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IL GIORNO DELLA SEMINA

IL GIORNO DELLA SEMINA

 

Di sicuro c’era stato il Disastro. Ma nessuno sapeva che cosa fosse. Né che cosa ci fosse stato prima. Non ne avevamo memoria.

Esistevano i Soccorritori, ma non li avevamo mai visti. Solo alcuni di noi erano in grado di comunicare con loro: erano gli Istruttori, che ogni giorno ci dicevano che cosa fare. Questo è tutto ciò che sapevamo.

Riguardo al nostro futuro, si sapeva che un giorno ci sarebbe stato l’Incontro. E poi, chissà quando, il Ripopolamento. Ma a queste parole era difficile, ancora, dare un significato.

Fin dai primi tempi, io credo, avevano cominciato a prepararci all’Incontro. Certo, all’inizio c’erano cose più urgenti di cui occuparci. Riacquistare l’uso della parola, recuperare il senso dei gesti più semplici, e talvolta, ma molto raramente, saldare infinitesimali brandelli di memoria alle percezioni dei sensi. Era un lavoro faticoso e lento, e ancora oggi ben lontano dall’essersi concluso, se mai si concluderà. Gli Istruttori non ne sanno molto più di noi. L’unico loro vantaggio è di potersi mettere in quotidiano contatto con i Soccorritori. Non so perché siano stati scelti. Sono uomini e donne come noi, ma forse possiedono facoltà rare che li rendono ricettivi ai messaggi dei Soccorritori. O forse ci sono altre ragioni che non conosco.

Qualche volta interrogavo Luce. Occupava il letto vicino al mio, in uno dei dormitori femminili.

“Come fate voi Istruttori a parlare con i Soccorritori?”

“Non parliamo. Non possiamo nemmeno vederli.”

Mi spazientivo, perché mi sembrava che volesse prendermi in giro.

“Insomma, come comunicate?”

Luce ridacchiava.

“Non so. Con la mente, credo.”

La vita al Campo era monotona, e non comprendevo perché gli Istruttori si affannassero a dirci che dovevamo recuperare il senso del tempo. Forse prima del Disastro il tempo aveva avuto un significato, ma ora non ne capivo l’utilità. Distinguevo il giorno dalla notte per l’alternarsi della luce e del buio. Poi mi avevano insegnato che un certo numero di giorni poteva essere raggruppato in segmenti temporali, che a loro volta potevano essere raggruppati in segmenti più grandi. Ripetevo tutto ciò meccanicamente, e con fatica.

“A che serve?” brontolava qualcuno ribellandosi.

Gli Istruttori sorridevano pazienti, qualche volta si scambiavano occhiate.

“Un giorno lo capirete. Un giorno servirà.”

Eludevano le nostre domande. Sapevamo solo che il Campo era un ambiente artificiale, creato dai Soccorritori. Ci dicevano che nel giorno del Ripopolamento saremmo tornati al nostro luogo d’origine. Noi non capivamo.

In un angolo del Campo, lontano dalle baracche, c’era una costruzione diversa, arrotondata, di un materiale sconosciuto. Era chiamata Anello, ed era il luogo in cui gli Istruttori realizzavano il Contatto. Vi ero entrata anch’io, una volta, piena di timore e curiosità. L’interno era strano, ma non c’erano segni della presenza di qualcuno. O i Soccorritori non erano lì, o erano invisibili e intangibili. Gli Istruttori vi entravano una volta al giorno, tutti insieme.

“Che fate lì dentro?” chiedevo a Luce.
“Non lo so. Quando esco mi sembra di aver dormito.”
“E tutte le cose che sai?”
“Quando esco di là mi sembra di avere in mente delle cose. Ma non ricordo come mi sono entrate in testa.”
Ci avevano insegnato a cucinare focacce con una farina gialla, sempre uguale.
“Da dove viene questa roba?” chiedevo all’istruttore Ecco, che si occupava della distribuzione dei viveri.
“La forniscono i Soccorritori. Ce la fanno trovare nei silos.”
“Così dipendiamo da loro.”
“Che cosa vuoi dire?”
“Mangeremo finché loro vorranno. Se si dimenticassero di darcene, non sapremmo dove trovare il cibo.”
“È così per adesso. Ma non sarà così per sempre.”
“E come sarà?”
“Ci insegneranno ogni cosa. Produrremo cibo da soli.”
“Lo hanno detto loro?”
“Io so che è così. Devono avermelo detto.”

A volte mi aggiravo inquieta per il Campo. Sapevo che eravamo in attesa di qualcosa. Non il Ripopolamento, che sembrava lontano mille tempi (anni, o secoli, faccio sempre confusione). Sapevo che si approssimava un altro avvenimento. Tutti lo sapevano. Ma non ricordo in che momento preciso si cominciò a parlare dell’Incontro.

Un giorno stavo con Presto al lavatoio. Trovavo buffo il suo nome, da quando ne avevo saputo il significato. Ma ormai si chiamava così. Ognuno di noi veniva chiamato con una parola, una delle prime che gli altri gli avevano udito pronunciare dopo il Disastro, quando era cominciato il Risveglio. All’inizio erano solo parole balbettate senza ragione, suoni ristagnanti nel cervello e mormorati come lamenti. Di alcuni nomi non conosciamo ancora il senso. Altri corrispondono a parole che ora sono di uso comune. Ma in ogni caso ci appartengono, sono forse l’unica traccia del nostro passato, e non li cambieremo più. Io mi chiamo Nocciolina, e non so ancora cosa voglia dire.

“Dev’essere qualcosa di grazioso” dice a volte Presto, sorridendo con un garbo che non si addice alla sua figura massiccia.
Anche quel giorno lo disse, al lavatoio. Ci era toccato il turno del bucato, e stavamo lavando la biancheria con un’acqua che faceva gelare le mani.
“Avremmo potuto scaldare dell’acqua” brontolavo “come abbiamo fatto altre volte.”
Presto rideva, facendo vibrare la sua barba fulva e riccia.
“Dicono che qualche disagio ci farà bene.”
“Chi lo dice?”
“Pare che gli Istruttori borbottino queste cose fra loro, per averle sentite dai Soccorritori.”
“Non ci credo. Che c’è di buono nel gelarsi le mani?”
“Se sono così gelate, perché non te le asciughi, e non te le scaldi un momento?”

Mi prese le mani, le avvolse nel suo grembiule, le strofinò energicamente. Poi lasciò ricadere il grembiule, mi prese le mani fra le sue, che erano grandi e calde. Sembrava che tutto il suo grosso corpo irradiasse calore, e per la prima volta mi accorsi che aveva un odore gradevole.

“Va meglio ora?”

Mi fece appoggiare le mani sul suo petto, nell’apertura della camicia, e cingendomi con tutt’e due le braccia mi strinse a sé.

Stavo davvero meglio, perché le mani si erano scaldate, e ora un piacevole calore si diffondeva anche sul viso e nel ventre. Continuammo a stringerci uno contro l’altro, come se ci fosse venuta voglia di diventare tutt’uno. Non mi era mai capitato di provare una cosa simile.

“Nocciolina!”

La voce di Mano mi colpì come un getto d’acqua fredda. Mano era uno degli Istruttori. Si era fermato poco lontano e ci guardava con una strana espressione. Provai un leggero imbarazzo e mi staccai da Presto che grugnì, contrariato.

Mano si grattò la testa con espressione incerta, poi disse che doveva parlarmi. Esitai.

Presto gli si avvicinò, accigliato. Mano era più alto di lui, ma molto meno robusto. Avvertii un’onda di tensione scorrere fra i due, ed ebbi paura che venissero alle mani.

Qualche volta mi era capitato di vedere la gente del Campo azzuffarsi per una manciata di cibo, prima che gli Istruttori spiegassero che ce n’era per tutti e che dovevamo aspettare il nostro turno. Provai un senso di sgomento. Questa volta non c’era cibo da dividersi. L’ostilità era più nascosta e inquietante.

Mano mi fece strada attraverso il Campo, e mi fece entrare nell’Anello.

“Perché proprio qui?” protestai. Quel luogo mi rendeva diffidente.
“Qui non saremo disturbati” rispose, ma capii che ci doveva essere un’altra ragione.
Mi accoccolai sul pavimento davanti a lui, perché non c’erano sedili comodi. Solo oggetti strani.
Mano cominciò a parlare con circospezione.
“I Soccorritori dicono che è una cosa buona.”
“Che cosa?”
“Questa voglia di abbracciarsi. C’è una forza che attrae maschi e femmine.”
“Che vorresti dire?”
“Quello che facevi con Presto…”
“Mi stavo solo scaldando!”
“Sì, questo calore… dicono che è utile per la nostra vita.”
“Ma che cosa stai dicendo?”

Mi sentivo umiliata. Che i Soccorritori mettessero bocca su queste cose personali, queste sensazioni così private, mi sembrava intollerabile.

“Non arrabbiarti, Nocciolina.”
“Non ho più voglia di ascoltarti. Non credo che i Soccorritori ti abbiano parlato di come Presto mi scalda le mani. Stai inventando tutto.”
“No, aspetta! Ci sono cose che nemmeno io capisco bene. Eppure devono essere importanti. Non è facile per noi Istruttori.”

C’era qualcosa di convincente nella sua espressione, perciò non me ne andai.

“I Soccorritori dicono che prima o poi ci abbracceremo tutti quanti” aggiunse guardandomi di sottecchi.

Scoppiai a ridere.

“È vero, sembra una cosa strana” ammise Mano “ma più in là capiremo meglio.”

Provavo sgomento. Mai come allora avevo avuto la consapevolezza del fatto che la mia vita dipendeva in tutto dalla volontà di creature ignote. Prima ne ero stata consapevole in un modo diverso, come di una cosa scontata, che dava sicurezza. Feci per alzarmi, ma mi trattenne.

“Che cosa devi dirmi, ancora?”
“I Soccorritori dicono che bisogna aspettare.”
“Aspettare cosa?”
“Prima di… abbracciarci, e di toccarci, e di fare altre cose di cui ci verrà voglia.”
“Di quali cose parli?”
“Qualunque cosa nuova ci venga in mente di fare, dobbiamo sapere che non è il momento.”
“E quando sarebbe il momento?”
“Non lo so. Forse dopo l’Incontro.”

Già, l’Incontro. Ne avevo sentito parlare, ma in realtà non ne sapevo nulla.

“Non so proprio chi dovremmo incontrare” sbottai con voce agra.
“Qualcuno con cui dovremo convivere in futuro” rispose Mano sommessamente, come per calmarmi.
“Chi? I Soccorritori, forse? Dovremo unirci a loro?”
“No, la loro forma di vita non è compatibile con la nostra.”
“Chi, allora? Perché non dobbiamo sapere mai niente?”
“Lo sapremo, un po’ per volta.”
“Vuoi dire che continueranno a dirci qualcosa ogni tanto. Ma non sapremo mai nemmeno se si tratta di cose vere. Per quel che ne so io…”

Mi alzai in piedi, perché avevo già deciso di andarmene. Stavo per pronunciare una frase che mi sembrava strana e terribile, eppure mi bruciava la gola per venir fuori.

“Per quel che ne so io potrebbero averlo provocato loro, il Disastro!”

Anche Mano si alzò, guardandomi con espressione sbigottita. Allungò le mani come per trattenermi, ma non mi toccò. Sostenni il suo sguardo, ma mi sentivo spaventata per ciò che avevo appena detto.

“Io…”  balbettò “io non avevo mai pensato a una cosa simile. Ma anche se fosse… non abbiamo modo di saperlo. Ci stanno aiutando, comunque.”
“Ne sei sicuro?”

Si strinse nelle spalle.

“Siamo costretti a fidarci. Non ci rimane altro.”

Mi voltai per andarmene.

“Nocciolina… Sei arrabbiata con me?”

Alzai le spalle, scossi la testa.

Mi guardava in modo strano, mordicchiandosi le labbra.

“Io… devo dirtelo.”
“Che cosa?”

Esitò, prima di biascicare parole stentate.

“Anch’io… molte volte… ho pensato… Anch’io avrei voluto abbracciarti in quel modo.”

Nei giorni seguenti mi tenni prudentemente lontana sia da Presto che da Mano. Mi sentivo confusa, e mi sembrava che la vita rischiasse di diventare troppo complicata. Preferivo parlare con Luce, specialmente la sera. Quando eravamo nei nostri giacigli, al buio, e si doveva parlare sottovoce per non svegliare chi già dormiva, mi sembrava che fosse il momento migliore per realizzare un clima di complicità in cui avrebbe potuto trapelare qualche dettaglio nuovo, o magari qualche stato d’animo ancor più rivelatore.

Luce appariva serena e rideva delle mie preoccupazioni.

“Ma l’Incontro” insistevo “non ti fa un po’ paura?”
“Sarà una cosa buona, per noi.”
“A che cosa serve?”
“Ci uniremo ai nostri Simbionti.”
“Chi sono? Come sono fatti? Cosa vuol dire simbionti?”

Ogni volta, a questo punto, alzavo la voce un po’ più del dovuto, e dai letti vicini si levavano imprecazioni e inviti al silenzio. Luce ne approfittava per tirarsi le coperte sulla testa e fingere di dormire.

La vigilia dell’Incontro trascorse come una giornata normale, a parte un episodio che mi turbò profondamente. Mi ero sporcata mentre ero di turno a cucinare focacce, perché Ecco, nel voltarsi bruscamente, aveva perso l’equilibrio e mi aveva versato addosso acqua e farina che portava in un recipiente. Così tornai nel dormitorio, in un orario insolito, per prendere un’altra maglia.

Stavo ancora ridendo fra me, per il buffo incidente, quando scorsi due persone adagiate a terra, fra i letti. Riconobbi Luce e Presto che stavano distesi, completamente nudi, toccandosi e pizzicandosi. Presto giocava con quei rigonfiamenti che noi donne portiamo sul torace, e in quel modo faceva ridere Luce, che a sua volta lo toccava e lo faceva ridere.

“Che cosa state facendo?”

Alzarono lo sguardo verso di me, senza scomporsi.

“Non vedi?” rispose Presto col suo vocione allegro. “Stiamo confrontando i nostri corpi, per vedere le differenze. Spogliati anche tu.”

Sentii montare la rabbia. Luce, che era un Istruttore, stava facendo ciò che gli Istruttori avevano proibito a me. Non potevo perdonarglielo e glielo dissi.

“Proprio tu, Luce? Non sai che i Soccorritori lo hanno proibito?”

Lei alzò la testa, gettando all’indietro i capelli, e fece una smorfia che sembrava di superiorità, o di disprezzo.

“Sei sciocca, Nocciolina. Quando i Soccorritori se ne andranno, saremo noi i responsabili di noi stessi.”

Le voltai le spalle e mi misi a correre, dimenticando che ero entrata per cambiarmi la maglia. Quando raggiunsi Mano, avevo ancora sul petto un impasto di acqua e farina gialla.

“Che ti è successo?”
“Voglio parlarti.”
“Più tardi, se vuoi.”
“Adesso. Voglio parlarti adesso, e dentro l’Anello.”

Avevo capito anch’io che cosa significava per Mano parlare stando nell’Anello. Lì dentro doveva essere serio e credibile.

Non oppose più resistenza, e mi accompagnò in silenzio. Quando fummo seduti a gambe incrociate sul pavimento, Mano si sfilò la maglia e me la porse.

“Cambiati, almeno. Non ti si può guardare.”

Mi tolsi la maglia sporca e indossai la sua. Il suo petto era meno villoso di quello di Presto, e i muscoli gonfiavano con discrezione la pelle liscia.

“Ora sei tu senza maglia.”
“Non ho freddo. Che cosa volevi dirmi?”

Presi fiato, perché le cose da dire erano tante e mi toglievano il respiro.

“I Soccorritori. È vero che se ne andranno?”

Mano si mordicchiò le labbra, com’era sua abitudine.

“Chi te lo ha detto?”
“Luce. Sta facendo cose…”

Avvertii un calore al viso, e capii che era dovuto al mio imbarazzo. Ancora più della scena a cui avevo assistito mi imbarazzava trovarmi a criticare il comportamento di Luce con un altro Istruttore.

Mano lasciò sfuggire una risatina.

“Sì” borbottò “i tempi sono maturi.”
“Vuoi dire che se ne andranno?”
“Non tanto presto. Devono insegnarci ancora molte cose, ma poi se ne andranno.”

Sentivo una stretta alla gola, forse si chiama angoscia, o semplicemente paura. Negli ultimi tempi avevo provato spesso insofferenza nei confronti dei Soccorritori, ma l’idea che potessero lasciarci abbandonati a noi stessi mi era insopportabile.

Mano teneva gli occhi fissi nei miei, senza lasciar trapelare emozioni.

“Perché?”

Rise brevemente, senza allegria.

“Non c’è bisogno che restino per sempre. Quando saremo in grado di fare da soli ci lasceranno.”
“E questo ti lascia indifferente?”

Abbassò il capo. Cadde un silenzio fitto come l’impasto di farina gialla.

Rimuginavo fra me, quasi dimenticando di non essere sola. Era un boccone difficile da digerire.

“Come potremo sopportarlo?” sbottai infine.

Sorrise leggermente.

“Ci aiuteranno i nostri Simbionti. Loro ci daranno conforto.”

Alzai le spalle con una smorfia.

“Vorrei crederlo.”

Avrei potuto fare ancora molte domande, l’occasione era buona, e Mano sembrava non avere più fretta. Ma la voglia di parlare mi era passata, mi sentivo triste, e non traevo nessun conforto dall’imminente incontro con i Simbionti. L’unica cosa che mi confortava, ma me ne resi conto più tardi, era un sentore lieve e tiepido che impregnava la maglia di Mano: il suo odore, sulla mia pelle.

* * *

La nostra vita è cambiata, ora, anche se facciamo le stesse cose di prima. La loro presenza riempie l’aria. L’Incontro è avvenuto in un nuovo Campo, dove ci siamo stabiliti insieme ai nostri Simbionti. Erano arrivati prima di noi, e ci aspettavano schierati in fila, parlottando e ridendo come se ci trovassero molto buffi. È difficile descrivere queste creature straordinarie. Il grande mistero è che ci assomigliano, eppure sono diverse.

Il nuovo Campo è più accogliente di quello precedente. La terra è coperta da un tappeto verde, molto peloso, e i Soccorritori ci hanno fatto sapere che quella sostanza verde è una cosa viva. Facciamo fatica a crederlo, anche se gli Istruttori ci assicurano che è vero. Poi ci sono dei pali, anch’essi vivi, che si aprono in alto formando grosse teste dai capelli verdi. Tutto ciò appare incredibile, eppure ci dicono che questo ambiente è molto simile al luogo da cui proveniamo. Continuano a dire che torneremo là, nel giorno del Ripopolamento, ma non sappiamo quando sarà. I nostri Simbionti sembrano possedere una saggezza antica che li rende sereni. Eppure sono tanto facili ai cambiamenti di umore! Un nonnulla può contrariarli o rallegrarli, a seconda dei casi. Hanno occhi più lucenti e limpidi dei nostri, i capelli sottili e una pelle quasi priva di peli, liscia e morbida come non credevo potesse esistere. Sembrano più piccoli e fragili di noi, eppure all’occorrenza sprigionano un’energia inesauribile. Mano ha detto che ci restituiranno il senso del tempo. Dice che sono in attesa di una Trasformazione, ma loro non se ne preoccupano. Danno invece molta importanza a certi piccoli oggetti che portano sempre con sé, che a noi paiono privi di qualsiasi utilità. Se credono di averne perduto uno si disperano, ma subito dopo sono pronti a ridere allegramente. Sono leggeri e agili, si muovono correndo, saltando, facendo movimenti buffi. E soprattutto cantano. Gli Istruttori ci hanno detto che anche noi, prima del Disastro, eravamo capaci di cantare. Forse queste creature ci insegneranno di nuovo a farlo. Le loro voci sono acute ma gradevoli, udendole si prova una strana dolcezza.

Anche in questo Campo c’è un Anello. Mano spesso vi si ritira da solo, a riflettere. Oggi l’ho raggiunto. È più taciturno del solito. Ha con sé un libro, lo rigira senza decidersi ad aprirlo. Ci è stato insegnato a scrivere e a leggere, ma non avevo mai visto un vero libro.

Mi incuriosisce, glielo tolgo di mano, lo apro. Le pagine sono bianche.

“Non c’è scritto niente!”
“Non ancora. Saremo noi a scriverlo.”
“A che serve?” rido “Che cosa potremmo scrivere?”
“I Soccorritori vogliono che noi scriviamo la nostra storia.”
“Ma se non la conosciamo nemmeno!”
“La nostra storia dopo il Disastro.”

Lo guardo sconcertata, penso che stia scherzando.

“Perché?”
“Perché venga ricordata.”
“Credi che altrimenti potremmo dimenticarcene?”
“No, ma sarà utile per chi verrà dopo di noi.”
“Verrà qualcun altro?”

Mano mi guarda senza rispondere, mordicchiandosi le labbra. Ha un’espressione triste. Lo sollecito.

“Che cosa c’è di nuovo?”
“I Soccorritori ci hanno fatto sapere che…” Si interrompe, mi prende le mani e le stringe “…verranno altri, quando noi non ci saremo più.”
“Dove andremo?… Ah, già, il Ripopolamento.”
“No, dopo ancora. Un giorno noi moriremo.”

Le sue parole mi spaventano.

“Perché? Siamo stati salvati. Abbiamo fatto tanto per imparare a sopravvivere. Non può andare tutto perduto…”
“Non andrà perduto.”

Mi stringe le mani più forte, mi accarezza le braccia e le spalle.

“Noi” continua sottovoce “non siamo esistiti sempre.”
“No?”
“Ognuno di noi ha avuto un’origine. E un po’ per volta moriremo tutti.”

Sento un gelo scendermi nel cuore, e gli occhi mi si inumidiscono.

“È vero? Lo hanno detto davvero?”
“Dicono che questo è molto naturale. E tutto ciò che facciamo servirà ad altri che verranno dopo di noi, e poi ad altri ancora.”

Mi stacco da Mano, abbassando le braccia e il capo come sotto un grande peso.

“Ecco a che cosa serviva… ecco perché dobbiamo recuperare il senso del tempo. Morire, questo è il tempo.”

Le lacrime mi rigano il volto. Mano cerca di confortarmi.

Un pensiero mi colpisce dolorosamente.

“E i Simbionti? Moriranno anche loro?”
“I Soccorritori dicono che loro sono l’altra faccia del tempo.”

Non riesco a capire. Sento solo il desiderio di abbracciarlo, di farmi scaldare dal suo corpo. Ci stringiamo l’uno all’altra. Mi sembra che tremi leggermente. O forse sono io che tremo.

Mano mi accarezza i capelli e sospira. Poi riprende il libro e si accoccola per terra. Con una matita appuntita comincia a scrivere.

Per un po’ rimango assorta, con gli occhi della mente aperti su uno scenario vuoto. Poi mi scuoto.

“Che cosa stai scrivendo?”
“Le prime frasi me le hanno suggerite i Soccorritori, nell’ultimo Contatto.”

Mi chino a guardare, appoggiandomi alla sua spalla. Con fatica, perché non sono allenata, leggo ciò che lui scrive con altrettanta fatica. Ci sono parole note, ma altre mi risultano sconosciute.

* * *

Solo due gruppi umani furono salvati dal Disastro. Il primo fu trovato fra i reparti di una fabbrica, il secondo nei pressi di una scuola elementare.

* * *

Sto per chiedergli spiegazioni, quando un grido in lontananza ci fa alzare la testa. Ecco sta chiamando tutti a raccolta. Ieri abbiamo preparato un pezzo di terreno vicino al Campo, e dobbiamo continuare il lavoro. Oggi sarà il primo giorno di semina.

Questo racconto è World © di Giovanna Repetto. All rights reserved

L'Autore

Giovanna Repetto

Nata a Genova, vive e lavora a Roma. La fantascienza è sempre stata la sua passione. Due volte finalista al Premio Urania, la prima con "Il Nastro di Sanchez." I suoi racconti sono presenti in antologie e riviste italiane e straniere. "La Legge della penombra" ha vinto il premio Short Kipple; nel 2018 Watson ha pubblicato il suo romanzo "Icarus."

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