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IL PIANETA DELLE SCIMMIE – IL ROMANZO

IL PIANETA DELLE SCIMMIE – IL ROMANZO

Il romanzo Il pianeta delle scimmie (La Planète des singes), in Italia conosciuto anche col titolo Viaggio a Soror, uscì nel 1963 scritto dal francese Pierre Boulle. L’autore era alla prima esperienza con la fantascienza ma godeva già di fama soprattutto per il romanzo Il ponte sul fiume Kwai (Le Pont de la Rivière Kwai, 1952) da cui nel 1957 fu tratto un famoso film diretto da David Lean.

La trama, come vedremo, è abbastanza diversa dalla riduzione su schermo nel film che Franklin J. Schaffner girò nel 1968.

Nel prologo, una coppia di viaggiatori spaziali rinviene una bottiglia alla deriva con dentro un manoscritto. L’io narrante dello scritto è Ulisse Mérou, un giornalista francese del XXVI secolo che, insieme all’equipaggio di un’astronave scientifica, raggiunge il pianeta Soror (sorella), nel sistema di Betelgeuse. Sul pianeta trovano una società dominata da scimmie antropomorfe che parlano una loro lingua e possiedono tecnologia avanzata con automobili, aerei e città simili a quelle della Terra. L’essere umano è invece ridotto allo stato selvaggio, poco più che un animale da cacciare o da utilizzare come cavia per esperimenti scientifici e medici. La società scimmiesca è divisa in tre classi ben distinte per razza: i burocrati sono gli oranghi, i militari sono i gorilla e gli scienziati, gli scimpanzé.

Il pianeta delle scimmie

Il pianeta delle scimmie (La Planète des singes). Una illustrazione interna dell’edizione originale del 1963

L’equipaggio è catturato e separato. Il protagonista, tenuto in cattività in un laboratorio scientifico, impara col tempo la lingua locale e riesce a convincere un archeologo, Cornelius, della propria intelligenza, diventandone l’assistente. Insieme scoprono che l’umanità di quel pianeta si era autodistrutta in un remoto passato e che le scimmie, geneticamente modificate per compiere lavori pesanti, avevano preso il sopravvento dopo la catastrofe. La scoperta entra presto in contrasto con l’establishment politico e religioso della società scimmiesca che giudica inaccettabile l’idea che un tempo gli umani dominassero il pianeta. Alla fine Mérou riesce a fuggire su un’astronave e insieme a una ragazza indigena torna sulla Terra, dove però nello stesso tempo sono passati 700 anni, solo per scoprire che nel frattempo anche la società umana si è autodistrutta e le scimmie hanno preso il sopravvento.

Nel sottofinale si scopre che anche i due increduli viaggiatori spaziali sono scimmie, avendo la nuova razza soppiantato l’uomo in tutto l’universo…

Il romanzo mostra una società di scimmie che ha ereditato tutto il peggio dell’umanità, comprese le contraddizioni di uno spirito distruttivo che sembra quasi congenito in una società evoluta. Rifiuta, quindi, il luogo comune che vuole tecnologia e scienza andare di pari passo con l’evoluzione di una civiltà sempre più pacifica. Gli aspetti più negativi della natura umana si sono profondamente radicati anche nella nuova società scimmiesca descritta da Boulle. Lo scrittore francese aveva probabilmente sviluppato questo pessimismo verso il genere umano durante la prigionia sotto i giapponesi in Malaysia (esperienza che portò alla stesura del suo romanzo più famoso, il già citato Il ponte sul fiume Kwai).

Rispetto al romanzo, il film, oltre a cambiare la trama, elimina il tono satirico e parodistico dello scritto e ne rifiuta l’ambientazione metropolitana e tecnologicamente avanzata, optando per una società scimmiesca con uno sviluppo sociale comparabile a quella umana della seconda metà del XIX secolo. Questa scelta, presumibilmente dettata da motivi di budget, fu funzionale per dare grande risonanza al tema di una Terra post-apocalisse nucleare, con l’umanità ridotta a uno stato primitivo e una civiltà scimmiesca in via di sviluppo.

Diverso anche il finale che però non rinuncia al colpo di scena finale, divenuto uno dei più memorabili della storia del cinema. Convinto fino allora di essere atterrato su un pianeta alieno, il protagonista, interpretato da Charlton Heston, ha infine una sconvolgente rivelazione. Quando si trova di fronte ciò che resta della Statua della Libertà, semidistrutta da una catastrofe nucleare, capisce che quella è la Terra di un lontano futuro. Poco conta che per tutto il film non si era mai stupito che le scimmie parlassero in perfetto inglese o che il giorno durasse 24 ore come sulla Terra, la rivelazione fu comunque scioccante! Nonostante il produttore del film Arthur P. Jacobs si attribuisca il merito dell’idea del finale, essa appare verosimilmente farina del sacco di Rod Serling, autore accreditato della sceneggiatura con Michael Wilson. Non è, infatti, difficile riconoscerne il tocco di Serling che in un episodio della prima stagione di Ai confini della realtà del 1959, nell’episodio Una freccia verso il Sole (I Shot an Arrow Into the Air), aveva già messo in scena degli astronauti che, precipitati in una zona desertica di un pianeta che considerano alieno, si rendevano conto solo nel finale di essere sulla Terra.

Nel romanzo, il colpo di scena finale era stato abbastanza facile da ottenere: era bastato omettere alcune informazioni sulla natura dei due viaggiatori spaziali. In un film ciò sarebbe stato molto difficile da ottenere. Serling aveva già tentato qualcosa di simile sempre in un altro memorabile episodio della sua serie televisiva più famosa, È bello quel che piace (Eye of the Beholder, 1960), dove una donna, che per tutta la durata dell’episodio ha il volto coperto da bende, è descritta come deforme e sta per sottoporsi a un intervento di chirurgia estetica. Per mezzo di particolari inquadrature anche i volti dei dottori e degli infermieri sono nascosti. Solo alla fine si scopre che la donna è invece bellissima ma vive in una società dove tutti sono deformi e il diverso deve essere “curato” o esiliato. L’episodio durava circa venti minuti e riuscire a ottenere lo stesso effetto in un film di due ore era quasi impossibile. Il prologo e l’epilogo col manoscritto fu quindi eliminato, la narrazione iniziò direttamente con le vicende dell’equipaggio sull’astronave e il colpo di scena finale si trasformò in quello che tutti conosciamo.

Tornando a Boulle, egli non considerò La Planète des singes uno dei suoi migliori lavori. In realtà non lo considera neanche un romanzo di fantascienza, ma solo una metafora o un’allegoria per raccontare l’umana follia (ma d’altronde, che cos’è la fantascienza in fondo?).

In un’intervista rilasciata a Jean Claude Morlot nel 1972, lo stesso letterato francese disse:

(…) È una storia, e la fantascienza è solo il pretesto. Non saprei neanche definire la fantascienza… Penso che sia il genere tramite il quale è possibile mettere in scena e immaginarsi personaggi non umani, ma nel mio libro le scimmie sono uomini, non c’è alcun dubbio.”

(…) Per me è stato solo un piacevole racconto di fantasia.”

Da qui si capisce, lo afferma lui stesso, che probabilmente Boulle non aveva ben presente cosa sia la fantascienza; il suo romanzo è decisamente di fantascienza, non c’è alcun dubbio, perché anche quando mette in scena personaggi non umani e di mondi lontanissimi, il genere parla sempre dell’uomo!

Roberto Azzara
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(Caltagirone, 1970). Grande appassionato di cinema fantastico, all'età di sette anni vide in un semivuoto cinema di paese il capolavoro di Stanley Kubrick “2001: odissea nello spazio”. Seme che è da poco germogliato con la pubblicazione del saggio “La fantascienza cinematografia-La seconda età dell’oro”, suo esordio editoriale. Vive e lavora a Pavia dove, tra le altre cose, gestisce il gruppo Facebook “La biblioteca del cinefilo”, dedicato alle pubblicazioni, cartacee e digitali, che parlano di cinema.

2 Commenti

  1. Sergio Giuffrida

    Bellissimo ricordo-riscoperta-omaggio non saprei neanch’io come definirlo,

  2. Roberto Azzara

    Grazie.

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