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È MORTO A 89 ANNI ROBERT EVANS

È MORTO A 89 ANNI ROBERT EVANS

La parola “leggenda” si riferisce a moltissime persone che hanno lavorato a Hollywood, ma quando parli di una stella del cinema o di un regista leggendario, l’essenza della leggenda può essere trovata sullo schermo. Con un produttore, la leggenda di solito ha più a che fare con il mondo delle ombre fuori dallo schermo – con quello che, esattamente, ha fatto per realizzare un film. E sicuramente come l’era Star System è stata costruita su leggende come la volgarità perfetta di Samuel Goldwyn o la tirannia da maniaco del controllo di Louis B. Mayer, l’Hollywood che li ha seguiti ha come filo conduttore la grande sfrontatezza di Robert Evans.

Dietro questo pseudonimo si cela in realtà Robert J.Shapera – nato newyorkese purosangue il 29 giugno 1930 morto nella sua sontuosa dimora di Beverly Hills il 26 ottobre 2019 – l’attore, produttore cinematografico e televisivo americano che ha rivoluzionato lo star-system.

Un ex attore di cheeseball che ha assunto la direzione della produzione della Paramount Pictures alla fine degli anni ’60 – grazie a Charles Bluhdorn e all’influenza di Greg Bautzer, noto avvocato dello spettacolo – portando lo studio a una corsa brillante e rivoluzionaria (tra i suoi successi Rosemary’s Baby, The Godfather, Chinatown) come mai il cinema aveva visto. Evans rappresentava una fusione unica: la Vecchia Hollywood e la Nuova, del desiderio di fare hit e del desiderio di fare arte, del produttore come backer-wheeler-dealer e del produttore come sexy showman dell’età dei media. Evans potrebbe essere tutte queste cose in una volta perché anche al culmine del suo potere, non ha mai smesso di considerarsi un attore, un giocatore che è riuscito ad assumere il ruolo di un giocatore.

Robert Evans

Robert Evans nel 2002, alla firma del suo libro The Kid Stays in the Picture.

Chiunque abbia visto The Kid Stays in the Picture, lo scintillante documentario del 2002 che Brett Morgan e Nanette Burstein hanno tratto dall’autobiografia di Evans del 1994 (che è diventato un cult soprattutto grazie alla versione di libri su nastro, che Evans ha letto con uno stile tipo Robert Mitchum-incontra-Henny Youngman), sa che la carriera di Evans è stata una sala di specchi. Nato nel 1930, lavorava come vice presidente dell’azienda di abbigliamento Evan Picone (che, secondo lui, lanciava in chiave popolare il concetto di pantaloni da donna). Al cinema approda negli anni Cinquanta (La rivolta di Haiti, Sinhue l’egiziano) e nel 1957 fu scoperto nella piscina del Beverly Hills Hotel, da Norma Shearer, che ha contribuito complice il potente marito, il produttore MGM Irving Thalberg, a inserirlo nel film biografico dove James Cagney fa rivivere Lon Chaney sr. ‘L’uomo dai mille volti’. Fu un colpo del destino che fece presagire a Evans la propria futura carriera non come interprete ma come dirigente e producer.

Si può capire perché pensavano che sarebbe diventato una star del cinema alla fine degli anni ’50. Evans era straordinariamente bello, eppure aveva sempre qualcosa di fuori posto. Con il suo sorriso a trentadue denti e la sua bella pettinatura liscia, sembrava un incrocio tra Tom Cruise e il giovane Donald Trump, e mentre la sua carriera di attore si consumava, il ruolo del produttore si adattava perfettamente a lui. Era nato non per raccontare una storia ma per venderla. Anche la sua ascensione ai massimi livelli di Paramount è stata il risultato di un trucco della sua oratoria (forse meglio sarebbe dire, ciarla) mediatica, quando Peter Bart, corrispondente della West Coast del New York Times (e, in seguito, caporedattore di Variety), scrisse un profilo di lui nel 1966 che evidenziava l’abilità aggressiva del nuovo stile di Evans nel cercare e coltivare manoscritti adattabili prima che fossero pubblicati (o addirittura finiti). Questa, si è scoperto, si sarebbe rivelata essere una strategia chiave del produttore nella nuova era, ed Evans eccelleva in questo. Ha anche paragonato il brusio di quel pezzo di Times al lavoro di punta alla Paramount, stringendo un’alleanza inquieta con Charles Bludhorn, il capo di Gulf & Western.

Robert Evans Robert Evans

Puoi vedere lo yin e lo yang del successo di Evans nei due film che ha diretto che hanno rilanciato la Paramount e impostato il tono cinematografico per tutti gli anni ’70. The Godfather è stato il film più importante del decennio e non sarebbe stato realizzato com’era senza Robert Evans. Nell’assumere Francis Ford Coppola, Evans ha capito che il genere gangster allora moribondo aveva bisogno di un grande aiuto per l’autenticità etnica; per di più, vide che doveva essere epico. Il risultato è stato un nuovo punto di riferimento nel realismo operistico di Hollywood. Allo stesso tempo, Evans ha capito il richiamo populista di Love Story, una storia d’amore scritta a puntino con valori narrativi a quattro zampe che non avrebbero potuto essere più antitetici a quelli della New Hollywood. In qualche modo essenziale, Evans ha anticipato l’estetica conservativa di Rocky che, alla fine degli anni ’70, avrebbe sostituito la nuova era.

Robert Evans

È stato questo il periodo in cui ha firmato come produttore capolavori e classici quali: Il maratoneta (Marathon Man, 1976), regia di John Schlesinger, Black Sunday (1977) di John Frankenheimer, L’ultimo gioco (Players, 1979), di Anthony Harvey, Urban Cowboy (1980) di James Bridges, Popeye – Braccio di Ferro (Popeye, 1980), di Robert Altman.

Fu, per tutto il tempo, l’ultima immagine più grande della vita del produttore-magnate, incastrato nel suo castello francese di Hollywood, sposato (per un momento) con Ali MacGraw, girovagando con Jack e Roman, un ex ragazzo glamour che ancora immaginava se stesso, ad un certo livello, come star del cinema. In The Kid Stays in the Picture, Evans si presenta come un duro da film-noir contemporaneo (Evans ad Ali MacGraw: ‘Mai pianificare, ragazza. Pianificare è per i poveri’).

Ma Robert Evans non ha dormito sugli allori. Quando lasciò l’aristocrazia dei grandi studioos e si avventurò da solo, realizzando lungometraggi in contratto con la Paramount, avrebbe potuto facilmente atterrare tra le erbacce, ma invece prese la sceneggiatura di Robert Towne per Chinatown, che in origine era così pieno e denso che nessuno poteva capirlo, e ha usato la sua personale alchimia di produttore per trasformarlo in un grande film.

Per un po’, non sbagliò nulla e la sua presenza mediatica, che coltivò con astuzia Trumpiana, si intensificò insieme a quella del suo amico Jack Nicholson. Eppure la cultura stava cambiando e Evans, come uno dei suoi sovrani si stava divertendo troppo per notarlo. Nel 1980, è stato etichettato come drogato (non riusciva a resistere al richiamo all’acquisto di cocaina farmaceutica) e la discesa che seguì fu decisiva. Il fatto che abbia perso il tocco come produttore ha avuto tanto a che fare con l’epoca quanto con lui. La saga di The Cotton Club (1984) è incentrata sul modo in cui Evans e Francis Ford Coppola pensavano che stessero realizzando un nuovo Il Padrino – ma, naturalmente, questa era la versione in carta stagnola di alto concetto. E non è stata colpa di Evans. Né è colpa sua se è stato in parte protagonista in quel fatto di cronaca che è diventato noto come l’omicidio del Cotton Club.

La sua caduta da dramma greco sembra segnata come nel destino di un ineluttabile karma, forse connaturata alla sua vera natura. Così quando Dustin Hoffman, nel 1997, basò la sua interpretazione come produttore hollywoodiano in Wag the Dog proprio su Evans sembrava come se fosse il comportamento da maniaco di Evans a diventare leggendario.

Ebbe anche una sorta di ripresa (se riesci a contare un film come Sliver come tale). Nell’ambito pseudo fantastico-fantascientifico con ascendenze fumettistico-televisive sono ancora da segnalare The Phantom (1996), regia di Simon Wincer e Il Santo (The Saint, 1997), regia di Phillip Noyce. Eppure la verità ultima della carriera di Robert Evans è che i suoi istinti di produttore erano e rimangono leggendari. Credeva nei film che stava girando. Ed era suo destino arrivare in un momento in cui gli artisti rivoluzionari che stavano arrivando a Hollywood avevano bisogno di qualcuno che credesse in loro. Robert Evans era quel qualcuno. Nel produrre i film che ha fatto, ha cambiato la storia del cinema americano, trasformandosi in un personaggio senza tempo al suo interno ed entrando a far parte del suo pantheon…

L'Autore

Sergio Giuffrida

Classe 1957, genovese di nascita, catanese d'origine e milanese d'adozione. Collabora alla nascita della fanzine critica universitaria 'Alternativa' di Giuseppe Caimmi, e successivamente alla rivista WOW con Franco Fossati e Luigi Bona. Dall'inizio degli anni Novanta è segretario del SNCCI (Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani), Gruppo Lombardo.

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