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GLI ALIENI SONO UN BRANCO DI PIRLA!

GLI ALIENI SONO UN BRANCO DI PIRLA!
I Sezione: Assumono il nostro aspetto

…non era ancora il momento per conoscerci. Ma seguiranno altre notti
e noi osserveremo le stelle…  finché non tornino.

(Destinazione… Terra di Jack Arnold)

AlieniUno dei metodi più subdoli usati dagli alieni per infiltrarsi in mezzo ai terrestri è quello di assumere il loro aspetto e cercare di comportarsi da terrestri, questo almeno entro certi limiti perché deve sempre esserci il modo per poterli riconoscere, vuoi perché fissano il Sole senza sbattere le palpebre, vuoi perché hanno il dito mignolo che viaggia per conto suo (è noto che gli alieni, anche se umanoidi, hanno quattro dita per cui il mignolo è un optional), vuoi perchè indossano un Edgar-abito come se fosse un vestito che sta loro un po’ largo, o stretto a seconda delle dimensioni dell’infame extraterrestre che lo indossa (Men in Black docet).

Non esiste un metodo sicuro per riconoscere gli alieni che si sono infiltrati tra noi. C’è chi dice che dottori e avvocati che aiutano i loro pazienti o clienti senza chiedere nulla in cambio ma solo per il desiderio di fare del bene, non possono essere che degli alieni. Quindi, le serie televisive di Perry Mason o E.R. Medici in prima linea sono, per la ragione citata prima, dei serial di pura fantascienza ma queste sono illazioni che, se pur valide, non possiamo, e ce ne dispiace, farle rientrare nei generi che stiamo trattando.

Non sempre gli alieni che arrivano sul nostro pianeta e assumono le forme terrestri sono qui per invaderci. Possono cadere sul nostro strano e barbarico mondo per errore o per un guasto e il loro primo desiderio è di ripartire al più presto evitando il più possibile ogni contatto con noi.

È il caso di una delle più ispirate pellicole del cinema di fantascienza Destinazione… Terra (It Came from Outer Space), tratto da un racconto di Ray Bradbury e portato sullo schermo da uno dei più grandi registi degli anni ’50, Jack Arnold.

Attraverso un dialogo poderoso, mai inutile ma bensì suggestivo e umano, il film ci porta a considerare questi alieni sì come dei diversi ma dotati comunque di una comprensione e una lungimiranza che li porta ad incontrare esseri di altri mondi. Dato che il loro aspetto reale è così orribile per le nostre limitate visioni delle forme di vita, sono costretti a prendere un aspetto umano per nascondersi e per potersi aggirare tra i terrestri.  Eppure anche questi ambasciatori spaziali dimostrano tra loro un carattere diverso. C’è infatti chi passa subito alle armi, come la Helen aliena che finisce uccisa dal protagonista John Puttman, costretto a spararle per difendersi. L’essere, dall’aspetto esteriore della fidanzata del protagonista, cade in una voragine messa lì proprio ad hoc dalla sceneggiatura.

Un altro diverso evidenziato in questo film è lo scienziato giornalista John Puttman (Richard Carlson, all’epoca appassionato lettore di romanzi di Science Fiction).  Un emarginato, in fondo, per le sue idee controcorrente, è l’unico a individuare gli alieni e a favorire il compito di riparare la loro nave spaziale, impresa che sarebbe altrimenti passata praticamente inosservata.

Il titolo provvisorio del film, subito abbandonato, era The Meteor (per poi diventare The Strangers from Outer Space) e il soggetto, il primo delle tre stesure di Ray Bradbury, prevedeva che gli alieni avessero il potere di ipnotizzare gli esseri umani e quindi di penetrare nei loro corpi guidandoli a loro piacimento. La cosa cambiò nelle sceneggiature successive e gli alieni presero quei poteri da Xenomorfi, capaci cioè di duplicare esseri viventi lasciando libero e intatto l’originale. Questo evitò una scena in realtà abbastanza debole dove uno degli scienziati, l’astronomo Snell, per dimostrare i poteri degli alieni, ipnotizzava lo sceriffo alla moda di Jugas Casella, facendogli cioè congiungere le mani in modo che non fosse in grado di liberarsi senza un preciso ordine mentale. Anche la spiegazione di come gli alieni avessero potuto uscire indenni dal catastrofico impatto iniziale è stata tolta nel film. Il perchè è in fondo abbastanza ovvio dato che Puttman giustificava la loro sopravvivenza grazie al fatto che essi avevano il potere di assorbire gli urti. Alcune scene sono state aggiunte all’ultimo momento da Harry Essex come, per esempio, quella in cui Helen apre la porta di casa e si trova davanti un ragazzino in tuta spaziale e urla, o anche quella in cui gli alieni visitano  la casa di Puttman in sua assenza portandogli via gli abiti. Il modello dell’alieno, una sorta di pupazzo coperto di gel, fu purtroppo distrutto alla fine del film. Del gel con l’aggiunta di filtri fu utilizzato per le scene di soggettiva in modo da rendere, in maniera veramente inquietante, come gli alieni vedevano il mondo e soprattutto il deserto intorno a loro. A proposito di deserto, proprio in Destinazione… Terra compare per la prima volta questa suggestiva ambientazione in un film di Jack Arnold: “Vivo e sempre in agguato, pronto a uccidere se vai troppo oltre, con il suo Sole infuocato e il freddo della notte,” esso è come un mondo alieno a sua volta, ostile, suggestivo e misterioso dove ci sono laghi che non esistono e il vento che entra nei fili del telefono cantando e piangendo in una serie di suoni misteriosi ed arcani. Un nuovo mondo, come detto, destinato a ritornare nella cinematografia di Arnold (Tarantola). Il suo genio si spegnerà per una forma sempre più grave di arteriosclerosi il 17 Marzo 1992.

Girando il suo film Incontri ravvicinati del terzo tipo, Steve Spielberg avrebbe voluto avere accanto lui il regista e Richard Carlson per congiungere così in un unico filo fantastico i due film in quanto la pellicola del 1977 ne è un ideale seguito, perché ora il momento e’ giunto ed essi sono tornati…

 “È accaduto qualcosa d’imprevisto: con questi corpi abbiamo ereditato
molte altre cose sconosciute, emozioni umane, desideri…

 (Ho sposato un mostro venuto dallo spazio di Gene Flower Jr.)

AlieniNon contenti di minacciare il nostro pianeta, non paghi di inserirsi nella nostra vita per cercare di dominarla (Dark City), non resta loro che entrare nelle nostre famiglie, insediare le nostre donne (I Misteriani, Madra il Terrore di Londra, The Astronaut’s Wife) e usarle per rigenerare le loro razze morenti in un incrocio forse geneticamente interessante ma ben lontano dalle nostre possibilità permissive.

Ho sposato un mostro venuto dallo spazio (I Married A Monster From Outer Space o molto più familiarmente IMAMFOS, come e’ stato chiamato durante la lavorazione) naque da un idea di Louis Vittes e Gene Fowler Jr., che ne fu anche il regista, e si avvale del cast tecnico della Paramount per quanto riguarda gli effetti ottici ed il make up. La supervisione dei primi fu affidata a John P. Fulton (1902 – 1965), passato alla storia del cinema di fantascienza anche per essere il realizzatore degli effetti ottici sulle varie versioni de L’Uomo Invisibile. Il Make Up, invece, fu opera di Wally Westmore, appartenente a una delle più famose famiglie di Hollywood che da generazioni si dedica a quest’arte. La storia di questa dinastia è cominciata con George Westmore (1879 – 1931), responsabile della pettinatura del famoso Valentino, ed è poi proseguita attraverso Mont Westmore (1902 – 1940), Perc Westmore (1904 – 1970), Ern Westmore (1904 – 1968), Wally Westmore (1906 – 1973), Bud Westmore (1918 – 1973) e Frank e Wally Westmore. Nel 1973 Frank scrisse un interessante libro sulla Dinastia Westmore dove rilevava come, purtroppo, nella sua famiglia ci fossero stati molti casi di malattie mentali ma anche che questo piccolo ramo di pazzia fu alla base del loro grande estro. L’alieno fu realizzato da Charles Gemora, lo stesso creatore del marziano de La guerra dei mondi.

Gene Fowler Jr., il regista e produttore, era nato il 27 Maggio del 1917. Il suo primo film, inedito nel nostro paese, risale al 1957: I Was a Teenage Werewolf. In precedenza si era occupato anche della serie televisiva Rocky Jones Space Ranger (1954). È morto a Woodland Hills, in California l’11 Maggio 1998. Protagonista della pellicola e’ Tom Tryon divenuto famoso più come scrittore che come attore. Tryon era nato il 14 Gennaio 1926 ad Hartford, nel Connecticut. Le sue escursioni nel campo della fantascienza sono state molto limitate, oltre al già citato film di Fowler lo ricordiamo in Un Tipo Lunatico (Moon Pilot) del 1962. Dopo il suo ultimo film datato 1971 si dedica completamente alla letteratura firmando novelle e romanzi di successo. È morto di tumore il 4 Settembre 1991 a Los Angeles.

Il film si apre con il rapimento del protagonista Bill Farrell (Tom Tryon) da parte degli alieni. L’uomo doveva sposarsi il giorno successivo con Marge (Gloria Talbott) ma colui che si presenta al matrimonio non è Farrell, bensì un alieno che ne ha preso le sembianze. Lo scopo della sua razza è quello di poter procreare in quanto le loro donne sono state uccise dall’intenso calore solare del loro sistema morente. Hanno viaggiato a lungo nello spazio prima di fermarsi con la loro nomade flotta sulla Terra nella speranza di potersi incrociare con gli umani. Una volta scoperti, e dopo che i terrestri hanno recuperato i corpi dei rapiti, i superstiti alieni ripartono per il loro lungo viaggio nello spazio alla ricerca di un altro mondo abitato, unica speranza per la continuazione della loro stirpe. Il film fu incredibilmente girato in otto giorni con un budget di centosettantacinque mila dollari la maggior parte dei quali andò per rendere credibile le figure degli alieni. Il regista era rimasto impressionato dal metodo di ripresa di Fritz Lang per il quale aveva fatto l’operatore, sopratutto dalle dissolvenze e dalle tecniche che Lang usava per passare da una sequenza all’altra.

Il suo desiderio era quello di usare la stessa tecnica per il suo film ma questo non fu possibile per scarsità di tempo e di budget per cui, tra una ripresa e l’altra, Fowler ritagliava pazientemente dei pezzi di cartoncino in forme strane e inusuali e si metteva lui stesso dietro la macchina da presa riprendendo tutto ciò che era possibile: i cavi elettrici, il set vuoto, il pavimento sporco. Una volta acquisiti i giornalieri, si portava via le scene girate da lui stesso per vedere se poteva usarle per dissolvenze incrociate, sfumature o quant’altro. Solo una volta poté utilizzare quello che pazientemente aveva preparato. La foresta nella quale si nascondeva l’astronave era la stessa usata nel film di Norman Taurog Un Marziano sulla Terra con Jerry Lewis.

Del film è stato fatto un banalissimo remake uscito da noi solo in videocassetta: Ho Sposato un Alieno (I Married a Monster) di Nancy Malone del 1998. La storia è estremamente simile ma non possiede il senso d’angoscia e di suspense del primo film.

Un altro film curioso, scomparso purtroppo come una meteora nel nostro paese, e’ una pellicola inglese del 1963: Assedio alla Terra (Unearthly Stranger) di John Krish.

Anche in questo caso si tratta di un tipo d’invasione subdola, nascosta, che prende di mira gli scienziati terrestri che studiano la trasmissione del pensiero. Le loro morti misteriose sono dovute a degli alieni che prendono, come aspetto, quello delle donne terrestri. Anche in questo caso, come in altri, essi, anzi esse, non sono facilmente riconoscibili, però non battono le palpebre e sono capaci di prendere un arrosto dal forno a mani nude. Un’altra caratteristica che accomuna questo film alla pellicola di Fowler è il fatto che sotto l’abito terrestre l’essere alieno impara cosa siano i sentimenti in generale e l’amore in particolare. Purtroppo, per un banale incidente, l’aliena muore e il protagonista si trova circondato minacciosamente da donne aliene. È inutile dire che questo tipo d’invasione nel campo della fantascienza è tra i più graditi ai produttori dei film: non ci sono mostri, quindi non ci sono in pratica costosissimi effetti speciali perché tutto ciò che non si vede non costa.

Nonostante questo basilare principio, la pellicola deve comunque avere una storia che, almeno in questi casi, sappia tenere la tensione dello spettatore e il film di Krish la possiede, risultando quindi migliore, per fare un esempio, di un altro spettacolo ben più costoso, e per giunta a colori, che ha invaso la nostra televisione. Stiamo parlando di Visitors, un serial indubbiamente spettacolare che unisce il tema dell’invasione a quello degli alieni camuffati da uomini. Una sorta di lucertole rivestite da maschere umane arriva sul nostro pianeta apparentemente con intendimenti pacifici ma con lo scopo reale di usare i terrestri come fonte di cibo. Dopo una prima serie decorosa il serial è scaduto nella seconda, riducendosi a una specie di stupida e incongruente telenovela.

A metà tra questi due modi di trattare il tema sta indubbiamente la pellicola di Nicolas Roeg L’uomo che cadde sulla Terra (The Man who fell to Earth). Anche qui abbiamo un alieno (David Bowe) il quale, giunto sul nostro pianeta con l’unico scopo di trovare risorse di sopravvivenza per il suo mondo morente, viene imprigionato e quasi vivisezionato dai terrestri. Newton, l’alieno, nasconde il suo vero aspetto dietro delle lenti a contatto e delle protesi e quando la protagonista, Candy Clark, lo vede nel suo status naturale, in una scena puntigliosa ma abbastanza inutile, si urina addosso.

La fantascienza ha presentato spesso queste oscure minacce provenienti da altri pianeti e le ragioni del perché questo tema possa essere così caro lo abbiamo commercialmente spiegato prima ma, al di là di questo fatto che comunque condiziona ogni tipo di produzione cinematografica, non possiamo non sottolineare che sono comunque tra le migliori produzioni di tutto il genere fantascientifico.

Il film è stato rifatto per il mercato televisivo per quello che doveva essere il pilot di una serie, da noi, uscito solo in videocassetta, s’intitolava S.O.S. Terra (The Man who fell to Earth), del 1986 e per la regia di Bobby Roth. La cosa non ha avuto seguito visto il tiepido risultato conseguito.

 II Sezione: Dominano noi

– L’organismo muore…a meno che la sua energia non s’introduca in una
cosa che sia in grado di vivere nella nostra atmosfera. un veicolo
umano. –

– E cosa accade al veicolo umano? –

– Perde subito il controllo del suo sistema nervoso. Viene dominato da
qualcosa, un istinto, una forza cieca che lo spinge ad agire per
loro.-

(I Vampiri dello Spazio di Val Guest)

Siamo ai primordi della Hammer Film. La casa di produzione inglese che diventerà un’icona del cinema dell’orrore realizzando i famosi remake dei personaggi della Universal: Dracula, la Mummia, l’Uomo Lupo, Frankenstein, Jekyll & Hyde e anche la Gorgone. Praticamente tutti passeranno sotto le mani di registi come Terence Fisher, Freddie Francis, Roy Ward Backer, Jimmy Sangster, lanciando attori come Peter Cushing, Christopher Lee e Donald Pleasence. Eppure i primi successi della Hammer non furono nel versante Horror, anche se la componente orrorifica era pur sempre alla base dei suoi primi film, ma di fantascienza. Realizzatori del Ciclo di Quatermass furono lo scrittore Nigel Kneale, il regista Val Guest e l’attore Bryan Donlevy. Kneale, scrittore e poi sceneggiatore, aveva ideato un personaggio, il professor Bernard Quatermass che stava ottenendo molto successo quando fu presentato sia come serial radiofonico sia come sceneggiato televisivo.

Anthony Hinds, produttore della Hammer, aveva acquistato i diritti sulla creatura di Kneale ed era interessato a farne un film. Fece vedere il trattamento a Val Guest il quale, giusto in quel momento, stava per partire per una vacanza. La moglie di Guest, Yolande, lesse la storia e convinse il marito a girare la pellicola.

Nacque così il primo dei due film basati su questo personaggio, L’astronave atomica del dottor Quatermass (Quatermass Experiment, 1956), e fu subito un successo. A dirigere, come abbiamo detto, c’era Val Guest, nato nel 1911 a Londra, passato alla regia dal giornalismo attraverso le sceneggiature. Per quanto riguarda Kneale,  invece, la sua fama resta tuttora legata alla serie di Quatermass, lo scienziato tutto dedito alla scienza che diede vita in tutto a quattro pellicole. Oltre alla prima già citata, abbiamo infatti: I vampiri dello spazio (Quatermass II,1957), ancora di Val Guest, L’astronave degli esseri perduti (Quatermass and the Pit, 1968), di Roy Ward Baker, e Quatermass Conclusion: La Terra csplode (Quatermass Conclusion,1980) di Piers Haggard, ultimo episodio dove lo scienziato muore cercando di ritrovare la nipote scomparsa. Recentemente, poi, è stato girato un remake televisivo basato sulla prima storia ma con risultati mediocri

Il personaggio fu inizialmente interpretato su pellicola da Bryan Donlevy, un attore americano voluto proprio dalla distribuzione americana per assicurarsi il mercato. Pur essendo quasi sempre in uno stato di etilismo acuto, rese con toni credibili e robusti il personaggio di Kneale.

Uomini che si trasformano nel primo film, uomini dominati nel secondo, uomini schiavizzati nel terzo e uomini invasi nell’ultimo. Seminascosti nel corpo umano questi alieni usano i terrestri come veicoli, come operai, come mezzi di comunicazione così come accade all’Edgar-Abito di MIB, dove un alieno indossa la pelle di un umano o, meglio ancora come succede nel film di Roger Corman Il conquistatore del mondo (Conqueror of the World, 1956), dove un extraterrestre possiede al suo servizio degli esseri alati capaci di attaccare gli umani e di dominarli.

Cugini prossimi, se non fratelli sono gli alieni del film di Stuart Orme Il terrore dalla sesta luna (The Puppet Masters, 1994), tratto da un romanzo di Robert A. Heinlein. Questo perché non solo il modo di queste creature di dominare gli esseri umani è molto simile, con l’unica differenza che il parassita di Kneale penetra all’interno del corpo umano mentre quello di Orme si piazza nella schiena della sua vittima introducendo delle terminazioni nervose dalla base del collo fino al cervello del proprio schiavo, ma anche e soprattutto perché entrambi provengono dalla sesta luna di Saturno, il misterioso e nebbioso Titano, il satellite più grande del sistema solare.

Un’altra dominazione a scopo apparente d’invasione avviene nella pellicola di Freddie Francis La morte scarlatta viene dallo spazio (They come from beyond Space, 1965). Anche in questo caso delle creature penetrano nel cervello umano e ne guidano pensieri e movimenti. L’eroe di turno, non dominabile perché ha una placca d’acciaio in testa, scopre le intenzioni degli alieni i quali hanno sulla Luna un’astronave da riparare e usano gli uomini come mano d’opera. Il protagonista li convince a chiedere aiuto invece di pretenderlo e tutto si risolve a tarallucci e vino.

Ma torniamo a quella che è la produzione migliore sul genere dicendo subito che I vampiri dello spazio (Quatermass II) vede ancora una volta Bernard Quatermass alle prese con una minaccia proveniente dallo spazio ancora una volta sventata grazie alla sua testardaggine e alla volontà di non arrendersi mai. Pronto a combattere non solo contro le faziosità burocratiche e politiche e contro l’ottusità umana, ma soprattutto con chi vorrebbe invadere questo mondo senza praticamente chiedergli il permesso. Il film negli Stati Uniti ebbe il titolo di  Enemy from Space al posto di quello originale ed è circolato in Italia in versione integrale solo la prima volta perché, quando ne fu fatta la riedizione, furono tolte le sequenze iniziali prima dei titoli. Nella scena si vede Quatermass fermare due giovani in macchina, dopo aver evitato un incidente con loro, e rendersi conto che uno dei due ha un misterioso taglio sulla guancia provocato da uno sbuffo di fumo proveniente da una strana roccia. Noi sapremo presto che quella roccia è in realtà un missile usato dagli alieni per giungere sul nostro pianeta e che lo sbuffo di fumo è l’atmosfera mortale che sta all’interno della piccola nave la quale fuoriesce di colpo quando la creatura si precipita all’esterno per inabissarsi nella pelle umana, entrando così nel corpo della sua vittima allo scopo di guidarne i pensieri e le azioni.

Joe Dante era un estimatore del film e cercò di recuperarne la copia ma la United Artists aveva perso di diritti nel 1965 e nessuno si era più preoccupato di rinnovarli. Tutte le copie erano andate distrutte tranne una in 35mm tagliata in due da una macchina da proiezione guasta, per cui non fu possibile trovare più una copia originale e si rese necessario farne un controtipo da quelle inglesi.

Abbiamo accennato precedentemente ai problemi di alcoolismo di Donlevy e, a dire la verità, la faccenda risultò parecchio tragica in quanto l’attore era impossibilitato a girare qualunque scena che comportasse l’avvicinamento a una parete o l’attraversamento di una porta perché andava a sbattere in continuazione. Era necessario girare la stessa scena fino a cinquanta volte fino a che Guest, stanco di sprecare pellicola, inquadrò Donlevy che si allontanava senza seguirlo con la cinepresa ma lasciandolo andare a sbattere dove volesse mentre la macchina restava ferma sull’inquadratura iniziale.

Allo stesso genere appartiene il recente Fantasmi da Marte (Ghosts of Mars) di John Carpenter. Anche qui gli antichi e barbari abitatori del pianeta entrano nel corpo dei terrestri per riprendersi il loro mondo che sta per essere colonizzato da quello che per loro è un invasore: l’uomo.

III Sezione: Baccelli, Carote e insalata di Trifidi

Solo quando dobbiamo lottare per difendere la nostra umanità ci
accorgiamo quanto valga, quanto ci sia cara.

(L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel)

 

Siamo venuti qui da un mondo in agonia, trasportati nell’universo di
pianeta in pianeta con la spinta dei venti solari. Ci adattiamo e
sopravviviamo. Lo scopo della vita è sopravvivere…

(Terrore dallo spazio profondo di Philip Kaufman)

 

Dove vuoi andare? Dove vuoi scappare? Dove vuoi nasconderti? In nessun
posto. Di quelli come te non ne e’ rimasto nessuno…

Ultracorpi: L’Invasione Continua di Abel Ferrara)

Il romanzo di Jack Finney Gli invasati ha avuto l’onore di ben quattro trasposizioni cinematografiche, prima fra tutte quella di Don Siegel nel 1956. Siegel ha al suo attivo una filmografia di tutto rispetto ma ha girato nell’ambito della science-fiction solo questo L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers, 1956), pellicola che però è subito entrata nell’olimpo dei grandi classici. Dopo questo, per quanto riguarda il genere, Siegel ha diretto solo due episodi della serie Ai confini della realtà di Rod Serling.

Nato il 26 ottobre del 1912 e morto nel 1991, è stato il regista preferito di Clint Eastwood. Fu scelto dal produttore Walter Wanger per girare il film di cui aveva acquistato i diritti. Dovette lottare duramente con i dirigenti della Allied Artists che consideravano la pellicola uno dei soliti film di mostri. Wanger aveva invece molta fiducia nel soggetto e lasciò che Siegel affidasse la sceneggiatura della storia a Daniel Mainwaring, abituale collaboratore del regista, il quale fu a sua volta però aiutato dall’aiuto regista Sam Peckinpah, futuro autore di pellicole come Cane di Paglia, Il mucchio selvaggio e Pat Garrett e Billy Kid.

Il suo tirocinio con Siegel portò Peckinpah a interpretare un piccolo ruolo da gasista nel film. La pellicola costò pochissimo in effetti speciali: appena quindicimila dollari per realizzare i baccelli nella serra per cui Wanger poté dirottare le spese assumendo attori che dessero garanzie. La lunga battaglia con i dirigenti della Allied Artist non ebbe mai fine: il film finito destò molte perplessità con il protagonista Miles Bennell che urla nella strada Adesso toccherà a te! Era un finale amaro, quasi inconcepibile per l’epoca per cui la produzione ordinò a Siegel di cambiarlo, oltre che tagliare delle scene dove il regista cercava di stemperare la vicenda con un poco di umorismo. Siegel accettò di girare le sequenze iniziali e finali lui stesso in modo che il film mantenesse comunque una logica continuità per cui venne scritturato l’attore With Bissell, il quale per questa ragione non è citato nei titoli, nel ruolo del direttore di un manicomio che ascolta incredulo il racconto di Miles Benell (Kevin McCarthy) e alla fine gli crede mobilitando le forze di polizia e “l’effe bi i“, come dice il dialogo italiano.

Il titolo della pellicola era originariamente The Body Snatchers e cioè lo stesso titolo del romanzo ma Siegel voleva proporre un verso di Shakespeare: Sleep No More (Non dormirai più) con l’ovvio riferimento al fatto che chi cede al sonno è perduto. Wanger accettò il titolo ma non così i produttori che lo sostituirono con un anonimo They Came from Another World (Venivano da un altro mondo). La battaglia infuriò e Wanger cercò di fare in modo che venisse almeno lasciato il titolo del romanzo ma nemmeno questo gli riuscì perché dopo le prime uscite al film venne subito aggiunta la dicitura “Invasion of” che assieme a “The Body Snatchers” consolidò una volta per tutte il titolo definitivo della pellicola.

Passano così oltre trent’anni prima che il regista Philip Kaufman, nato il 23 ottobre del 1936 a Chicago, nell’Illinois, potesse mettere in cantiere quello che lui stesso più che un remake considera un omaggio a un film splendido, tanto è vero che, in due piccoli camei, appaiono sia Kevin McCarthy che Don Siegel, il primo praticamente nel ruolo di Miles Benell che ancora se ne va in giro cercando di avvertire l’umanità e il secondo nel breve ruolo di un tassista il quale prende a bordo i due protagonisti che cercano di scappare dalla città infetta. Meno incalzante e meno angosciante del primo, Terrore dallo Spazio Profondo, anonima traduzione del solito Invasion of the Body Snatchers, si avvale ovviamente di un maggior uso di effetti speciali e della interpretazione di Donald Sutherland e di Leonard (Spock) Nimoy. Qui il finale è amaro, triste, senza speranza per l’umanità con uno dei protagonisti, Veronica Cartwright, che si aggira per la città contaminata fingendo di essere una copia e così viene riconosciuta dall’ormai assimilato Sutherland che le sibila dietro un suono estensivo che verrò ripetuto con Ultracorpi. L’invasione continua (Body Snatchers) di Abel Ferrara. Il film non ha nulla a che vedere con gli altri due e si svolge in una base militare nella quale aumentano in poco tempo tutti i posseduti da strani semi replicanti la cui provenienza è ignota. I due superstiti fuggono a bordo di un elicottero e nelle conclusive e frettolosamente riassunte sequenze finali, sembra che abbiano sventato la minaccia, forse… perché non è detto che sia finita. Anche qui l’uso degli effetti speciali travalica l’angoscia della storia e le scene sono molto più di gusto gore che fantascientifico ma, comunque sia, in tutte e tre le pellicole, gli alieni prendono il posto degli uomini dissacrandone l’umanità.

Provengono in tutti e tre i casi dal mondo vegetale: baccelli, spore che duplicano gli esseri umani prendendone nel sonno le conoscenze, uccidendo l’originale. Sleep no More, ci avvisa Don Siegel ed è curioso osservare che, come la maggior serie dell’orrore moderna, genere notoriamente cugino della fantascienza, si occupi dello stesso problema del dormire, della impossibilità di prendere sonno o di cadere in un mondo pieno di incubi dove ci aspetta un’altra creatura proveniente dall’onirico, quel Freddy Krueger grazie al quale, davvero, “Non dormirai più...”

Nessun dolore o piacere quali noi li conosciamo, nessuna emozione,
niente cuore. Superiori a noi, superiori sotto ogni aspetto…

(La cosa da un altro mondo di Christian Nyby e Howard Hawks)

No, noi non aspettiamo. Qui tra noi c’è qualcuno che non e’ quello
 che sembra…

(La cosa di John Carpenter)

Gli alieni sono dei pirla!Ancora una volta ci troviamo di fronte a un alieno di aspetto umanoide e a un essere capace di prendere qualunque forma. L’uomo è fonte di cibo per il primo e di assimilazione per il secondo, che si comporta come una specie di virus in grado di distruggere ogni parvenza umana dall’originale.

Per quanto riguarda La cosa da un altro mondo (The Thing from another World, 1951) fu il protagonista Kenneth Tobey ha svelare una volta per tutte il mistero che circondava la regia del film. Perché mistero? Perché ci si chiedeva come era possibile che un regista che aveva dimostrato una mano così sicura, un senso del ritmo così elevato, che era riuscito, insomma, a dirigere una storia di fantascienza così fuori dall’usuale, fosse poi finito nell’anonimato senza più replicare la bravura che aveva dimostrato nella sua opera. La risposta di Tobey fu che il film era stato girato in realtà tutto da Howard Hawks, di cui Christian Nyby era l’abituale operatore. Tobey è stato chiarissimo: “Nyby restava a guardare mentre Hawks organizzava le riprese. Aveva tutto da imparare da lui.

A Howard Hawks non interessava firmare la regia, all’epoca dirigere un film di fantascienza era dequalificante e, in fondo, stiamo parlando di uno dei maggiori registi di Hollywood (Il sergente York, Il grande cielo, Il grande sonno, per dire qualche titolo). Il controllo del film da parte di Hawks fu costante e continuo: ne supervisionò la sceneggiatura, il montaggio e fu quasi sempre presente sul set come una oscura presenza. Purtroppo, pare non esistano foto per comprovarlo. Il film è liberamente tratto da un racconto John William Campbell, intitolato Who Goes There? e fu pubblicato nell’Agosto del 1938 con lo pseudonimo di Don. A Stuart sulla rivista Astounding Science Fiction di cui lo stesso Campbell era direttore.

Non era possibile, per ovvie ragioni di budget, fare in modo che la Cosa mutasse continuamente forma, sarebbe stato costoso e faticoso, per cui si passò subito a considerare un essere di provenienza vegetale e di forma umanoide costante. Il risultato fu una specie di Frankenstein dal cranio calvo e con delle spine nelle nocche delle dita. A interpretarlo fu chiamato James Arness che con i suoi due metri d’altezza poteva dare la prestanza fisica necessaria. Di Arness, fratello di Peter Graves, ricordiamo anche la sua parte da agente dell’F.B.I. in Assalto alla Terra e ancora una volta nel ruolo di un alieno in Gli invasori spaziali.

Kenneth Tobey o Ken Tobey doveva essere il protagonista de La guerra dei mondi al posto di Gene Barry ma anche se non fu possibile ottenerlo per questo film, durante la sua carriera, incontrò spesso il genere fantastico: Il mostro dei mari, Il risveglio del dinosauro, L’ululato, Strange Invaders, Gremlins e Salto nel buio sono solo alcuni dei suoi film per cui lo si può tranquillamente considerare un veterano del genere. La pellicola ebbe un successo commerciale notevolissimo e la trama fu tenuta segreta fino all’ultimo. Le illazioni dei giornalisti non riuscirono nemmeno ad avvicinarsi alla vera storia del film. Stranamente, la sua vibrante colonna sonora, opera di Dimitri Tiomkin, non risulta essere mai stata editata su disco. All’epoca le fotografie di James Arness vestito da Cosa furono tenute segrete così come anche le riprese dove appariva la Carota di Genio o Carotoide che venivano girate con troupe ridotta.

La storia del film è nota. Un disco volante precipita tra i ghiacci polari. Mentre la nave spaziale viene accidentalmente distrutta, uno degli occupanti viene trovato congelato. Una volta portato dentro la base scientifica dagli uomini che hanno organizzato la spedizione, questi si libera dal ghiaccio e comincia a compiere stragi. Un arco voltaico, alla fine, distruggerà l’essere vegetale. Abbiamo fatto questo brevissimo riassunto per spiegare come, nel finale, la piccola creatura che si sta lentamente consumando sotto l’elettricità sia un nano con indosso il costume di Arness. Gli esterni sono stati girati sulle innevate montagne del Montana. Il film è stato editato in Italia in DVD in due versioni: normale e colorata ma in entrambe mancano in totale cinque minuti di film, almeno fino a che la Sinister film non lo ha recuperato per intero..

Ben diverso è il caso del remake di John Carpenter, La cosa (The Thing, 1982).

Essa infatti possiede le proprietà camaleontiche che John W. Campbell le aveva attribuito. Sono altri tempi (siamo nel 1982), i film di fantascienza hanno travolto il mercato e le tecniche si sono sveltite e affinate, per cui è ora possibile fare della Cosa un mutoforma che insedia una base americana. Come è diventato d’obbligo, mentre nel primo film l’essere viene distrutto con grande gioia dei molti superstiti, nel secondo non solo ci sono due scampati che non hanno molte speranze di sopravvivenza tra i ghiacci polari, ma non siamo nemmeno sicuri che uno di loro non sia la Cosa che ne ha preso l’aspetto.

John Carpenter fa subito un omaggio al primo film con il titolo, scritto nello stesso modo del suo illustre predecessore e con le sequenze televisive del ritrovamento dell’alieno nel blocco di ghiaccio da parte di una spedizione precedente. Molte di quelle scene sono volutamente ispirate al primo film. Ovviamente la vicenda ha dei toni molto più spinti rispetto quelli della pellicola precedente. Il mostro non si intravede, si vede e forse fin troppo, ma le esigenze del pubblico sono cambiate per cui il tecnico degli effetti speciali, Rob Bottin, utilizza di tutto per realizzare la creatura senza darle mai una forma ben definita servendosi praticamente ogni tipo di materiale che aveva a disposizione. Fu un lavoro estenuante che costò a Bottin, alla fine delle riprese, un ricovero in ospedale per esaurimento nervoso e non ebbe nemmeno la soddisfazione di vedersi candidato all’Oscar. Di questa storia fu girato anche un interessate prequel.

Ed ora pensiamo ad altre creature vegetali che hanno minacciato la nostra esistenza:

Tratto da un famoso romanzo di John Wyndham The Day of Trifids, che in Italia fu editato con il titolo L’Orrenda Invasione, esce nel 1963 una pellicola girata da Steve Sekely intitolata, nella sua prima edizione, L’invasione dei Mostri Verdi e successivamente riportata al suo vero titolo Il Giorno Dei Trifidi.

L’ispirazione al romanzo riguarda solo le creature vegetali portate sulla Terra da una pioggia di meteoriti le quali rendono cieca quasi tutta la popolazione mondiale. In questo modo i mostri vegetali possono crescere e moltiplicarsi senza ostacoli per poi essere goffamente distrutti da della semplice acqua di mare.

Il romanzo, invece, è una lunga lotta per la sopravvivenza, la pioggia meteorica è dovuta a dei satelliti orbitanti e i Trifidi sono una specie sconosciuta e apparentemente terrestre. Tutto questo nel film è appena accennato se addirittura non detto e la pellicola si riduce solo ad una semplice lotta contro i mostri.

Nulla di particolare da dire sui Trifidi. Venivano portati sul set su un carrello a volte anche fin troppo traballante e le loro mani venivano mosse da pali e fili fuori campo.

Tutti questi tentativi di invadere il nostro pianeta si risolvono quasi sempre con la vittoria (fortunosa o meno) dei terrestri, il che dimostra, una volta per tutte, che quando non sono sfigati gli alieni sono perlomeno dei pirla!

L'Autore

Giovanni Mongini

Tra i maggiori specialisti mondiali di cinema SF (Science Fiction) è nato a Quartesana (Fe) il 14 luglio 1944 e fino da ragazzino si è appassionato all'argomento non perdendosi una pellicola al cinema. Innumerevoli le sue pubblicazioni. La più recente è il saggio in tre volumi “Dietro le quinte del cinema di Fantascienza, per le Edizioni Della Vigna scritta con Mario Luca Moretti.”

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