guida?!»

Un altro vano rivelò tre pedali all’altezza delle caviglie di Rita, che intanto trafficava coi documenti sul cruscotto. L’uomo si gettò di peso contro la portiera, facendo tremare Rita dalla testa ai piedi. Finalmente, tra i documenti trovò pagine di siti web stampati su carta, che raffiguravano una mappa.

Centro Emergenze Internazionali”, c’era scritto sul puntino di destinazione, con una nota: “Recarsi fisicamente sul posto in caso di bisogno. Non utilizzare mai internet, smartphone, smartwatch, ultrabook, olo-televisioni, neo-console e qualsiasi piattaforma digitale”.

«E va bene, Cristo!» ruggì Rita all’ennesimo schianto dell’uomo. Una piccola incrinatura si aprì nel finestrino. Afferrò l’anello – il “volante”, forse? Non ne era più certa ‒ alla bell’e meglio e schiacciò un pedale a casaccio.

Sentì uno strappo all’altezza dell’ombelico. L’auto sfrecciò in avanti e l’uomo fu scaraventato a terra. Il fascione si fracassò sui gradini d’ingresso.  Inserì la retromarcia dal touch screen e premette di nuovo il pedale. Stavolta fu lanciata verso il parabrezza e le gomme stridettero nel vialetto. Stavolta fu lanciata verso il vetro anteriore e le gomme stridettero nel vialetto. Inserì la seconda e lasciò affondare il piede nell’acceleratore.

Il frastuono doveva aver catturato l’attenzione, perché cinque persone spuntarono da un vicolo laterale e si gettarono all’inseguimento. Uno sparo si infranse sul lunotto posteriore, ma Rita non rallentò neanche per sogno e ben presto raggiunse le ultime case della città. Con un po’ di fortuna avrebbe trovato l’autostrada.

«Attenzione» comunicò nuovamente la voce gentile. «Riserva
«C’è del carburante extra qui dentro?»
«Negativo
«Sai che c’è? Non importa

Proseguì alla stessa velocità finché l’auto, con sommo orrore della donna, non iniziò a rallentare malgrado la pressione fissa sull’acceleratore. Il veicolo accostò, in totale autonomia, a lato dello stradone deserto. Poi, come in un incubo, girò tutto a sinistra avanzando fino al margine della carreggiata, fece marcia indietro a destra, ingranò la prima e riprese a sfrecciare nella direzione dalla quale era venuta Rita.

«Ma che stai facendo?» guaì la donna in preda al panico, pestando gli altri pedali a casaccio, invano. «Torna indietro!»
«Comando non consentito
«Spegnimento d’emergenza!» ruggì la donna.
«Comando non consentito
«Merda!»
«Comando non trovato

***

Le villette ricomparvero all’orizzonte, punteggiate dalle luci calde dei lampioni. A sera fatta, l’auto iniziò a rallentare di nuovo una volta imboccato lo stradone principale della cittadina. Che era invaso da una piccola folla.

«Ti prego» piagnucolò Rita con un filo di voce, impotente, le unghie dolorosamente affondate nel viso. «Ti prego.» Tirò fuori il diario e lo strinse a sé.

L’auto si arrestò al centro esatto della strada. Le sicure si sollevarono con uno scatto. Silenzio.

La fissavano da lontano. Cinque, dieci, venti, quaranta, cinquanta persone emersero dietro le prime. Qualche passo collettivo verso di lei. Infine, la corsa.

Rita si scagliò contro la portiera. Schizzò verso il bosco, ruzzolò per qualche metro in discesa senza mollare il diario, i rami come lame su pelle e vestiti. Centinaia di passi e spari alle spalle, due soli piedi a sorreggerla. Arrancò senza fiato nel buio, in preda a scintille di dolore che si propagavano nel corpo. Prossima allo sfinimento, si riparò dietro un tronco.

Le risate sguaiate infestarono la foresta. «La ammazzo io!» sentì urlare.

«No, l’ho vista prima io!»

Rita fissò le proprie nocche sbiancate attorno al diario. Vide proiettate coppie di luci indagatrici contro gli arbusti e le fronde, deformando le ombre.

Uno scatto improvviso.

Un braccio la ingabbiò al tronco proprio mentre stava per alzarsi.

«Trovata!» urlò una voce di donna, quella che l’aveva bloccata, ridendo di gusto. Le sue pupille, che emanavano fasci di luce come torce, accecarono Rita. Riuscì comunque a scivolare via dalla sua presa e si tuffò di lato alla cieca.

Una mano si chiuse nel nulla poco sopra la sua testa. Rita raccolse il diario e spiccò un balzo oltre un arbusto.

Un altro uomo le si piantò davanti puntandole gli occhi luminosi in faccia. «Dove credi di andare?»

Rita scartò a destra con un ruggito. Altre luci rimbalzavano sempre più vicine, creando un effetto stroboscopico e nauseabondo. Qualcuno la tirò per i capelli. Si divincolò, tirando calci a qualunque corpo fosse a tiro. Con il diario i denti, spiccò un salto verso un grosso albero e urlò tra i denti per riuscire a sollevarsi sui rami.

Alcune dita si chiusero attorno la sua caviglia, ma lei scalciò come un toro in lotta per la sopravvivenza. Luci su luci si fissarono su di lei. Strizzò gli occhi nel limbo di luce. Non riusciva più a vedere nulla. Chi rideva, chi schiamazzava. Era circondata.

«Non verrò mai con voi, luridi bastar…» strillò Rita.

Uno sparo. Le costole in frantumi.

Lo schianto a terra le mozzò il respiro. Vide una macchia scura allargarsi nell’erba. Tra la vita e la morte, la sollevarono col diario ancora tra le mani e, in massa, la trasportarono risalendo il pendio verso la città.

L’ossigeno nell’aria era troppo poco. Troppo poco. Rita non riusciva a respirare. Raggiunsero la piazza alle prime luci dell’alba. Fu deposta sull’asfalto, col respiro rotto.

«Forza, mettetevi in posa! Tutti quanti!» esclamò allegra la donna in testa al gruppo. Ci fu uno scalpiccio attorno la testa di Rita che, nel frattempo, aveva tirato fuori anche lo spazzolino e il peluche e fissava il cielo roseo con una lacrima negli occhi.

Vorrei che tutto questo avesse fine, un giorno. Tossì sangue. Scariche di dolore la invasero come corrente. Le persone ondeggiavano attorno a lei. I loro occhi erano tornati normali al sorgere del sole.

«Guarda quello! Cos’è?» sentì dire da una testa sfocata nel suo campo visivo.
«Sembrerebbe un corpo inorganico, riconosco la forma di un orso
«Credi che sia come noi?»
«No. È vuoto
«Perché mai lo hanno creato, allora? Non riesco a capirne lo scopo»
«Questo non possiamo saperlo. Vieni, è il momento della foto!»
«Cheese!» fu l’esclamazione generale. Un flash accecante. E l’applauso, perfettamente ritmico e all’unisono.

Nella sala si accesero le luci. Un centinaio di mani coordinate continuavano a battere. Castor si alzò dalla postazione di realtà multisensoriale aumentata. Alastair gli rivolse un sorriso freddo, che lui analizzò come amichevole e ricambiò.

«Esperienza curiosa» disse Alastair. Un parere. Che richiedeva una risposta. Esplorò la gamma di possibilità in memoria.

«Concordo» scelse di dire. «Puro evoluzionismo: le specie più inadatte alla sopravvivenza si estinguono. Chissà se si trattava di una finzione turistica o se certi loro oggetti fossero esistiti sul serio. Non possiedo dati al riguardo. A proposito, sul dépliant è scritto forse cos’è uno “spazzolino”, Alastair?»

«Temo di no. Questa informazione è contenuta in una guida acquistabile sul neoweb

«Siete pregati di uscire dalla sala» li avvisò una signorina in uniforme. I fasci di luce nei suoi occhi allungavano le ombre delle postazioni. «Per consentire ai prossimi turisti di godersi il loro turno

Castor ne convenne. Era una comunicazione del tutto logica. «Seguimi, Alastair

Diedero le spalle al grosso stand sul quale torreggiava la scritta “La Grande Caccia: rivivi l’esperienza dell’estinzione!”, con un vivace giallo che riempiva di riflessi le capigliature ordinate di Castor e Alastair. In basso, un sottotitolo azzurrino annunciava che, all’interno della mappa, avrebbero trovato in collegamento l’ultimo umano sopravvissuto, con una ricostruzione storica ricca di dettagli.

Grazie a un tocco sul monitor dei merchandise acquisirono foto e replay dell’esperienza. Era il momento di fare un backup, che completarono in sette secondi.

«Castor» disse Alastair, camminando sincronizzato con lui. «Qual è la prossima attrazione del Museo dell’Era Umana?»

 

Questo racconto è World © di Gioia Maurizi. All rights reserved