Il Racconto della Domenica

IL corpo del direttore scattò in un salto, mentre le braccia si aprirono in una strana e ampia V, facendo ondeggiare la bacchetta nella mano destra. L’attacco delle potenti quattro note iniziali non fu sincronizzato e armonico come ci si sarebbe aspettato. O perlomeno come si sarebbe aspettato Guglielmo, l’unico spettatore che conosceva bene quel brano. Il direttore replicò quel salto per la ripetizione delle stesse note.

Poi la testa dai folti riccioli grigi del direttore si abbassò, tanto che Guglielmo non riuscì più a vederla. Anche la musica calò di tono, dopo l’esplosione delle note iniziali, e il direttore continuò ad abbassarsi fino a rannicchiarsi in una vera e propria posizione alla turca, rendendosi invisibile a gran parte del pubblico e agli stessi orchestrali, il cui sconcerto era visibile nelle espressioni dei visi come nella goffaggine con cui eseguivano la variazione del tema, scoordinata e in alcuni persino stonata.

Quindi il direttore si alzò di colpo, con un balzo di impressionante agilità, e fece ancora il gesto delle braccia a V, mentre la musica riproponeva le quattro note per poi eseguirne una nuova variazione, stavolta più alta.

Il direttore sembrava preso in una danza convulsa, sempre più scomposta man mano che le variazioni di quel semplice tema iniziale si facevano più drammatiche e trascinanti. Teneva gli occhi chiusi, probabilmente rapito da quelle noti travolgenti, ma per nulla attento alle esigenze tecniche dell’orchestra. Stava forse dirigendo una sua orchestra mentale, ma certo non quella reale davanti a sé.

A sei minuti circa dall’inizio del concerto la musica si fece particolarmente complessa: era l’ultimo minuto del 1° movimento. Nei secoli a venire quel passaggio sarebbe diventato un vero banco di prova per qualunque direttore e qualunque orchestra. In quella prima esecuzione i Wiener Symphoniker stavano facendo del loro meglio con il peggior direttore che potessero avere. Il fatto che fosse anche l’autore della sinfonia che stavano eseguendo non aiutava. Il sistema di riscaldamento nel 1808 non era certo tale da mitigare il freddo di quel 22 dicembre e nuvolette di condensa uscivano dalle bocche dei musicisti come degli spettatori.

Quella sinfonia era la seconda in cartellone. Era stata preceduta da un’altra sinfonia in prima esecuzione, la Sesta dell’autore-direttore, e ora veniva eseguita la sua Quinta.

Il disordine cronologico, il freddo, la cattiva qualità dell’esecuzione: tutto concorreva a non far capire che lì, nel teatro An der Wien della capitale austriaca si stavano suonando alcune delle pagine più importanti della storia della musica.

Guglielmo lo sapeva ed era l’unico in teatro ad apprezzare appieno la grandezza di quella melodia. E infatti era lì per immortalarla. Il suo vestito nuovo di ottimo taglio si distingueva solo per la qualità in quella sala non proprio affollata. Visto dall’esterno quel vestito seguiva la moda dell’epoca: un frac beige dai molti bottoni e un paio di pantaloni anch’essi chiusi da lunghe file di bottoni sui lati esterni. Ma tra i fili della giacca si nascondeva un sofisticatissimo software che registrava i suoni di quell’orchestra con la fedeltà accuratissima del sistema mp7: i suoi ascoltatori avrebbero avuto una percezione dei suoni migliore persino di quella degli spettatori originali.

Guglielmo s’era spostato due volte per assistere a quel concerto del Maestro Ludwig van Beethoven: nello spazio veniva dalle Alpi svizzere, nel tempo dal 2031.

***

GUGLIELMO non era abituato a un simile trattamento. Era un assistente universitario di musicologia. Era appassionato di sistemi di registrazione sonora. Il suo unico lusso era appunto la sua collezione di strumenti di registrazione. Nel garage di casa sua teneva cose come registratori a bobina e a cassetta, o i primi esemplari di mp3. Era particolarmente orgoglioso del suo ultimo acquisto: un grafofono Bell a cilindri di cera del 1880, l’antesignano del grammofono. Quindi che voleva da lui il commendatore Maugelli, il più grande produttore dolciario d’Italia, forse l’uomo più ricco della nazione? Perché era venuto a prenderlo con un’auto volante per portarlo fino alla sua villa principesca, nascosta nelle Alpi svizzere, sua residenza, anche fiscale, ormai da 10 anni?

Era quello che il povero Guglielmo si stava chiedendo, quel mattino di domenica 23 giugno 2030, mentre aspettava in un accogliente e immenso salotto di quella villa, sorseggiando un impagabile daiquiri portatogli da una delle molte, bellissime cameriere che adornavano la magione Maugelli. In compagnia di Guglielmo c’era una donna sui 30 anni, un po’ più anziana ma non meno bella delle cameriere. Agli occhi di Guglielmo la sua carnagione e le sue fattezze sembravano creole.

La creola si presentò come Martita, la segretaria del cav. Maugelli. Lo intrattenne con modi squisiti, facendogli garbati ed eruditi complimenti sul suo lavoro. Martita citava le pubblicazioni di Guglielmo dimostrando di conoscerle, e non per sommi capi, il che lasciò il giovane studioso sorpreso e compiaciuto.

Una filo-diffusione mandava discretamente dei ballabili viennesi di inizio ‘900. Non i soliti valzer della famiglia Strauss, ma brani dello stesso genere di autori minori, comunque assai gradevoli. Guglielmo la trovò una scelta di gran gusto.

Le pareti erano occupate da diorama che mostravano un’alternanza continua di foto e filmati girati in ogni angolo del sistema solare, inclusa la Terra. I paesaggi extraterrestri erano scelti fra quelli che potevano sembrare più gradevoli e meno inquietanti a uno spettatore del pianeta azzurro, ma erano pur sempre sorprendenti e suggestivi.

Dopo questi preamboli – studiati, Guglielmo ne era sicuro – una parete che mostrava una vista mozzafiato delle Alpi Orobiche si aprì come per magia e Maugelli fece il suo ingresso. Era vestito con un gessato su misura e dal taglio perfetto. Guglielmo sapeva che era intorno ai 55 anni, ma ne dimostrava 40, ben portati in un fisico scattante e atletico. La sua ricchezza ha senz’altro la sua parte nella qualità della sua forma fisica, pensò Guglielmo, confrontandola con la pancetta e la calvizie che lo assalivano nei suoi 32 anni. Guglielmo pensò che se Maugelli avesse voluto, la sua età apparente sarebbe stata ancor più giovane.

Il suo sorriso era seducente e la sua presenza magnetica. Il suo ingresso illuminò la stanza come avrebbe fatto una top-model. Guglielmo non poté non restarne conquistato.

Maugelli congedò Martita, che svanì senza lasciare tracce, come una fata, e poi parlò di sé, descrivendosi come qualcosa di molto diverso da un benefattore dell’umanità. Maugelli raccontò che la ricchezza di cui godeva dalla nascita, e che aveva ampliato nel corso della sua vita, voleva godersela fino in fondo. Lussi, privilegi, donne, potere… di tutto questo ne aveva a volontà, non li disprezzava né ci rinunciava. Ma era arrivato a un punto nella vita in cui voleva cose che nessun altro aveva, per quanto ricco e privilegiato fosse. Se Guglielmo era stato impressionato dalla villa, continuò Maugelli, ancor più lo sarebbe stato dai suoi sotterranei, sede di un laboratorio scientifico dove i suoi scienziati avevano progettato e realizzato ciò che persino Einstein aveva solo sognato: il viaggio nel tempo.

Maugelli chiese a Guglielmo se sapesse cosa sono i “wormhole”. Vagamente, rispose lui, sempre più incredulo e sconcertato. Maugelli spiegò che il tempo è come un lenzuolo: i suoi scienziati erano riusciti a trovare il modo di piegare questo lenzuolo a piacimento, unendo il lembo di oggi con un qualunque lembo del passato. Per far passare qualcosa o qualcuno da un periodo all’altro bisogna fare un buco in questi lembi combaciati, abbastanza largo per far passare la cosa o la persona voluta, e tenerlo aperto fino a farla tornare al presente.

«La cosa non è facile né a buon mercato,» spiegò Maugelli. «Richiede un grande dispendio di energia, e nemmeno le mie finanze possono permettersi di praticare spesso questo giochetto. Ma quando posso lo uso per arricchire la mia collezione. E solo per quello. Non sono un filantropo. Sono geloso di questa MIA invenzione. E dei suoi benefici.

«Sono un uomo egoista, caro dottore. Non m’importa un fico secco del bene dell’umanità, o di condividere con altri le mie scoperte, o di contribuire al progresso delle scienze. Sono abbastanza ricco da mettermi al sicuro se il mondo crollasse. Ho lavorato tutta la vita per arrivare a questo punto, concentrandomi solo sui miei interessi. Ora desidero concentrarmi sulle mie voglie. E desidero delle collezioni esclusive, che solo questa macchina del tempo può concedermi. E qui entra in gioco lei.

«La voglio assumere per le sue competenze di musicologo. Lei dovrà andare in giro per le epoche e le nazioni per registrare le prime esecuzioni dei capolavori della musica. Di alcune almeno: purtroppo anche la mia capacità di azione è limitata, come le ho spiegato. Lei dovrà essere a mia completa disposizione e vivere qui in questa villa. I viaggi nel tempo richiedono preparazioni lunghe e complesse, nonché la presenza di certe condizioni favorevoli che non sono sempre facili da prevedere. Quindi lei deve essere pronto a partire in qualsiasi momento, previo un certo periodo di addestramento sulla sua prossima missione.

«Sono egoista, le dicevo, ma sono anche generoso con chi mi serve. Non solo le garantisco cospicui guadagni, ma in questa villa le permetterò di avere alloggi e situazioni davvero agiate e confortevoli.

«Se lei rifiutasse, o se per qualsiasi motivo i nostri rapporti s’interrompessero prima del previsto, pretendo da lei la massima segretezza su quanto sa della mia macchina del tempo. Pagherei bene anche il suo silenzio, ma se lei dovesse violarlo, le succederebbe qualcosa incluso fra il suo completo discredito pubblico e la sua morte.» Quest’ultima frase fu accompagnata da un largo e affabile sorriso.

«Ci pensi su. La notte porta consiglio. La faccio accompagnare alla sua stanza.»

Quindi Martita riapparve come per magia, in un abito da sera bianco, etereo e semitrasparente, da cui s’intravedevano le curve di un corpo in un equilibrio di forme che aveva del miracoloso. Una parete scomparve lasciando il posto a un ascensore che scese di un piano sottoterra. Nel breve viaggio la musica di sottofondo stavolta fu In Paradisum, un brano tratto dal Requiem di Fauré. Martita era incantevole e aspettò che l’ascensore si aprisse prima di parlare.

«Questa è la sua stanza.» E infatti le porte si aprirono direttamente su una suite arredata come meglio non si poteva. La musica in sottofondo ora era il concerto per piano n. 21 di Mozart. Con gesti di un eleganza al limite dell’umano Martita mostrò ogni angolo e fornitura della suite, descrivendoli con una voce che s’avvicinava quanto più possibile al canto. Quindi si accomiatò augurando la buonanotte a Guglielmo, come solo Sherazhade avrebbe potuto fare.

Guglielmo scelse il suo pigiama da uno dei molti armadi di cui disponeva la suite: era un pigiama color oro in un tessuto dalla fragranza e dalla morbidezza impareggiabili, che sembrava del tutto incapace di stropicciarsi. Guardandosi davanti allo specchio gli sembrò il vestito più elegante che avesse mai indossato: un pigiama! Poi si sdraiò sul grande letto circolare. Lenzuola di seta arancione, il materasso più comodo al mondo… almeno il più comodo della sua vita. Poi cercò di addormentarsi, estasiato più dai lussi che si stava godendo che dalla proposta di Maugelli. Non si sentiva nemmeno sfiorato dalle implicazioni storiche e scientifiche di una cosa come il viaggio del tempo.

Si trovava in piacevolissimo dormiveglia quando si accorse di un leggero fruscio che veniva dai piedi del letto. Senza vederla, sentì la voce soffusa di Martita – o forse di una sirena – che diceva: «Non ti preoccupare di nulla, lascia fare a me.»

In confronto alle scarse esperienze e alle molte fantasie di Guglielmo, il resto della notte fu pura favola.

Dopo quella notte con Martita, Guglielmo non ebbe più dubbi nell’accettare la proposta di Maugelli. Ne aveva sulla sua veridicità, ma nel frattempo decise di godersi gli agi che l’ospitalità dell’industriale gli concedeva. Ci si abitua presto alle comodità. Lo studioso fece un po’ più di fatica ad abituarsi alla disponibilità delle donne di villa Maugelli: dopo tanti insuccessi in campo sentimentale e seduttivo, Guglielmo non si rese subito conto di quanto le splendide ragazze che si alternavano nella sua camera fossero disposte a realizzare qualunque sua voglia, solo se l’avesse chiesta. Ma alla fine lo capì… e ne approfittò. Del resto non è che avesse fantasie particolarmente bizzarre o impegnative, anzi.

Iniziò anche un periodo di intenso lavoro e studio. Guglielmo era stato scelto non solo per le sue competenze nella musica classica e nelle tecniche di registrazione, ma soprattutto perché era un esperto nella storia esecutiva dei vari capolavori, oltre che delle tecniche di direzione musicale nelle varie epoche.

Come gli aveva accennato Maugelli, il periodo storico e la zona geografica da studiare furono limitati: dal tardo ‘700 al tardo ‘800 e le nazioni di lingua tedesca. In musica da Mozart a Mahler, grossomodo.

Guglielmo, che aveva in sé la curiosità avida del vero studioso, affrontò quest’impegno con passione ed entusiasmo, applicandosi al massimo senza sforzo.

La cosa più semplice fu imparare a parlare la lingua tedesca dell’epoca: gli furono applicati degli impianti cerebrali in pochi minuti e funzionarono a meraviglia. Quando si svegliò dall’operazione si ritrovò a parlare senza difficoltà persino vari dialetti germanici. Quei sistemi di insegnamento avevano bisogno di cervelli ricettivi per funzionare e quello di Guglielmo lo era.

Guglielmo fu affidato a insegnanti che lo istruirono su usi e costumi dei luoghi e delle epoche che avrebbe visitato: lezioni di fatto mirate a far sì che potesse apparire come una qualsiasi persona dell’epoca, in qualunque situazione si fosse trovato. Apprese non solo come parlare e vestirsi, ma anche come muoversi, come trattare con postiglioni, albergatori, biglietterie. Cosa rispondere se interpellato, che domande fare. Gli fu insegnato a non stupirsi di fronte a scene insolite per un uomo del 21° secolo ma abituali per uno del 18° o del 19°.

E ottenne risultati che appagarono le più rosee aspettative da parte degli insegnanti. E del loro datore di lavoro.

Cominciarono così i viaggi.

Guglielmo entrò in un altro mondo. Non era solo il fatto che si trovasse in un’altra epoca, con vestiti, mezzi di trasporto e lingue diverse dalla sua, ma si trovò anche a gestire problemi pratici a cui, benché addestrato, non era per nulla abituato. Nei viaggi dalla sua base alle sedi di concerto apprese non solo cos’era la vita dei contadini e dei cittadini del ‘700-‘800, ma che cos’è la vita vera. La sua vita precedente – che non lo aveva mai entusiasmato – gli apparve di colpo del tutto vuota. Introverso e impacciato com’era nelle relazioni sociali, s’era consolato nel lavoro e nello studio dalle sue molte delusioni sentimentali e umane, trovando nella musica la sua unica ragione di esistenza.

Nel periodo d’addestramento non aveva sentito molto questo contrasto. Anzi, travolto dagli agi di villa Maugelli e dall’entusiasmo per il suo nuovo incarico, aveva quasi subito smesso di pensare alla sua vita precedente, figuriamoci a giudicarla.

Viaggiando nel tempo lo faceva anche nello spazio e così visitava luoghi grandi e piccoli, e soprattutto vedeva da vicino la vita quotidiana di quell’epoca. La fatica del vivere era quello che più lo colpiva, insieme all’accettazione della morte, anche dei giovani e fra i giovani. Con sorpresa, si adattò con facilità alle condizioni di viaggio e di soggiorno del tardo 18°-19° secolo, benché un turista del 21° secolo le avrebbe considerate degne di una causa legale. Raramente i contatti con le persone che incontrava furono poco più che formali (questo distacco faceva parte del suo addestramento), eppure viveva quei contatti veloci come un arricchimento di esperienza e di conoscenza quali non avrebbe potuto in tutta la sua vita da studioso, a Milano, due secoli e mezzo dopo.

Solo i servizi igienici restavano un problema per Guglielmo: abituato alle toilette nebulizzanti del suo tempo, non riusciva ad accomodarsi su latrine puzzolenti o vasi da notte tolti dai comodini. Ma non aveva molta scelta.

I concerti in sé furono esperienze per lui esaltanti. Vedere con i propri occhi Mahler o Beethoven alla direzione delle proprie sinfonie, ascoltare Liszt o Schubert suonare al piano le loro sonate fu come vedere dei monumenti animarsi, dare alla bellezza di quelle musiche una nuova e più ricca vita, una maggiore profondità – una viva profondità – ai loro spartiti. Poco importava la qualità delle esecuzioni: Mahler era un direttore ben più grande di Beethoven, mentre Schubert non era certo in grado di scatenare l’isteria da concerto rock tipica delle performances di Liszt. Ora Guglielmo capiva quello che gli autori lasciavano di sé stessi in quelle partiture e in quei concerti. Montagne di inchiostro scritte dagli studiosi per secoli ora erano diventate materia viva in Guglielmo, parte integrante di lui stesso.

***

LE luci della capsula si illuminarono di colpo, e si si sentì un ronzio breve ma intenso. I portelli si aprirono lentamente. Quando furono spalancate quattro uomini si avvicinarono per sostenere Guglielmo. Due di loro erano medici, gli altri due tecnici audio. Quei quattro chiamavano la capsula “lo strappo”. Con gesti rapidi ed esperti, i tecnici spogliarono Guglielmo dei suoi vestiti ottocenteschi, poi si dileguarono, pronti a scaricare il loro prezioso file.

Guglielmo sembrava stanco, ma lucido e sereno. Ogni salto temporale gli causava una specie di jet lag che gli dava solo un breve periodo di spossatezza, un po’ più lungo al ritorno che all’andata, ma sempre senza conseguenze. In ogni caso i due medici, come al solito, lo sottoposero a una tac di controllo. Poi fu accompagnato su una lettiga al suo appartamento. Martita aveva presieduto in silenzio a tutte le operazioni e ora precedeva la lettiga con passo fermo e atteggiamento vigile, come una guardia del corpo. Tutto come le altre volte.

E anche stavolta una splendida figliola aspettava Guglielmo nel suo letto. Ma stavolta Guglielmo si limitò a farsi coccolare, giustificandosi con la stanchezza, che stavolta era maggiore del solito. Era la verità, ma la ragazza notò il suo atteggiamento pensoso. Ne avrebbe fatto menzione l’indomani nel suo rapporto.

***

«Posso farle una domanda?» Guglielmo stava sorseggiando uno squisito cocktail di frutta mentre guardava il magnifico panorama alpino dal finestrone dell’attico che Maugelli chiamava “studio”. Appena chiusa la bocca, a Guglielmo venne spontaneo pensare come la sua vecchia timidezza fosse ormai in gran parte scomparsa. Almeno con gli abitanti della villa.

«Di solito pago la gente per rispondere piuttosto che per domandare, ma sentiamo.» Quegli incontri mattutini erano abituali dopo ogni ritorno di Guglielmo. Ma si svolgevano sempre il secondo mattino successivo al rientro, mai il primo. Maugelli ogni volta gli faceva i complimenti per la riuscita dell’impresa. I commenti dell’imprenditore erano sempre gli stessi: ottima registrazione. Mai una parola sulla qualità o sulla tecnica dell’esecuzione in sé.

«Lei è l’unico che ascolta gli mp7?» chiese Guglielmo volgendo la faccia verso l’interlocutore.

Maugelli fece uno dei suoi tipici mezzi sorrisi, accompagnato stavolta da uno sguardo tagliente, malvagio persino. Poi aggiunse: «Guglielmo, sei prezioso, ma nessuno lo è tanto da non poter essere sostituito.»

Guglielmo si sentì pietrificare. Sbiancò in volto e, in mancanza di meglio, tracannò la bibita. Quasi rimpianse la sua timidezza.

«Ora ho da fare, Guglielmo. A presto. Hai bisogno di riposo e ho deciso di concederti qualche giorno. Quant’è che non fai visita ai tuoi? Se vuoi Selene ti aspetta in camera, intanto.»

Guglielmo aveva ormai imparato quando Maugelli ordinava qualcosa. Sì, era un pezzo che non andava a trovare sua madre e suo fratello. Non che ne sentisse la mancanza in modo particolare, ma capì che era meglio non disobbedire… men che meno dopo la sua imprudenza.

***

ERA un paesaggio incantevole, quello che si stendeva sotto l’auto, una delle poche cose della sua infanzia che Guglielmo rivedeva volentieri. E quel sabato mattina il tempo era splendido. Il suo paese d’origine, Mesello, era a pochi km dalla sponda est del lago di Como. Maugelli gli aveva messo a disposizione una delle sue Lancia volanti, con tanto di autista, che sarebbe venuto a riprenderlo la domenica sera.

Nel non lungo viaggio dalle Alpi elvetiche Guglielmo aveva riflettuto sul perché avesse fatto quella domanda. Maugelli gli aveva raccontato che quelle registrazioni erano solo per suo collezionismo privato. Un vezzo egoistico, per l’esattezza, al punto da non rivelare nemmeno una scoperta scientifica clamorosa come la macchina del tempo. Ma era davvero così? Certi comportamenti del magnate glielo facevano dubitare. Il giorno prima del viaggio Maugelli spariva. E non lo aveva mai visto al momento del rientro. Gli era stato detto che lui aspettava ansioso in villa la consegna del file, e Guglielmo poteva solo fidarsi. E non lo vedeva neanche per tutto il giorno seguente, salvo poi il rituale incontro del secondo mattino.

Guglielmo non aveva mai riascoltato le registrazioni dei concerti, il che faceva parte degli accordi, dal momento che Maugelli doveva essere il loro unico utente, tanto che nei suoi viaggi Guglielmo era dotato di un sistema di registrazione, ma non di ascolto. Ma Guglielmo sospettava che invece Maugelli li facesse ascoltare anche ad altri. Ma a chi e perché? E perché nasconderglielo?

L’auto planò dolcemente in una delle piazzole per auto-volanti disposte lungo la riva, da dove poi si sarebbe immessa sulla strada come una tradizionale automobile. Inventate da pochi anni, le autovolanti erano ancora uno status symbol per ricchi, e l’arrivo a Mesello su un tale mezzo non sarebbe certo passato inosservato in paese. Del resto la spiegazione ufficiale era che Guglielmo lavorasse per Maugelli come consulente per le sue iniziative di mecenatismo culturale.

Guglielmo rivide le stradine della sua infanzia, sempre meno boscose ogni volta che ci passava… il che peraltro avveniva sempre più di rado. Il suo legame con la famiglia e i luoghi natii non era mai stato granché forte. Non aveva grandi ricordi, né aveva lasciato amicizie importanti. Persino i suoi legami con i familiari superstiti, la madre e suo fratello, maggiore di due anni, non erano mai stati tali da lasciargliene sentire la mancanza.

La realtà è che nella sua vita non era mai successo nulla – e non aveva mai conosciuto nessuno – che lasciasse un segno importante nella sua vita. Fino a Maugelli.

La Lancia arrivò davanti alla casa di sua madre… anche la sua fino a 5 anni prima. L’anziana signora era sulla porta ad aspettarlo, sorridente e contenta. La freddezza di Guglielmo nei suoi confronti non era certo ricambiata, si disse Guglielmo con una punta di rimorso.

***

ERA un rito a cui non mancava mai, nelle sue rare visite alla casa materna. E lo faceva quasi subito, dopo i saluti frettolosi alla madre.

Anche quella volta si era subito lanciato nel garage sotterraneo che Guglielmo, dopo la morte del padre, aveva convertito nel suo museo personale. Lì nel corso degli anni aveva accumulato i pezzi della sua collezione di mezzi di registrazione. Non era tutta. Dopo essersi trasferito a Milano aveva portato lì i pezzi migliori e più preziosi. E poi a villa Maugelli, col permesso del magnate, che anzi gli aveva permesso di riporli in uno dei caveaux sotterranei. A Mesello erano rimasti i pezzi più facili da trovare e più a buon mercato: i primi che aveva acquistato con i suoi scarsi mezzi da studente.

Come ogni volta, Guglielmo camminava lentamente davanti a quegli oggetti: un mangiacassette con la tracolla; un registratore a bobina, con un nastro ormai corroso, ma su cui aveva inciso una sua zufolata con un flauto di plastica per bambini; qualche esemplare di mp3 e mp4, uno dei quali aveva usato per qualche periodo come diario vocale: aveva smesso quando si era reso conto che non c’era molto di interessante da registrarci. Si soffermò davanti ad un registratore a mini-cassette, un Audiola del 1985. Era poco più grande della sua mano. Lo usavano all’epoca i giornalisti per registrare le interviste o le dichiarazioni colte al volo da qualche personalità. Oppure gli uomini d’affari per i loro promemoria, o gli studenti universitari per qualche lezione importante. Guglielmo lo aprì: una cassetta era ancora inserita. Non si ricordava se lo avesse mai usato. Preso da curiosità, lo mise in funzione. Non c’era inciso niente. Riavvolse la cassetta e schiacciò il tasto REC, quello per regisrare. «Prova. Uno due prova,» disse ad alta voce. Lo riavvolse di nuovo e ascoltò: sentì la propria voce ripetere quelle parole. Mosso da chissà che impulso, decise di portarlo con sé a villa Maugelli e se lo mise in tasca. Quella decisione, chissà perché, lo mise di buonumore.

***

IL weekend di libertà era alle sue ultime ore. Dopo aver fatto visita a sua madre, Guglielmo era andato dal fratello Marcello, nella casa dove viveva con la moglie Sara e i due figli, un maschio di 10 anni e una femmina di 8. Non era mai stato un grande zio, come gli aveva ricordato la fredda cortesia con cui i due bambini lo avevano accolto. Non che con il fratello e la cognata fosse andata molto meglio. Qualche scambio di informazioni sulle rispettive attività lavorative – Marcello era ingegnere nanotecnologico, Sara casalinga – mentre Guglielmo sostenne di partecipare a vari progetti di Maugelli, reali, ma in cui non aveva alcun ruolo.

Ora s’era sganciato dalla famiglia e stava passeggiando sull’imbarcadero di Como, il suo preferito fra i luoghi d’infanzia. Amava la calma placida che emanava da quelle acque. Speculazioni edilizie, turismo e inquinamento non erano ancora riusciti a comprometterla. Si stava chiedendo cos’era che gli rendesse così difficili e sterili i rapporti umani. Era il mondo che non lo capiva? O semplicemente lui era un uomo arido, anaffettivo, incapace di trovare soddisfazione in null’altro che non fosse la musica e il lavoro? Ma in fondo perché farsi queste menate quando aveva avuto la fortuna – enorme, inattesa e insperata – di imbattersi in Maugelli?

Gli venne l’improvvisa fretta di tornare alla villa e farsi una bella trombata. A quella frenesia seguì subito l’agghiacciante paura di aver compromesso tutto con quella sparata maledetta a Maugelli.

***

«BENE, caro Guglielmo, ci sono delle novità per il prossimo viaggio. E il nostro programma si fa più articolato.» Davvero giulivo il nostro cavaliere, pensò Guglielmo ascoltando Maugelli, che camminava a grandi falcate per tutto lo studio, come un podista in gara.

«Hai presente le ultime 3 sinfonie di Mozart, la 39, la 40 e la 41? Ovviamente sì. Bene, verificherai il mistero delle loro prime esecuzioni, tu certo sai cosa intendo, no?» Quando Guglielmo capì che Maugelli si aspettava da lui una risposta, Guglielmo attaccò: «Mozart scrisse quelle sinfonie nell’estate 1788. Non sappiamo quando Mozart le eseguì in prima, ma sappiamo di alcuni concerti successivi in cui erano in programma sinfonie scritte da lui. Forse l’una o l’altra di quelle tre.»

«Bene, sei preparato. E infatti andrai ad ascoltare, e registrare, proprio quei concerti.» Guglielmo ebbe un tuffo al cuore. Raggiunse zoppicando la poltrona più vicina e si sedette a bere la vodka che aveva in mano. Assistere agli ultimi concerti sinfonici di Mozart… ormai avrebbe dovuto abituarsi a simili primizie… eppure no, non ci si abitua mai, sapendo la loro importanza.

«Le pause fra questi tre viaggi saranno molto più brevi del solito. Ho fretta anch’io di sentire quei concerti. Ma questa non è l’unica novità. I concerti non saranno registrati solo in audio, ma anche in video. Per questo non andrai solo.» Prima che Guglielmo avesse tempo di balbettare alcunché, Maugelli alzò la mano destra come ad indicare qualcosa alle spalle dello studioso. Guglielmo si girò e si trovò davanti Martita. Era entrata da chissà dove senza fare alcun rumore, come al solito, ed era ancor più bella che mai. Indossava un tailleur bianco che risaltava ogni curva del suo corpo scolpito dal Michelangelo della carne. Alla sua pelle di rame s’erano aggiunte sfumature d’oro. Anzi i suoi capelli cambiavano sfumatura ogni centimetro che avanzava verso Guglielmo. E le sue labbra si mutarono in un gioiello mentre proferivano il più soave dei canti: «Buongiorno Guglielmo. Non vedo l’ora di cominciare questa nuova impresa con te.»

***

LA carrozza viaggiava veloce alla volta di Vienna. Herr Wilhelm Mertzing e sua moglie, Frau Helene, erano i suoi unici passeggeri. Herr Wilhelm sprizzava gioia da ogni poro. Questo perché Frau Mertzing era Martita, la donna più bella del mondo anche in abiti settecenteschi.

Da quando aveva ricevuto quell’incarico, Guglielmo era stato travolto in un turbine di lavoro e di emozioni. All’inizio lo aveva interpretato con sollievo, la dimostrazione che Maugelli aveva dimenticato o perdonato l’incidente della domanda sugli altri “utenti”.

Ma questo sollievo era stato sopraffatto dalla gioia di lavorare con Martita.

Dopo la prima notte alla villa, i rapporti fra lei e Guglielmo erano stati di puro lavoro, anche se improntati ad una grande cortesia. Altre donne erano andate e tornate dal letto di Guglielmo, ma mai Martita. E Guglielmo, nonostante la generosità e la fantasia delle altre, trovò sempre ineguagliata la passione e la dolcezza della creola. Guglielmo non sapeva cosa fosse l’amore e non credeva di essere innamorato di Martita, ma in certi momenti ne aveva sentito la mancanza. Lavorare fianco a fianco con lei nel periodo di addestramento lo riempì di entusiasmo. Guglielmo non finiva di ammirare di lei lo zelo, la capacità di apprendimento, lo spirito di collaborazione. Mascherare il desiderio che provava per lei nel trovarsela così spesso così vicino non fu facile… e probabilmente se ne accorse anche lei. Ma Martita fu sempre di una gentilezza squisita e disarmante nel toglierlo dall’imbarazzo. Una volta, durante l’addestramento per i concerti di Mozart, lei gli sussurrò nell’orecchio: «Stai tranquillo, saremo marito e moglie per un paio di giorni.» Dopo il fremito iniziale, Guglielmo riuscì a placare il suo animo.

Passato il sollievo per la ritrovata fiducia di Maugelli, però, Guglielmo trovò diverse stranezze in quel progetto. Perché mandare due viaggiatori? Perché non istruire solo Guglielmo sull’uso delle videocamere? Da quando era possibile inserire anche una videocamera nei vestiti? Soprattutto lo tormentava il dubbio che Martita avesse il compito di sorvegliarlo… o di valutarlo. Ricordando lo sguardo gelido e la minaccia di Maugelli, Guglielmo non osò fare domande che non era pagato per fare. Si riservò di farle direttamente a Martita nel corso del loro viaggio. Se e quando ne avesse trovato il coraggio.

Adesso che si trovava davanti a Martita in quella carrozza traballante, non pensava affatto ai suoi dubbi. Ascoltava la brillante conversazione della donna e la ammirava incantato. Infagottata negli abiti d’epoca, li portava con la stessa grazia e naturalezza che mostrava nel XXI secolo. Guglielmo ascoltava senza stancarsi tutto quello che lei diceva, dalle dotte dissertazioni su Mozart e Salieri, al disbrigo delle questioni pratiche che avrebbero dovuto affrontare. Non erano monologhi: Martita sapeva quando e come coinvolgere il timido Guglielmo e dargli la possibilità di dire la sua. Guglielmo si sentiva un po’ in soggezione per quella situazione, ma allo stesso tempo ne era felice.

Il loro viaggio era di circa 950 km, cioè di una settimana.

Il primo giorno di viaggio li aveva portati ai confini di Safenwil, nel cantone Argovia, quando una buca più brutta delle altre fece sobbalzare la donna che ricadde proprio sopra Guglielmo, abbracciandolo per quanto i vestiti le consentirono. «É un bell’atterraggio fra le braccia del mio maritino,» sussurrò Martita prima di schioccargli un rumoroso bacio a stampo sulle labbra. Dopo la sorpresa iniziale, Guglielmo ricambiò con un bacio profondo ed entusiasta. Ormai aveva imparato come rispondere agli approcci femminili.

«Prima ripassiamo i compiti,» disse Martita accarezzandogli le labbra con quelle sue dita elettrizzanti e dolci insieme, «ci penseremo stanotte a consumare il nostro matrimonio.»

***

ARRIVATI alla stazione di posta di Zurigo, i coniugi Mertzing presero una stanza per la notte. Guglielmo era stanco e infervorato. Togliersi i vestiti e i mutandoni fu un’operazione lunga, ma Guglielmo ci era ormai abituato. Per Martita fu più lunga ancora, essendo gli abiti femminili dell’epoca ancor più complicati di quelli maschili. Martita però non solo non provò il minimo impaccio, ma inscenò per l’affaticato Guglielmo, già nudo a letto, uno spogliarello tanto sensuale quanto elegante ed aggraziato, con movenze da vera ballerina. Quando il suo corpo fu del tutto rivelato al viaggiatore, Martita soffiò sulla candela e s’infilò fra le lenzuola ruvide. Al buio, Guglielmo vedeva solo la sua sagoma agitarsi sotto le lenzuola. Poi le dite della donna sfiorarono il pene eretto di Guglielmo. Quel tocco delicato, tenero lo pervase di una trepidazione travolgente, molto più simile al calore dell’affetto che alla passione dell’erotismo. Nessuna donna, nemmeno fra le sue amanti di villa Maugelli, gli aveva mai dato un’emozione tanto intensa… tanto vicina alla felicità.

«Non ti preoccupare di nulla. Lascia fare a me.»

***

QUANDO la mattina dopo Guglielmo si svegliò, vide davanti a sé il viso di Martita. Non aveva il suo naturale incarnato olivastro. Nella Vienna di fine ‘700 un aspetto così esotico avrebbe dato nell’occhio, così un gruppo di estetisti molecolari aveva apportato delle temporanee modifiche genetiche alla sua pelle. Anche i suoi occhi neri erano stati schiariti e i suoi denti marmorei un po’ sporcati: nel ‘700 nemmeno le regine avevano denti belli come i suoi. In quel momento, tutto ciò non ebbe la minima influenza sulla consapevolezza di Guglielmo di essere innamorato di lei.

Aprendo gli occhi, Guglielmo fu certo di questa cosa come non era mai stato certo di nient’altro in vita sua. Così come fu certo che non gli era mai successo prima. Quelle che aveva avuto prima erano state infatuazioni più o meno puerili, oltre che sfortunate. Amava Martita. Voleva vivere con lei, per lei. E voleva con tutta la forza che Martita ricambiasse il suo amore.

Passò solo qualche minuto prima che Martita aprisse gli occhi. Emise qualche breve mugolio impastato, sbatté gli occhi un paio di volte. Poi li spalancò, del tutto sveglia, in apparenza. Le sue labbra, che sembravano a Guglielmo un po’ più gonfie del solito, produssero un sorriso dolcissimo e poi emisero questo canto: «Buongiorno, Guglielmo.»

E Guglielmo le diede l’unica risposta di cui si riteneva capace in quel momento: «Martita, ti amo.»

Martita non disse nulla. Il suo sorriso si attenuò, ma non scomparve. Passò la mano destra sul viso di Guglielmo, permettendogli di baciarla. Poi lui si avventò sopra la donna stringendola e baciandola con tutta la forza di cui fu capace. Il bacio fu lunghissimo e lei lo ricambiò. Guglielmo si staccò solo per riprendere fiato. E Martita disse, con il suo immancabile sorriso: «Dobbiamo alzarci ora, se vogliamo mantenere la tabella di marcia.» Non fu un ordine, ma Martita non aveva mai avuto bisogno di darne.

***

AVVICINARSI al Burgtheater fu già emozionante per Guglielmo. Era uno dei luoghi più importanti della storia della musica, paragonabile al Teatro alla Scala di Milano. La sede era ancora quella originaria in Michaelerplatz, una piazza più angusta della Ringstrasse in cui sarebbe stato trasferito 97 anni dopo, e la sua facciata era meno imponente di quella che avrebbe assunto da allora, anche se possedeva la stessa forma curva, sormontata da una terrazza decorata con statue classicheggianti. Ma l’emozione più grande era che in quella sera viennese, domenica 17 aprile 1791, Guglielmo ci stava andando al braccio della donna che amava. La più bella del mondo, per inciso.

Dopo la prima notte di quel viaggio, Guglielmo non era riuscito a decifrare il comportamento di Martita. Di fatto lei non aveva dato nessuna risposta alla sua dichiarazione d’amore. In passato le sue infatuazioni non avevano mai perso tempo a troncare sul nascere ogni sua speranza. D’altro canto sapeva che le donne, quando ricambiano l’amore, non stanno a fare le preziose, se non nelle vecchie commedie sentimentali. Invece Martita si comportava alla stesso identico modo di prima. Incantevole, calda, espansiva… come prima insomma. E ogni notte una tempesta di sensualità, trasporto, dolcezza. Ogni mattina si sentiva più innamorato di prima. E più incerto sul da farsi.

In ogni caso non era stato respinto. Pertanto, in qualità di innamorato non respinto – quindi, se non fidanzato, quasi – Guglielmo si era sentito in diritto di violare il grande tabù di casa Maugelli: fare domande. E così, mentre la campagna austriaca scorreva sotto i loro occhi, il quarto pomeriggio Guglielmo aveva chiesto a Martita perché in quella missione fossero stati scelti in due, perché non fosse stato addestrato solo lui ad usare le videocamere. Martita rispose che questa era stata la volontà di Maugelli, il quale non voleva dare tanta responsabilità a una persona sola. Guglielmo non le credette. Non le chiese cosa provasse per lui. Quei momenti vicino a lei erano meravigliosi e avrebbero fatto parte per sempre della sua vita, comunque. Per non rovinarli decise di rimandare qualunque chiarimento al ritorno del viaggio.

E lo scopo di quel primo viaggio “mozartiano” era registrare l’ultimo dei concerti sinfonici eseguiti alla presenza di Wolfgang Amedeus Mozart, in cui si presumeva fosse stata eseguita almeno una delle sue ultime tre sinfonie. Quale, Guglielmo e Martita lo avrebbero scoperto quella sera. Erano in programma altri due viaggi, a ritroso, nel 1791 e nel 1788: altri due concerti in cui avrebbero potuto essere eseguite quelle sinfonie.

I Mertzing erano davanti all’ingresso del teatro. Alla villa, e come sempre per ogni viaggio, erano stati forniti di copie perfette dei biglietti d’ingresso dell’epoca. Prima di entrare si soffermarono a guardare il pubblico che si avvicinava al teatro, in quella via, lussuosa ed elegante per i criteri del 18° secolo, male illuminata, sporca e insicura per quelli del 21°. Poi girarono lo sguardo verso il programma esposto sulla facciata. Era scritto in caratteri gotici, una scrittura che Guglielmo ormai decifrava con una facilità insolita fra i suoi contemporanei. Il direttore era d’eccezione, Antonio Salieri. L’apertura era con “Eine große Symphonie komponierte von Herrn Mozart”, non meglio specificata, e continuava con altre due sinfonie dello stesso Salieri, altrettanto indefinite. Frau e Herr Mertzing incontrarono i rispettivi sguardi. Il sincronismo con cui si muovevano avrebbe stupito qualunque osservatore, ma Guglielmo non se ne sentiva affatto sorpreso. Ormai sentiva di essere una cosa sola con Martita. Era questo l’amore?

Pochi minuti dopo erano seduti nella loro barcaccia, da dove si poteva avere una bella veduta del palcoscenico e del pubblico. A dispetto della sontuosità dei vestiti, questo aveva una vivacità e una chiassosità impensabili in un teatro d’opera due o tre secoli dopo. Da quella massa umana promanava un odore mefitico, asfissiante per un contemporaneo di Guglielmo, fatto da un misto di sporcizia accumulata e profumi profusi in abbondanza.

L’orchestra era già posizionata nella buca, e mandava lo strano abbozzo di musica tipico dell’accordo degli strumenti. Poi entrò Mozart che andò a posizionarsi nel palco d’onore, accolto dagli applausi del pubblico: lui era il divo dell’alta società viennese. Vedendolo così compiaciuto e allegro, nessuno avrebbe pensato che sarebbe morto solo 8 mesi dopo.

Poi entrò anche Salieri, con la sua inconfondibile chioma rossa, senza la parrucca a boccoli bianchi di moda fra gli uomini del tempo. Gli applausi per lui furono meno calorosi. Salieri era stato il divo di quella platea. Il Maestro veneto fece un cenno di saluto a Mozart, che si alzò per ricambiare. Salieri quindi si rivolse all’orchestra e attaccò il concerto. Guglielmo ebbe bisogno di poche note per riconoscere la Sinfonia n. 41 Jupiter. D’istinto lanciò uno sguardo d’intesa a Martita, che lo ricambiò con un sorriso che Guglielmo trovò allusivo, complice, bellissimo. Guglielmo desiderò con tutta la sua forza che gli sguardi d’amore fossero così.

***

QUANDO il concerto finì, come bis Salieri concesse l’ouverture di Le nozze di Figaro di Mozart. Dopo il bis Wolfgang Amadeus applaudì come un ossesso e infine scese nella buca per abbracciare il suo maestro di composizione. La platealità di quei gesti – e la scelta del bis – forse volevano fugare le voci sulla loro rivalità. L’esecuzione della Sinfonia n. 41 comunque era stata un trionfo e Guglielmo ne aveva ammirato la brillante interpretazione data da un direttore geniale, capace di cogliere da quel capolavoro ogni minima sfumatura e ogni sottigliezza timbrica. Dopo la sinfonia di Mozart quelle di Salieri erano state La tempesta di mare e Il giorno onomastico: era tipico di Salieri distinguere le proprie sinfonie con dei titoli invece che con dei numeri. Guglielmo era un grande estimatore e conoscitore di Salieri: averle registrate con la direzione del loro autore fu per lui un’emozione paragonabile a un orgasmo, più intensa persino di quella che gli aveva dato la 41.

Poi cominciò il viaggio in carrozza per tornare sulle Alpi svizzere. Guglielmo era felice come mai era stato in vita sua. Aveva assistito ad un concerto di Salieri e Mozart insieme alla donna che amava e con lei stava tornando a casa. Così almeno Guglielmo interpretava la situazione. La contemplava seduta davanti a sé e si sentiva scoppiare il cuore.

Una mezz’ora dopo l’inizio della corsa, Guglielmo trovò il coraggio. «Martita, ti amo e voglio fare con te quello che fanno di solito le persone che si amano: vivere insieme e condividere la vita e i sentimenti. Insomma, mi ami? Sei disposta a essere la mia compagna?» Erano le parole più romantiche di cui Guglielmo fosse capace.

Martita rimase in un silenzio di ghiaccio per qualche secondo, il volto rigido, poi disse:

«Guglielmo, perché hai rovinato tutto? Apparteniamo a Maugelli. Lui ha comprato le nostre vite e le paga molto bene. Ci concede cose che la maggior parte delle persone solo sogna. Ma siamo suoi. Non possiamo avere una vita nostra, men che meno sentimentale. Sono stata tua in questi giorni e vorrei esserlo in altre occasioni, ma l’amore è uno dei pochi lussi che non possiamo permetterci.»

A quelle parole, una scavatrice si azionò nell’animo di Guglielmo svuotandolo di qualunque emozione nel giro di pochi secondi. Rimase in silenzio per il resto del viaggio, più arido di quanto fosse mai stato. Sentì spegnersi qualunque passione, qualunque interesse avesse mai provato prima. Non si sentiva addolorato né infelice. Non sentiva nulla. La stessa Martita era diventata solo un’immagine parlante seduta di fronte a lui.

***

«È ANDATA come temevo,» commentò Maugelli con un certo distacco, salutando così Martita che era appena entrata. I due si trovavano nella sala privata dove Maugelli ascoltava e visionava le registrazioni dei viaggi nel tempo. Pochi ne avevano l’accesso e Martita era una di questi. Sullo schermo a cupola che lo avvolgeva scorrevano le immagini riprese da Martita. Senza audio: seduto sulla poltrona speciale progettata per quelle visioni, Maugelli voleva controllare solo la qualità video in quel momento.

«Il suo punto debole era l’amore. É il rischio tipico di gente come Guglielmo. Inesperti di sentimenti, non sanno come gestirli, quando li provano,» commentò.

«Tu invece sei un maestro nelle gestione dei sentimenti. Come di ogni altra cosa,» replicò la donna. «È il segreto del successo, del mio,» continuò Maugelli.

Martita si chiese se quello che quell’uomo provava per lei si potesse definire amore, o almeno affetto. Lei dopotutto era la cosa più vicina a una figlia che Maugelli avesse mai avuto. L’aveva comprata a 10 anni dal proprietario di un alberghetto di Baghdad, nel 2004. Maugelli stava visitando l’Iraq perché aveva fiutato l’affare del traffico clandestino di opere d’arte antiche, di cui il paese arabo era ricchissimo, e che da un anno venivano saccheggiate senza sosta, da quando era caduto Saddam Hussein ed era iniziata l’occupazione americana,

Maugelli s’era recato in quell’albergo della periferia per incontrare un suo contatto. Qui Martita lavorava come semi-schiava, ceduta al proprietario dai genitori, resi dalla guerra troppo poveri per poterla mantenere. In teoria una serva, in pratica era lei che gestiva l’hotel, con una forza, un’intelligenza, un’intraprendenza che colpirono Maugelli nel profondo. Vide in lei una fuoriclasse che considerava la vita una bestia da domare. Si chiamava Jamila, ma Maugelli, conoscendo i pregiudizi degli occidentali, volle cancellare ogni traccia delle sue origini arabe, e le diede un nome inventato di sana pianta, dal suono esotico e seducente.

La portò nella sua villa in Svizzera e lì l’allevò, educò… e addestrò. Le diede un’istruzione di alto livello, dando una preparazione completa alle sue innate doti gestionali, ma non solo. Fece di lei la persona più fidata del suo entourage, rendendola partecipe e responsabile di ogni sua attività. E le insegnò come manipolare gli uomini, trasformandola, grazie anche alla microingegneria genetica, nelle fantasie maschili di cui Maugelli aveva bisogno di volta in volta. Il sesso per Maugelli era uno strumento di lavoro, e come tale lo insegnò a Martita.

I ricchi collezionisti occidentali pagavano bene i pezzi di pietra che venivano dalle antiche città orientali, ed essendo in primo luogo diplomatici, questo aveva permesso a Maugelli anche utili entrature politiche. E Martita si era rivelata una collaboratrice preziosissima in queste operazioni. Ma così Maugelli era entrato anche nel variopinto mondo del collezionismo. Aveva imparato a capire le ossessioni dei collezionisti, i loro punti di forza e di debolezza. E a fare un business anche di questi. E così conobbe anche gli appassionati di musica e di registrazioni storiche. Quando i suoi scienziati gli spiegarono che il viaggio nel tempo era possibile, ebbe la sua intuizione.

Maugelli non era mai stato un esperto di musica. Le prime alla Scala per lui erano una necessaria ma noiosa incombenza. Per una missione del genere Maugelli aveva bisogno di persone competenti, che sapessero distinguere Mozart da Beethoven, un pianoforte da un violino. Così Maugelli allestì una squadra di esperti che indagasse su quali erano le musiche più apprezzate fra gli appassionati e che lo indirizzassero su quali esecuzioni storiche andare a registrare. E poi ne allestì un’altra che compisse i viaggi nel tempo. Anche questi dovevano essere competenti di musica classica, non dovevano solo registrare, ma capire e apprezzare quello che registravano. Ma questi ultimi dovevano essere all’oscuro l’uno dell’altro. E all’oscuro del vero uso che Maugelli faceva delle loro registrazioni. Ognuno di loro fu convinto dopo un esame della loro personalità e di ciò che poteva garantirne la fedeltà. Con uno sfigato come Guglielmo non fu certo difficile intuire la chiave per conquistarlo.

I risultati si erano rivelati soddisfacenti per l’imprenditore milanese. Le registrazioni erano di ottima qualità. I vestiti-registratori erano stata un’altra ottima invenzione dei suoi laboratori. E le loro performances andarono a ruba fra i ricchi collezionisti di esecuzioni storiche. Altro che le gracchianti incisioni di Toscanini!

«Dovevi immaginare che gli studiosi sono curiosi. Nel loro mestiere è una qualità indispensabile,» disse Martita.

«Me lo avevi detto, e io ho voluto vedere fino a che punto fosse vero. Pensavo che soldi, agi e donne placassero questa curiosità, specie in uomini che non ne avevano mai avuto molti. L’idea di sceglierli sfigati è stata tua: la paura di perdere tutto ciò che non avevano mai avuto li avrebbe tenuti a bada,» rispose Maugelli.

«Sì, ma ti avevo anche detto che questo li avrebbe resi sì più cauti e prudenti, più titubanti nel fare domande, ma non per sempre. Prima o poi i sospetti, il loro desiderio di sapere avrebbero prevalso.»

«E infatti, chi più chi meno si sono messi tutti a dar rogne. Però l’unico caso di innamoramento è del tuo Guglielmo.» Maugelli assunse un tono sospettoso. «Tu non c’entri, vero? Tu ti sei limitata al copione che avevamo scritto?»

«Enrico, tu sei bravissimo a prevedere e prevenire i comportamenti umani, la tua vita e la tua carriera stanno lì a dimostrarlo. Ma ci sono dei margini che sfuggiranno anche a un genio come te.»

Maugelli non replicò, come sempre quando Martita riusciva ad eludere una sua domanda… e a blandirlo allo stesso tempo. Capitava di rado, ma quando succedeva Maugelli sentiva che Martita gli era sfuggita. Era riuscita ad entrare in uno di quei margini inesplicabili che lei aveva appena nominato. Per un breve attimo Maugelli aveva perso il controllo di lei. Un’esperienza rara ma ricorrente, che lo spiazzava. In quei casi, era come se Martita tornasse Jamila, la ragazzina che fingendosi schiava teneva in pugno il padrone, il personale e i clienti di quell’alberghetto di Baghdad. Martita era l’unica persona che poteva permettersi un tale atteggiamento con lui. Del resto Maugelli sentiva per lei la cosa più vicina al sentimento paterno che mai avesse provato in tutta la sua vita. Senz’altro l’unica persona per la quale Maugelli provasse qualcosa di simile all’affetto e al rispetto… una debolezza della quale a volte l’industriale si rimproverava, che un giorno o l’altro lo avrebbe messo nei guai.

Ma quel disorientamento durava poco, svaniva appena Maugelli percepiva che Martita rientrava nei ranghi. Riavutosi dal suo smarrimento, Maugelli sentì di avere di nuovo in mano la situazione.

«Pazienza. Guglielmo, che è il problema più serio, sarà subito archiviato. Gli altri conto di rimetterli a posto. Adesso abbiamo iniziato una nuova fase, quella dei filmati. Come ti dicevo, il tuo è eccellente, e già so a chi piazzarlo…»

Mentre Maugelli riprendeva a parlare di affari, Martita pensò a Guglielmo con una certa apprensione. Quando Maugelli nominava l’”archiviazione” di qualcuno, questi svaniva dalla vita del clan e di lui non se ne sapeva più nulla. Nessuno doveva fare domande in villa Maugelli, e nemmeno Martita ne faceva. Del resto non le era mai importato granché degli altri archiviati. Con Guglielmo era la prima volta. Per la sua sorte Martita si scoprì a provare un timore inedito. Non voleva che gli capitasse qualcosa di male. Era stato il primo a dirle una cosa come “Ti amo” e questo l’aveva turbata. Per la prima volta un uomo che doveva manipolare era uscito dal suo controllo… e la cosa non si era rivelata per nulla sgradita.

Non voleva che gli capitasse qualcosa di brutto. E soprattutto voleva rivederlo, voleva rispondere qualcosa a quel “Ti amo”… anche se non sapeva cosa.

***

MARTITA era sola nella suite che costituiva il suo alloggio a villa Maugelli. Villa… era quasi una città, data la sua grandezza e le sue risorse. La suite di Martita era in uno dei piani superiori del complesso e anche dal suo finestrone si ammirava la visuale della montagne svizzere. Si sentiva confusa come mai lo era stata prima. Ripensò agli ultimi momenti passati con Guglielmo prima di rientrare nello strappo.

Scesi dalla carrozza, Guglielmo aveva tolto da una tasca un oggetto che Martita non aveva mai visto, se non forse da bambina. «É un registratore a minicassette, vecchio di mezzo secolo,» le spiegò Guglielmo. «L’ho usato per registrare il concerto della 41. L’ho portato di nascosto in un sottofondo della borsa di viaggio. Per fortuna lì i mastini di Maugelli non guardano mai molto bene. Maugelli mi scorticherebbe se sapesse cosa ho fatto. Voglio lasciarlo a te. Chiamalo pure un regalo d’addio.»

Martita rimase di sale. Era sconcertata da quelle parole. Rimase a fissare il registratore come fosse caduto dal cielo.

«Tienilo tu, mettilo nella tua borsa. Qualcosa mi dice che sarà controllata anche meno della mia,» disse Guglielmo porgendogliela. Martita allungò la mano per prenderlo, anche se la sua mente le diceva: ”Non toccarlo, lascialo a lui”.

Eppure lo prese e lo tenne in mano a lungo senza parlare, incantata.

«Lo stai guardando come di solito una donna guarda un gioiello,» disse Guglielmo con un sorriso compiaciuto. In realtà lui non aveva mai regalato un gioiello a una donna, però pensava che in quei casi le donne reagissero come Martita in quel momento.

E Martita stava provando un diluvio di emozioni.

Dopo la sua dichiarazione d’amore, Guglielmo era diventato muto e introverso, indifferente a ogni approccio di Martita… persino a quelli sessuali! Per due notti lei aveva fatto i suoi soliti spogliarelli per sedurlo, ma lui l’aveva ignorata: una cosa che non le era mai capitata! Un’altra donna si sarebbe offesa, sdegnata, ma Martita si mostrò comprensiva. Capì che era il suo modo di manifestare il dolore per aver respinto il suo amore. Alla terza notte non tentò nemmeno, ma da allora, continuamente, Martita gli parlò per riportarlo alla ragione e alla retta via: quella del sistema di vita Maugelli.

Quell’ultimo mattino di viaggio, invece, Guglielmo si era svegliato con un’irruenza erotica sorprendente, ma che Martita fu lieta di soddisfare. Era la prima volta che Guglielmo prendeva l’iniziativa con lei. Martita lo interpretò come un ritorno alla normalità “maugelliana”, che però lasciò gratificata la sua vanità femminile. E non solo quella: mai Guglielmo si era rivelato un amante tanto abile, oltre che tanto focoso. La durata e il risultato della sua prestazione rischiarono di far dimenticare alla coppia che avevano degli orari da rispettare.

In carrozza Guglielmo non parlò molto, lasciando a lei l’incombenza di quasi tutta la conservazione, che lei si sforzò di mantenere piacevole e cordiale. In compenso lui non le tolse mai gli occhi di dosso, tenendo uno strano, tenue sorriso stampato sulla faccia.

E ora questo dono inconcepibile! Martita non aveva mai assistito a una simile disobbedienza a Maugelli. E lei stessa si trovava coinvolta in un gesto simile! Un uomo stava sfidando tutto ciò che rappresentava la sua vita, rischiando la rovina… PER LEI! Le stava regalando il frutto di un simile sacrilegio… solo per dirle quanto l’amasse!

Incapace di parlare, muovendosi come in un sogno, Martita fece come le diceva Guglielmo. Nella sua borsa non c’erano sottofondi, non erano previsti (e come faceva Guglielmo ad averne uno? Se l’era fatto apposta?, si chiese fugacemente Martita), così lo avvolse fra la sua biancheria (un ottimo nascondiglio, abbondante com’era). Poi fissò Guglielmo negli occhi. Non gli aveva mai visto uno sguardo così… così… sereno era l’unica parola che le venne in mente. Quando facevano l’amore era così il suo sguardo? Impossibile dirlo, erano stati sempre al buio, tranne quel mattino: ma Guglielmo si era agitato troppo per guardarlo negli occhi. E il suo volto, il suo sorriso: quelli di un gatto che aveva appena mangiato il topo. Di quelli ne aveva visti parecchi, spesso illusori.

«Andiamo allo strappo, ci stanno aspettando,» disse Guglielmo con quel suo ineffabile sorriso. E incominciò ad avviarsi. Martita lo seguì, senza dire nulla.

Martita non aveva detto a nessuno di quel registratore, ed ora lo teneva con la mano sinistra. Le dita lo percorrevano quasi accarezzandolo.

Schiacciò uno dei pulsanti. Il vano della cassetta si aprì con un rumore secco. Martita contemplò la cassetta ferma nell’alloggiamento. Sì, da quando era bambina che non ne vedeva una. Quelle che usava allora erano più grandi, e costavano meno dei cd. Anche allora le piaceva la musica, anche se quella che ascoltava era composta solo di canzoni di genere raj o di pop occidentale.

Poi lo richiuse e spinse il tasto PLAY. Gli accordi della sinfonia 41 echeggiarono gioiosi nella loro alternanza di maestosità e lirismo. I decibel erano pochi, e il suono frusciante, ma Martita si ritrovò subito nel Burgtheater accanto a Guglielmo.

Guglielmo le aveva spiegato che, dopo la morte di Mozart, la sinfonia 41 era stata ribattezzata Jupiter per la sua maestosità. E Martita sapeva che Jupiter era il nome che gli antichi Romani davano al re degli dei. E che Jupiter e i suoi sudditi divini vivevano nell’Olimpo, un luogo meraviglioso al di sopra della Terra.

Anche Villa Maugelli era una specie di Olimpo. I suoi abitanti compivano prodigi e vivevano una vita fatata, staccata da quella dei comuni mortali. Ma anche quell’Olimpo aveva un re a cui obbedire. Guglielmo aveva osato trasgredirgli per amore di lei, pagando forse con la vita. Martita non avrebbe mai osato tanto. Forse un giorno l’esempio di Guglielmo l’avrebbe spinta a fare qualcosa del genere… ma non ancora. Avrebbe però conservato per sempre quel registratore, la prima dichiarazione d’amore che avesse mai ricevuto.