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FANTASCIENZA PER SEMPRE?

FANTASCIENZA PER SEMPRE?

copertina tratta da Cult Stories.

Ho letto su un numero di Urania la proposta di intervenire sul significato di fantascienza. Dopo averci pensato un po’ mi sono deciso a scrivere questa cartella e mezza. Il contenuto è piuttosto provocatorio ma spero che possa servire a vivacizzare lo scambio d’opinioni.

L’invito di Urania di proporre una definizione di fantascienza mi ha stimolato e contemporaneamente fatto sorridere: stimolato perché si tratta di argomento che, bene o male, mi accompagna da oltre trent’anni; fatto sorridere perché il problema continua a riaffacciarsi periodicamente senza arrivare a una soluzione che sia chiara e semplice, all’unanimità accettabile, e quindi definitiva. Pertanto non intendo proporre ulteriori definizioni (sono sostanzialmente d’accordo con quanto dice l’amico Catani) bensì sottolineare due aspetti che potrebbero contribuire alla bisogna.

Primo aspetto: ormai è chiaro che alcune opere di science fiction debbano essere definite letteratura tout court. Una corrente della science fiction, da qualche anno a questa parte, sta avendo occasioni estremamente valide per poter approfondire, riflettere e speculare in merito alla posizione dell’uomo di fronte al mondo e di fronte a se stesso in quanto artefice di questo mondo. Le situazioni socio-politico-confessional-esistenziali sono sempre più vorticose e frastornanti, e soprattutto stanno dimostrando quanto presto diventi realtà la speculazione più spinta. E sono sempre più numerosi i romanzi mainstream che appaiono come romanzi di science fiction sociologica di un recente passato. Sono convinto che mai come ora l’unico medium letterario per dire qualcosa di nuovo e impegnato in modo accattivante appartenga alla science fiction e, in particolare, a quella corrente che viene definita sociologica.

Gli scenari che intravediamo tra le fessure delle notizie sui quotidiani sono fonte inesauribile per proporre opere di valore sia letterario sia di contenuto. Chi sente l’urgenza, la necessità di trattare problemi attuali e futuri dell’uomo al di sopra di vincoli faziosi e al di fuori di schemi desueti, è obbligato a farlo attraverso l’ottica della science fiction.

Esaurito questo primo punto sul compito che una vera letteratura di science fiction può avere, arrivo al secondo punto. Si sarà notato che non ho mai usato il termine “fantascienza”. Quello che sto per dire a qualcuno potrà sembrare blasfemo, ma l’evidenza è di fronte a tutti: qualsiasi proposito di fare vera letteratura di stile e di contenuto si scontra con l’opinione incrostatasi in tanti anni su questo neologismo. Allora, poiché sono convinto che la science fiction è una cosa seria e che sulle sue possibilità stanno convergendo responsabilità intellettuali sempre maggiori, proporrei che il termine “fantascienza” venisse abolito.

So che la proposta è utopica, troppo radicata essendo ormai questa parola nella lingua corrente, ma un tentativo potrebbe essere fatto almeno da quegli addetti ai lavori le cui opere non si identificano con “roba da fantascienza”.

L’idea non sorge dall’iniziativa di Urania; già durante un intervento al congresso di Montegrotto del 1984 parlai di una possibilità “lamarckiana” – nel senso di sviluppare solo gli elementi validi proposti dalla nascita del movimento – per una evoluzione della nostra science fiction. E proposi, per certa produzione, l’abolizione del termine “fantascienza” durante il meeting di Vimercate Variazioni Cosmiche nell’ottobre del 1988.

Quindi, perché non aggiungere alla proposta di Urania sulla definizione una proposta di alternativa a questo termine? Sono convinto che, dopo una quarantina d’anni di maturazione, sia arrivato il momento per una verifica sul significato di questa “cosa”, allorquando essa viene usata per esprimere concetti attraverso forme e contenuti che nulla hanno a che spartire con l’immagine del termine in uso.

L'Autore

Renato Pestriniero

Renato Pestriniero, veneziano, sposato, una figlia. Fino al 1988 capo reparto presso la filiale veneziana di multinazionale svizzera. Dal suo racconto “Una notte di 21 ore” il regista Mario Bava ha tratto il film “Terrore nello spazio.” Esperienze televisive, radiofoniche, fotografiche e figurative.

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