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RIFLESSIONI DALLA 76ma BIENNALE CINEMA – 1

RIFLESSIONI DALLA 76ma BIENNALE CINEMA – 1
Prima i problemi

Sono quarant’anni che vado alla Biennale cinema e non c’è praticamente mai stata un’edizione in cui qualcosa funzionasse per il verso giusto (d’altronde siamo in Italia…). Tuttavia, è quasi fantascientifico notare come l’intelligenza non sembra applicarsi a elementi semplici e concreti come, ad esempio, l’organizzazione e la gestione degli orari, degli eventi o semplicemente dei flussi legati al tipo di accesso. Accrediti stampa rossi, blu o arancioni, accrediti industry office… riservati agli operatori professionali che, di fatto, mascherano un altro metodo per far cassa. O ancora, alzare le presenze e far finta di aver ereditato il prestigioso Market Cine-tv e multimedia un tempo operante a Milano e, infine, le tessere verdi, ovvero i cosiddetti culturali, che hanno il più basso diritto di accesso a proiezioni ed eventi.

Sempre a mo’ d’incentivo alla presenza in sala, si aggiungono in crescita i biglietti per il pubblico che, spesso e volentieri, vengono dati anche sotto forma di omaggi.

Risulta così evidente che se un tempo le code in sala, che spesso escludevano anche tessere blu, erano solo fra i membri della stampa oggi vedono una sorta di tutti contro tutti con vincente a volte solo il pubblico pagante. Come se stampa, industry e culturali non pagassero una quota, a volte anche elevata, per poter avere la tessere in oggetto. Un documento d’accesso che in gran parte dei festival mondiali è totalmente gratuita per la stampa.

A tutto questo aggiungiamo servizi (igienici e di info) spesso carenti. In Sala Darsena, per esempio. in ben due bagni non funzionava la serratura, per non parlare delle carenze dell’Excelsior.

Decadenza?

In questo quadro non è quindi strano che giornalisti e operatori non riescano a entrare all’inaugurazione. Sia nelle Giornate degli Autori o nella Settimana della Critica, ma anche alle proiezioni della sezione Orizzonti, dove, in alcuni casi, il profluvio di biglietti per il pubblico, ha impedito a esercenti e giornalisti di assistere alla proiezione, anche se dovevano assolutamente fare un pezzo.

Una volta una battuta recitava “prima di parlare assicurarsi che il cervello sia collegato” e sicuramente sarebbe utile che ci fosse qualche testa pensante a porre rimedio, in questi tempi in cui il carico di superficialità, incompetenza e pressapochismo dilaga.

Qualcosa di buono

Dopo questo sfogo contro la cialtroneria e il finto professionismo, passiamo a cose più positive e interessanti della manifestazione. In primo luogo, il fatto che per il 2019 la linea grafica (manifesto e sigla ufficiale del festival) siano state affidate all’estro visionario di Lorenzo Mattotti, il quale è riuscito a infondervi una riuscita nota di fantastico surrealismo con un occhio ai temi classici della Settima Arte. Nota che in qualche modo compensa la recente scomparsa di un maestro della più surreale satira fantastico-fantascientifica come Massimo Mattioli.

Alcune visioni

Biennale di Venezia

Parlando delle prime pellicole passate in proiezione è interessante notare come il fantastico sia trasversalmente presente.

Il film d’apertura La vérité, del maestro giapponese Kore-eda Hirokazu con un cast di grandi star, è un gioco di scoperta-riscoperta sul filo della memoria tra una madre (Catherine Deneuve), attrice dal passato glorioso, e la figlia (Juliette Binoche), sceneggiatrice di successo. Questo mentre la prima ha scritto un libro con le sue memorie mentre la seconda sta lavorando a un film fantascienza in cui è impegnata anche la madre. Nel film riverbera così il reale rapporto con la figlia e più in generale con la famiglia.

Biennale cinema

Nel secondo film Pelikanblut, della regista tedesca Katrin Gebbe, è rappresentato il difficile rapporto di una mamma single, che gestisce una tenuta dove si allenano i cavalli usati dalla polizia, con la sua bambina adottata. La relazione si tende in modo imprevisto quando la donna decide di adottare una seconda figlia più piccola, che tuttavia rivelerà un lato oscuro e pericoloso. La storia finirà per far scivolare in tematiche horror con tanto di esorcismo pagano finale, seppur evitando sempre la facile effettistica e giocando tutto sulle ottime capacità espressive degli attori in grado di evocare nello spettatore i demoni che si nascondono, non visti, dietro la quotidianità del reale.

Per Ad Astra invece, kolossal intimista fantascientifico di James Gray con Brad Pitt alla ricerca di un rapporto con il padre perduto nello spazio, ne parleremo in uno dei prossimi reportage dal Lido veneziano.

Sergio Giuffrida
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Classe 1957, genovese di nascita, catanese d'origine e milanese d'adozione. Collabora alla nascita della fanzine critica universitaria 'Alternativa' di Giuseppe Caimmi, e successivamente alla rivista WOW. Dai primi anni Novanta al novembre 2021 è stato segretario del SNCCI Gruppo Lombardo. Attualmente è nel board di direzione con Luigi Bona della Fondazione Franco Fossati e del WOW museo del fumetto, dell'illustrazione e del cinema d'animazione.

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