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Civil War: distopia o profezia?

Civil War: distopia o profezia?

Il cinema da sempre è fatto di pugni nello stomaco ed è inutile negare che quanto più la storia parafrasa (o ricorda) la realtà tanto maggior sarà il suo effetto.

La guerra per sua stessa natura accompagna da sempre la storia dell’uomo ora ispirandolo come nel caso dell’ Iliade di Omero o di ‘Guerra e Pace’ di Lev Tolstoj ora coinvolgendolo suo malgrado: gli esempi sono innumerevoli dall’antichità alle due guerre mondiali per arrivare ai giorni nostri con le tragedie di Gaza e della Ucraina.

Niente di strano quindi se le riflessioni sulla sua falsariga giocano una parte importante anche nelle arti visive del ventesimo e del ventunesimo secolo (oggi grazie anche alla realtà virtuale). La settima e la nona arte in particolare, visto che sono gli ambiti nei quali mi trovo più spesso ad operare.

In tal guisa il Cinema (quello con la C maiuscola) non si è mai sottratto al confronto giocando spesso in chiave di propaganda (conscia o indiretta) su entrambi i fronti dei vari conflitti, trovatosi a descrivere opinioni e punti di vista. In questo senso il fil rouge che collega classici realistici (multiepoca) come ‘Niente di nuovo sul fronte occidentale‘, ‘Addio alle armi‘, ‘La grande illusione‘, ‘Uomini contro‘, ‘Pearl Harbor‘, ‘Memphis Belle‘, ‘1917‘ comprende del pari le suggestioni che anche il fantastico e la fantascienza hanno dedicato al tema: dal wellsiano ‘Vita Futura‘ (noto anche come ‘Nel 2000 Guerra o pace‘), al grottesco ‘Il Dottor Stranamore‘, dai realistici ‘A Prova di errore‘, ‘L’ultima spiaggia‘ e ‘War game‘ ai più suggestivi ‘Il pianeta delle scimmie‘, ‘Starship Troopers‘ fino ai più recenti cicli de ‘La guerra dei mondi‘, ‘Invasion‘ e ‘Terminator‘.

O ancora i poetici ‘Quando soffia il vento‘ e ‘La tomba delle lucciole‘ senza dimenticare le suggestioni horror di pellicole come ‘La fortezza‘, ‘Deathwatch, la trincea del male‘, ‘Dogsoldiers‘ e ‘La guerra di domani’.

In questo vasto oceano di proposte tematiche alcune pellicole però emergono con forza prepotente come ad esempio un classico poco conosciuto di Dalton Trumbo, ‘E Johnny prese il fucile‘ forse il più forte, toccante e melanconico j’accuse contro la guerra che la Settima Arte abbia mai lanciato (se vi capita di trovarlo in rete recuperatelo, vi assicuro che non vi deluderà).

Bene spero mi perdonerete questa lunga digressione per arrivare al punto ovvero l’impressione che ho avuto dalla visione di ‘Civil War‘, il nuovo film del regista e sceneggiatore Alex Garland – lo stesso per capirci di ‘Ex-machina‘, ‘Halo‘, ‘Annientamento‘ e della serie televisiva di fantascienza ‘Devs‘.

Si, perchè questa non ha la pretesa di essere una recensione quanto invece il bisogno impellente di esternare tutta la rabbia, l’impotenza e la confusione che l’uomo comune prova dinanzi a eventi terribili, eppure quotidiani quali quelli in cui ci troviamo a vivere nostro malgrado.

Sullo sfondo distopico – ma non troppo lontano da una possibile vicina realtà alternativa – di una moderna guerra civile americana, vediamo i protagonisti – i veterani (sia nel ruolo di giornalisti che di solidi attori collaudati) Kirsten Dunst e Wagner Moura unirsi a un collega ormai al tramonto (il bravissimo Stephen McKinley Henderson che farà la differenza al momento giusto) e la giovanissima e brava Cailee Spaeny, nei panni di una giovanissima e intrepida fotoreporter (che non a caso farà la foto che farà la Storia).

Costoro attraversano un’America devastata dalla guerra, dalla follia e dalla miseria umana, sociale e personale per cercare di raggiungere Washington per fare l’ultima intervista al Presidente di quel che resta degli Stati Uniti (una figura sospesa tra la follia, la codardia e l’illusione che le cose stiano andando per il meglio e ricorda vagamente un personaggio alla Donald Trump).

Tutto ciò, prima dell’inevitabile conquista da parte delle forze di una eterogenea coalizione (Florida, Texas e California) destinata probabilmente a rompersi finito il compito.

Il focus come in molti altri casi è ovviamente il viaggio, gli incontri (tutti o quasi permeati all’insegna della violenza e della follia) e sul sotteso di un’esperienza che mostra senza fare sconti che non esiste una guerra ‘giusta‘ ma solo il lento e inesorabile scivolare in una spirale senza una vera via d’uscita.

A parte queste brevi considerazioni però vorrei porre l’accenno sul fatto che, come il Cinema insegna, quello che conta è trovare la scena ad effetto giusta – il famoso pugno nello stomaco che resterà volente o nolente nel ricordo anche dello spettatore più disattento –  verso la quale tutto quanto la precede è una ideale preparazione.

E quindi passa in secondo piano l’attentato iniziale con la fanatica che impugna la bandiera degli States, i cecchini fanatici con cui si scontrano i ‘ribelli’ regolari e quant’altro per arrivare alla scena madre che non vi rivelo ma che letteralmente mostra l’insensato bagno di sangue perpetrato dai cosiddetti ‘americani veri‘ cui l’interpretazione di Jesse Plemons nei panni di un miliziano ultranazionalista dà una forza e una valenza particolare.

Questo è tutto e il mio è solo un consiglio badate, ma secondo me vale veramente la pena…

 

Sergio Giuffrida

Classe 1957, genovese di nascita, catanese d'origine e milanese d'adozione. Collabora alla nascita della fanzine critica universitaria 'Alternativa' di Giuseppe Caimmi, e successivamente alla rivista WOW. Dai primi anni Novanta al novembre 2021 è stato segretario del SNCCI Gruppo Lombardo. Attualmente è nel board di direzione con Luigi Bona della Fondazione Franco Fossati e del WOW museo del fumetto, dell'illustrazione e del cinema d'animazione.

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