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“MORTE JAMBE” DI T. BRUCE YERKE

“MORTE JAMBE” DI T. BRUCE YERKE

Mondi Passati – Vintage

 

T. Bruce Yerke, Morte JambeTheodore Bruce Yerke (1923-1988) è una figura di spicco del fandom americano. Dopo aver conosciuto il mitico Forrest J. Ackerman a soli 12 anni, nel 1937 si unì alla Los Angeles Science Fiction Fantasy Society, e fondò la fanzine The Knanve, a cui fecero seguito altre fanzine, come Imagination! (1938) e Bed Side Fassbeinder (1944). Scrisse l’autobiografia Memoirs of a Superfluous Fan (uscita postuma nel 1991), e scrisse due racconti, questo e Reflections on Falling Over Backwards in a Swivel Chair (1944).

I.

Monsieur Foucheraux era troppo sbadato quel pomeriggio. La Rue de Marcassant è nota per essere un luogo davvero spiacevole da attraversare, come minimo; partendo dal fiume, si apre nella Place de la Cresus, una piazza stretta, una scatola chiusa di appartamenti cadenti messi a caso.

La Place de la Cresus si trova alla fine di una curva stretta e inclinata, la continuazione di un ponte che attraversa il fiume venendo dalla città moderna. Il ponte è vecchio e incrostato, la strada un’atrocità acciottolata.

M. Foucheraux si fermò di fronte alla farmacia e scambiò una parola o due con i bighelloni al suo esterno. Poi quel vecchio scapolo dall’aria agitata gettò uno sguardo noncurante lungo la strada, tirò il risvolto della sua redingote, e, afferrando il suo bastone da passeggio, attraversò a gran passi l’acciottolato.

Sembrò non fare caso al ruggito dell’omnibus che in quel momento stava sferragliando sulla strada che veniva dal ponte. Il cocchiere era senza dubbio un tipo spericolato, o non avvezzo a quella strada, perché irruppe nella Place de la Cresus con quattro cavalli schiumanti, scorticati dalla sua furiosa frusta.

Troppo tardi vide l’incrocio senza sbocchi. Lanciò una bestemmia incomprensibile e tirò il freno, stringendo le redini disperatamente. L’omnibus sbandò e oscillò sulle sue pesanti ruote. I bauli e le scatole sul tetto vacillarono e caddero, sparpagliando i loro contenuti.

M. Foucheraux sembrò accorgersi poco a poco della catastrofe che gli pioveva addosso. I quattro cavalli si sganciarono e corsero con le loro stanghe. Il cocchiere restò sulla sua cassetta e si buttò con tutto il peso sul freno. Quel chiassoso, caotico calderone investì M. Foucheraux. La sua nera figura si perse nel turbinio di polvere e di zoccoli scalcianti. La ruota anteriore sinistra colpì la sua coscia. Poi l’omnibus traballò in una nuvola di polvere e infine si schiantò su un fianco. I cavalli caddero in massa, il cocchiere volò per aria e atterrò, per sua somma fortuna, su una balla di cotone della ditta di Madame Moullincourt.

«Che disastro! Che disastro!» borbottò ed esclamò la folla che si riversò fuori dagli edifici i cui muri un tempo erano dipinti di bianco candido.

«Avete visto quel matto di cocchiere?» domandò il commesso della farmacia appoggiato al bancone per vedere al di là della folla ammassata fuori. «Ha assaltato la corte come un battaglione di fucilieri sulla Marna.»

In mezzo a quella confusione, M. Foucheraux giaceva prostrato, contorcendosi dal dolore con la sua gamba destra quasi piegata su se stessa. Agitava il suo bastone nell’aria e il volto appuntito era stravolto dalla rabbia e dallo spavento.

«Bestia! Bestia! Bestia!» continuava a gridare. «Bestia ignorante! Zucca vuota! Ubriacone pieno di vino! Per colpa di quel bestione rischio di perdere la gamba! Damme! Sacre Dieu! Dov’è un dottore? Devo morire dissanguato per strada come una squallida puttana?» Tossiva e balbettava nel suo delirio, borbottando: «Bestia! Bestia! Bestia!»

Il dottore sgomitò nella folla fino alla figura accasciata nella sua pozza di sangue e cominciò a curarlo.  M. Foucheraux fu trasportato nella sua abitazione non appena il dottore ebbe legato l’arteria femorale. Fu eseguita un’amputazione. L’arto staccato fu mandato al crematorio.

I bravi cittadini furono solerti nell’estrarre i passeggeri aggrovigliati dall’interno della diligenza e nel rincuorare dal suo brutto spavento il guidatore, che fu comunque presto rimandato a casa. Due dei cavalli furono uccisi, avendo le zampe spezzate. L’omnibus rovesciato aveva bisogno di una nuova fiancata.

Un tale grandioso spettacolo in una parte della città desolata come Place de la Cresus è quanto basta per agitare le lingue per un certo periodo. Ma poi Marie, un’infermiera incaricata del recupero di M. Foucheraux, del cui recupero nessuno si interessava granché, se ne uscì con la più stramba delle storie.

«Sapete che cosa ha chiesto quel vecchio matto?» disse lei alle ragazze che lavoravano da M.me Moullincourt. «Quel vecchio ha chiesto che il dottor Fortinescu gli riporti la sua gamba! “Quella è la mia gamba!” ha strillato. “Insopportabile stupidità di tutti quanti! Non mi porteranno via la mia gamba per colpa di quella bestia ignorante! Ora mi ascolti, dottore, lei deve solo farmi riavere la mia gamba, che sia attaccata o no al moncone! Lo capisce, bavoso ghigliottinatore? Devo riavere la mia gamba!”»

La storia si sparse. Marie raccontò con orrore come il dr. Fortinescu fosse andato al crematorio a recuperare la gamba amputata. Il commesso della farmacia verificò la storia della donna.

«Mon Dieu!» sospirò a una folla di ascoltatori rapiti appoggiati al bancone smangiato e chimicamente macchiato. «Arriva il dr. Fortinescu con quel pacchetto schifoso. “Ascolta, Robin,” mi strilla, tutto rosso e infuriato, “voglio 5 galloni di alcol e l’ampolla più grande che hai in negozio!”

«Allora gli dico: “E cosa se ne vuole fare, dottore? Un’orgia forse?” Sapete quanto beve Fortinescu. “Bah,” dice lui, “fatti i fatti tuoi. Solo vieni con me e in cinque minuti ti insegnerò sul tuo lavoro più di quanto imparerai in cinque anni parlando con quei babbei al tuo bancone.”

«Così andiamo sul retro e trovo un’ampolla alta un metro che lui mi fa ripulire. E poi, nom de Jesus, apre quel maledetto pacchetto! Oh! Che puzza… c’era quella gamba schifosa! Non mangio da due giorni. Sega la cima e la mette nel vaso, tutto il tempo bestemmiando fra se e se. Poi si beve anche un sorso. Così apriamo un barile di alcol e svuotiamo persino sei o sette bottiglie per riempire quella dannata ampolla. Poi ci mette un tappo e sigilla con la paraffina.

«”Alors!” mi dice lui, sfregandosi la fronte con un’aria seccata e disgustata, “non una parola di quest’assurdità, ed eccoti una sovrana per tapparti la bocca.” Guarda la gamba e bestemmia ancora un po’. “Adesso, osceno vecchiaccio,” dice fra sé, “puoi tenerti la gamba tutto il tempo. Ah! Fattici un bagno…”»

II.

Quando M. Foucheraux si fu ripreso a sufficienza per fare uso di una gruccia, licenziò in malo modo l’infermiera Marie, che fu ben contenta di essere sollevata da quell’incarico. Il dr. Fortinescu lo chiamò e gli presentò il conto. Foucheraux, che viveva la sua vita solitaria grazie a dei fondi provenienti da diverse piccole proprietà in Alsazia, andò alla sua scrivania, uno scadente rimasuglio del “periodo del cattivo gusto”, e ne tolse una logora borsa di denaro.

«Devo ringraziarla ancora e ancora, monsieur le docteur,» disse contando le monete d’oro, «per quello che ha fatto alla mia gamba. Mille…»

«Oddio! Non ne voglio più sentir parlare,» sbottò Fortinescu. «Questo è il suo conto e lei mi sta pagando, il che è più di quello che fanno la maggior parte dei miei pazienti e ne sono contento… Hector, lei ne farà un’ossessione di quella schifezza.»

M. Foucheraux s’inchinò educatamente e fece un cenno con la testa, con un’ampia smorfia. «La mia gamba,» mormorò. E più forte: «Può chiamarla, beh, la mia compagna,» sorrise, guardando intensamente il dottore con i suoi occhi piazzati su una fronte stretta. E un po’ folli, pensò l’altro.

Il dottore prese le sue monete e si affrettò fuori da quel tetro appartamento e giù dalle strette, esili scale. «Robin,» strillò, facendosi largo fra la gente appoggiata al bancone. «Prenderò ancora un po’ d’alcol… ma non per il nostro cliente.»

* * *

L’appartamento di M. Foucheraux consisteva in una sola stanza, e in una specie d’alcova dove consumava i suoi pasti solitari. Le due finestre sul muro rivolto a ovest erano annebbiate dalla polvere e le tende di poco prezzo del tutto rovinate. Di solito gli scuri erano tirati. A parte un divano appoggiato al muro nord vicino alla porta, e alcuni scaffali di libri semi-vuoti, dei quadri e mobilia comune, il principale pezzo di mobilia era una taberette posta a fianco del focolare – un cimelio di famiglia, decisamente fuori posto in quello squallido ambiente.

Ritta sopra quel mobile c’era  l’ampolla, e dentro, sospesa in tutta la sua rigida assurdità, c’era la gamba di Foucheraux. Era in una posizione quasi eretta, sebbene ogni tanto ruotasse lentamente – diciamo una volta alla settimana – per ragioni sconosciute e non indagate.

Non era granché come gamba, ma apparteneva a M. Foucheraux. La caviglia era dura e bianca, i muscoli tesi così come glielo aveva ordinato il cervello nel suo ultimo messaggio inviato. La coscia era piuttosto magra e la carne leggermente flaccida. M. Foucheraux notava con delusione che i peli neri avevano smesso di crescere, contrariamente alla credenza popolare.

Ah, M. Foucheraux! Quante ore rimane a contemplare quella cruda esibizione anatomica! Alla sera tira gli scuri, e dopo aver finito il suo magro pasto si alza dalla sedia e accende il camino.

E poi che cosa fa? Una persona razionale accenderebbe la pipa e leggerebbe, che so Le Petiti Journal, o affronterebbe quel delizioso, esagerato, vecchio cinico di Le Rouchefoucaud, o spulcerebbe un romanzo. Ma lui? Jamais! Come ipnotizzato si siede e contempla la sua gamba. Quel brutto, vecchio malsano arto che probabilmente puzzava di sudore e polvere prima che l’omnibus facesse il suo lavoro.

Ma il mondo gli ruota attorno, perché è la sua gamba! Questo la fa distinguere da tutte le altre gambe al mondo.

M. Foucheraux pensava proprio a questo. Con lo scorrere del tempo, divenne il centro del mondo. Religiosamente, ogni sera sedeva con la sua pipa, e contemplava la sua gamba nell’ampolla.

La sua gamba! Quella massa inanimata di proteine e calcio e protoplasma – una volta ci camminava.  Una volta era ben piazzata alla fine del suo tronco.

Il suo volto affilato, appuntito era sempre più affilato e corrugato. I suoi occhi stretti erano fissi sulla gamba mentre lui sondava i recessi della sua memoria. Una volta, quando era molto giovane, durante una rissa aveva preso a calci un bulletto proprio con quella.

E un tempo con lei scavalcava il ramo del ciliegio in quella proprietà in Alsazia e ci si arrampicava sopra.

E ora poteva sedersi, del tutto staccato da lei, e guardarla distrattamente al di là della pipa, e realizzare che quella lì era la sua gamba. La sua gamba, quella che una volta stava giusto attaccata al suo tronco e che era nascosta dai suoi pantaloni. E ora quella stupida se ne stava chiusa in un vaso come un raro pesce mediterraneo o un fossile.

L’orrore di quel concetto crebbe dentro M. Foucheraux una sera, mentre contemplava la sua gamba con una tazza di caffè. Sentì l’irresistibile impulso di flettere i tendini ora assenti. Guardò il punto della sedia dove avrebbe dovuto giacere la sua gamba. Una volta, per quasi un metro al di là del suo tronco era attaccata quella gamba, e il sangue che ora correva per le sue vene, era pompato fino a lì, e c’erano molti muscoli che poteva controllare con un lieve cenno.

M. Foucheraux s’irrigidì di colpo. I suoi occhi scuri erano pericolosamente spalancati e fissi. Attento a trattenere il fiato, mandò ancora quell’impulso.

Sacre diable! Avrebbe giurato che il grosso alluce dell’arto sigillato avesse tremato e si fosse lievemente piegato.

Stringendo con forza i braccioli della sedia, si spinse in avanti, e concentrò tutta la sua volontà e i suoi nervi in un comando potente.

L’arto nell’ampolla – una cosa spettrale, semi-illuminata dal tremolante fuoco del caminetto – lentamente, lentamente cominciò a flettersi.

La bocca di M. Foucheraux si spalancò. I suoi occhi fissarono quello spettacolo spaventoso. Il sangue gli martellava le tempie, mentre continuava a dare quell’ordine, per metà ipnotizzato, per metà raggelato nel terrore.

Che arcana manifestazione era quella? Che spaventosa, incredibile cosa stava facendo?

«La mia gamba, la mia gamba,» ansimò. La sua bocca lentamente si piegò in un sorriso contorto. «È ancora mia! È viva!»

Si mise in piedi, con il cuore all’impazzata. La gamba nell’ampolla si stava piegando, e le dita si stavano sgranchendo, proprio come Foucheraux desiderava che facessero.

Si dimenticò di avere una sola gamba. Gli mancò l’equilibrio. Poi, con uno crampo spasmodico al moncherino, il suo sangue, pompato all’eccesso da un cuore sovreccitato, ruppe i punti di sutura.

La figura, indifesa, cadde sull’ampolla piena d’alcol, mentre il sangue livido sfociava in grossi spruzzi dall’arteria aperta. Il cilindro di vetro, che rimandava le vivide luci rosse del camino, vacillò nell’impatto e poi si schiantò sul pavimento.

Il torrente d’alcol al suo interno inondò quella figura contorta. La gamba cadaverica, gonfiatasi di colpi al contatto con l’aria, colpì l’uomo paralizzato sul collo.

«Marie! Fortinescu!» gridò. «Santo cielo, qualcuno mi aiuti!»

Il sangue e l’alcol dilagarono insieme fino al camino. Con una fiammata, quelle lingue ardenti si allargarono e colpirono per prima cosa le tende.

«Marie! Fortinescu!» Foucheraux gridava e piangeva.

Si girò con una torsione, mentre il suo moncherino pulsava e, come una pompa, vomitava una zampillante fontana di sangue in quell’olocausto. In un momento tutta la stanza si trasformò in un inferno. Foucheraux nascose il volto nel cavo della sua gamba. Gridava, ma aveva smesso di gridare parole.

* * *

Place de la Cresus era pieno di mezzi dei pompieri, e fu pomeriggio inoltrato prima che le ultime scintille di quell’appartamento devastato fossero spente. La piazza era gremita di persone che chiacchieravano senza sosta.

«Povero M. Foucheraux! Indifeso dentro quell’orribile trappola, e con un gamba sola!»

Il dr. Fortinescu era appoggiato al bancone della farmacia, e contemplava i detriti anneriti. «Sai, Robin,» disse al commesso, «credo di essere un incendiario.»

«Bah,» grugnì Robin, «al crematorio non piace che gli si rubi il lavoro.»

 

In copertina “Semina con cavalli imbizzarriti” di Antonio Ligabue
(Morte jambe, The Acolyte, estate 1944) Traduzione © 2019, Mario Luca Moretti

L'Autore

Mario Luca Moretti

Altri interessi oltre al cinema e alla letteratura SF, sono il cinema e la la letteratura tout-court, la musica e la storia. È laureato in Lingue (inglese e tedesco) e lavora presso l'aeroporto di Linate. Abita in provincia di Milano

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