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LA CAMERA ROSSA DI H. G. WELLS

LA CAMERA ROSSA DI H. G. WELLS

Mondi Passati — Vintage

 

La camera rossa, H. G. Wells (George Charles Beresford, 1920)Herbert George Wells (1866 – 1946) è certamente conosciuto da tutti i lettori di fantascienza e non solo. Celeberrimi i suoi romanzi La Guerra dei Mondi, La Macchina del Tempo, L’Uomo invisibile, L’isola del dottor Moreau… Il presente racconto con sfondo orrorifico, La camera rossa (The Red Room, 1896), lo abbiamo recuperato in lingua originale dal sito Gutenberg che riporta una buona quantità di racconti e romanzi non più soggetti al regime di copyright. Per evitare qualsiasi problema con le traduzioni, probabilmente più recenti, noi lo abbiamo tradotto, e lo faremo con tutti i racconti che pubblicheremo.

Questa traduzione è di Franco Giambalvo (2019).

“Vi posso assicurare,” io dissi “che servirà un fantasma molto tangibile per mettermi paura.” Ero in piedi davanti al fuoco col bicchiere in mano.

“La scelta è tutta vostra,” disse l’uomo col braccio vizzo guardandomi di sguincio.

“Ho vissuto,” dissi io, “venti e otto anni e non ho mai veduto un fantasma fino a oggi.”

La vecchia signora sedeva e fissava il fuoco con gli occhi chiari spalancati. “Sì,” lei cominciò; “e venti e otto anni voi avete vissuto e immagino che mai avrete veduto una casa che possa apparentarsi a questa. Molte sono le cose da vedere, se uno ha soltanto venti e otto anni.” Oscillò con la testa da un lato e dall’altro. “Molte cose da vedere e da patire.”

In parte sospettavo che i vecchi, col loro tono monotono, amassero accrescere un po’ le terribili cose che credevano di vedere nella loro casa. Posai il bicchiere vuoto sul tavolo e mi guardai attorno, cogliendo una visione di me stesso, accorciato e ampliato di una impossibile grassezza, per via di uno strano specchio in fondo alla stanza. “Bene,” dissi, “se dovessi vedere qualcosa questa notte, avrò molto imparato. Tornerò al lavoro con mente aperta.”

“La scelta è tutta vostra,” disse una volta di più l’uomo col braccio vizzo.

Udii il debole rumore di un bastone e di un passo strascicato sulle lastre del passaggio esterno. La porta si aprì scricchiolando ed entrò un altro vecchio signore, più curvo, più rugoso e più anziano del primo. Si sorreggeva appoggiandosi a una gruccia, gli occhi coperti da un’ombra e il labbro inferiore, per metà abbassato, lasciava intravvedere i denti guasti e gialli. Si affrettò a raggiungere una poltrona sul lato opposto del tavolo e sedette pesantemente cominciando a tossire. L’uomo col braccio vizzo gli lanciò una breve occhiata di autentico disprezzo; la vecchia signora non fece cenno di averlo visto e rimase con gli occhi fissi sul fuoco.

“Ho detto… la scelta è tutta vostra,” disse l’uomo col braccio vizzo, quando l’accesso di tosse si placò per un istante.

“Sì, scelta mia,” dissi io.

L’uomo con l’ombra sugli occhi si accorse solo allora della mia presenza, gettò all’indietro il capo e poi di lato per guardarmi. Colsi un subitaneo luccichio nei suoi occhi, piccolo luccichio, brillante e focoso. Poi riprese a tossire e a sputacchiare.

“Come mai non bevete?” gli disse l’uomo col braccio vizzo, spingendo della birra verso di lui. L’uomo con l’ombra si versò un boccale pieno con mano tremante e ne sparse un bel po’ su tutto il tavolo. Contro la parete si rifletteva la sua ombra che pareva mostruosa e parodiava la sua azione di versare la birra e poi di berla. Devo confessare che non mi sarei aspettato di trovare dei custodi così grotteschi. Dentro di me considero la senilità come una cosa insana, qualcosa di contorto e ancestrale; le umane qualità sembrano scomparire nei vecchi, senza che lo si noti, giorno, dopo giorno. Questi tre mi facevano sentire a disagio con i loro squallidi silenzi, il loro portamento curvo, la loro evidente inimicizia per me e per loro. E quella notte, inoltre, io ero di umore sgradevole, credo. Decisi di ignorare le sgradite premonizioni sulle brutte cose che avrei scoperto di sopra.

Dissi, “Se foste tanto gentili da mostrarmi questa stanza con le presenze, credo che lì starò benissimo.”

Il vecchio con la tosse scattò all’indietro con la testa tanto all’improvviso da farmi sobbalzare e mi lanciò un altro sguardo con gli occhi iniettati di rosso, visibili sotto l’oscurità che li appannava, ma non rispose. Attesi un minuto, fissando prima l’uno, poi l’altro. La vecchia fissava direttamente il fuoco con occhi sbarrati, come se lei fosse morta.

Dissi, un po’più forte, “Se foste tanto gentili da mostrarmi questa stanza con le presenze, sarei lieto di liberarvi dalla necessità di intrattenermi.”

“C’è una candela sulla lastra fuori dalla porta,” disse l’uomo col braccio vizzo e mi parlava fissandomi i piedi. “Ma se stanotte andrete nella Camera Rossa…”

“Una notte come ogni notte!” disse pianissimo la donna.

“…andrete da solo.”

“Benissimo,” risposi, bruscamente, “e da dove passo?”

“Camminate lungo il passaggio qui fuori,” disse lui accennando col capo verso la porta, “finché non trovate una scala a spirale; sul secondo pianerottolo c’è una porta ricoperta da un panno verde. Apritela e alla fine del lungo corridoio troverete su dalle scale la Camera Rossa alla vostra sinistra.”

“Ditemi se ho capito bene!” feci io e ripetei le sue indicazioni.

Mi corresse solo su un piccolo particolare.

“Allora davvero intendete andare?” Disse l’uomo con l’ombra in faccia, fissandomi una terza volta con quel suo bizzarro, eccentrico modo di muovere la testa.

“Una notte come ogni notte!” sussurrò la vecchia signora.

“Sono venuto apposta,” dissi e mi avviai verso la porta. A quel punto, il vecchio con l’ombra in faccia si alzò e girò attorno al tavolo traballando, in modo da essere più vicino agli altri e al fuoco. Giunto alla porta mi voltai e li osservai, vidi che adesso erano tutti vicini, ombre scure contro il fuoco acceso e mi guardavano dietro alle spalle, con espressione attenta sui loro antichi visi.

“Buonanotte,” dissi aprendo la porta. “Vostra scelta,” disse l’uomo col braccio vizzo.

Lasciai la porta spalancata in modo da poter vedere la candela, poi li chiusi dentro e mi avviai per il gelido passaggio echeggiante.

Debbo confessare che la bizzarria di questi tre vecchi pensionati, a cui sua signoria aveva lasciato la custodia del castello e della stanza della governante, in cui essi si radunavano, coi mobili di tono scuro vecchio stile, mi aveva colpito in modo strano, anche se tentavo di mostrare un atteggiamento realistico. Sembravano appartenere a una diversa epoca, un’era remota, quando era sensato temere gli spiriti, quando il buonsenso non era mai buono, un’epoca in cui presagi e streghe erano credibili e gli spettri del tutto accertati. Era un luogo spettrale, pensavo, come la loro stessa esistenza; il taglio dei loro vestiti, una moda esistente solo nella testa dei morti; gli ornamenti e i convenevoli che si scambiavano erano spettrali… pensieri di persone scomparse, che non partecipano alla storia del mondo, ma piuttosto lo presenziano come spettri. E il passaggio in cui mi trovavo, lungo e buio con uno strato umido che brillava sulle pareti, era triste e gelato come una cosa morta e rigida. Ma con uno sforzo gettai questi pensieri. Era un lungo passaggio sotterraneo, con correnti d’aria gelide che attizzavano la candela, creando piccole ombre tremolanti. Su e giù dalla scala a spirale correvano echi, alcune ombre mi inseguivano, un’ombra mi precedette sulle scale. Giunsi sull’ampio pianerottolo e lì mi fermai un attimo, sentendo un fruscio che mi parve provenire da dietro, ma percepii solo un silenzio assoluto, per cui spinsi la pesante porta ricoperta di panno verde e mi ritrovai in un corridoio deserto.

L’effetto non era proprio quello che mi sarei aspettato, perché c’era la luce lunare che entrava in gran quantità dalla enorme finestra sulla scala, segnando ogni cosa con ombre vivide, o con una illuminazione a graticola. Ogni cosa sembrava nella posizione più giusta; la casa poteva essere stata lasciata ieri, o dodici mesi fa. Le candele erano nei candelabri e la polvere che probabilmente si era depositata sui tappeti e sul pavimento, era caduta in maniera così regolare da risultare del tutto invisibile alla luce della candela. Su tutte le cose si stendeva un’immobilità in attesa. Decisi di avanzare, però mi bloccai di colpo. Sul pianerottolo, fino ad allora a me nascosta dall’angolo di una parete, c’era una statua bronzea; l’ombra che proiettava si stagliava con meravigliosa chiarezza sui pannelli bianchi, dandomi l’impressione di una presenza accucciata, che volesse tendermi un agguato. La cosa catturò immediatamente la mia attenzione. Restai rigido per un istante, credo. Poi misi la mano in tasca, estrassi la pistola, avanzai, ma scoprii ben presto che si trattava di un Ganimede e l’Aquila, che scintillavano al chiaro di luna. Quell’incidente mi restituì coraggio sicché quando oscillò la testa di una pallida porcellana su un tavolo bühl, non ci feci gran caso.

La porta della Camera Rossa e i gradini che vi giungevano erano in un angolo buio. Mossi la candela da una parte altra, per poter osservare meglio, prima di aprire la porta, la natura di quel vano in cui ero arrivato. Era lì, mi venne da penare, che avevano trovato il mio predecessore e il ricordo di quella storia mi diede un’improvvisa punta di apprensione. Mi guardai alle spalle, verso il cupo Ganimede avvolto dalla luna e aprii la porta della Camera Rossa in fretta, con la faccia in parte volta verso il pallido silenzio del corridoio.

Entrai, chiusi subito la porta dietro di me, girai la chiave che trovai nella serratura e rimasi con la candela sollevata a osservare la scena che dovevo vegliare, la grande Camera Rossa del Castello Lorraine, in cui il giovane duca era morto; o meglio, in cui egli aveva cominciato a morire, perché dopo aver aperto la porta, era caduto a testa in giù dai gradini che aveva appena salito. Quella era stata la fine della sua veglia, del suo coraggioso tentativo di battere i tradizionali spettri di quel luogo e pensai, mai un’apoplessia era meglio servita per confermare una superstizione. C’erano anche altre storie più vecchie attribuite a quella stanza, a partire dall’inizio, piuttosto incredibile, che parlava di una timida moglie e della tragica fine del marito per uno scherzo con cui voleva spaventarla. E guardando in quella stanza enorme e tenebrosa con i neri bovindi, le rientranze, le nicchie, i tendaggi polverosi marroni e rossi, i giganteschi mobili scuri, si potevano ben capire le leggende che erano fiorite nei suoi angoli neri, nell’oscurità che generava. La mia candela era un’esile lingua di luce nella vastità di quella stanza; i suoi raggi non raggiungevano il lato opposto e lasciavano un oceano di mistero rossastro e di suggestione, ombre in attesa e oscurità che mi osservavano al di là della piccola isola di luce. E su tutto aleggiava l’immobilità della desolazione.

Devo confessare che una qualche impalpabile qualità dell’antica stanza mi disturbava. Provai a combattere quella sensazione. Decisi perciò di fare un controllo sistematico del luogo, così, per non lasciare nulla alla mia immaginazione, per dissipare le fantasiose immagini create dall’oscurità prima che potessero far presa su di me. Dopo aver ben controllato che la porta fosse davvero chiusa, cominciai a camminare per la stanza, guardando dietro a ogni oggetto dell’arredamento, sollevando le coperte del letto e aprendo completamente le tende. In un punto si percepiva l’eco distinta dei miei passi, il rumore che facevo era però minimo e pareva che non rompesse il silenzio di quel posto, ma anzi lo aumentasse. Tirai su le ante ed esaminai le chiusure di diverse finestre. Fui attirato dal movimento di una particella di polvere, quindi mi piegai in avanti a controllare nelle tenebre del caminetto. Poi, cercando di mantenere un atteggiamento scientifico, girai attorno alla stanza picchiando con le nocche sui pannelli di quercia, per escludere la presenza di aperture segrete, ma desistetti prima di arrivare all’alcova. Vidi la mia faccia in uno specchio ed era bianca.

C’erano due grandi specchi nella stanza, ognuno con un paio di candelabri e candele. Altre candele con il gambo di porcellana erano presso il caminetto. Le accesi tutte, una dietro l’altra. Il camino era stato preparato (inattesa gentilezza da parte della vecchia governante) e accesi anche quello, per evitare di congelare. Quando il fuoco attecchì, mi misi con la schiena al camino e guardai meglio la stanza. Avevo messo una poltrona foderata di chintz e un tavolo a formare una sorta di barricata tutto attorno a me. Posai sul tavolo la pistola, pronta all’uso. L’esame della stanza mi aveva calmato un po’, ma la intensissima oscurità di quel luogo e la sua perfetta immobilità tendeva a stimolare la mia immaginazione. Gli echi e i crepitii del fuoco non mi confortavano. Le ombre nell’alcova in fondo alla stanza cominciavano a mostrare quella indefinibile qualità tipica di una presenza, la strana sensazione di una cosa viva in agguato, come facilmente succede nel silenzio e nella solitudine. Per rassicurarmi, camminai con la candela verso quel vano e vidi che infatti non c’era nulla di tangibile laggiù. Misi la candela sul pavimento dell’alcova e la lasciai lì.

A questo punto ero in uno stato di considerevole tensione nervosa, anche se per il mio raziocinio non esistevano motivi per tale condizione. La mia mente era però del tutto certa. Avevo postulato chiaramente che non sarebbe potuto accadere nulla di soprannaturale e, per passare il tempo, presi a comporre alcune piccole rime, sullo stile delle storie di fantasmi e alle leggende originali di questo luogo. Alcune di quelle poesie le recitai a voce alta, ma gli echi non furono piacevoli per me. Per la stessa ragione, abbandonai anche il vezzo di parlare tra me e me, dicendo che era impossibile esistessero i fantasmi e le presenze. La mia mente tornò a pensare ai tre truci individui che stavano di sotto e cercai di concentrarmi su quell’immagine.

I rossi e i grigi tristi della stanza mi disturbavano; anche con le sette candele accese la luce era fioca. Nell’alcova una corrente d’aria alimentò il fuoco della candela che oscillò; le ombre si muovevano senza sosta mescolandosi in una danza silenziosa. Pensai a una soluzione e mi ricordai delle candele di cera che avevo visto nel corridoio. Senza pensarci troppo presi una candela e, lasciando la porta aperta, presi le candele con l’aiuto della luce lunare e ne portai dentro dieci. Le sistemai in vari oggetti di porcellana che adornavano molti punti della stanza, le accesi e le spostai nei punti più bui: qualcuna sul pavimento, qualcuna nelle nicchie delle finestre, spostando e riaggiustando le luci fino a che le mie diciassette candele furono sistemate in modo che non rimanesse in ombra nemmeno un centimetro di stanza. Mi venne da pensare che quando sarebbe arrivato il fantasma, dovevo dirgli di non inciampare nelle molte candele. Ormai la stanza era illuminata alla grande. L’atmosfera era allegra e rassicurante con delle piccole fiamme silenziose e mi ritrovai a misurare con lo sguardo quanto si consumavano, cosa che mi dava un piacevole senso del tempo che passava.

Anche così, però, la minacciosa attesa della veglia pesava molto su di me. Rimasi a guardare la sfera del mio orologio che si avvicinava alla mezzanotte.

Poi successe qualcosa nell’alcova. Non avevo visto la candela spegnersi, ma quando mi voltai notai che il posto era buio, come se mi fossi voltato e avessi improvvisamente notato la presenza di uno sconosciuto. L’ombra buia però tornò subito nel nulla. “Accidenti,” dissi a voce alta, riprendendomi dalla sorpresa, “davvero una bella corrente d’aria;” presi la scatola di fiammiferi sul tavolo, attraversai la stanza piano con l’idea di illuminare di nuovo quell’angolo. Il primo fiammifero non funzionò e riuscii solo al secondo. Qualcosa sembrò ammiccare sulla parete di fronte a me. Voltai involontariamente il capo e vidi che si erano spente due candele sul tavolino del caminetto. Mi alzai ancora una volta.

“Strano,” dissi. “Che sia stato io, in un momento di follia?”

Tornai indietro, ne accesi una, ma a quel punto, notai che la candela nel candelabro, a destra di uno dei due specchi, prima si riduceva e poi si spegneva e, subito dopo, anche la compagna dall’altra parte subì la stessa sorte. Le fiamme scomparvero come se gli stoppini fossero stati presi tra pollice e indice, perché lo stoppino non era più caldo, non fumigava ed era nero. Mentre ero lì a guardare a bocca aperta, si spense la candela ai piedi del letto e mi parve che le ombre avessero fatto un bel passo nella mia direzione.

“Così non va!” dissi mentre si spegneva un’altra candela sul caminetto.

“Ma che succede?” gridai, con una nota acuta che si era mio malgrado insinuata nella mia voce. A quel punto si spense la candela all’angolo del guardaroba, seguita da quella che avevo riacceso nell’alcova.

“Forza!” dissi, “quelle candele mi servono,” lo dissi con voce quasi isterica e non più sicura, mentre provavo ad accende un fiammifero, “per il candeliere del caminetto.” Le mani mi tremavano al punto che per due volte mancai la scatoletta di fiammiferi. Quando il camino emerse nuovamente dall’oscurità, si eclissarono due candele nel punto più lontano della stanza. Ma con lo stesso fiammifero mi riuscì di accendere le candele dello specchio grande e quella sul pavimento vicino alla porta, così che, per il momento, parve che io fossi in vantaggio sugli spegnimenti. Ma a quel punto, silenziosamente, si spensero a raffica quattro candele nei quattro angoli della stanza e io strofinai in fretta un nuovo fiammifero, tremando e senza sapere bene dove andare a usarlo.

Mentre ero lì incerto, una mano invisibile sembrò spegnere le due candele sul tavolo. Mi lanciai verso l’alcova con un urlo terribile, poi all’angolo, poi alla finestra, ne riaccesi tre, mentre due si spegnevano sul caminetto. Decisi che era meglio operare diversamente, per cui appoggiai i fiammiferi sulla cassaforte nell’angolo e raccolsi una candela dal candeliere del letto. Così evitavo di dover accendere un fiammifero ogni volta, ma il processo di spegnimento proseguì immutato e temetti seriamente che le ombre contro cui combattevo, prima o poi l’avrebbero avuta vinta, sarebbero strisciate su di me, da una parte poi dall’altra. Ora ero frenetico, terrorizzato di quell’oscurità mobile e la mia compostezza se ne andò del tutto. Saltellai passando da candela a candela nella vana lotta di fermare quell’avanzata implacabile.

Mi ferii alla coscia battendo contro il tavolo, feci cadere una sedia, inciampai, caddi a terra e trascinai nella caduta anche la tovaglia del tavolo. La candela che avevo in mano rotolò via e mi alzai afferrandone un’altra. Ma la candela all’improvviso si spense, forse per l’aria prodotta dal mio movimento e subito dopo le due candele rimanenti seguirono il suo esempio. Ma nella stanza c’era ancora luce, una luce rossa che attraversava il soffitto e allontanava da me tutte le ombre. Il camino! Ma certo, potevo ancora passare le candele sulla grata e riaccenderle.

Mi voltai e le fiamme stavano ancora brillando tra i carboni, il riflesso rosso illuminava i mobili; feci due passi verso la grata, quando le fiamme si abbassarono e si estinsero, senza ragione, il riflesso scomparve, la mia candela era tra le barre della griglia, avevo la sensazione di aver chiuso gli occhi, ero circondato da un abbraccio soffocante, non vedevo più nulla, nella mia mente era del tutto scomparsa ogni presenza di spirito. L’oscurità non era solo palpabile, ma era intollerabile. Mi cadde di mano la candela. Agitai le braccia, nel vano tentativo di allontanare da me la pesantissima ombra, alzai la voce e urlai con tutta la forza, una, due, tre volte. Poi temo di aver vacillato. Ricordo di aver pensato al corridoio illuminato dalla luna e a testa bassa, le braccia a proteggere il volto, mi sono lanciato verso la porta.

Purtroppo non ricordavo la posizione esatta della porta e sbattei pesantemente contro l’angolo del letto. Barcollai ancora, mi voltai e fui di nuovo colpito, o meglio mi colpii da solo battendo contro qualche altro mobile. Ho un vago ricordo di me che vagavo qui e là nell’oscurità e poi un gran colpo in testa, l’orribile sensazione di cadere per un periodo interminabile, i frenetici sforzi per restare in piedi e poi più nulla.

Aprii gli occhi ed era giorno. Avevo la testa bendata alla meno peggio e l’uomo col braccio vizzo mi fissava. Mi guardai attorno, cercando di ricordare che cosa fosse successo e per un po’ non ricordai nulla. Voltai gli occhi verso un angolo della camera e vidi la vecchia signora, non più distratta, non più terribile, che versava in un bicchiere alcune gocce di medicina da una piccola fiala blu. “Dove mi trovo?” dissi io. “Credo di ricordarmi di voi, ma non ricordo affatto chi siate.”

Allora quelli me lo dissero e seppi della Camera Rossa, raccontata come se fosse una favola. “Vi abbiamo trovato all’alba,” disse l’uomo “ e avevate del sangue sulla fronte e sulle labbra.”

Pensai che quell’uomo mi era sempre stato odioso. Ma i tre, alla luce del giorno, sembravano dei vecchi qualsiasi. L’uomo con l’ombra verdastra teneva il capo chinato, come se dormisse.

Ci volle parecchio tempo perché recuperassi la memoria della mia avventura. “Voi adesso ci credete,” disse il vecchio con il braccio vizzo, “la stanza ha delle presenze?” Non parlava più come uno che saluta uno sconosciuto, ma come chi consola un amico.

“Sì,” dissi, “la stanza ha delle presenze.”

“E le avete viste. Invece noi, che pure siamo qui da tutta la vita, non abbiamo mai avuto questa possibilità. Perché non abbiamo mai osato farlo. Diteci, è davvero il vecchio conte che…”

“No,” io dissi. “Non lo è.”

“Io ve lo dicevo,” disse la vecchia signora, col bicchiere in mano. “È invece la giovane contessa, poverina, così spaventata da…”

“Non lo è,” dissi. “In quella camera non c’è il fantasma del conte, né quello della contessa; non c’è nessun fantasma, ma peggio, molto peggio, qualcosa di impalpabile…”

“Cioè?” dissero.

“La peggior cosa che abiti le menti dei mortali,” dissi io; “e cioè, la nuda… ‘Paura!’ La paura senza suono e senza luce, che non conosce ragione, che rende sordi, che oscura e sopraffà. Che mi ha inseguito fino al corridoio, che ha combattuto contro di me nella stanza…”

Mi bloccai di colpo. Ci fu un momento di silenzio. Sollevai la mano alle mie bende. “Le candele si sono spente una dopo l’altra e io sono scappato…”

Allora l’uomo con l’ombra in faccia sollevò il capo di lato e parlò.

“È così,” disse. “Io sapevo che era così. La Forza dell’Oscurità. Che ha maledetto questa casa!  Da sempre si nasconde qui. La si può percepire perfino di giorno, anche quando brilla il sole d’estate, sulle tende, sugli arazzi, ti si mette dietro in qualsiasi punto tu guardi. Al tramonto striscia nei corridoi e ti segue, e non hai la forza di voltarti. È come voi dite. È la paura che abita quella camera. La Nera Paura… e così sarà… fin che non crollerà questa abitazione del peccato.”

 

L'Autore

Franco Giambalvo

Appassionato di fantascienza credo da sempre, ma scoperto di esserlo in quarta elementare quando lo hanno portato a vedere "La Guerra dei Mondi" di Byron Haskin: era il 1953 e avrebbe compiuto nove anni in quell'autunno. In seguito ha potuto scrivere con l'aiuto di Vittorio Curtoni e ha pubblicato un romanzo, che al momento è stato del tutto ignorato, sia dagli Editori, sia dai lettori. Ma non si lamenta troppo: ama la fantascienza!

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