Alba di una Lunga Notte
Alex, alla fine ho letto questo tuo romanzo e che dire? Non è male, anche se di una violenza che in certi momenti mi ha messo a disagio. Ma, giustamente vediamo di andare in ordine, anche per farci capire da chi non ti conosce e soprattutto da chi non ha mai letto niente di tuo.
Prima di ogni altra cosa, raccontaci di te: chi sei e cosa vuoi fare?
R.: Sono Alessandro Maiucchi e ho pubblicato con case editrici i miei primi cinque romanzi, tra il 2005 e il 2021. Nel 2025 mi sono ritrovato, per una serie di combinazioni, con tutti i diritti d’autore sbloccati. In quel momento, L’impero delle ombre era una saga solo nella mia mente. Ho deciso che il ritorno dei diritti era un segno: ho abbandonato il mondo “case editrici” e ho abbracciato Amazon KDP. Questo cambiamento richiedeva una rivoluzione, quindi ho creato Alex Mai. L’idea dello pseudonimo è del 2005 (il mio sito è www.alexmai.it, non a caso, ed è online da allora), perché è più facile da capire e memorizzare del mio nome reale.
Il titolo, L’Alba di una Lunga Notte, non fa capire di cosa si tratterà nel romanzo che prenderemo in considerazione, e questa è chiaramente una tua scelta: non vuoi che capiscano subito. Per cui, se non si può rivelare davvero nulla di questa avventura distopica, che più distopica non si può, non la possiamo certo raccontare.
R.: Il titolo e la copertina sono una dichiarazione di intenti: l’immagine è quella di un tramonto, ovvero dell’ALBA di una lunga NOTTE. L’inizio, anche metaforico, di un periodo oscuro. Secondo me, al termine della lettura, il titolo diventa chiaro. All’inizio non lo è, ma sicuramente fa scaturire molte domande.
Quando mi hai contattato per Posso chiedere un parere? hai messo in chiaro che, in fondo, si poteva parlare francamente del tuo lavoro:
Caro Franco, mettici il tempo che ti serve, nessuna fretta. Se trovi più corretto non pubblicare (io fino a 3/5 dico di pubblicare e finora nessuno è sceso sotto, come puoi vedere su Amazon), dimmi comunque quali difetti hai trovato, al limite in privato.
Niente privato! Parliamone pure e però vediamo di fare in modo che il pubblico possa capire che cosa si deve aspettare.
Ti dirò subito che tre palle su cinque si dà per un buonissimo lavoro, ma io, dopo aver letto il primo della tua serie di distopie, sono propenso a un massimo di due palle e un qualcosa su cinque. Se fossi Paolo Mereghetti, direi comunque circa due palle su quattro e, come dice lui, due palle significa un buon film, anche se ancora con qualche difetto.
R.: nel mio modo di valutare i romanzi seguo questo principio: il voto è legato all’autore e di conseguenza al romanzo. Stephen King prende 5 stelle con It, ma Christine ne merita solo 2. Però allora Mario Rossi, scrittore emergente, se ha scritto un romanzo eccezionale non lo posso paragonare a King, ma allo stesso tempo non posso dargli 3 solo perché non è paragonabile. Se ha scritto un capolavoro rispetto alle proprie possibilità di italiano emergente, gli darò 5, senza se e senza ma. Per questo il 3 per me è un buon voto, perché significa che quell’emergente è capace e vale la lettura.
Almeno l’argomento bisognerà pur rivelarlo: i mostruosi e mortali divertimenti in auge durante l’Impero Romano, ma riproposti in un’epoca non troppo distante dalla nostra. L’azione si svolge soprattutto alla fine degli anni Trenta di questo secolo, dove troviamo bande di mafiosi che fanno soldi con combattimenti di gladiatori, quasi sempre culminanti con la morte, uccisioni di leoni, squali e tigri, tra di loro o per mano di uomini non si sa quanto umani! L’intero romanzo è imbrattato di sangue. Io odio le distopie! E odio il fatto che si utilizzi la distopia a go-go da parte di tutti i nuovi autori italiani.
R.: La prima versione di questo romanzo è del 2009, quando la gente (ammesso che ora sia diverso) non sapeva cosa fosse la distopia, quindi non c’è niente di modaiolo. E poi nuovi autori! Il mio primo romanzo l’ho pubblicato nel 2005 e ormai ho compiuto i 60 anni, purtroppo di nuovo mi è rimasto poco… Quanto ai divertimenti mortali: a mio avviso il Grande Fratello in tv dimostra chiaramente che ciò che sembra assurdo può essere sdoganato nel giro di settimane e diventare lo spettacolo più seguito; la serie coreana Squid game (il cui romanzo è stato scritto nel 2009 nella prima versione, come il mio) è almeno altrettanto mostruosa e sanguinaria, ma l’hanno vista decine di milioni di spettatori in tutto il mondo. Quanto alle uccisioni, in Formula Uno o pugilato puoi uccidere il tuo avversario, è accaduto tante volte, eppure non ci sono mostri nel vedere comune.
Non buttarti giù Alex. Non ho detto giovani autori. Del resto fino a quando non lo hai detto, non avevo idea della tua età. E tuttavia non posso considerarti nulla di più, né di meno se non un nuovo autore italiano! Per quello che io noto e so, in Italia la grandissima maggioranza di chi scrive fantascienza, o reputata tale, scrive di tristezze, brutte situazioni, guerre e distruzioni. Non se ne esce… Ti potrei indicare sulle dita di due mani le eccezioni al momento.
R.: Peccato che odi la distopia, perché la distopia è propria di “altri mondi”, pertanto in Altrimondi sembra il cacio sui maccheroni, non me l’aspettavo proprio. Blade Runner è distopia, non ti piace? La storia, il presente in cui viviamo, è tristezza e distruzione, perché il futuro e la fantascienza dovrebbero essere diversi? Peraltro, la distopia non è fantascienza ma un genere a parte, che non ha una versione meno oscura… secondo me sta a essa come il noir sta al thriller, e il noir è necessariamente più oscuro. Una fantascienza positiva è l’utopia, ma ne ricordo molte meno delle dita di una mano.
No, aspetta: vediamo di non mischiare il diavolo con l’acqua santa. Blade Runner deriva da un fortunato racconto di Philip Dick, autore che sapeva fare storie di altissimo livello. Un autore che lavorava sulla società americana con trame molto originali e sense of wonder. Tui ritieni di essere a quel livello?
R.: Il diavolo che hai nominato è distopia, come lo sono la gran parte delle storie più belle degli ultimi 40 anni riferite al futuro, lo stesso Stephen King ha usato questo genere diverse volte (La torre nera è più distopia che fantascienza, se vogliamo scegliere tra i due termini). Philip Dick è molto più distopia che fantascienza, in tutti i suoi romanzi più famosi (ho chiesto a Gemini, secondo lui ha creato il genere distopico moderno).
A tuo avviso la distopia è divertente?
R.: Credo sia il genere meno divertente in assoluto! Dopo l’horror, quando non è Dylan Dog con dentro Groucho. Però la distopia è futuro. Non la vedo come fantascienza. Ha delle regole molto precise (1984 è praticamente un archetipo, ma può non piacere, a me non piacciono i sudamericani tipo Garcia Marquez).
Pensa che, per me, il poco amore per la distopia nasce proprio con 1984, libro a suo tempo innovativo, ma in quel periodo io amavo i marziani, figurati. Ma parliamo del tuo libro, invece. Della filosofia del distopico, magari ne parliamo alla fine. Prima di tutto, questa tua L’alba di una lunga notte, è il primo di una serie di tre che tu hai pubblicato su Amazon. È così? Raccontaci.
R.: Mi riaggancio alla prima risposta: L’alba di una lunga notte è la versione asciugata di Ombre dal futuro, il mio romanzo uscito nel 2021. Il secondo romanzo della saga, Nelle fauci della notte è il suo prequel ambientato nel 2035, nove mesi prima di Alba, e racconta l’avventura di tre scrittori che prendono in ostaggio una casa editrice: i poliziotti che sono sulle loro tracce sono Anselmo e Frodo (Francesco Edoardo Camerata, come sa chi ha già letto i romanzi, è troppo lungo come nome), già visti in Alba. Il terzo romanzo, Il mio nome è Vendetta, è basato sullo scheletro (ho lasciato le ossa e cambiato tutta la carne) del mio romanzo del 2005, Orchidea. Era una cosa che volevo fare da allora, sentivo che la storia non era quella che volevo, ma funzionava e piaceva moltissimo (vendette mille copie in meno di un anno, senza l’aiuto dell’editore e senza i social). E’ ambientato nel 2027 e racconta la storia di Carla Reali (tra le protagoniste di Alba) e della sua vendetta (sulle sue tracce vediamo sia Anselmo, allora recluta, che il suo capo di Alba, oltre a molti dei personaggi degli altri due romanzi). Attualmente sto scrivendo il quarto romanzo, ambientato nel 2034, che finisce esattamente all’inizio di Alba (dove si vede Valerio Romani che esce dal coma, in cui appunto era caduto nel quarto romanzo). Riguardo ad Amazon, i primi due romanzi sono già disponibili in inglese (l’antica Roma e quella moderna, insieme alle mafie, sono temi che in tutto il mondo attraggono il pubblico).
Il mio giudizio sul tuo lavoro non può essere entusiasta, perché, al di là del genere poco adatto ai miei gusti, vedo un po’ di difettucci che forse sarebbero da considerare. Per esempio, tu saltelli capitolo dopo capitolo da un personaggio all’altro, da un tempo all’altro. Mi sono reso conto che seguire una trama non è sempre facile.
R.: Il difetto tipico che mi evidenziano in tanti è che ci sono troppi personaggi, e che soprattutto entrano in campo tutti insieme. Io dico sempre che Guerre stellari, Il signore degli anelli e Harry Potter ne hanno molti di più. E hanno anche altrettanti cambi di scena. Ho letto molti romanzi scritti in questo modo, per esempio Stephen King e Jeffery Deaver; mea culpa per gli errori di tempo, se ci sono, pensavo di averli sistemati tutti. Uso la AI (Claude) proprio per farmi aiutare a gestire questo mondo vastissimo e stratificato (esempio: Valerio a giugno 2035 sapeva che…?), può capitare che neanche la AI si accorga dei cambi di tempo, figurati un comune mortale. Ho letto e fatto leggere i romanzi a moltissimi umani e almeno tre AI, alcuni degli umani mi hanno segnalato minimi errori di punto di vista, che però non fanno rallentare una lettura che hanno trovato entusiasmante (una mia amica che fa la produttrice cinematografica ha fatto le due di notte con Vendetta, direi che è un buon risultato). Forse sono stato fortunato.
In realtà non ho mai detto che questa tecnica non sia valida. Dico solo che, nel tuo caso, si fa fatica a seguire la trama. Il difetto non è cambiare personaggi e storia a ogni capitolo, ma non rendere l’insieme facile da seguire. Si lo so che i classici che riporti lo fanno bene. Ecco, per quello che ho visto io, tu non lo fai benissimo in questo romanzo. Poi, sì: non ho letto gli altri due.
R.: Sto rileggendo i primi di Stephen King e hanno problemi simili, il primo volume della Torre nera è stato interamente riscritto da King pochi anni fa perché aveva un sacco di errori rispetto al resto della saga, direi che quando si maneggiano storie complesse il rischio di inciampare è alto. A mio avviso dipende anche dai romanzi che i singoli lettori affrontano e apprezzano solitamente, che rende loro più o meno semplice seguire un certo tipo di scrittura.
Essendo questo il primo romanzo della serie L’Impero delle Ombre, mi sembra che tu abbia dedicato poco spazio a una trovata che mi sembrava degna di miglior rispetto: all’inizio, proprio nel prologo, dove vengono velocemente (troppo velocemente?) presentati molti dei personaggi, Valerio ha un incidente misterioso:
La pioggia sul viso svegliò Valerio. Intorno a lui non c’era nessuno. Si toccò la maglietta e vide la mano sporca di sangue. Non ricordava nulla. Entrò nella radura e vide il corpo. Si avvicinò. Riconobbe la maglietta, si inginocchiò in lacrime. Aveva ucciso suo fratello.
Mi era sembrato che da qui dovesse, o potesse nascere tutta la storia successiva: Valerio, in seguito, continuerà a non ricordare nulla e in pratica per lui sarà come se avesse fatto un salto improvviso dal 2024 al 2035 e oltre senza ricordare, né sapere che tutto è cambiato nella società. Lui era un poliziotto, ma non lo ricorda, anche se i misteri sono il senso della vita per un poliziotto. Tutto questo non mi è sembrato svolto a dovere. Tutta la vicenda si perde molto e la storia diventa una serie di descrizioni di giochi alla maniera di Roma antica: gladiatori che si feriscono a morte, lotte tra leoni e tigri e squali e uomini quasi sempre incattiviti. Tutto solo per far fare soldi a pochi, il che non è per niente una cosa nuova, né stupefacente. Devo concederti una buona tecnica nello sviluppo della scrittura, della frase, ma non una buona tecnica nel trattare la trama. Devo dire che sono arrivato a fine libro abbastanza barcollante.
R.: Come scritto sopra, il quarto romanzo è dedicato esattamente a quello che hai indicato, la prima scena del prologo è un adattamento della scena che hai citato e il resto del romanzo spiega i due anni prima del suo risveglio dal coma. Ogni scena di Alba in cui il lettore pensa “vorrei saperne di più” viene riletta in modo sorprendente negli altri romanzi. Si spiega chiaramente il motivo dell’amnesia lacunare descritta ai ¾ di Alba, con la scena dell’ipnosi (dove i fan dei Dream Theather avranno una piacevole sorpresa). La morte per soldi è uguale allo Squid Game di cui sopra, quindi è sia nuova che stupefacente, per i fruitori di serie TV che leggono tre libri all’anno e per il 90% dei lettori abituali. I soldi li fanno i vincitori dell’arena, chi perde paga (qui, con la vita), non è una novità.
Ma per finire, dimmi tutto sul perché a tuo parere il romanzo distopico sia il futuro, come hai affermavi al principio di questa nostra conversazione.
R.: Il distopico è un genere che tutti hanno visto al cinema (Arancia meccanica, Blade runner, Matrix, Minority Report, Mad Max, Hunger games, V per Vendetta e mille altri) magari senza sapere come si chiama, non c’è motivo di pensare che non sarà il genere del futuro, specialmente col presente che stiamo vivendo… Black mirror, Dark, Il racconto dell’ancella, anche le serie TV distopiche spopolano in tutto il mondo. L’uomo nell’alto castello, che, come Minority Report e Blade runner è tratto da Dick, è un’altra serie distopica, come Silo e The last of us. Confermo che la distopia è il genere più popolare al cinema e in TV; pertanto, è improbabile che non lo sarà in futuro.
E va bene. Capirai che tutto ciò mi spaventa. Anche se cinema e TV non farebbero parte del nostro discorso: qui parlavamo di romanzi! E perciò, Minority Report, o Blade Runner non sono romanzi di Philip K. Dick, ma racconti, nati nella sua testa come opere minori. Tanto per citarne un altro che non è certamente distopico, c’è il racconto breve intitolato Ricordiamo per voi da cui è stato tratto il film Atto di Forza. E poi certo! Un’opera minore di Dick oggi si merita la trasposizione in film.
Ma a dirla tutta, non sono sicuro che quei racconti possano essere classificati distopie: non so cosa, ma sono certo che siano qualcos’altro. Per esempio, è sicuro che La Svastica sul Sole (L’uomo nell’Alto Castello) sia indubbiamente una Storia Alternativa, genere classico della fantascienza tradizionale. Sai, sono convinto che al povero Dick non sarebbe piaciuto essere classificato come il Padre della Distopia.
Infine, tutti i titoli citati sono adattamenti televisivi. Solo alcuni sono tratti da libri di autori che forse non vogliono nemmeno essere chiamati autori di fantascienza.
Ma, insomma, lascio ai lettori l’arduo compito di giudicare, mentre io fuggo da questo ambiente, che vorrebbe aprire ancora di più le porte alla letteratura distopica, ma anche al fantasy oggi molto in voga e sarà un disastro per i pochi, come me, che amano la fantascienza, ormai in rapida estinzione.