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L’Affare sfumato di Edgar Allan Poe

L’Affare sfumato di Edgar Allan Poe

L’affare Sfumato: Mondi Passati.

(Saturday Courier, 1 dicembre 1832)

 

“Quando un sedicente filosofo voleva mangiare l’uva, apriva le labbra quando essa gli entrava in bocca, affermando così in teoria che l’uva era fatta per essere mangiata e le labbra per essere aperte” (William Shakespeare, Come vi pare)

 

A Venezia, nell’anno …., nella calle …., viveva Pedro Garcia, un metafisico. Riguardo a data e residenza, circostanze di natura privata e religiosa mi impediscono di essere più specifico. In tutte le caratteristiche intellettuali il nostro eroe era un gigante. Per giunta, in circonferenza toracica non aveva di che lamentarsi; ma, dal punto di vista ascensionale, il filosofo arrivava ne plus ultra a quattro piedi da fabbrica e mezzo (un metro e quaranta).

Ora, Pedro discendeva da una nobile famiglia fiorentina; tuttavia era con scarsa ambascia che, a causa di certi ribollii della pentola rivoluzionaria (durante i quali, come diceva Machiavelli, la feccia viene sempre a galla), vedeva le sue vaste proprietà scivolargli fra le dita. Inoltre, fin dalla più precoce giovinezza, Pedro Garcia era avvezzo alle più disperate astrusità. Aveva studiato a Padova, a Milano, a Gottinga.

È proprio a lui che…? – ma rimanga fra noi – è colui al quale Kant è più in debito per la sua metafisica. Sono in possesso di manoscritti sufficienti a confermare quanto ho detto.

Le dottrine del nostro amico non erano generalmente comprese, sebbene per nulla difficili da capire. Non era, è vero, un platonico – né un aristotelico in senso stretto – e nemmeno riconciliò con Leibniz tesi irriconciliabili. Era, a dirla tutta, un pedronista. Era ionico e italiano. Ragionava a priori e a posteriori. Le sue idee erano innate, e basta. Credeva in Giorgio di Trebisonda, credeva in Bossarion. Di altre sue tendenze poco è documentato. Si dice che preferisse Catullo a Omero, e il Sauterne al Medoc.

Eppure questa esaustiva filosofia si rivelò una protezione insufficiente contro gli strali della calunnia e della malafede. A Venezia alcuni uomini perfidi non mancarono di insinuare che le dottrine di certe persone non manifestavano né la purezza dell’Accademia né la profondità del Liceo.

*  *  *  *

La grande campana di San Marco aveva già suonato la mezzanotte, ma il nostro eroe non era ancora a letto. Sedeva da solo nella piccola stanza, il suo studio, ripresosi ormai dalle bassezze e dalla frenesia del giorno. Mi trattengo dal dettagliare inezie indegne di una seria narrazione; altrimenti potrei qui, seguendo l’esempio del romanziere, dilungarmi riguardo all’abbigliamento e altre mere questioni da uomo di mondo. Potrei dire che la chioma del nostro patrizio era portata corta, pettinata dolcemente sulla fronte, e sormontata da un berretto conico con nappine, di colore viola – che il suo farsetto di fustagno verde non seguiva la moda di quelli indossati dalla nobiltà veneziana dell’epoca – che le maniche avevano tagli più profondi di quanto il costume imperante permettesse – che i tagli avevano sul davanti non, come consueto in quella barbara epoca, sete multicolori, ma il bel cuoio rosso marocchino – che il suo stiletto era un esemplare lavorato a mano nell’opificio di Pan Ispan a Damasco, armaiolo dell’Effendi – che le sue pantofole erano di porpora brillante, insolitamente filigranate, se non fosse per la squisita forma delle punte, e per il fatto che Baptista, il calzolaio spagnolo di Rialto, era di un’altra opinione – che i suoi calzoni erano di un tessuto simile alla seta, detto “celeste” – che il suo mantello azzurro-cielo assomigliava, in una forma anomala a una vestaglia e fluttuava sulle sue spalle come una foschia, costellata riccamente di guarnizioni cremisi e gialle – e che il suo aspetto d’insieme ispirò le memorabili parole della poetessa Benevenuta, l’improvvisatrice arguta: “Il rivestimento di una certa cattedrale non assomigliava a nient’altro che a Pedro, il metafisico.” Tutto questo e altro ancora – se io fossi un romanziere – avrei potuto dettagliare. Ma, grazie a Sant’Urfino, non lo sono, qualunque cosa io sia. Perciò, davanti a tutti questi argomenti, dico “mah”.

La stanza in cui sedeva il nostro eroe era di singolare bellezza. Il pavimento era coperto da una stuoia (dato che si era in estate) del giallo chiaro più luminoso e brillante, formato da rare e preziose paglie del Siam.

Ovunque a partire dal soffitto scendevano arazzi del più pregiato velluto cremisi. Il soffitto stesso era a volta, finemente lucidato di quercia scura, intagliato, ma logorato, al punto che i suoi innumerevoli angoli, ormai arrotondati, si confondevano in una densa massa ombrosa, dalla cui tetra profondità una fantastica lampada araba d’argento pendeva su una sottile catena d’oro. Una porta nera, pesante e con strani rivestimenti, con apertura all’interno, veniva chiusa, secondo la moda del tempo, con un pesante chiavistello d’ottone; mentre una solitaria, enorme finestra graticciata ad arco dava sulle acque dell’Adriatico.

Lo spoglio mobilio della stanza consisteva, perlopiù, di una profusione di dotti ed elegantemente rilegati libri, sparsi qua e là nel più classico disordine, sui tavoli, sul pavimento e su due o tre divani, in tutto simili agli ottomani di Maometto.

Era una sera cupa e tempestosa. La pioggia cadeva a cataratte; e cittadini insonnoliti si svegliavano di colpo, passando da un diluvio visto in sogno, alla vista del mare in burrasca, che schiumava e muggiva come se volesse entrare nelle torri altere e nei palazzi di marmo. Chi poteva pensare che quelle acque, solitamente quiete, sarebbero state capaci di tale impetuosa passione? A un tavolo di alabastro, che reggeva a fatica ponderosi tomi, sedeva l’eroe della nostra storia.

Egli non sentiva il clangore della lampada mezza esaurita, che gli tintinnava sopra la testa mossa dalle correnti d’aria; e il ruggito delle acque non lo udiva. Un voluminoso manoscritto, la cui pubblicazione era prevista per l’indomani, stava ricevendo gli ultimi ritocchi dal suo autore. Mi dolgo che le nostre fonti non contengano estratti di questo importante lavoro, che, senza dubbio, è caduto vittima di qualche intrigo ecclesiastico. Sappiamo comunque che il suo titolo è Una completa esposizione delle cose da non trattare; e la sua epigrafe è un verso del Pulci, così riletto da un odierno satirista:

Fratelli, giungo da terre lontane
per dimostrarvi quanto siete stupidi.

Affare sfumato: Edgar Allan PoeMentre la tempesta cresceva in forza e furia, Pedro, del tutto assorbito dalla sua occupazione, non poteva accorgersi che, mentre la sua mano sinistra era appoggiata su un volume rilegato in zibellino, lampi azzurri fluttuavano sopra le pagine a velocità portentosa.

“Non ho fretta, Signor Pedro,” sussurrò una tenue voce nell’appartamento.

“Che diavolo!” strillò il nostro eroe, saltando dalla sedia, ribaltando i libri sul tavolo d’alabastro e guardandosi in giro stupefatto.

“Verissimo!” replicò tranquilla la voce.

“Verissimo! Che cosa è vero? Come è entrato qui?” balbettò il metafisico, mentre il suo sguardo cadde su un uomo eccezionalmente magro, disteso con tutto il corpo su una ottomana in un angolo della camera.

“Stavo dicendo,” continuò la figura, senza rispondere alle domande di Pedro, “stavo dicendo che non ho fretta – che la questione per cui mi sono preso la libertà d’importunarla non è così importante – e posso aspettare finché non abbiate finito il vostro Trattato.”

“Il mio Trattato! Come fate a sapere che sto scrivendo un Trattato? Buon Dio!”

“Silenzio!”  replicò la figura in un basso tono stridulo; e, alzandosi dal divano, fece un passo verso il nostro eroe, mentre la lampada araba smise di colpo il suo roteare convulso e si bloccò.

Lo stupore non impedì al filosofo di scrutare attentamente l’abito e l’aspetto dello sconosciuto. Le linee di una figura molto più alta della norma erano coperte e rese vaghe dalle ampie pieghe di una nera toga romana. Sopra l’orecchio sinistro portava, alla stregua di un moderno scriba, uno strumento simile a un antico stilo; e, dal braccio sinistro, pendeva una borsa color cremisi di materiale lucente, ma del tutto ignoto al nostro eroe. C’era un altro capo di abbigliamento parimenti sconosciuto al nostro. La toga, aperta sul lato sinistro della gola, mostrava una cravatta piegata alla perfezione e un collarino inamidato del 1832. Ma tutte queste cose stimolarono poco l’attenzione di Pedro; infatti il suo occhio da antiquario era caduto sui sandali dell’intruso, che riconobbe subito come un modello in uso prima del Diluvio Universale, come riportato con estrema accuratezza dalla Ptolemeiade del Rabbino Vathek.

Nelle mie ricerche di certi archivi di Venezia, ho scoperto che “Garcia il metafisico era un uomo insolitamente basso, ma battagliero.”

Di conseguenza, quando il suo visitatore portò una sedia vicino all’enorme finestra ad arco che si affacciava sul mare, il nostro eroe lo imitò in silenzio.

“Un libro acuto il vostro, Pedro,” disse lo sconosciuto battendo un dito sulla spalla del nostro amico, con l’aria di chi la sa lunga.

Pedro lo fissò.

“È un lavoro che sento vicino alla mia sensibilità,” continuò l’altro, “Suppongo che voi conosciate Confucio,”

La stupore del nostro eroe raddoppiò.

“Al giorno d’oggi c’è una triste abbondanza di stupidi, lasciatevelo dire. La filosofia è mera apparenza. O nous estin aulos, come alcuni hanno giustamente osservato, intendendo augos. Ma, a dire il vero, non è mai stato molto meglio. Il fatto è, Garcia,” qui la voce dello sconosciuto si abbassò a un bisbiglio, “che gli uomini non sanno nulla di tali questioni. Le vostre dottrine, comunque, si avvicinano alla stessa conclusione di tutti quelli di mia conoscenza. Mi piacciono le vostre dottrine, signor Pedro, e ho fatto una lunga strada per venirvelo a dire.”

Gli occhi del filosofo scintillarono, e quindi si mise a frugare in tutta fretta fra la spazzatura sul pavimento, in cerca del suo manoscritto che era caduto. Dopo averlo trovato, prese da uno scrittoio d’avorio una bottiglia del delizioso vino Sauterne che appoggiò sul tavolo d’alabastro insieme al volume rilegato in zibellino. Rivolse quest’ultimo al visitatore, e tronò a sedersi appoggiato sul gomito.

A questo punto, se il lettore volesse sapere perché il nostro eroe si preoccupasse di posare sul tavolo una cosa così infausta come il libro rilegato in zibellino, risponderò che Pedro Garcia non era affatto uno stupido. Di conseguenza, era presto arrivato alla conclusione che il suo informato amico altri non era che la Sua Augusta e Satanica Maestà.  Ora, sebbene persone di più alto livello si fossero spaventate da circostanze meno serie, e sebbene Pedro non avesse sempre preso con filosofia certi accadimenti della Provvidenza (come la visita di un ragno, di un ratto o un medico), ebbene, la paura del diavolo non aveva mai toccato la sua immaginazione. A dire il vero, si sentiva anzi piuttosto gratificato dalla visita di un gentiluomo da lui così tanto stimato. Si preparò a passare un’ora piacevole; e fu con l’aria di uno che si sentiva all’altezza, che porse al suo visitatore un volume che ben si confaceva alle sue aspettative e ai suoi gusti letterari.

“Ma devo dire,”  continuò lo sconosciuto, non badando ai gesti di Pedro, “devo dire che su alcuni punti vi sbagliate, amico mio, vi sbagliate; del tutto fuori, come soleva dire quella canaglia di Sanconiathon – ah! ah! ah! – povero Sanconiathon!”

“Ditemi, signore, quanti anni… vi… vi dareste?” lo interrogò il metafisico, con una strizzata d’occhio.

“Anni? Signore? Eh? Oh! Che sciocchezza! Come stavo dicendo, di certo esprimerete nel vostro libro nozioni molto outré. Ora, che cosa intendete dire con tutte quelle chiacchiere sull’anima? Ditemi, signore, che cos’è l’anima?”

“L’anima,” replicò Pedro, riferendosi al suo manoscritto, “è indubbiamente…”
“No, signore!”
“Indubitabilmente…”
“No, signore!”
“Evidentemente…”
“No, signore!”
“E senza dubbio alcuno…”
“No, signore! L’anima non è niente del genere.”
“Che cos’è allora?”

“Non è né questo né quello, signor Pedro,” rispose lo sconosciuto, assorto. “Ho gustato… cioè scusate… ho conosciuto alcune anime molto cattive e alcune molto buone.”

Qui lo sconosciuto si leccò le labbra; e, avendo lasciato cadere la mano inconsciamente sul volume in zibellino, fu colto da un violento attacco di starnuto, sul quale il nostro eroe, afferrato il libro dei promemoria, aggiunse il seguente memorandum:

N.B. – Divorum inferorum cachinnatio sternutamentis mortalium verisimillima est.

Lo sconosciuto continuò: “Ci fu l’anima di Cratino – passabile! Aristofane – piccante! Platone – squisita! Non il vostro Platone, ma Platone il poeta comico – il vostro Platone avrebbe rivoltato lo stomaco a Cerbero – puah! Poi – fatemi pensare – ci furono Catullo, e Nasone, e  Plauto, e Quinto – caro Quinto, come lo chiamavo io quando cantava un ‘seculare‘ per il mio piacere, mentre lo arrostivo allegramente sul forcone. Ma non hanno sapore, questi Romani, un grasso Greco vale una dozzina di loro, e poi lo potete conservare, cosa che non si può dire di un Quirite… Terenzio, comunque, fu un’eccezione – forte come un esquimese e succulento come un Germano – solo il ricordo di quel cane mi fa venire l’acquolina in bocca… Ma gustiamoci il vostro Sauterne.”

Il nostro eroe, ormai, si era risolto a non stupirsi più di niente, e semplicemente riempì il bicchiere del visitatore. Si accorse, però, di uno strano rumore in camera, come il dimenare di una coda, ma fece finta di non accorgersene, si limitò a dare un calcio al grosso cane che dormiva sotto la sedia, per ordinargli di stare buono. Lo sconosciuto proseguì.

“Ma se ho un debole, signor Pedro, se ho un debole, è per i filosofi. Eppure lasciatemi dire, signore, che non è da tutti i diav… voglio dire non è da tutti i gentiluomini sapere come si sceglie un filosofo. Quelli alti non sono buoni, e i migliori, se non sono sgusciati a dovere, possono risultare rancidi per via della bile.”

“Sgusciati…”
“Voglio dire, tolti dal corpo.”
“Che pensate dei medici?”

“Non me ne parlate,” qui lo sconosciuto fu preso addirittura da violenti conati. “Agh! Non ne ho provato che uno solo, quella carogna (agh) di Ippocrate. Puzzava di assafetida (agh! agh!) – mi sono anche preso degli accidenti per quel mascalzone – mi è venuto un brutto raffreddore a lavarlo nello Stige – e, per giunta, mi ha passato il colera.”

“Quel relitto! Quella pillola abortita da una scatola!” strillò Pedro, versando una lacrima e, prendendo un’altra bottiglia di Sauterne, si scolò tre bicchieri in rapida successione. Lo sconosciuto lo imitò.

“Dopotutto, signor Pedro,” disse, “se un diav… un gentiluomo desidera vivere, un talento o due non gli sono sufficienti e, da noi, una faccia grassa è segno di diplomazia.”

“Come mai?”

“Perché a volte ci troviamo gravemente a corto di provviste. Dovete sapere che, in un clima così afoso come il mio, spesso è impossibile mantenere un’anima viva per più di due o tre ore; e, dopo la morte, se non viene messa subito in salamoia (e uno spirito in salamoia non è bello) puzza – voi capite – eh – La putrefazione è sempre da mettere in conto quando le anime ci vengono consegnate nel solito modo.”

“Buon Dio! E come ci riuscite?”

A questo punto la lampada araba riprese a roteare con raddoppiata agitazione, e lo sconosciuto quasi saltò dalla sedia; comunque, con un lieve singhiozzo, ritrovò la sua compostezza; semplicemente disse al nostro eroe, in tono basso:

“Vi dirò, Pedro Garcia, una volta per tutte, che dobbiamo smettere di bestemmiare.”

Pedro scolò un altro bicchiere e il suo visitatore proseguì.

“In realtà i modi per riuscirci sono molti. La maggior parte di noi fa la fame. Alcuni sopportano la salamoia. Da parte mia, acquisto i miei spiriti vivente corpore, nel qual caso trovo che si mantengano molto bene.”

“Ma il corpo, mio caro signore, il corpo!” schiamazzò il filosofo, a cui il vino cominciava a dare alla testa. E agguantò un’altra bottiglia di Sauterne.

“Il corpo! Bene, che ne ò del corpo? – oh! ah! Capisco… sì, perché il corpo non è in alcun modo colpito dalla transizione. Ai miei tempi ho fatto innumerevoli acquisti di quel tipo, e le parti non hanno mai sperimentano alcun inconveniente. Ci furono Caino, e Nimrod, e Nerone, e Caligola, e Dionisio, e Pisistrato, e l’Ebreo Errante – e – e mille altri, tutte brave persone a loro modo, che non seppero mai che cosa fosse un’anima nell’ultima parte della loro vita. Eppure questi uomini adornarono la società. E oggi non c’è forse A-? Che lei conosce bene quanto me – non è lui forse in possesso delle sue facoltà, mentali e fisiche? Chi scrive epigrammi più arguti? Chi ragiona più acutamente? Chi…? Ma io ho il suo consenso nella mia agenda.” E così dicendo, trasse dalla borsa lucente un libretto con fermagli in corniola, e dal libro una pila di fogli, su alcuni dei quali Pedro intravide le lettere MACHIA, MAZA, RICHEL e le parole DOMITIAN ed ELIZABETH. Da questi fogli l’uomo scelse una stretta striscia di pergamena, e da essa lesse le seguenti parole:

“In considerazione di certe doti mentali, che non è necessario qui specificare, e in ulteriore considerazione della somma di 1000 luigi d’oro, io, nell’età di un anno e un mese, a partire dalla data di oggi, cedo al latore della presente tutti i miei diritti, titoli, a proprietà dell’ombra cosiddetta ‘mia anima’.

“Redatto a Parigi, nel giorno di…, nell’anno di Nostro Signore…, FRANÇOIS MARIE AROUET”

“Un tipo intelligente, quello,” riprese lo sconosciuto, “ma si sbagliava riguardo all’ombra – l’anima un’ombra! – una tale assurdità, signor Pedro. Pensate piuttosto a un’ombra in fricassea!”

“Pensate piuttosto a un’ o-m-b-r-a in fricassea!” fece eco il nostro eroe, le cui facoltà si andavano illuminando gloriosamente, “ora, dannazione,” continuò, “Signor – humph! – dannazione! (singhiozzo) – come se io fossi un babbeo qualsiasi. La mia anima, signor – humph – sì, signore, la mia anima.”

“La vostra anima, signor Pedro?”
“Sì, signore, la mia anima non è – non è – non è – un’ombra, dannazione!”
“Mi dispiace contraddirvi, signor Pedro.”
“Sì signore, la mia anima è particolarmente indicata per uno – per uno – stufato, che diamine!”
“Ah!”
“Un ragù…”
“Eh…”
“Una fricassea…”
“Ah!”
“O (singhiozzo) una cotoletta – e allora le propongo un affare.”
“Non posso prendere in considerazione una cosa del genere,” disse lo sconosciuto con calma, nel mentre si alzava dalla sedia.

L'affare sfumato E- A. PoePedro lo fissò attonito.

“Sono fornito al momento.”
“Eh…”
“Non ho liquidi disponibili…”
“Che cosa…”
“È molto deplorevole da parte mia…”
“Humph!”
“Approfittare della…”
“…vostra particolare situazione.”

E qui lo sconosciuto s’inchinò e sparì alla vista, in un modo che il nostro filosofo non fu sicuro di comprendere; ma, in un ben calcolato sforzo di gettare una bottiglia contro il manigoldo, la sottile catena che pendeva dal soffitto fu tagliata, e il metafisico cadde svenuto colpito dal crollo della lampada.

 

Nota del Traduttore

The Bargain Lost è la prima stesura di uno dei più celebri racconti comici di Edgar Allan Poe: Bon Bon, che fu pubblicato nella forma e con il titolo definitivo nel 1835. Questa prima stesura è molto diversa da quella finale, e per questo mi è sembrato interessante proporla.

 

L'Autore

Mario Luca Moretti

Altri interessi oltre al cinema e alla letteratura SF, sono il cinema e la la letteratura tout-court, la musica e la storia. È laureato in Lingue (inglese e tedesco) e lavora presso l'aeroporto di Linate. Abita in provincia di Milano

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