…può anche darsi che abitanti di questo pianeta vivano su un differente piano di vibrazione. Uomini di carne e ossa come noi non possono vederli, tranne in certi momenti, guardando di traverso, con la coda dell’occhio…
Mario Bava

Mario Bava

Nel 1964 l’Italian International Film di Fulvio Lucisano ricevette l’incarico dalla controparte americana di girare in Italia un film di fantascienza con costi limitati. Lucisano è dunque alla ricerca di un regista che abbia l’abilità tecnica necessaria per affrontare il genere e sappia anche muoversi nell’indigenza, senza particolari pretese. I fondi a disposizione, infatti, sono assai limitati. A Lucisano viene consigliato il nome di Mario Bava, che ha appena portato a termine due film, Sei donne per l’assassino (che di fatto, insieme a La ragazza che sapeva troppo, detterà le linee guida per il futuro giallo all’italiana) e La strada per Forte Alamo, un western non indimenticabile per il quale però Bava ha elaborato le idee più impensabili e folli da un punto di vista visivo e scenografico.

Il regista romano, nato a Sanremo, viene dunque contattato, e accetta con entusiasmo: la fantascienza è un genere letterario che lo appassiona profondamente. Non sa, Bava, che Terrore nello spazio resterà l’unica incursione nella fantascienza della sua intera carriera…

Mario Bava acquistò i diritti di un racconto di fantascienza scritto dal veneziano Renato Pestriniero, Una notte di 21 ore; l’intenzione era quella di lanciarlo sul mercato italiano, e poi su quello internazionale, sfruttando le strategie distributive che oltreoceano sorreggono le produzioni di Roger Corman.

Quando la Iif dà il via al set di Terrore nello spazio (il titolo durante la lavorazione era Il mondo dell’ombra), il cinema di fantascienza italiano è ancora ridotto a uno stato larvale. Il sempre eclettico Antonio Margheriti tentò la strada con Space Men nel 1960 e Il pianeta degli uomini spenti l’anno successivo, tuttavia si trattò di un abbozzo non del tutto riuscito, ancora indeciso sulla strada da intraprendere. Due anni prima di Space Men, nel 1958, era apparso come una meteora, nel vero senso della parola, il ben più interessante La morte viene dallo spazio, diretto da Paolo Heusch e fotografato in modo magistrale proprio da Bava.

Si tratta del primo esempio di fantascienza italiana, e rimane ancora oggi uno dei risultati più convincenti. A un certo punto Lucisano voleva riempire il film di donnine succinte ma, fortunatamente, fu mandato a quel paese. La storia di due navi spaziali attirate verso un misterioso pianeta, termina con la partenza di tre superstiti, due dei quali sono stati invasi dalle entità che abitano quel mondo lontano, spinti dall’istinto di conservazione della specie.

La trovata finale è indubbiamente molto originale, almeno nel linguaggio cinematografico: lo spettatore viene volutamente e abilmente ingannato durante tutto il film sulla provenienza di coloro che, subito e inconsciamente, egli identifica come terrestri. Allo stesso modo, fu ingannato il critico del Corriere della Sera che, all’epoca, ritenne quella attirata sul pianeta una spedizione terrestre…

A una seconda e più attenta visione ci si accorge però che, per esempio, gli astronauti non menzionano mai la Terra, ma parlano del “loro mondo” o del  “loro pianeta”, misurano il tempo in un modo diverso dal nostro e le croci sono diverse dalla norma: particolari che, a prima vista, vengono interpretati solo come il segno di un’evoluzione futura, si rivelano, in realtà, come propri di una diversa razza pur simile alla nostra però proveniente da un pianeta più evoluto.

Il budget che era stato messo a disposizione per la realizzazione del film era ridotto all’osso. Bava recuperò due grosse pietre dal set di Ercole al Centro della Terra e con una macchina da fumo e finte pietre laviche, costruisce il suo pianeta. Le astronavi erano dei modellini realizzati dallo stesso Bava. Per l’atterraggio sul misterioso pianeta il regista usò un acquario, lo riempì di acqua limpida e sul fondo fece mettere della sabbia dove diede vita a un terreno credibile, poi, con l’astronave realizzata in parte in ceramica e parte in balsa, fece in modo che si posasse sul fondo sprofondandovi leggermente.

Dentro al modellino c’erano una lampadina e una pompetta: la lampadina si accendeva a intermittenza, mentre la pompetta spruzzava fuori della biacca che uscendo, grazie alla resistenza dell’acqua, saliva verso la superficie. In questo modo, al cinema, si vedeva l’astronave scendere, i retrorazzi si accendevano e spegnevano, sollevando polvere sulla superficie del pianeta. Per coprire il pavimento seminò degli zampironi fumogeni oscurando lo sfondo dove c’era solamente il bianco della parete.

La recitazione, in certi momenti dai toni eccessivamente enfatici, è comunque discreta. La scenografia è sufficiente; ricordiamo ancora che il regista Mario Bava aveva a disposizione soltanto un teatro di posa e due rocce finte prese da un peplum appena girato.

Le tute spaziali, spaventosamente simili a quelle dei sub, sopportano comunque un rapido esame per cui, tutto sommato, è un tentativo onorevole dotato peraltro di una forza e di un’originalità del tutto nuove e che, probabilmente, anche se non è accertato, attrasse la conscia o inconscia attenzione dei soggettisti di Alien che copiarono alcune sequenze e idee per il loro film. Questo perché la pellicola di Mario Bava girò negli Stati Uniti sotto diversi titoli: Demon Planet, The Haunted Planet, The Haunted World, The Outlawed Planet, Planet of Blood, Planet of Terror, Planet of the Damned, Planet of the Vampires, Space Mutants, Terror in Space e fu apprezzato, meritatamente, dagli appassionati.

La tradizione italiana sul cinema di fantascienza è sempre stata poco rilevante. Diverso è il caso di Terrore nello spazio che può prendere un meritato posto d’onore accanto a La morte viene dallo spazio. Mario Bava si rivela ancora una volta un grande maestro del cinema e un ottimo e astuto realizzatore di effetti speciali.

Dietro le quinte di Terrore nello Spazio

La sceneggiatura fu presa in mano non solo da Mario Bava, ma da Alberto Bevilaqua, Callisto Cosulich, Antonio Romàn e Rafael J. Salvia. Gli interni dell’astronave erano stati realizzati in un teatro di posa e, durante le riprese, ogni interprete si esprimeva nella propria lingua, per cui non sempre si capivano.

Per quanto riguarda il racconto di Renato Pestriniero da cui fu tratto il film, ovviamente, le differenze sono assai notevoli e l’azione risulta nella pellicola molto più dilatata e prolungata nel tempo rispetto alle ventuno ore del testo originario. Quello che conta, però, è il fatto che la narrazione sia stata utilizzata come soggetto di un film in un’epoca in cui il predominio anglosassone nel genere sembrava indubbiamente indiscutibile.

Il film è il risultato di una coproduzione tra Italia e Spagna, tuttavia chi dettava legge era l’American International Pictures di Samuel Arkoff e James Nicholson, i quali avevano notato la bravura di Mario Bava (del quale avevano distribuito La maschera del demonio e I tre volti della paura) e, poiché entrambe le pellicole erano state un successo, ecco che i due erano intenzionati a finanziare, non certo con grandi cifre, un film di fantascienza girato da Bava.

Il primo copione non piacque ai due perché Lucisano vi aveva aggiunto scene inutili con donne nude volute da lui. Con ottusa lungimiranza, era convinto che questo bastasse per vendere il film. Arkoff zittì l’italiano e affidò il progetto a Ib Melchior (1917-2015), il quale diventerà poi famoso grazie al suo Marte distruggerà la Terra e i Viaggiatori del tempo, ma soprattutto per la gradevolissima storia di S.O.S. naufragio nello spazio per la regia di Byron Haskin. Sarà pure produttore e sceneggiatore di Viaggio al settimo pianeta e Reptilicus, il mostro distruggitore.

La storia che Melchior ne ricavò s’intitolava The Haunted World e piacque moltissimo a Bava che ne propose solo delle lievi modifiche come l’aggiunta della scena dei morti che risorgono. Il copione cambiò poi titolo per opera della A.I.P. diventando The Outlaw Planet, titolo quanto mai fuori luogo.

Fu inviata in Italia e ulteriormente ritoccata da Callisto Cosulich e Alberto Bevilaqua ai quali Lucisano, tanto per cambiare, chiese di aggiungere qualche donna nuda e delle scene splatter, ma il ferreo controllo della casa madre impedì che questo macello fosse perpetrato.

La lavorazione del film durò cinque settimane e Bava girò due o tre finali alternativi perché non sapeva decidersi su quale optare. Grazie all’aiuto di Melchior la scelta fu felicemente fatta.

Il racconto è stato pubblicato nel 1960 in Oltre il Cielo. Missili & Razzi N°61, poi, nel 1963 su  Interplanet 3, (qui lo notò Mario Bava e volle acquistarlo) Casa Editrice La Tribuna, quindi nel 2002 in [Terrore nello spazio] Nova SF* a. XVIII (XXXVI) n. 57 (99), Perseo Libri e infine nel 2005 in C’era una volta la Luna Biblioteca di Nova SF* 22, Perseo Libri.

Mario Bava fu, indubbiamente, un uomo poliedrico. Lo si può indubbiamente classificare come regista, operatore, direttore della fotografia e creatore di effetti speciali. Nacque il 31 luglio 1914 a San Remo ed è deceduto il 24 giugno del 1980 a Roma. Ha usato anche gli pseudonimi di John M. Old e Mickey Lion. Suo padre Eugenio era già un operatore e curatore di effetti speciali per il cinema muto. Fu quindi facile per il figlio prendere la passione del padre ed esordire al cinema dapprima come aiuto operatore e poi direttore della fotografia.

Verso la fine degli anni Cinquanta fece da aiuto regista a Riccardo Freda nel film I vampiri e Caltiki il mostro immortale, dei quali si occupò anche degli effetti speciali e, nel 1958, fece la stessa cosa per Paolo Heush in La morte viene dallo spazio. Esordì ufficialmente alla regia nel 1960. In linee generali la sua filmografia comprende: La maschera del demonio, Ercole al centro della Terra, I tre volti della paura, La frusta e il corpo, Sei donne per l’assassino, Le spie vengono dal semifreddo, Operazione paura, Diabolik, Gli orrori del castello di Norimberga, La casa dell’esorcismo

Pubblichiamo adesso lo stralcio di un’intervista tra Giovanni Mongini e Renato Pestriniero del Novembre del 2002:

Come si è arrivati a Terrore nello Spazio dal tuo racconto?

Il racconto apparve nel numero 61 di Oltre il Cielo nel Giugno del 1960 e tre anni dopo riapparve su Interplanet. Era quella serie di antologie curate da Sandro Sandrelli, ricordi?

Non solo ricordo,” gli risposi, “Ma le ho tuttora.”

Ah!” Rimase un attimo stupito. “Lì lo lesse Mario Bava che chiese di utilizzare il racconto per un film, un film che dopo molte peripezie diventerà Terrore nello Spazio nel 1965. Vietato ai minori di 14 anni e classificato “Buono” sugli avvisi che usavano a quel tempo.

...E mal commentato dal Corriere della Sera che ne raccontò la storia sbagliandola completamente...

A questo non avevo fatto caso fino a che non me lo hai fatto notare tu.”

Sarai diventato ricco...”

Mi guardò per vedere se lo stavo prendendo in giro, accennai a un sorriso e allora mi rispose con la sua voce pacata:

Come no! Allegata alla copia del contratto ho ancora la fotocopia dell’assegno firmato da Mario Bava: duecentomila lire per la cessione dei diritti. Ci eravamo consigliati a vicenda, Sandrelli e io, e abbiamo convenuto pragmaticamente che non avevamo nessuna carta da giocare per poter imporre condizioni alla produzione, ed era un’occasione unica. D’altra parte anche se avessimo spuntato qualcosa di più non sarebbe stato sufficiente a cambiarci la vita. Si fosse trattato di una Major hollywoodiana…

Ma cosa dici? Dietro Bava c’era Lucisano e dietro Lucisano c’erano Arkoff e Nicholson, mica due scalzacani…”

E chi lo sapeva? Oggi so chi sono, allora no, almeno avessi saputo che c’erano degli americani dietro… sai, l’impatto sarebbe stato diverso. Io sapevo solo che all’epoca poter realizzare un’opportunità del genere in Italia era il massimo dei massimi, almeno così la pensavamo noi. Però una condizione l’abbiamo imposta, quella di inserire in tutto il materiale pubblicitario, nelle riduzioni e nella sceneggiatura, oltre che nei titoli di testa e di coda la scritta: Tratto dal racconto Una Notte di 21 Ore di Renato Pestriniero pubblicato sul numero 3 di Interplanet antologia di Fantascienza. Sembrerà una cosa ovvia ma se non l’avessimo preteso manco quello sarebbe apparso. La cessione dei diritti fu totale. Circa il periodo di validità era quello previsto dalle leggi di allora ed eventuali leggi future, ma questa clausola appare sulla bozza di contratto elaborata da Mario Bava ma non su quella legalizzata dal notaio. Ritengo quindi che, nel silenzio, s’intendano le leggi in vigore che, se non vado errato, non sono valide per l’eternità. Da allora sono passati trentasette anni quindi chissà. forse i diritti sono scaduti e l’avventura potrebbe continuare…

Io credo che siano scaduti, ma so che Luigi Cozzi andò da Lucisano per avere i diritti del soggetto, un’idea per un remake che coinvolgeva anche Dario Argento. Accadde nel 1985, se non sbaglio… solo che non fu possibile accordarsi con Lucisano e allora Luigi ti chiese di fare un sequel del racconto, vero?

Vero. Io scrissi Né Ariel, né Calibano, purtroppo del film non se ne fece nulla quindi il racconto apparve come tale su Nova Sf* numero 6, ma non è il solo progetto andato storto: ebbi anche una serie d’incontri con Fellini per la realizzazione di un film di fantascienza girato da lui, ma non se ne fece nulla, purtroppo…

Ti ricordi ancora quali sensazioni hai provato andando al cinema e dopo che era apparsa la parola Fine sullo schermo?

Lo ricordo perfettamente. La mia prima sensazione, depurata dalla sensazione di assistere a un evento che non mi sarei mai sognato di vivere, e ti assicuro che quella fu veramente fantascienza vissuta, fu di sconcerto… Aspetta, fammi finire… Allora non avevo approfondito il concetto che opera letteraria e opera cinematografica sono due linguaggi diversi. Avevo ingenuamente pensato di assistere al racconto recitato, di sentire gli stessi dialoghi, gli stessi nomi, di vedere gli stessi scenari. Perciò devo dire che l’entusiasmo fu un po’ annacquato da quella vicenda che riconoscevo fino a un certo punto e che per certi versi non riconoscevo affatto, ma poi ho dovuto ammettere obiettivamente che la trasformazione in linguaggio cinematografico era di tutto rispetto.”

Cosa è rimasto di tuo in questo film?

Ci sono le due astronavi, il pianeta sconosciuto, il misterioso comportamento dell’equipaggio, l’attesa ossessiva dell’alba, il tempo dilatato. Per contro la sceneggiatura, alla quale non ho partecipato, che ha dato più spazio all’aspetto horror di situazioni che non appartenevano al racconto. Quella scena al “rallenty” dello scoperchiamento delle tombe, oggi famosissima, e poi c’è l’altrettanto famosa scena del ritrovamento della nave aliena che Ridley Scott ha ripreso pari pari per Alien, ne sono convinto, anche se non è mai stato dichiarato ufficialmente e anche questo era diverso dal racconto, del tutto inaspettato…

Senti” gli chiesi ancora, “E se ne facessero un remake chi vorresti come regista e come interpreti?

Ridley Scott” mi rispose prontamente.” Harrison Ford come interprete magari in coppia con Al Pacino. Anche Clint Eastwood non sarebbe male malgrado le primavere che si porta sulle spalle. Quello che mi attira in questi ultimi due nomi sono le personalità così diverse: uno nevrotico e l’altro glaciale, ma entrambi con una straordinaria carica interiore. Vogliamo qualcosa di un tantinello più giovane? Beh, allora mettiamoci Kurt Russell e Andy Garcia, anche se non sono certo di primo pelo. Non ho fatto nomi femminili. Se si volesse fare un film fedele al racconto… beh, spiacente, ma le donne in questo caso non ce le vedo… e mi scuso con loro… come mi scuso con te, ma ora devo andare…

 

Questo articolo è stato tratto dal libro di Giovanni Mongini e Mario Luca Moretti: Dietro le quinte del cinema di fantascienza Vol.1 delle Edizioni della Vigna, ora in vendita presso gli autori.


Titolo Italiano Terrore nello spazio Interpreti Barry Sullivan sm_sullivan
Titolo spagnolo Terror en el espacio
Titolo USA Planet of the vampires Norma Bengell sm_benguell
Produzione Italia-Spagna
Anno 1965/Colori Angel Aranda sm_aranda
Durata 88′
Regia Mario Bava Ivan Rassimov sm_rassimov
Musiche Gino Marinuzzi jr.
Tratto dal racconto Una notte di 21 ore di Renato Pestriniero Altri interpreti Evi Maranda, Stelio Candelli, Franco Andrei

 

Terrore nello spazio di Mario Bava