Una cosa che forse qualifica Altrimondi è che qui non si sta solo affannosamente a rincorrere l’ultima novità. Questo forse perché una delle caratteristiche per essere degli Altrimondani è essere un po’ nostalgici. Gente che ama il passato e il futuro più del presente. Ecco, quindi, che spesso noi si torna a parlare di film del passato più o meno recente e per di più senza tema di spoilerare troppo, dato che gli appassionati dovrebbero averlo già visto (altrimenti chiudete tutto, andate a vederlo e poi tornate qui).

Parliamo quindi un poco del film Arrival, che è del 2016 e quindi possiamo tornare rifletterci anche un po’ con il senno di poi, e anche dopo averlo visto più volte, cosa per questo film direi indispensabile (se non lo è per moltissimi film perché il cinema è un’arte usa e getta meno di quanto non si pensi comunemente).

In effetti Arrival non è il primo con questo titolo perché era stato preceduto da un The Arrival del 1996, con Martin Sheen, un’opera che non conosce quasi nessuno, un po’ inquietante e non certo di serie A, con alieni invasori e infingardi.

Il nostro Arrival invece, tratto da una novella di Ted Chiang, ebbe un buon accoglimento di critica e di pubblico, anche se non paragonabile al battage che gli fu creato intorno. E su questo dobbiamo fare una prima riflessione.

Fin dall’uscita di Incontri ravvicinati del terzo tipo, l’industria cinematografica americana tenta di ricreare lo stesso tipo di magia e di aspettativa ogni volta che mette le mani su un film che le pare avere caratteristiche simili, sostanzialmente i film di primo contatto. Ma i due film sono radicalmente diversi. Quello di Spielberg, dopo tutta quell’attesa, ci dava veramente una piacevole sorpresa fatta di stupore e tante lucette colorate, qualcosa che gratifica il pubblico. Insomma, se fai una pubblicità circense, io mi aspetto davvero che l’uomo cannone finisca sulla Luna. Arrival invece, pur ottimo, è un film intimista, mesto, a tratti doloroso, cui tanta aspettativa ha forse un po’ nuociuto. Infatti, ricordo che all’epoca i commentatori italiani sul web furono discordi: amore-odio.

Il film è ben fatto, ovviamente, e ancor oggi ne ho apprezzato la colonna sonora che si fonde con i suoni emessi dagli Alieni in modo che non si può del tutto dire dove inizia il lavoro del musicista e quello del rumorista. È il soundtrack che ci inquieta, o sono gli alieni che cantano?

E cantano un po’ come balene, perché nella trama del film c’è un certo qual parallelismo con Star Trek: Rotta verso la Terra; Alieni di natura marina che giungono per un motivo che è attinente alla salvezza del mondo. Anche le navi presentate in Arrival sembrano fatte dello stesso materiale di quella di quel film e si comportano in modo similare.

Ma direi che i parallelismi finiscono qui, perché le tematiche di Arrival sono molto più complesse, anche in virtù del tempo che separa le due opere. Arrival è molto più intellettuale, e lo è al punto che contiene innanzitutto una riflessione abbastanza approfondita sul linguaggio. Il film ci dice che il linguaggio è il contenuto principale che esso stesso veicola, tanto che uno dei protagonisti dice: “Ho letto che se impari una nuova lingua ti si ristruttura il cervello.

Una riflessione interessante se si considera che uno degli insegnamenti di base delle discipline spirituali orientali è che se ci si vuole liberare di ogni condizionamento occorre imparare a fermare il pensiero, a dominarlo senza esserne dominati.

Ma gli alieni non si spingono così in là, perché il regalo che sono venuti a portare all’umanità – occhio al super spoiler! – è proprio il loro linguaggio, che trascina con sé una forma di pensiero molto più lungimirante del nostro, dato che gli alieni vivono il tempo in maniera non lineare.

Come i tralfamadoriani! Chi sono costoro? Be’, non si può non essere ben certi che il regista e lo scrittore di questa vicenda non conoscessero i simpatici alieni del libro di Kurt Vonnegut: Mattatoio n. 5. Di cui, per inciso, è consigliata la visione anche del film omonimo, un’opera degli anni Settanta.

Inoltre, non è solo questo il regalo che ci fa Arrival e quindi i suoi alieni polipeschi. Ve n’è un altro che oserei definire immenso, per quanto ne abbiamo tutti bisogno.

A un certo punto, a forza di manipolare il loro linguaggio, ma anche per un contatto fisico con gli alieni abbastanza ravvicinato, la protagonista giunge al loro modo di vedere le cose, e vede il proprio futuro. Ciò che vede non è affatto roseo, anzi le recherà un terribile dolore. Tuttavia lei sceglierà di percorrere quel futuro ugualmente e per due motivi.

Il primo è che lei ben sa che quel suo terribile destino è fortemente interrelato con gli eventi che nel presente le consentono di salvare il mondo da se stesso. Il secondo è che lei vede molto bene che il percorso di vita che la condurrà alla sofferenza era così meraviglioso da non potervi rinunciare. Comunque la si giri il gioco vale la candela.

Ed è questo il regalo immenso che ci fa questo film. Esso ci dice che l’esistenza di chiunque sulla Terra, le sue sofferenze, tutto ciò che a un certo punto ci condurranno a gridare digrignando i denti: “vita maledetta sei priva di senso, io ti ripudio”, tutto questo è di una importanza cosmica.

L’esistenza di ognuno di noi, quindi, se valutata quadridimensionalmente, è fondamentale per la costruzione del futuro che ci attende e forse per quello di tutta la creazione.

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