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ARRIVANO GLI ANGELI

ARRIVANO GLI ANGELI

Il Racconto della Domenica

Dapprima non ci aveva fatto caso. Sarà caduta una chiave inglese. O un grosso bullone. Ma il rumore non si era attutito nel tonfo. Ne era seguito un brusio metallico, ovattato e stridente al tempo stesso.

Michael lasciò di mala voglia il motore della pompa che stava ripulendo con un pennello intriso di petrolio e uscì dall’officina per entrare nel garage. A terra un vecchio tombino di ghisa, raccolto chissà dove, si muoveva su se stesso, quasi roteando. La scena gli parve tanto assurda che quasi scoppiò a ridere. Ma subito capì che qualcosa non andava. Al tombino si unì un vecchio martello, poi una vite, una manciata di chiodi e una chiave a brugola. Tutto si muoveva in tondo, come foglie in un mulinello d’aria. Senza peso, gli oggetti si sollevarono da terra di mezzo metro. Michael istintivamente tentò di afferrare il tombino e prima che le sue mani riuscissero a toccarlo anche lui si trovò risucchiato in quel vortice. Si sentiva afferrato da cinghie invisibili, immerso in una forza magnetica a cui non poteva opporre resistenza. Fu preso da un senso di nausea mentre le pareti si contraevano e si allontanavano come in un respiro meccanico.

Improvvisamente tutto si arrestò. Il metallo precipitò sul pavimento con fragore e Michael si trovò a terra. Non appena il capogiro si fece meno forte e riuscì a mettersi in piedi ebbe un solo pensiero: i ragazzi!

Si precipitò in giardino e vederli accanto al tabellone da basket gli fece tirare un sospiro di sollievo. Se ne stavano là, impalati col naso all’insù. Anche lui non poté fare a meno di alzare lo sguardo. Il cielo, fino a un’ora prima limpido e luminoso, era adesso ingombro di grosse nubi. Alcune grigie, altre giallognole. Mary e Eddy gli corsero incontro e Michael li prese in braccio. L’aria ristagnò come se fosse acqua in un fosso. Poi le spighe di avena nei campi – arrivavano fino all’orizzonte e oltre – abbassarono la testa sotto un conato di vento gelido. Michael fece un passo indietro. I bambini non fiatavano. Dal garage il rumore di ferraglia tornò a farsi sentire. Ma l’attenzione era tutta per il cielo. Al di sopra delle nubi si materializzarono otto scie luminose. Seguivano la traiettoria di altrettanti missili che Michael non faticò a riconoscere come testate nucleari. La paura di non poter tornare ad avere paura lo paralizzò. Nella sua mente si mescolarono ricordi di storia e immagini catastrofiche di film catastrofici. Ma non aveva paura.

Fu la voce bambina di Mary a scuoterlo da quel torpore.

«Papà, che cosa sono quelli?»

«Sono angeli, piccola Mary. Sono angeli.»

 

Questo racconto è World © di Patrizio Righero. All rights reserved

Patrizio Righero

Nasce a Pinerolo il 19 luglio 1970. Dopo gli studi classici lavora per due anni come metalmeccanico e svolge il servizio civile in una comunità per minori per poi riprendere gli studi. Consegue prima il baccellierato e poi la licenza in Teologia presso l’UPS di Torino. Ha al suo attivo una ventina di pubblicazioni (Dehoniane, Effatà, Elledici, Marcovalerio) tra saggistica, poesia e narrativa. Attualmente lavora come giornalista.

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