La copertina è World © di Roberta Guardascione
disegnata appositamente per Cose da Altri mondi.

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22 febbraio.

Mi chiamo Tim e oggi è il giorno del mio compleanno: dieci anni. È buffo come tutti siano eccitati da questa cosa. Stamattina quando mi sono calato dal letto messo in alto vicino al soffitto, i miei tre fratelli mi hanno fatto gli auguri… e sorridevano, quasi che io non fossi più la stessa persona del giorno prima, ma in qualche modo una versione migliorata di me stesso.

Mio padre era già al tavolo di lavoro e stava tagliando della stoffa calda e spessa; la lampadina era accesa perché fuori era ancora buio. Anche lui sorrideva.

Mia madre era seduta nell’angolo in cui poteva meglio guardare i letti e stava cucendo. Mi disse: “Hai dieci anni, Tim. È un’età importante!”

I miei genitori dormono nel letto più basso di tutti, quello appoggiato al pavimento, perché sono sempre i primi ad alzarsi e non vogliono disturbare noialtri bambini. Da lì, inoltre, possono meglio controllare la stufa, per evitare che qualche scintilla dia fuoco alle stoffe, o comunque provochi qualche guaio.

Subito sopra il letto dei miei c’è quello di Alessio, che ha solo quattro anni e di notte, spesso, ha bisogno di un bicchiere d’acqua, o di fare pipì e, insomma, di tutte quelle cose che i mangialatte chiedono quando gli altri hanno voglia di dormire.

Per scendere dal letto alto devo mettere un piede sulla sponda del letto di mia sorella Ester, che dorme subito sotto di me. Poi mi calo sul letto di Oreste e finalmente, arrivato sul letto di Alessio, posso saltare sul pavimento.

Quando fui a livello del pavimento, Alessio mi disse: “Ciao, Tim e tanti angurie. Questo regalo è per te.” Mi diede un oggetto di stoffa: il centro era circolare, di panno azzurro e tutto attorno erano stati cuciti con il filo verde dei triangoli a dimensione diversa. “È un fiore,” disse Oreste di sei anni. Sapevo benissimo che il lavoro lo aveva fatto lui, ma Alessio aveva particolarmente insistito per potermelo consegnare personalmente questa mattina.

“Bravo piccolo,” dissi ad Alessio. “Ma adesso devi fare ancora un po’ di nanna, eh?”

Mia sorella Ester ha quasi nove anni ed era scesa subito dietro di me. Di solito è lei che prepara la colazione per tutti. Quando lei è malata la preparo invece io e molto volentieri devo dire.

“Ester,” le disse infatti mia madre, “vedi un po’ se la signora Lucius ha già aperto il negozio e prepara qualcosa anche per me e papà.”
Ester è una ragazzina in gamba. Andò subito alla parete in fondo e scostò una pesante tenda fatta con una stoffa grigia piena di crini. Là è stato praticato il buco che ci mette direttamente in contatto col negozio della signora Lucius; per evitare di uscire, si capisce.

“Sì” strillò Ester. “La lampadina è già accesa. Cosa ci può dare oggi, signora Lucius?”

“Ci sono delle uova di tortora” disse la signora Lucius dal suo negozio.

“Bene, signora Lucius; possiamo darle in cambio un bel paio di guanti.”

“Oh, non importa, non importa, mia cara. Ho già parecchi guanti, ma posso mettere in conto.”

“Grazie signora Lucius.”

Mentre mi lavavo le orecchie nell’acquaio, pensai che era una bella cosa avere una casa tanto calda. Infatti la nostra bottega è molto accogliente e anche grande. Su di un lato si apre una bella finestra con i vetri e una porta che dà sulla strada: noi non la usiamo mai e raramente la usa qualcun altro. Sugli altri muri sono stati praticati i buchi per comunicare col negozio di alimentari della signora Lucius, col negozio di stoffe del signor Daniele e col venditore di giornali. Per raggiungere altri negozi esiste una procedura che mamma ha scritto su un quaderno: per il signor Giovanni che ripara ogni cosa, bisogna chiedere al signor Daniele che comunica con lui. Il signor De Grandi che porta la legna per la stufa, è avvisato tramite il negozio della signora Lucius, la quale chiama la bottega di lampadine accanto a lei, che a sua volta comunica col signor De Grandi. E così via.

Da noi esiste anche un buco nel soffitto, proprio sopra il mio letto, ma quello è un fatto quasi privato tra me e Oscar, il ragazzino del piano di sopra. Suo padre si interessa di gioielli. Anche noi abbiamo la casa piena di diamanti: ogni vestito che mio padre esegue per la famiglia di Oscar viene regolarmente pagato con una manciatina di diamanti, di cui poi non se ne sa che fare, poiché né la signora Lucius, né altri li vogliono accettare. Però Oscar è simpatico e sa un sacco di cose. Dice che non vuole fare la fine miserabile di suo padre e che i Bottegai non hanno futuro; dice che uno di questi giorni scenderà in strada e si unirà ai Viaggiatori. Però penso che Oscar non ne abbia veramente il fegato.

Mentre mi asciugavo il collo andai a guardare i Viaggiatori dalla finestra. Erano davvero tanti! La strada ne brulicava, come sempre. Una folla straripante di persone procedeva dalla destra alla sinistra rispetto al mio punto di osservazione in maniera così compatta che se fossi uscito in strada non mi sarebbe stato possibile percorrere neanche un metro nell’altro senso.

I Viaggiatori occupavano l’intera carreggiata, in un movimento lento, ma continuo. Alcuni di loro strisciavano contro i muri, pressati dagli altri; alcuni camminavano in mezzo alla via. Il flusso centrale è più veloce, ma solo di poco. Di solito camminano in silenzio e vanno chissà dove; vedono il mondo, quello che nessuno di noi ha visto mai.

Oscar dice che esistono speciali case per i Viaggiatori e che ognuno di loro ha un orario per viaggiare: sicché ci sono quelli che viaggiano solo di notte, altri che viaggiano solo il pomeriggio e così via. Al di fuori del loro orario di viaggio, i Viaggiatori rimangono nelle speciali case fatte per loro.

Ogni Viaggiatore ha poi uno scopo ben preciso, si capisce. Ci sono quelli che consegnano le provviste alle botteghe, quelli che portano notizie e giornali, quelli che effettuano altri trasporti e così via. A volte alcuni di loro entrano in botteghe che non competono alla loro attività, solo per fare acquisti, ma non succede spesso: è per loro che noi teniamo tutti questi inutili diamanti, in quanto tutti li accettano e anche molto volentieri.

Mentre me ne stavo lì a guardare con l’asciugamano sul collo, sentii mia madre che mi chiamava: “Tim, vieni a mangiare, ché la colazione è pronta.”

“Sì mamma; vengo subito.”

Andai ad orinare in quella specie di armadio in cui è posta l’apposita lattina e quindi mi avvicinai al tavolo. Mia madre mi rampognò, perché avrei dovuto prima orinare e poi lavarmi. Mio padre stava riponendo accuratamente un attrezzo chiamato “ferro da stiro,” che gli serve a spianare le grinze della stoffa. “Non toccarlo ché scotta” disse, ma lo diceva tutte le volte. Penso che lo dirà sempre, anche quando festeggerò il mio ventesimo compleanno; e forse anche dopo. Aiutai a liberare un angolo del tavolo da forbici, gessi, pezzetti di stoffa ed altre carabattole, dopodiché mia sorella poté deporre alcuni piatti contenenti delle piccole uova fritte.

Mi è sempre piaciuto il tavolo su cui lavora mio padre: è massiccio e alto, completamente di legno. Il materiale pare aver assunto la stessa morbidezza della stoffa ed è fantastico da toccare. Mi piace infilare le unghie negli spigoli, perché si riesce a staccarne dei pezzetti, là dove antiche tarme hanno scavato sottili cunicoli. La superficie del tavolo presenta decine e decine di venature: il legno tra una vena e l’altra è morbido come sapone e se non ti guarda nessuno si possono fare solchi bellissimi fino a che si trova un nodo. Una volta possedevamo anche un tavolo più piccolo, con il piano di marmo. Ma era freddo e non ci si potevano poggiare comodamente le braccia, ché il freddo ti trapassava le ossa, anche se si indossava la camicia. Per fortuna mio padre lo diede alla signora Lucius in cambio di parecchi chili di carne. Ora esisteva solo il grande tavolo per fare tutto.

Mio padre e mia madre si sedettero sulle due uniche sedie esistenti, mentre mia sorella ed io ci sistemammo su certe scatole di cartone piene fino all’orlo di ritagli di stoffa. I “bambini” avrebbero mangiato dopo, perché al momento continuavano a poltrire nei loro letti, aspettando che sorgesse il sole.

“Hai detto le tue preghiere, Tim?” domandò mia madre.

“No, mamma, me ne sono scordato.”

“Dille subito, Tim. E prega il Grande Principio affinché a tuo padre non manchi mai il lavoro.”

Pensai quattro parole riverenti, con l’odore delle uova sotto il naso, quindi annunciai: “Ecco, ho finito.”

“Bene Tim,” disse mio padre. “Ecco qui il mio regalo per te.” Tirò fuori da un cassetto un nuovissimo paio di pantofole. La suola era formata da parecchi strati di panno grigio cuciti assieme e la tomaia era ricavata da ritagli di tessuto.

“Fantastico, papà” dissi. Dovrebbero provare tutti ad indossare le pantofole che fa mio padre. I piedi paiono presi dentro a due cuscini. Sembra che il pavimento diventi di colpo un materasso enormemente esteso. Le indossai subito.

“E questo è il mio regalo” disse mia madre. Si trattava di una scatoletta dall’aspetto bizzarro. “È un registratore,” spiegò.

“Ma a cosa serve?”

“Era nel cassetto dei vecchi baratti e l’ho conservato per te. Sono ormai molti anni che questi oggetti non si usano più. Pensa, basta premere il pulsante rosso e parlare, che la tua voce rimane impigliata in una minuscola piastrina e subito la puoi riascoltare.” Ero talmente eccitato che non sentivo nemmeno più il profumo delle uova.

“Ricordati di chiedere sempre il permesso a papà prima di inserire la spina elettrica,” mi ammonì mia madre.

“Certo mamma.”

“Ed ora mangiamo le nostre uova.”

Dopo aver vestito Alessio ed averlo ripulito, ho preso il mio registratore e mi sono infilato sotto al tavolo. È un posto che mi piace là sotto: ci sono le scatole dei ritagli di stoffa, certi cuscini duri che mio padre usa per sagomare i vestiti con il “ferro da stiro” e altre cose di legno e di panno che si chiamano manichini. Inoltre, l’atmosfera sotto il tavolo è piacevolmente ovattata, in soddisfacente penombra che ti dà più sicurezza. Puoi anche appoggiarti alle cose che ci sono sotto, oppure puoi tentare di costruire un ambiente tuo con quegli oggetti, mentre non si perde mai di vista la rassicurante presenza delle gambe di papà che sta lavorando.

Così ho chiesto il permesso di usare la spina elettrica. Mio padre l’ha inserita nei buchi ed io ho premuto il tasto rosso. Adesso voglio risentire cosa ho detto.

Click.

Click.

Ecco, ho risentito: è una cosa strepitosa risentirsi. La cosa più straordinaria è che la mia voce impigliata nella piastrina, o quel che è, appare completamente diversa da quella che mi sembra di avere. Mia madre dice che è sempre così. Allora sono contento di questa voce ‘nuova,’ che non sapevo di avere: mi sembra più matura, più seria. Ne voglio parlare con Oscar.

Click.

Click.

23 febbraio.

Ho fatto vedere il registratore a Oscar, ma non ho potuto farglielo provare, perché il filo non è abbastanza lungo per far arrivare l’aggeggio fin lassù, al mio letto. Oscar è apparso molto interessato e avrebbe voluto provarlo a casa sua, ma io non ho voluto. Del resto neanche pensarlo che lui possa scendere da noi: papà è troppo geloso della sua Bottega. “La Bottega deve sempre essere tenuta in ordine per i possibili clienti Viaggiatori.” È una mania di tutti i bottegai, quella dell’ordine, anche se poi papà lascia cadere a terra un mucchio di ritagli di stoffa e spilli e dell’ordine non se ne vede traccia.

Mentre ero là a parlare con Oscar è entrato un Viaggiatore. Erano anni che non succedeva una cosa del genere e probabilmente siamo gli unici bottegai di tutto il palazzo, forse di tutto l’isolato ad aver ricevuto visite di Viaggiatori in tutto questo periodo.

Mio padre si è subito precipitato dall’altra parte del tavolo per farsi incontro all’uomo e per aiutarlo a chiudere subito la porta evitando che altri Viaggiatori venissero spinti dentro dalla fiumana, senza volerlo. Mio padre dovette sospingere in strada una o due persone che stavano quasi per varcare l’uscio, poi si appoggiò con forza contro il battente, aiutato dal Viaggiatore, fino a quando non riuscirono a richiuderlo a spallate.

Nella Bottega era penetrato un insolito odore gelato: prima di allora non mi ero reso conto di quanto fosse freddo fuori.

“Brutto tempo oggi,” disse il Viaggiatore e si guardò attorno arricciando il naso. Dicono che mal sopportino gli odori delle case, o forse gli odori delle Botteghe. In ogni caso il Viaggiatore affettò un sorriso e fece un leggero cenno del capo a mia madre, che si era fermata con l’ago a mezz’aria. Mio padre aiutò l’uomo a togliersi il cappotto: toccava l’abito con una sorta di riverenza, come se fosse stata una cosa particolarmente fragile, quindi depose l’indumento su una zona del tavolo che aveva frettolosamente liberato dai ritagli e dai rocchetti di filo.

“Come va il Viaggio, signore?” domandò mio padre sorridendo. Parlava in un modo molto diverso dal solito, come se volesse migliorare la sua pronuncia, aggiungendo una sorta di servilismo inusitato. L’uomo si sfilò i pesanti guanti di lana con un gesto elegante e li gettò con studiata noncuranza sopra il cappotto.

“Bene, bene, maestro. Ha una bella Bottega qui.”

Mio padre fu molto compiaciuto dal complimento, ma si limitò a stringersi nelle spalle. “È tutto in disordine,” disse, aggiungendo: “In cosa posso esserle utile?”

“Vorrei un abito elegante, ma pratico. Devo partecipare ad un Viaggio di Gala e non ho niente da indossare.”

“Le consiglierei lo smoking, naturalmente. Non è mai fuori moda; come certo saprà, un tempo era addirittura prescritto per certi intrattenimenti. È un po’ più caro di un abito normale, ma ci guadagna in classe.”

“Caro?”

“Eh, sì. Fodere pregiate, impunture resistenti, stoffa di qualità. Il taglio, poi, presuppone più precisione. L’ovatta deve essere più soffice, i bottoni di conchiglia. La rifinitura non deve presentare pecche; i pantaloni devono essere foderati e guarniti di battitacchi resistenti. Le suggerirei un modello classico: stoffa scura, grigia direi, con fodere avorio.”

“Ci mette anche l’etichetta?”

“Certamente. All’interno della giacca, sulla fodera, le cuciremo l’etichetta con l’insegna della nostra Bottega.”

“Maestro, mi affido a lei, badi bene. Non vorrei ritrovarmi con un vestito solo apparentemente ben fatto, ma che dopo uno o due Viaggi si stacca di dosso in pezzi, come mi è già successo qualche volta.”

“Lei può fidarsi, signore. Ho Viaggiatori che ritornano da me regolarmente due o tre volte l’anno.”

Era una menzogna, naturalmente. E naturalmente lo sapeva anche il Viaggiatore, ma tutto ciò che veniva detto faceva parte del rituale del commercio; una specie di battibecco contenuto, di cui pareva non se ne potesse fare a meno.

“Qual è il prezzo?” chiese il Viaggiatore annusando l’aria.

“Il prezzo ufficiale sarebbe di sette chili di carne scelta.”  Notai che mio padre aveva aumentato il prezzo di mezzo chilo dall’ultima volta, ma il Viaggiatore non fece una grinza. Estrasse invece da una tasca un oggetto rotondo, di colore giallo rilucente: era grande quasi come il palmo della mano.

“Guardi maestro,” disse. “Questo è un orologio. È un apparecchio antico, di grande valore; un artista (e lei è un artista) lo può davvero apprezzare!”

Naturalmente scivolai giù dal mio letto e mi avvicinai per guardare. Oscar si sporgeva talmente dal buco, che pensai che tra poco sarebbe caduto di sotto.

Vidi l’oggetto insinuandomi tra mio padre e il Viaggiatore: aveva l’aria di essere pesante. La parte superiore era di vetro e ricopriva una superficie bianca su cui erano stati tracciati dei simboli. Forse erano una scritta, o dei numeri, che al momento non so ancora riconoscere. Due cose fissate al centro della superficie bianca sembravano degli spilloni, uno più lungo, l’altro più corto. C’era anche un terzo spillo decisamente più corto, che non era fisso come gli altri due, ma girava attorno dentro un cerchietto inciso in basso.

Pensai che si trattava di una cosa molto bella, ma assolutamente inutile.

“Serve a misurare il tempo,” disse il Viaggiatore. Per me la spiegazione non aveva nessun significato e probabilmente nemmeno per mio padre, che comunque prese in mano l’oggetto orologio e lo rovesciò sull’altro lato. Disse: “Pesa molto!”

Dietro era tutto fatto di metallo giallo rilucente, senza nemmeno un briciolo di ruggine. A guardar bene si notava che qualcuno aveva tracciato le linee di un antico disegno. Un’incisione. Intravvidi tra la fittissima rete di linee un volto femminile con la testa e le spalle coperte da una stoffa.

“Questa è una Madonna con Bambino,” disse il Viaggiatore. E dopo una breve pausa aggiunse: “Incisa da Vacheron Constantin, che mi dicono essere un qualche grande artista.” A questo punto la cosa che mi colpì di più fu che disse proprio madonna, non donna. Allungai il collo per vedere anche il bambino ed infatti si distingueva a stento la faccia di un bambino che quella donna (anzi madonna), teneva in braccio. Il fatto che ci avessi messo parecchio a capire il disegno non deponeva a favore di quel Vacheron Constantin e delle sue abilità.

“È un bell’oggetto,” disse mio padre, ma probabilmente stava giustamente calcolando che non sarebbe riuscito ad ottenere nemmeno un uovo di tortora da quell’affare.

Il Viaggiatore dovette accorgersene, perché si affrettò ad estrarre una bottiglia piccolissima dall’altra tasca: “E cosa ne dice di questo, maestro? È profumo.”

Mio padre era molto perplesso: “Profumo liquido?”

“Sì. Provi ad aprire la bottiglia. Faccia attenzione a togliere anche il tappino di gomma che c’è sotto quello di metallo.” Mio padre posò l’orologio sul tavolo e prese la bottiglia.

In effetti l’operazione di apertura si rivelò complicata. Su quella bottiglia era stato avvitato un comune tappo di metallo chiaro e un altro tappo piccolissimo di gomma era stato inserito tenacemente nella piccolissima imboccatura. Mio padre dovette estrarlo coi denti e un po’ di quel liquido dovette andargli in bocca perché fece una smorfia di disgusto.

“È cattivo,” disse infatti.

Il Viaggiatore agitò la testa e sorrise un poco. “Non è da bere, maestro. Provi ad annusarlo.”

Era proprio profumo liquido. Un profumo soavissimo e ignoto. Adesso che la bottiglia era stata aperta lo percepivo benissimo anch’io da una certa distanza. La sensazione che dava era anch’essa nuova; quasi si potrebbe definire un’opera d’arte a cui tutti gli altri sensi, tranne l’odorato, risultavano inadeguati. Quel profumo non evocava né immagini, né suoni, né sapori, ma esaltava qualcosa che deve pur esistere in qualche parte di noi, forse nelle profondità del naso.

Era davvero un oggetto insolito. Mio padre dovette calcolare che, soltanto come curiosità, quel profumo liquido poteva fruttare parecchi chili di carne, o molti metri di tessuto e fodere.

“Con cosa è fatto?” domandò mio padre. Il Viaggiatore si rilassò vedendo che il suo profumo veniva apprezzato. “Viene da una bottega a tre ore di Viaggio da qui. Il maestro Bottegaio che lo fabbrica non rivelerebbe mai a nessuno il suo segreto, ma si mormora che lo estragga dai fiori.”

Se ciò era vero, era chiaro che quel liquido delicato, trasparente e dolce doveva essere assai prezioso; prezioso quanto lo sono i fiori, che naturalmente nessuno di noi ha mai visto dal vero.

“Lei ha visto i fiori?” chiese interessato mio padre.

“Qualche volta.”

“E hanno questo profumo?”

“Non lo so,” disse il Viaggiatore scuotendo la testa. “Se lo hanno deve comunque essere molto meno intenso di così. Pare che debbano essere operate ignote magie su quei fiori.”

Mio padre richiuse con cura la piccola bottiglia, badando a non dimenticare il tappino di gomma, poi riprese in mano l’orologio. “Per quanto riguarda questo…”

“Lo tenga, maestro. Fa parte anche lui del pagamento.”

Mio padre sorrise e richiuse i due oggetti in un apposito cassetto in cui viene custodita tutta la merce di baratto non deperibile, quindi estrasse un nastro con disegnate delle tacche, detto ‘metro da sarto’ e prese a misurare le spalle del Viaggiatore. Accanto a ogni tacca è riportato un simbolo, per lo più astruso e mio padre ricopiava su una stoffa il simbolo che lo interessava. È un lavoro delicato e impegnativo, perché da esso dipende la buona esecuzione di un abito. Oscar chiama quei simboli ‘numeri’ di cui ho già accennato e lui riesce anche a dare il nome ad ognuno di essi. Ma anche il nome è astruso e non è affatto facile da ricordare. Forse a tempo debito mio padre me li spiegherà, se deciderò di proseguire la sua arte.

Quando ebbe finito, mio padre arrotolò con cura il nastro e lo depose sul tavolo: “Fra una settimana il vestito sarà pronto per la prova.”

Il Viaggiatore fece cenno di sì con il capo.

“Benissimo,” disse. “Avrò senz’altro l’occasione di ripassare qui per quell’epoca. Il ponte numero sette è crollato due giorni fa, quindi i Viaggi verso il quartiere H32 sono difficoltosi per il momento. Il quartiere H32 è quello che dovrei raggiungere la prossima settimana, ma rinuncerò per il momento. Bene, arrivederci maestro, signora…”

Il Viaggiatore fece un leggero inchino verso mia madre, quindi si infilò il cappotto. Estrasse dal pesante indumento una specie di pallina collegata a un filo sottile che si perdeva all’interno della tasca e se l’infilò nell’orecchio. Parve ascoltare qualcosa.

“Ecco,” disse. “Il flusso di Viaggio è regolare verso l’arteria diciotto. Ci rivedremo.” Con l’aiuto di mio padre il Viaggiatore spalancò la porta e si fece largo a spallate nella massa compatta di persone. Dopo un attimo l’avevo perso, confuso tra migliaia di altri come lui, in Viaggio da destra verso sinistra.

Click.

Click.

24 febbraio.

Mi sono accorto di una cosa tremenda. Tra le molte cose che si vedono sul coperchio del registratore c’è una linea in parte leggermente più chiara e ho chiesto a mia madre se sapesse cosa vuol dire. Mi ha spiegato che quella è la misura di quanto spazio c’è ancora sulla piastrina in cui rimane impigliata la voce. Ebbene, ormai è quasi completamente bianco, o per lo meno di un grigio chiaro, quindi sono quasi alla fine. L’ho detto a mia madre e lei ha detto che basta cancellare tutto e ricominciare da zero. Certo, ma purtroppo tutto ciò che ho già detto verrebbe perduto. Allora non credo che lo farò. Non voglio che tutto scompaia per essere sostituito da ricordi nuovi. Per il momento comunque c’è ancora un bel po’ di spazio, se ho capito bene.

Oscar dice che potrei continuare a registrare i ricordi usando qualcosa che lui chiama ‘scrivere,’ ma credo che sia una cosa troppo complicata. Inoltre Oscar…

Ma forse è meglio cominciare dal principio di questa difficile giornata.

Stamattina, per uno di quegli strani scherzi della stagione, la giornata si è aperta con un sole meraviglioso. Quasi caldo. Mio padre ha detto: “Oggi apriamo la finestra.”

La prima apertura di finestre è sempre un grande avvenimento: indica la fine dell’inverno. Entra in Bottega l’aria pulita e si sente il chiacchiericcio dei Viaggiatori. E l’odore del fiume, che deve scorrere da qualche parte dietro uno degli angoli.

Chissà come è fatto un fiume? Una volta Oscar mi ha mostrato una riproduzione, incisa su una piastra di argento. Ma non era un fiume. Era solo una lunga strada desolata, senza nessun Viaggiatore.

Così questa mattina abbiamo aperto la finestra. Per aprirla bisogna staccarla dai cardini, perché purtroppo è una finestra che si apre verso l’esterno. Se la tenessimo così potrebbe succedere che qualche Viaggiatore molto alto ci batta la testa facendosi male e sarebbe un bel guaio.

Purtroppo la giornata era meno calda di quanto sembrasse vista da dentro, quindi dopo un po’ mio padre dovette risalire in piedi sul davanzale per infilare nuovamente le ante nei cardini. Però quel poco di aria gelata, eppure dolce, ci ha fatto sentire vivi; ci ha come dissetati.

Oscar deve aver sentito il fresco che si infilava nel buco sul nostro soffitto, perché poco dopo si è affacciato a guardare. Mi sono subito arrampicato sul letto e abbiamo parlato di Viaggi.

Oscar è incredibilmente informato su tutto, o forse è solo un fanfarone, non lo so. Dice che proprio dietro l’angolo la via si allarga moltissimo e questo allargarsi delle vie viene detto ‘piazza.’ Dice che proprio in mezzo alla piazza c’è una specie di altissima torre di marmo e metallo e in cima alla torre è sempre fermo un uomo morto seduto sulla schiena di un animale gigantesco di cui non ricorda il nome, sia l’uomo che l’animale sono neri, lucidi e immutabili da chissà quanti anni.

Oscar dice anche che questa volta ha proprio deciso di tentare il Viaggio. È irrequieto nella sua casa da Bottegaio e poi, le pietre preziose di suo padre non gli interessano. È il solito discorso di sempre. Gli ho detto che farebbe bene a mettere la testa a partito. Se uno è nato Bottegaio potrebbe anche morire se esce fuori. Mio padre dice che uno ha la Bottega nel sangue.  Oscar dice che non capisco niente. Anche oggi si è arrabbiato e ha chiuso il buco con l’asse di legno, dopo aver agitato il pugno con rabbia.

Per quel che mi riguarda sono soddisfatto della vita in Bottega e, anzi, da qualche tempo ho imparato a tagliare le stoffe, a cucire con punti regolari le parti esterne e a impunturare l’ovatta e la fodera delle imbottiture.

Più tardi, mi trovavo vicino a mia madre e la osservavo mentre cuciva gli occhielli. Tagliava la stoffa lungo il segno bianco fatto da mio padre con quel gesso speciale che lui chiama ‘il craie’. Qualcuno mi dice che sia francese, qualsiasi cosa sia. Mia madre appoggiava sui bordi un giro di passa setosa, semirigida. Quindi la imbossolava strettamente con una refe nera, sottile, usando punti precisi che vanno dal basso in alto e attorno, attraverso l’occhiello. Mia madre spingeva l’ago con il ditale e lo afferrava di sopra con decisione, perché la stoffa raddoppiata era anche inspessita dalla tela al centro.

È un lavoro simpatico, ma tutt’altro che semplice.

“Un buon occhiello indica un buon sarto,” dice sempre mio padre.

Mia sorella Ester stava lavando le orecchie ad Alessio con una eccessiva decisione, sicché il piccolo strillava convinto. Oreste si lavava le orecchie da solo, forse lui con eccessiva delicatezza, mentre osservava interessato le lacrime di Alessio, provando a tenersi sufficientemente distante dalle grinfie della sorella.

Fu probabilmente per gli strepiti del piccolo che perdemmo l’inizio di ciò che stava succedendo fuori. Poi notai una certa agitazione per la strada. La finestra era già stata chiusa, ma il vociare dei Viaggiatori arrivava ugualmente fino a noi: strano.

Vidi delle braccia levate davanti alla finestra e corsi a guardare: i Viaggiatori non potevano fermarsi, naturalmente, ma si vedeva chiaramente che avrebbero voluto fermarsi. Fissavano tutti un punto sopra di me. Dopo un momento eravamo tutti alla finestra, compreso Alessio con l’asciugamano in testa e Oreste con le orecchie che gocciolavano. Non era possibile aprire la finestra con tutte quelle mani alzate, ma si riuscivano a capire lo stesso molte parole.

“Forza, ragazzo,” diceva uno.

“Coraggio,” dicevano molti. Poi si sentì anche la voce della madre di Oscar: “Non farlo Oscar, torna qui.”

Capii tutto, ma stranamente la prima cosa che pensai fu che in tutti quegli anni non avevo mai visto in faccia la madre di Oscar: strani pensieri. Immaginai Oscar seduto sul davanzale con i piedi verso la strada, che non sapeva decidersi a saltare quei due metri e mezzo prima di essere afferrato dal flusso di Viaggiatori. E i suoi che avevano paura di toccarlo, temendo che si divincolasse. Mi chiesi che tipo di esperienza dovesse essere per un ragazzino come me: una specie di doloroso distacco, come rinascere. Avevo visto bene come era nato Alessio, quella notte d’estate. Solo Oreste era rimasto addormentato, mentre mio padre si dava da fare per far nascere quel piccolo animale che è Alessio e mia madre si contorceva dal dolore. Quando il bambino fu completamente uscito, mio padre aveva tirato fuori le forbici dall’acqua bollente e aveva tagliato il filo che legava Alessio a mia madre. Ecco, Oscar stava provando a recidere il filo.

E infatti eccolo, Oscar! Pareva un mucchio di stracci che cadeva davanti alla nostra finestra. Fu subito afferrato da molte mani che gli impedirono di toccare il suolo. Per un momento galleggiò sulla folla che lo spingeva verso il centro della via.

Quando potei vederlo in faccia mi accorsi che sorrideva, come se non fosse stato mai così soddisfatto. Sua madre strillava forte, ma lui continuava a sorridere. Indossava una giacca pesante che gli aveva fatto mio padre e stringeva in mano un secondo paio di scarpe legate assieme per le stringhe.

Mi fissò: sicuramente. Mosse un pugno, sempre sorridendo e anche se non potevo sentirlo, capii benissimo da come si muovevano le sue labbra, che mi diceva: “Ritornerò.” Poi scivolò a terra e diventò invisibile.

Chissà dove è arrivato in questo momento Oscar? Forse avrà visto l’uomo morto sull’animale estinto, o il fiume, o entrambe le cose. O forse l’aria fredda lo ha già fatto morire.

Non so decidermi a salire sul mio letto, perché si sentono fin da qui i lamenti della madre di Oscar, da strappare il cuore.

Ha detto che tornerà. Chissà come. E quando. Chissà cosa ci sarà dall’altra parte dell’isolato?