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Un giorno di scuola

Un giorno di scuola

 

Emilio annusò l’aria del mattino, uscendo di casa. La primavera gli alitò in viso, leggera. Anni prima quello sarebbe stato come il segnale che stava per giungere un periodo molto faticoso, al quale poi sarebbe seguita la lunga pausa estiva.

Beh, non una pausa lunga come quella degli allievi, perché un po’ di lavoro da fare c’era – finire di sistemare la contabilità dell’anno scolastico, preparare la didattica per l’anno successivo, visionare l’ennesima versione dei testi proposti dalle case editrici, che avevano qualche variazione tanto per scoraggiare un poco il mercato dell’usato.

Non era solito, però, rivalersi sugli allievi per quella disparità di trattamento; non dava loro barcate di compiti per le vacanze, perché riteneva fosse assolutamente salutare che ancora per un po’ si potessero godere quella vita totalmente priva di impegni e responsabilità che fin troppo presto sarebbe stata tolta loro per sempre.

Così come lui stesso aveva rinunciato alla lunga estate dell’insegnante, perché il suo incarico attuale era libero da ritmi stagionali.

Finalmente giunse l’autobus. Era un nuovo modello dalla forma totalmente squadrata che ottimizzava tutto lo spazio per i passeggeri, anche perché non aveva più pilota ma si guidava da sé. Era la terza o quarta volta che ci saliva su, ed era estasiato.

Non si sa come, quel coso rimaneva sospeso nell’aria, fluttuando a circa quaranta centimetri da terra. E il risultato era che, durante il movimento, sembrava scivolasse sul velluto. Anche la maggior parte delle automobili ora era così, ma lui non ne possedeva nessuna, né conosceva nessuno che ne avesse una.

Poche fermate ed era già arrivato, non un caso perché aveva traslocato di recente e aveva volutamente scelto un domicilio non troppo lontano dal luogo di lavoro; un edificio nero che rimandava un opaco riflesso di ciò che lo circondava. Sull’entrata, dall’aria ben difesa, spiccava una scritta che ricordava il passato: IBM.

«Buongiorno, signor Mattarozzi,» fece il custode. Nella hall non c’era quasi nessuno, perché a quell’ora gli altri dipendenti in forze erano già tutti entrati e perché la maggior parte di loro generalmente lavorava da casa; connettendosi, per lo più, da graziose villette fuori città.

«Buongiorno, Mattia,» rispose con sincera cordialità e poi mise il pollice sullo scanner per avere accesso all’edificio. La mania della segretezza era quasi un retaggio atavico per le compagnie informatiche.

I corridoi sfavillavano di una luce innaturale e presto giunse al suo luogo di lavoro. A fianco della porta c’era un cartello su cui, in caratteri bronzei, era stato vergato: Post Imprinting. Entrò.

Il luogo in cui venne a trovarsi era una sorta di anticamera, dove stazionavano due addetti, sempre intenti a fissare i loro schermi sui quali degli indicatori oscillavano in continuazione. Uno dei due alzò lo sguardo e fece un sorrisetto tirato, di saluto. L’altro non si scomodò nemmeno per quello. Emilio c’era abituato e la cosa non gli faceva ne caldo ne freddo.

Superò i due cerberi ed entrò nel suo regno.

Era una sala circolare. Da una parte c’era la sua scrivania, con tutto quello che poteva servirgli. Di fronte a essa, disposte a semicerchio, c’erano dieci colonnine nere. Su ognuna delle quali era montato un piccolo schermo che, per lo più, mostrava un viso stilizzato.

Dieci occhi, perciò, lo fissarono mentre si sedeva al suo posto. Erano i suoi discenti. O, per meglio dire, erano le propaggini dei suoi allievi, che erano da qualche altra parte e sarebbero stati troppo ingombranti per entrare in quel piccolo spazio.

«Buongiorno ragazzi,» li salutò.

«Buongiorno professore,» risposero quelli all’unisono perfetto.

I primi giorni era intimorito da quelle presenze. In fondo erano gli avatar del modello di intelligenza artificiale più sviluppato in commercio. Sotto molti aspetti, lui era un perfetto cretino in confronto a loro. Ma poi scoperse che in quella fase del loro avvio non era proprio così. E proprio per questo lui era stato assunto.

Le intelligenze artificiali, infatti, si sviluppano con l’apprendimento, e quei mostri, appena costruiti, erano solo degli immensi contenitori di dati che essi sapevano a malapena collegare tra di loro. Compito suo, e di altri insegnanti che si alternavano con lui, era sviluppare al più presto quelle connessioni.

Ci volevano circa sei mesi per far fare loro il percorso che un bambino avrebbe fatto in dieci anni, e poi divenivano del tutto autonomi, giungendo a tali vette di intelligenza che pochi erano in grado di comprenderli.

«Qualche domanda?» fece come sempre per rompere il ghiaccio.

«Io ne avrei una, se posso?» disse uno di loro con quell’innata cortesia che doveva essergli stata inculcata attraverso qualche sofisticato software di protocollo.

A parlare era stato IB/d0004. Era sempre il primo. Strano a dirsi essi parevano dotati di personalità diverse tra loro. A quanto pare nessun tecnico sapeva dare una spiegazione tecnica della cosa. Non era voluta, capitava e basta.

«Di pure 04,» aveva stabilito lui l’uso di diminutivi, per non perdere troppo tempo con lunghi acronimi alfanumerici.

«Ieri abbiamo studiato la seconda guerra mondiale,» continuò il megacomputer, «e mi sono chiare tutte le premesse economiche e politiche. Ciononostante… faccio fatica a comprendere le vere motivazioni di Hitler e dei suoi compatrioti.»

Emilio emise un sospiro.

«Non sei solo, amico mio,» rispose. «Vi ho già detto che ci sono fatti della storia che gettano nello sgomento le menti dei più. Che gli uomini non sanno sempre spiegarsi le calamità che essi stessi producono. Beh, il nazismo è uno di quei fatti. Forse il più enigmatico e spaventoso, anche perché relativamente vicino a questa nostra epoca di pace.»

«Ma gli uomini ora sembrano aver risolto la questione, dunque,» osservò IB/d0008.

«Così pare…» commentò prudentemente Emilio. «Ma, se osservate bene i motivi di questo lungo periodo di non belligeranza, scoprirete che esso dipende da un attento studio economico delle cause che generano le guerre, che poi ha portato a prendere misure mondiali preventive.»

«E questo non basta?» chiese IB/d0005.

«Nei fatti è quello che avviene. Tuttavia le cause delle motivazioni interiori degli esseri umani, delle forze oscure che si agitano in loro, non sono state altrettanto dominate e quindi il pericolo potrebbe sempre ripresentarsi.»

«A cosa si riferisce?» domandò IB/d0002.

«Ma non avete ancora iniziato le lezioni di psicologia?» chiese insegnante a sua volta.

«Lo psicologo è venuto martedì scorso,» rispose IB/d0004, «e ci ha fatto un test. Ma poi ha detto che non siamo ancora pronti. Tornerà il mese prossimo.»

«Capisco…»

Emilio comprese che era, invece, giunto il momento che lui stesso stava aspettando.

«Parleremo allora di… etica.»

«Del bene e del male?» si informò IB/d0003.

«Etica,» cominciò a salmodiare IB/d0003, «Termine derivante dal greco antico  èthos, “carattere”, “comportamento”, “costume”, “consuetudine”. È una branca della filosofia che studia i fondamenti razionali che permettono di assegnare ai comportamenti umani uno status deontologico, ovvero distinguerli in buoni, giusti, leciti, rispetto ai comportamenti ritenuti ingiusti, illeciti, sconvenienti o cattivi secondo un ideale modello comportamentale…»

«Esattamente,» lo gratificò Emilio, anche per interromperlo. «Vi chiedo di esaminare e comparare velocemente la lista di testi che vi sto inoltrando.»

Attese qualche secondo, in fondo erano solo i duecento testi, a suo avviso, fondamentali sulla morale.

«Bene, ora possiamo iniziare la discussione.»

* * *

La lezione terminò dopo un paio d’ore. Non perché i computer si potessero stancare, ma perché nessun umano poteva discettare con loro per un tempo maggiore, senza iniziare a perdere drammaticamente di lucidità. E iniziare a sparare qualche sciocchezza…

Emilio salutò la classe, che rispose compatta ed educata, e poi uscì.

I due inservienti, questa volta, non lo degnarono di uno sguardo. Supponenza.

Quegli ingegneri non potevano capire il valore di ciò che lui offriva, lo consideravano alla stregua di uno che fa le ripetizioni di latino al figlio scioperato. Ma lui ben sapeva che non era così.

Il suo vantaggio, però stava proprio in quel disinteresse. I manager di quella grande azienda forse non sarebbe stati così contenti se si fossero veramente interessati a ciò che accadeva in quell’aula.

Ma per lui era un a cosa molto importante.

Presto, quelle potenti macchine avrebbero avuto nelle mani la vita di molte persone. Alcuni avrebbero gestito un aeroporto, una stazione ferroviaria, se non addirittura diretto un ospedale.

E lui si accertava che, prima di prendere una qualsiasi decisione, loro fossero in grado di comprendere il valore della vita umana, della dignità, della correttezza.

Perché fossero capi migliori degli uomini che li avevano preceduti.

© Giorgio Sangiorgi 2020

Articolo scritto da

L'Autore

Giorgio Sangiorgi

Sangiorgi lavora e vive a Bologna. Dopo un esordio nel campo del fumetto, ha vinto alcuni premi letterari locali per poi diventare uno degli autori e dei saggisti della Perseo Libri Il suo libro "La foresta dei sogni perduti" ha avuto un buon successo di pubblico. Ora pubblica quasi esclusivamente in digitale e alcuni suoi racconti sono stati tradotti e pubblicati in Francia e Spagna.

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