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Gli Inarrestabili

Gli Inarrestabili

Gli Inarrestabili è stato scoperto da Mario Luca Moretti leggendo Oltre il cielo n. 94, del dicembre 1961. Si tratta di un breve e bellissimo racconto di Pierfrancesco Prosperi, che come forse molti ricorderanno, ha lavorato con Cose da Altri Mondi per un  bel po’ di tempo. Pierfrancesco non ha mancato di autorizzare la nostra pubblicazione e per questo lo ringraziamo.

 

Fra le montagne di aria gelata, fra i crepacci che si aprivano come ferite slabbrate nel suolo di Plutone, fra le immense pianure di ghiaccio, là dove le possenti escavatrici avevano lavorato per giorni e giorni, essa attendeva. Là dove i piccoli uomini venuti dalla Terra avevano lottato col gelo e i pericoli del nono pianeta, sorgevano ora le cupole e le installazioni di Base Uno; e accanto alle cupole, immobile sul suo bilancio di lancio, essa, la prima nave interstellare, attendeva.

Attendeva il momento in cui la spinta dei suoi razzi chimici l’avrebbe catapultata fuori dal campo gravitazionale di Plutone, là dove sarebbero entrati in funzione i motori fotonici per trasportarla, a velocità prossima a quella della luce, verso Alpha Centauri.

Quell’astronave puntata verso le stelle era un simbolo. Il simbolo del lungo cammino percorso dall’homo sapiens dal tempo in cui si era accorto di essere diverso dagli altri animali che popolavano la Terra; un cammino duro, difficile. Faticoso, spesso tragico, costellato di insuccessi, di sconfitte, di delusioni cocenti, ma sembrava che nulla potesse fermare gli umani.

Mancavano due giorni alla partenza. Buia e silenziosa, l’astronave attendeva sul gelido pianeta. Attendeva il momento in cui una lingua di fuoco sarebbe uscita dai suoi ugelli di scarico, e il suolo avrebbe tremato, ed essa si sarebbe innalzata fiammeggiante nel cielo buio.

Ma quel momento non sarebbe mai venuto.

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L’Astronave da ricognizione Bellerofonte gravitò per breve tempo intorno a Plutone, prima di posarsi al centro dell’immenso cratere che si apriva là dove fino a poco prima sorgeva la Base Uno.

Quando il getto degli scarichi si fu spento, alcuni uomini in tuta spaziale si calarono fino a terra dal portello spalancato.

«I rilevatori automatici confermano l’assenza completa di radioattività nella zona, signore» disse il secondo al comandante che osservava le pareti del gigantesco cratere.

«Strano davvero, Sparks,» rispose il comandante. «Se c’era una qualche possibilità che la Base esplodesse, era da imputarsi al superamento del punto critico da parte della pila atomica di alimentazione. Non vedo cos’altro abbia potuto provocare una distruzione così completa.»

«Può darsi che l’astronave sia esplosa alla partenza distruggendo la Base,» suggerì Barks.

«Il lancio doveva avvenire dopodomani,» obiettò il comandante.

Il secondo rimase silenzioso per alcuni secondi, poi riprese: «Non pensate, signore, che potrebbe trattarsi di un attacco?»

«Un attacco? Scherzate Sparks? E da parte di chi?»

Il secondo si schiarì la voce.

«Be’ comandante, sapete meglio di me che da qualche tempo la situazione non è più tanto tranquilla nel Sistema. Da quando la colonia di Marte ha ottenuto l’indipendenza…»

«Andiamo, Sparks, non penserete che Hoover sia tanto stupido da attaccarci. Sa benissimo che al suo primo gesto ostile l’intera Flotta Spaziale piomberebbe sul suo bel pianeta rosso.»

«Possono aver messo a punto qualche nuova arma,» insisté Sparks. «E poi… dopotutto, signore, non siamo soli nell’universo. Il pericolo può venire da qualche altra parte.»

Il comandante rise. «Attacco di sorpresa da parte di esseri extrasolari. Ipotesi, Sparks, ipotesi. Noi siamo qui per controllare dei fatti. Fate fare i rilevamenti alla svelta, e torniamo alla Base Luna; le ipotesi lasciatele fare ai cervelloni del Comando.»

Un’ora dopo la Bellerofonte si sollevava dal suolo del pianeta tuffandosi nello spazio.

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«Bene,» esclamò il comandante mentre cominciavano a perdere quota, «sono contento di vedere che la nostra vecchia Terra è ancora al suo posto.»

«Già,» fece Sparks cupo. Lo aveva notevolmente turbato il contenuto di un messaggio captato durante il volo e proveniente da un astrocaccia in ricognizione nella zona di Giove. Sembrava, secondo il messaggio, che la base terrestre di Ganimede non esistesse più, scomparsa, spazzata via, volatilizzata.

«Pilota,» gridò il comandante nell’Intercom, «segnala a Base Luna che stiamo per iniziare l’atterraggio.»

Sotto di loro, la cupola di Base Luna era un piccolo mondo scintillante, pulsante di vita, e alla sua sinistra ammiccavamo le luci rosse delle piste di atterraggio.

Mentre l’astronave cominciava a scendere lentamente verso le piste, il pilota dette uno sguardo alla cupola risplendente attraverso il plexiglass della cabina. Quello che accadde poi si svolse troppo rapidamente perché egli potesse rendersene conto.

Un puntino luminoso apparve e si allargò al centro della cupola e in una frazione di secondo si estese, come una splendente macchia dorata, fino a coprire l’intera cupola. Nell’istante successivo Base Luna esplodeva con una vampata accecante, col bagliore di mille soli.

Settecento metri più in alto, la Bellerofonte venne investita da un’onda di calore che fece raggiungere alle sue lamiere quasi la temperatura di fusione. Nella sua cabina il pilota urlò senza capire che il lampo dell’esplosione gli aveva bruciato la retina. Priva di controllo, la Bellerofonte ondeggiò a mezz’aria, poi cominciò ad abbassarsi, a cedere, a precipitare sempre più veloce, finché si schiantò al centro del vasto cratere apertosi nella superficie della Luna.

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All’ Assemblea del Consiglio Mondiale regnava il caos. I delegati erano stati particolarmente colpiti dalla notizia, diramata poche ore prima, dell’esplosione della Base Gagarin su Venere, la più potente roccaforte militare del Sistema.

Quando la calma – una calma relativa – fu tornata nell’immensa sala, prese la parola il delegato brasiliano.

«La proposta del mio governo è di dichiarare immediatamente guerra alla colonia di Marte. Un simile attacco proditorio non può provenire che dai seguaci del dittatore Hoover.»

«Poco probabile,» ribatté il presidente dell’assemblea con uno stanco sorriso. «Anche perché la colonia di Marte è saltata in aria mezz’ora fa.»

Il clamore provocato da quell’affermazione fu immenso.

«Ma allora,» balbettò il rappresentante della Lega Africana, «ma allora non ci resta…»

«Proprio così, signori!» esclamò il Presidente. «Non ci rimane più una sola base o colonia in tutto il Sistema Solare. E c’è dell’altro. La notizia è segreta e attende conferma, ma… pare che negli ultimi giorni le cosiddette fasce di Van Allen abbiano incredibilmente aumentato il loro spessore. Sembra addirittura che si stia formando una nuova fascia, di spessore superiore alle precedenti e in continua espansione.»

«C’è pericolo per la Terra?» chiese il delegato del Blocco Orientale.

«Per ora no,» rispose il Presidente asciugandosi la fronte sudata. «Ma se il fenomeno continua, tra poco nessuna astronave con equipaggio umano potrà lasciare la Terra. E ciò porrà la parola “fine” a tutti i voli spaziali.»

Per molto tempo si continuò a parlare nella sala dell’assemblea. Si fecero domande, proposte, ipotesi. Ma nessuno avrebbe mai intuito la verità.

 

L’immagine di copertina è una interpretazione dell’AI Designer di Microsoft.

 

 

Pierfrancesco Prosperi
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Nato ad Arezzo nel 1945 è uno scrittore molto prolifico, che si è sempre diviso fra narrativa e fumetti. Esordisce su "Oltre il cielo" nel 1960, specializzandosi prevalentemente in sf e soprattutto nel genere ucronico. Trattò l'argomento dell'omicidio Kennedy in chiave ucronica e fantascientifica, nel romanzo "Seppelliamo re John" (1973), con racconti e con il saggio "La serie maledetta" (1980), dedicato a tutti i 4 presidenti americani assassinati.

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