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Connessione quantica

Connessione quantica

 

Fabio Calabrese aveva mandato questo racconto a Manuela Menci nel 2020 e, con tutti i guai che sono poi successi a Manuela e infine a Vanni, suo marito, il racconto è rimasto lì a lungo, prima che l’attuale curatore di questa rivista lo riscoprisse. Oggi abbiamo parlato con Fabio e per questo ci piace proporre ai nostri lettori questa chicca.

 

Umberto Fabbri scalò la marcia uscendo dal raccordo anulare e immettendosi nella strada provinciale. Viaggiare sulle strade di campagna uscendo dal traffico tentacolare della capitale, aveva sempre un effetto rilassante su di lui, ma – pensava – su chiunque. Sui due lati della strada la zona era coltivata prevalentemente a vigneti, ma d’altra parte l’area dei Castelli Romani era famosa per la sua produzione vinicola.

Adesso che era meno concentrato nella guida, riandò con la mente alla telefonata di Sigismondi. Che Giovanni Sigismondi si fosse rivolto a lui per avere un controllo indipendente sull’esperimento che aveva in corso, questo non era strano, era prassi normale; quel che era strano, era il tipo di lavoro che l’altro stava svolgendo. Giovanni Sigismondi e lui erano stati compagni di corso all’università, poi erano stati assunti assieme al CNR, fino a quando l’amico si era improvvisamente licenziato per andare a lavorare per una società privata.

Fossero stati negli Stati Uniti, la cosa non avrebbe destato nessuna meraviglia, ma in Italia quale azienda privata investiva nella ricerca di base? E Giovanni Sigismondi era un fisico teorico come lo stesso Fabbri, non un ingegnere o simili; oddio, magari un ricercatore piuttosto bravo, con qualche pubblicazione in più di lui all’attivo, ma non si poteva dire che fosse proprio un luminare.

L’azienda per la quale lavorava, poi, era una cosa piuttosto misteriosa, non era presente sul mercato, anzi, Fabbri non era riuscito a trovarne traccia nemmeno sull’elenco telefonico. Da quel poco che era riuscito a capire, si trattava di una fondazione e non di un’azienda commerciale, ma tutto quel segreto era quanto meno strano.

“Speriamo solo”, pensò, “che Giovanni non si sia andato a cacciare in qualcosa d’illegale”.

La sua meta, così come Sigismondi gliel’aveva indicata, si trovava a una mezz’ora di macchina dalla città, in alto, sulle propaggini collinari dei Castelli, che lentamente s’innalzavano in direzione dei Colli Albani.

L’ultimo tratto era costituito da una strada sterrata che si staccava dalla provinciale e dopo un centinaio di metri terminava contro il cancello di un’ampia recinzione che racchiudeva un edificio bianco, una costruzione piuttosto vasta ma di aspetto assolutamente anonimo, un edificio dell’altezza di un paio di piani, qualcosa che avrebbe potuto essere altrettanto bene (o altrettanto male) una residenza privata, una clinica o un capannone industriale.

All’interno della recinzione, tutto attorno all’edificio tranne che per un vialetto che andava dal cancello al portone d’ingresso, si stendeva una vasta macchia alberata. Chiunque e per qualsiasi scopo avesse realizzato tutto ciò, dava l’impressione di aver cercato la massima discrezione.

Scese e suonò al citofono.

Udì la voce di Sigismondi:

“Umberto, sei tu? Un attimo che ti apro. Puoi posteggiare nel parco”.

Giovanni Sigismondi era al portone dell’edificio, dove Umberto Fabbri fece in tempo a scorgere una targa enigmatica: “Fondazione H. P. B.”.

“Vieni”, disse Giovanni, “Siamo soli, tutto il personale è in ferie”.

“Tranne te”, commentò Umberto.

“Tranne me”, rispose l’altro, “Il fatto è che sto compiendo un esperimento cruciale, e i miei superiori preferiscono non correre il rischio che i miei risultati possano essere divulgati prima di essere adeguatamente verificati”.

“Già, capisco”, rispose Umberto Fabbri, ma la cosa gli sembrava sempre più misteriosa.

“Cosa significa H. P. B.?”, chiese.

“Helena Petrovna Blavatskij, ti dice nulla?”, rispose Sigismondi.

“Assolutamente no, a parte che mi sembra un nome russo”:

“Infatti, è stata la fondatrice della teosofia, è ancora un nome molto in voga nel campo dell’occultismo, c’è molta gente che la considera una profetessa, una santa”.

“Cosa?”, Umberto Fabbri era sbalordito, “Ma con che razza di gente ti sei imbrancato?”

Sigismondi non rispose, ma una cosa fu subito chiara a Umberto Fabbri: a qualunque razza appartenesse quella gente, non era certo sprovvista di mezzi: gli ambienti sembravano quelli di un palazzo per uffici, con centralini, computer e telescriventi che avevano tutta l’aria di essere nuovi di zecca.

Sigismondi introdusse l’amico nel suo ufficio, un locale non troppo grande e privo di pretenziosità, con una scrivania, qualche armadio, una libreria.

“Spiegami esattamente cos’è questa faccenda”, disse Umberto Fabbri.

Giovanni Sigismondi aprì un armadietto basso che si rivelò un mobile bar.

“Gradisci un whisky?”, chiese, “Spero di si, ho solo quello”.

Mise sul ripiano della scrivania una bottiglia e due bicchieri.

“Rispondi alla mia domanda”, disse Umberto.

“È semplice: quelli della fondazione mi hanno assunto per provare l’esistenza dei fenomeni paranormali”.

“Cosa? Ma sei matto?”

“Tu cosa avresti fatto al mio posto?”, chiese Sigismondi. Sai benissimo quale è la situazione dei ricercatori qui da noi. Se non ti va di emigrare negli Stati Uniti, le tue possibilità di carriera sono nulle. Questa gente sembra disporre di fondi illimitati, mi passa un buon stipendio ed ho a disposizione tutte le attrezzature che chiedo, una cosa che al CNR ce la sognavamo”.

“Si”, disse Fabbri, “Ma a un certo punto dovrai pure dare loro qualcosa, e sappiamo tutti che i fenomeni paranormali non esistono. Cosa intendi fare, inscenare qualche trucco da avanspettacolo con tavolini che ballano?”

“Mi hai preso per un ciarlatano?”, rispose Sigismondi un po’ seccato, “Quello che sto per dare loro non è esattamente quello che vogliono, ma sarà qualcosa che li lascerà ugualmente soddisfatti”.

“Non capisco”, replicò Umberto Fabbri.

Sigismondi si alzò e prese un libro dalla scaffalatura a fianco della scrivania. Lo tese a Fabbri, il libro era Viaggio nel mondo del paranormale di Piero Angela.

“Non so se lo conosci”, disse, “Questo libro è stato scritto negli anni ’80 del secolo scorso, è un libro nato da un’inchiesta giornalistica, quell’uomo era un bravo giornalista televisivo e un divulgatore scientifico, e il libro è uno dei testi più critici e demolitori che siano mai stati scritti nei confronti del paranormale; ho pensato che se c’era qualcosa che reggeva secondo Angela, be’, allora vuol proprio dire che c’è qualcosa che regge”.

E l’hai trovata?”, chiese Umberto Fabbri.

“Apri il libro e leggi il passo segnato”, replicò secco Sigismondi.

Non occorreva specificare a che pagina, il libro doveva essere stato preso in mano tante volte e aperto sempre a quel punto, che automaticamente si apriva lì.

Fabbri lesse:

Il fisico Jack Sarfatti di San Francisco, afferma che la teoria dei quanti può aprire certe nuove prospettive…

“le farò un esempio”, dice Sarfatti, “per chiarire il concetto. Immaginiamo di avere due sistemi collegati che poi si separano. Ebbene, la fisica tradizionale ci dice che il solo modo perché essi possano comunicare, è mediante il trasferimento di energia e di materia attraverso lo spazio, sotto forma di segnale.

La meccanica quantistica invece ammette che se questi due elementi sono separati, essi possono comunicare attraverso connessioni quantistiche. Se questo si gira anche l’altro elemento automaticamente si gira, in modo simultaneo”.

“In qualsiasi parte dell’universo?”

“Si, se sono stati insieme in un certo periodo della loro storia. Le limitazioni dovute alla legge del quadrato della distanza qui non contano più. Le connessioni quantistiche, infatti, superano l’idea ordinaria della materia, dell’energia e dello spazio-tempo”.

“In pratica?”, domandò Umberto Fabbri.

“In pratica”, rispose Sigismondi, “ho costruito una macchina che sfrutta le connessioni quantistiche”.

“Si, scusami, ma per fare che cosa? Fammi capire. Se tu mandassi un oggetto all’altro capo dell’universo, poi come faresti a capire se si muove secondo le connessioni quantiche?”

Sigismondi ebbe uno strano sogghigno.

“Non sono arrivato a tanto”, disse, “ma forse ho ottenuto un risultato ancor più interessante. Tieni presente che Sarfatti parla della connessione quantica che prescinde dai limiti dello spazio–tempo, non dai soli limiti spaziali, d’altra parte, tu sai che nella concezione einsteiniana spazio e tempo sono equivalenti. Ho stabilito una connessione quantica a ritroso nel tempo”.

“Cosa? Ma questo è impossibile!”. Umberto Fabbri era stupefatto.

“Tu conosci”, rispose Sigismondi, “La teoria secondo la quale se vi sono due momenti che presentano le stesse condizioni nel flusso temporale, allora la catena di cause ed effetti, cioè il flusso temporale stesso, potrebbe essere collegata indifferentemente all’uno o all’altro; quindi, il flusso temporale in realtà non è una linea retta, ma una linea che torna su se stessa, forma dei nodi, degli anelli. Questo è semplice determinismo newtoniano”.

Umberto Fabbri assunse un’espressione scettica.

“La conosco, questa teoria”, disse, “e non mi ha mai persuaso. Nel flusso temporale non ci possono essere due istanti identici. Lungo il flusso temporale, quanto meno, aumenta la degradazione entropica”.

“In effetti”, rispose Sigismondi, “il fenomeno c’è ma il meccanismo non è chiaro. Forse, perché si formi un anello temporale, non è necessaria un’assoluta identità, ma basta una forte analogia fra due punti del flusso temporale”.

“Alle corte”, disse Fabbri, “mi stai dicendo che hai inventato una macchina del tempo?”

Sigismondi ebbe un mezzo sorriso.

“No, non la definirei proprio così. Non ci si può spostare avanti e indietro nel tempo a volontà, si stabilisce solo una connessione quantica assolutamente a caso fra due punti del flusso temporale, tutto qui”.

Umberto Fabbri si trattenne a sua volta dal sorridere. Sigismondi pareva non rendersi conto che, se adeguatamente documentato, quel “tutto qui” poteva valere il premio nobel come minimo.

“Vieni”, disse alzandosi dalla sedia, “Ti faccio vedere”.

S’incamminarono. Il corridoio nel quale si affacciava l’ufficio di Sigismondi sboccava in una vasta sala centrale dove ne convergevano parecchi altri. Leggermente spostata verso una parete c’era una grossa struttura di forma cilindrica, affiancata da un altro cilindro più piccolo con uno sportello su di un lato. Sopra lo sportello c’era un pannello affollato di indicatori, spie e quadranti. Di fianco c’era un bancone stretto e lungo, ingombro di una serie di oggetti eterogenei di svariate dimensioni che lì per lì Umberto Fabbri non riuscì a classificare.

“È una cosa bella grossa”, disse all’amico.

“Deve esserlo”, rispose Sigismondi, “per via delle schermature per contenere le radiazioni”.

“Radiazioni?”

“Be’, si. Il cuore dello strumento è un piccolo reattore nucleare. Fra quali elementi si può stabilire una connessione quantica meglio che fra i “pezzi” di un atomo di uranio che si suddivide in una fissione nucleare? In più la fissione nucleare fornisce l’energia che alimenta tutto il processo”.

“Caspita!”, disse Umberto Fabbri, “Ma di che razza di fondi dispongono quelli della fondazione H.P.B. Per metterti a disposizione addirittura una pila atomica?”

“Cosa vuoi che ti dica?”, replicò Sigismondi, “Questa gente ha un seguito enorme che si converte facilmente in denaro; altro che la miseria di cui dispone il CNR, allora tanto vale utilizzare questa forza economica per fare della ricerca scientifica seria”.

“Fammi capire”, disse Umberto Fabbri, “La tua macchina stabilisce una connessione quantica fra due punti dello spazio-tempo e…”.

“E raccoglie dei campioni”.

Sigismondi fece un gesto circolare con il braccio indicando il lungo bancone. Fabbri guardò gli oggetti che coprivano un bel po’ del bancone, gli sembrava dell’immondizia: sassi, ciottoli di fiume, una scheggia di legno con infisso un chiodo rugginoso, tutte cose che potevano indifferentemente provenire da qualsiasi luogo e da qualsiasi tempo.

“Guarda questa!”, disse Sigismondi.

Fabbri prese in mano l’oggetto; era una spilla, una spilla di latta di forma tondeggiante che riproduceva una bandierina americana a stelle e strisce, e la scritta NIXON FOR PRESIDENT. Sembrava nuova, non dava l’impressione di essere un oggetto vecchio di decenni.

“Mi sono documentato”, disse Sigismondi, “Richard Nixon è stato candidato alla presidenza degli Stati Uniti tre volte, nel 1960, quando fu battuto da John Kennedy, nel 1968 e nel 1972 in cui invece fu eletto. Questa spilla potrebbe risalire a ciascuno di questi tre periodi”.

“Oppure potrebbe venire dalla collezione di qualche amatore di gadget”, disse Fabbri, “La gente colleziona e conserva le cose più strane, ma può provenire direttamente dagli Stati Uniti?”.

“Certamente”, rispose Sigismondi, “La macchina oscilla molto lungo la dimensione spaziale, in pratica può prelevare oggetti da qualsiasi parte del pianeta”.

“Anche dallo spazio?”, chiese Fabbri.

“Almeno in teoria, senz’altro”, rispose Sigismondi, “Ma lo devo ancora verificare”.

“E adesso”, chiese Fabbri, “Cosa intendi fare?”

“Ma riprendere l’esperimento”, rispose l’amico, “Naturalmente con te come testimone. Non hai altro da fare che stare tranquillo e osservare. Accomodati, lì c’è una poltrona piuttosto comoda”.

Mentre Fabbri prendeva posto, Sigismondi si mise ad armeggiare con la macchina. Sul pannello di controllo dell’apparecchiatura si accesero alcune luci, e alcuni indici si mossero.

“Ecco”, disse dopo un paio di minuti, “Ci siamo!”.

Aprì lo sportello laterale della macchina e ne estrasse un oggetto piuttosto voluminoso. La sua espressione era delusa.

“Speravo in un manufatto”, disse.

L’oggetto era un ciocco di legno, una sezione di tronco d’albero da cui si protendevano alcuni rametti contorti.

“Ho notato”, disse Sigismondi, “che più si risale indietro nel tempo, più le distanze fra i punti nei quali si stabilisce la connessione aumentano. Questo tronco dovrebbe risalire al medioevo, ma non c’è modo di provarlo”.

“E il carbonio 14?” chiese Umberto Fabbri.

“In questo caso è inutilizzabile”, disse Giovanni Sigismondi.

“Perché?”

“Te lo spiego. Tu sai che nell’atmosfera, nel terreno, nelle catene organiche del nostro pianeta c’è carbonio comune, il carbonio 12, ed il suo isotopo, il carbonio 14 in proporzioni fisse. Nel momento in cui un organismo muore e cessano gli scambi metabolici con l’esterno, il carbonio 14 comincia a dimezzarsi secondo tempi che sono fissi e noti; in condizioni normali, è uno strumento di datazione ideale. Bene, però immaginati, mettiamo che questo tronco sia stato tagliato dieci anni prima del momento in cui l’abbiamo prelevato dal suo flusso temporale, e l’abbiamo spostato avanti nel tempo di mille anni così com’è. Il suo “orologio al carbonio 14” continuerà a segnare sempre dieci anni, non 1010!”

“E allora cosa intendi fare?”, chiese Umberto Fabbri.

“E semplice: andare avanti fino a quando non avremo risultati più probanti”.

“Forse”, disse Umberto Fabbri, “Se abbiamo fortuna, la prossima volta ci capiterà del silfio”.

“Che?”, chiese Sigismondi.

“Il silfio era un’erba aromatica che cresceva nell’antichità sulle coste della Libia, veniva usata per produrre profumi, e per questo motivo si è estinta già in età antica”.

“Perché”, chiese Sigismondi, “Se vedessi un cespuglio di silfio sapresti riconoscerlo?”

“Veramente no”, rispose Fabbri.

“Nemmeno io; distinguo a stento una rosa da un carciofo”.

Dopo un paio di minuti, Giovanni Sigismondi alzò di nuovo gli occhi al pannello di controllo.

“Aspetta”, disse, “C’è un altro arrivo”.

“Scusa”, chiese Fabbri, “Ma la macchina va avanti in automatico?”

“Si, fino a quando non viene fermata”.

Sigismondi tolse un nuovo oggetto dallo sportello laterale e lo porse a Fabbri.

In un primo momento a Umberto Fabbri era parso una sorta di lungo pugnale, ma si rese conto che era invece una specie di spada dalla lama larga e corta.

“Fantastico!”, esclamò, “Questo è un gladio romano!”

L’arma aveva i bordi della lama affilati ed era perfettamente bilanciata. L’impugnatura era di legno rivestito da strisce di cuoio, e il cuoio era fresco.

“È meraviglioso”, convenne Sigismondi, “Ma da solo non basta, si potrebbe sempre pensare che si tratti di una copia recente”.

Erano trascorsi alcuni minuti quando la macchina effettuò una nuova consegna.

“Guarda qua”, disse Sigismondi con aria seccata, “Un teschio di vacca!”

Reggeva fra le mani un cranio bovino di grosse dimensioni.

“Ma vuoi scherzare?”, disse Umberto Fabbri, “Qualche tempo fa ho visto una mostra sui ritrovamenti del sito paleolitico di Isernia La Pineta, c’erano esemplari molto simili a questo, è un bovino preistorico, bos latifrons, che è estinto da decine di migliaia di anni, e non è un fossile. Guarda bene, è un cranio fresco”.

Sigismondi esaminò il reperto girandolo fra le mani.

“Hai ragione”, disse, “Qui ci sono dei brandelli di carne e di pelle ancora attaccati all’osso”:

“Mi sembra che tu abbia finalmente la prova che cercavi”, disse Umberto Fabbri, “Adesso, per favore, chiudi la macchina, spengila e finiamola qui”.

“Eh?”

Sigismondi accolse con stupore la reazione di Fabbri.

“Volevo dirtelo già prima”, rispose l’amico, “Penso che questa faccenda di pasticciare con il tempo sia estremamente pericolosa. Potremmo deviare la storia su canali del tutto diversi da quelli che conosciamo”.

“Mi sembra una preoccupazione esagerata”, disse Sigismondi, “Ma forse è meglio non rischiare. Spengo la macchina… No, c’è ancora un arrivo”.

Questa volta, Sigismondi non dovette togliere dalla macchina il campione che, una volta aperto lo sportello, sgusciò fuori da solo.

I due uomini videro sfrecciare una creatura pelosa della taglia di un bambino di sette – otto anni, che si allontanò correndo per un corridoio. Le corsero dietro.

“Cos’è?”, chiese Umberto Fabbri.

“Una qualche specie di scimmia, si direbbe, rispose Sigismondi”.

“Si è rintanata qui”, disse indicando uno sgabuzzino dal quale provenivano dei rumori.

“Si”, disse Fabbri, “Ma non si può catturare una scimmia in questo modo, anche se siamo in due. Ci sono delle cucine qui?”

“Si, ce n’è una che serve la sala mensa del personale”.

“Allora presto, vai e vedi se trovi della frutta in frigorifero. Delle banane sarebbero l’ideale”.

Sigismondi si allontanò, mentre Fabbri rimase di guardia alla porta del ripostiglio dove i rumori stavano diminuendo d’intensità, segno forse che la creatura si andava calmando.

Sigismondi tornò dopo un poco con un grappolo d’uva.

“Andrà bene?”

“Non lo so”, rispose Fabbri, “Speriamo!”

Umberto Fabbri entrò nello stanzino e si richiuse la porta alle spalle. Fece un passo avanti tenendo il grappolo d’uva bene in vista.

Vi fu un rumore di scope e secchi ribaltati, ed Umberto Fabbri intravide la figuretta scura che cercava di rannicchiarsi nell’angolo più buio dello stanzino, poi i suoi occhi incrociarono quelli della creatura: due pupille d’ebano che risaltavano contro il bianco delle cornee. Una piccola mano dal dorso incredibilmente peloso saettò a strappare dalla sua il grappolo, che la creatura ficcò nella bocca spalancata: acini e raspo.

L’atteggiamento di quel piccolo essere parve cambiare di colpo: se prima cercava di nascondersi a lui, ora forse aveva deciso che l’uomo, in qualche modo simile a lei, doveva essere l’unica presenza rassicurante in quel mondo di cose estranee e incomprensibili.

Muovendosi con quanta più lentezza gli era possibile, Umberto Fabbri si chinò a prendere in braccio la creatura con estrema cautela e delicatezza.

Lei (perché in qualche modo era ovvio che si trattasse di una femmina), non solo lasciò fare, ma si aggrappò a lui con forza: non pesava molto, al massimo una trentina di chili.

Come aspetto, la creatura somigliava molto a uno scimpanzé particolarmente gracile e con le gambe insolitamente lunghe, forse somigliava di più a un bonobo, tranne che le mancava la caratteristica capigliatura dei bonobo “con la scrimina in mezzo”.

Tenendola in braccio, e sempre muovendosi con grande lentezza, Umberto Fabbri uscì dallo stanzino.

“Dobbiamo rimandarla subito indietro!”, disse a Sigismondi che lo fissava con aria interrogativa.

“Ma non capisci cos’è questa?”, aggiunse, “Non l’hai vista correre eretta? Guardale la bocca, non c’è traccia dei grandi canini tipici delle antropomorfe. Questo è un australopiteco. Bisogna rimandarla subito indietro nel suo tempo. Se pasticciassimo con l’evoluzione umana, le conseguenze potrebbero essere imprevedibili”.

“Mi spiace”, rispose Sigismondi, “Con tutta la più buona volontà, questo non è possibile. Come ti ho già spiegato, la possibilità di stabilire connessioni quantiche attraverso il tempo, dipende dal presentarsi di condizioni simili in due istanti separati da un intervallo temporale. La stessa analogia non si presenterà fra due momenti successivi, anche di pochi secondi, separati dallo stesso intervallo. È come Il libro di sabbia”.

“Che cosa?”

“È un racconto di Jorge Luis Borges, non so se conosci la storia, un libro con un numero di pagine infinito: è impossibile aprirlo due volte alla stessa pagina”.

“Allora siamo fregati!”, esclamò Umberto Fabbri.

Un istante dopo, qualcosa lo fece inciampare. La piccola creatura simile a una scimmia si divincolò e sfuggì al suo abbraccio con un piccolo urlo.

Umberto Fabbri si chinò a guardare cosa l’aveva fatto inciampare: era una radice, una radice d’albero che spuntava dal pavimento. In un edificio nuovo? Con un senso di vertigine, vide che ce n’erano altre, e rami che spuntavano dalle pareti, e s’infittivano.

Pressato da un senso d’angoscia, Umberto Fabbri corse alla finestra. Era già buio, ma da lì giù in basso si sarebbero dovute scorgere le luci di Roma. Non vide nulla, solo una macchia di sterminata oscurità. L’aria era pregna di un odore che Umberto Fabbri non aveva mai sentito, un odore primordiale, ferino, e di mille suoni: i brusii, gli squittii, il frinire, i ringhi di milioni di animali grandi e piccoli, i cui antenati, altrove, nel mondo in cui la piccola creatura simile ad una scimmia aveva avuto discendenti, erano stati sterminati, ma che qui, nella nuova realtà creata dalla connessione quantica, avevano potuto propagarsi indisturbati. E c’erano le piante, i grandi alberi e gli arbusti innumerevoli, i cui antenati erano stai stati sradicati per fare posto ai campi coltivati, alle città di pietra, al cemento, in quell’altra realtà che ora dileguava rapida, simile a un sogno.

Umberto Fabbri guardò le proprie mani: erano diventate trasparenti.

La piccola Lucy osservò senza stupore i fantasmi dei suoi discendenti, di quelli che sarebbero stati i suoi discendenti in una possibilità svanita, in un’occasione perduta, e del mondo che avevano/non avrebbero mai costruito, scomparire. Non sapeva che lì, a cinque milioni di anni dalla sua epoca, non avrebbe mai trovato un maschio della sua specie con cui accoppiarsi.

Si allontanò a piccoli balzi nella foresta, cercando un giaciglio per la notte.

il racconto è di Fabio Calabrese © 2020
L’immagine di copertina è una interpretazione di ChatGPT

Fabio Calabrese
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Nato a Trieste il 12 novembre 1952, laureato in filosofia, docente di scuola superiore. Fin dall'adolescenza sviluppa una passione per la letteratura fantastica e l’impegno politico. Negli anni ’70 ha fondato assieme a Giuseppe Lippi la rivista amatoriale del fantastico “Il re in giallo”. Ha pubblicato racconti e articoli di fantascienza, letteratura fantastica e politici.

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