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IL SIERO DEL PROFESSOR KOWALSKY

IL SIERO DEL PROFESSOR KOWALSKY

Nelle ultime escursioni letterarie mi sono imbattuta in un testo che, all’apparenza, non sembrava avere alcuna attinenza con l’argomento fantastico. Cosa che si è rivelata del tutto sbagliata perché, leggendo il libro, mi sono resa conto che l’opera è ascrivibile non solo al fantastico, ma perfino alla fantascienza.

Si tratta di un romanzo sconosciuto alle bibliografie, come dimenticato è anche l’autore. Non è menzionato nel Catalogo Vegetti aggiornato, né nell’edizione primaria Catalogo SF, Fantasy e Horror a cura di Ernesto Vegetti, Pino Cottogni ed Ermes Bertoni.
Questo scritto vuole quindi essere un contributo alla bibliografia fantascientifica.

Poiché non esiste alcuna documentazione in merito, sarò costretta ad affidarmi alle poche note editoriali per ricavare qualche notizia sull’autore. Lo stesso editore, Liviana di Padova, compare nelle ricerche con pubblicazioni che si spingono fino al 2010 circa. Poi non sembra esserci più nulla che lo riguardi.

Il romanzo in questione rientra, come si rileva dalla copertina a risvolti e dal frontespizio, nella “Collana di Medici Narratori e Saggisti a cura della Associazione Medici Scrittori Italiani e diretta da Guglielmo Levi”.
A prima vista, quindi, il testo sembrerebbe appartenere alla letteratura medica e forse questo lo ha reso nel tempo invisibile al nostro campo di interesse.
Per inciso, l’Associazione esiste dal 1951 e tuttora gode di buona salute. Oggi è denominata Amsi, Associazione Medici Scrittori Italiani; nella pagina di presentazione troverete nomi familiari e anche famosi di scrittori che ne hanno fatto parte.

Il siero del professor Kowalsky

Stefano Schönauer: Braccio di ferro con la morte. Padova, Liviana, 1973 (sovraccoperta)

Il libro si intitola Braccio di ferro con la morte ed è stato pubblicato nel 1973. Quindi in tempi relativamente recenti.
L’autore, Stefano Schönauer, nacque a Budapest, in Ungheria, il 9 maggio 1911. Nel testo non si parla di traduzione e, considerato anche che la collana pubblicava testi in italiano, con ogni probabilità il romanzo è stato scritto nella nostra lingua.
Dell’autore posso solo riportare quanto segue, come si desume dal risvolto di copertina: Medico, specialista in chirurgia, ginecologia, medicina del lavoro e medicina dello sport, aveva dedicato la sua gioventù all’approfondimento delle discipline professionali in Ungheria, in Italia, in Austria, in Germania ed Inghilterra. Curava personalmente la preparazione dei suoi due figli, pur essi medici. Nel 1963, profondamente amareggiato per il calo dei valori intellettuali e professionali, dopo un lungo periodo di navigazioni in qualità di medico di bordo, si era dedicato alla narrativa con un vasto bagaglio di esperienze e con vivida immaginazione. Musicista, pittore, scultore e pilota di aeroplani da turismo, ebbe successi ragguardevoli nel ristretto ambiente dei suoi amici, ma rimane sempre fedele alla sua unica passione: la medicina e la chirurgia.
In proposito, il bozzetto allegorico della sovraccoperta mostrata nell’immagine è suo.

Dalla prefazione dello stesso autore si ha notizia anche di un altro suo romanzo fantascientifico, L’albero che parla, pubblicato anteriormente e sempre nella stessa collana di Liviana editore.
A differenza di Braccio di ferro con la morte, di cui nel momento in cui scrivo ci sono un paio di copie disponibili in rete presso siti di libri d’epoca, de L’albero che parla non sembra esistere alcuna copia. Quanto al Fondo bibliotecario nazionale entrambi i testi sembra non siano stati depositati. Dovremo quindi affidarci a quanto dice l’autore sulla veridicità dell’escamotage fantascientifico da lui adottato.

Allo stesso tempo, l’autore precisa che ‘il braccio di ferro con la morte’ potrà sembrare ad alcuni ‘fantascientifico’, ma in sostanza esso contiene ‘rivelazioni’ note, non solo agli scienziati e professionisti delle discipline mediche, ma anche ai lettori meno eruditi della stampa d’informazione.

Credo che a questo punto sia utile riportare per esteso anche parte della sua prefazione, almeno per individuare gli obiettivi che l’autore sosteneva: “(…) il concetto dominante, quello dell’arretratezza della giurisprudenza, di fronte ai progressi della scienza e della tecnica, diventa il filo conduttore del racconto. La dimostrazione ammonitrice richiama l’attenzione sulla necessità di riflettere sulle ‘grandi scoperte’. Secondo il mio parere, l’invenzione più utile all’uomo sarebbe quella che munisce ogni scoperta, non solo del relativo brevetto e licenza di costruzione, ma, dopo un attento esame dell’oggetto, anche del ‘diritto’ immediato dell’uso e dell’applicazione, oppure dell’assoluto divieto, con motivazioni ragionate.”.

Nota amara, letto alla luce del recente passato che ancora del tutto passato non è, questo romanzo appare quanto mai moderno proprio per l’implicazione giuridica che il recente passato ha comportato, o meglio, che avrebbe dovuto comportare e non è stato.
L’aula non ha fatto da protagonista, è stata scavalcata. Quanto al diritto dell’uso o all’assoluto divieto, o non si è legiferato oppure, se lo si è fatto, è stato per mandare gli atti a carta straccia.
La questione rimane comunque ancora aperta. L’aula può essere lenta, ma la buona volontà ha poteri chiarificatori: colpe e meriti a tempi migliori.

E veniamo alla trama del romanzo, costituito di ben 276 pagine, di cui narrerò i particolari, vista la difficile reperibilità del libro. Le anticipazioni andranno quindi a detrimento della sorpresa del lettore, giusto per avvisare il paio di fortunati che riusciranno a garantirsi le uniche copie disponibili.

Il siero del professor Kowalsky

Stefano Schönauer: Braccio di ferro con la morte. Padova, Liviana, 1973 (copertina)

L’azione si apre a Baden, la famosa città termale della Bassa Austria.
Il tempo all’inizio non appare chiaro: si parla ancora di carrozze trainate a cavallo, ma poi compaiono auto e telefoni; si scoprirà più avanti che siamo negli anni Cinquanta. Non conta l’uso di impronte digitali per identificare un periodo perché la storia della dattiloscopia ha origini antiche: già i babilonesi usavano apporre su documenti di transazioni commerciali le impronte dei loro dermatoglifi; nei tribunali di giustizia cominciarono a essere prodotte all’inizio del ventesimo secolo.

Il ricco commerciante Kurt Sturmer sta morendo nella casa in cui è nato, attorniato dagli amici e dalla moglie vanesia che, in attesa degli eventi, si consola tra le braccia dell’amante, un aristocratico decaduto che campa alle spalle di ricche signore, preferibilmente mature.

Sturmer spira e per la veglia vengono chiamate due monache di un vicino convento, mentre la moglie Helen e l’amante vanno dal medico di famiglia a ritirare il certificato di morte per poi dirigersi all’altra abitazione, quella di residenza, dove trascorrono ore piacevoli dopo le fatiche dell’attesa. Durante la notte, però, vengono svegliati da una telefonata delle monache, le quali affermano che la salma di Kurt Sturmer è scomparsa in un momento in cui si erano appisolate.
Invitate imperiosamente dalla moglie a spiegarsi, le suore arrivano all’abitazione dove sta la coppia. Raccontano che durante la veglia un medico aveva bussato – pensavano fosse il medico curante venuto per accertare la morte – e, rivolte loro alcune domande, aveva iniettato del liquido nel braccio del defunto. Tutta l’operazione era durata un paio d’ore, tanto che la suora più anziana presupponeva fosse stato eseguito un complicato processo di conservazione del corpo.

Mentre le suore stanno raccontando suona il campanello d’ingresso e si sente la voce di Kurt Sturmer urlare di aprire. Nessuno apre perché l’evento causa uno svenimento generale, ma il giorno successivo la moglie Helen riceve una comunicazione del legale del marito, il quale le notifica della visita di Sturmer nel suo studio. Il cliente afferma che, giunto a casa propria, la moglie non gli ha aperto e la interdice dell’eredità.

Sempre a Baden, in quel momento un vecchio contadino, il signor Eckhard, arriva al Castello di Rauhstein del professor Fjodor Kowalsky per chiedergli aiuto. Il figlio del contadino è stato ucciso e non si sa chi sia l’autore del delitto. Il professore ha un debito verso il vecchio uomo e insieme si precipitano nell’ufficio del giudice distrettuale. Il medico chiede al giudice di poter rianimare il giovane ucciso. Il giudice acconsente con assoluto scetticismo sull’esito, dichiarando che ha visto lui stesso il giovane e assicura che è morto. Non vede come possa essere rianimato.
Dopo una complicata operazione allestita in obitorio, il professor Kowalsky riesce a far tornare in vita il giovane, accendendo fortissime emozioni nei testimoni presenti. Sulla strada del ritorno, il giudice chiede al medico di poter dichiarare la morte apparente, perché ha permesso l’operazione di intervento sul cadavere prima dello scoccare delle prescritte ventiquattro ore.
“Certo, con questi progressi della scienza, il concetto della morte dovrà essere ridimensionato nella legislazione, ma finché ciò non avverrà, noi dovremo obbedire alla legge vigente!” dice il giudice, spaventato.
“È un vero peccato! Le leggi dovrebbero essere fatte da chi le applica, invece che da politicanti, che ignorano la giurisprudenza e, tanto di più, i progressi della scienza!” risponde Kowalsky, quando il giudice ribadisce che “Fare, disfare, modificare ed abrogare le leggi è compito del parlamento e non della magistratura!”.

Stefano Schönauer: Braccio di ferro con la morte (il giovane Eckhard viene riportato in vita, pgg. 38 e 39)

Nel corso della narrazione, si scopre che il professor Kowalsky non è nuovo a queste meravigliose operazioni mediche. Il vecchio Eckhard era uno dei pochi a esserne a conoscenza, per questo si era rivolto a lui per chiedergli aiuto: voleva fare giustizia al figlio e il modo per sapere il nome dell’assassino era chiederlo all’unico testimone, il figlio stesso.
Nel Castello, infatti, risiedono in tutto ben nove resuscitati, e qui si svela la voce narrante del romanzo. I resuscitati hanno dei problemi, perché “la loro anima resta fra le grinfie della ‘morte’” dice Kowalsky. Si presentano atoni, le facoltà mentali sono alterate, ma più di tutto le loro funzioni istintive ed emotive sono pressoché annullate. Per questo motivo chiede aiuto a uno psichiatra, il narratore della vicenda.
Mentre lo psichiatra studia gli anomali pazienti, si aprono cavillose vicende giuridiche civili e penali, in seguito alle rivendicazioni della moglie di Kurt Sturmer e a quelle del figlio del vecchio Eckhard.
A complicare le cose, interviene anche la Camera dei Medici che deve pronunciarsi sull’espulsione o meno del dottor Kowalsky dall’ordine dei medici, e che vuole la formula del siero miracoloso per potersi pronunciare.

A fronte di tutta questa incomprensibile segretezza da parte del professor Kowalsky che attira complicanze e vicissitudini giuridiche, lo psichiatra ne chiede le ragioni: “Mio caro collega”, gli risponde il geniale professore, “il motivo principale è nella considerazione che io personalmente non sono del tutto soddisfatto del mio siero: riesco a riportare in vita solo il corpo dei defunti (…) Se la mia scoperta la rendessi di pubblica ragione, correrei due pericoli: il primo che, l’eventuale perfezionamento del siero, potrebbe diventare il vanto di altri ricercatori; il secondo consiste nella mia convinzione che il siero potrebbe essere male adoperato e quindi dichiarato privo di efficacia, oppure potrebbe capitare che a qualcuno venisse il desiderio di trarre guadagni illeciti dalla scoperta, mettendo in commercio un farmaco privo delle caratteristiche rigorosamente richieste. Pertanto diverrei il complice involontario di questi che, scherzando con la morte degli altri, a caro prezzo, ingannerebbero il prossimo, offrendo solo delle speranze irrealizzabili”.

Grazie allo psichiatra che riesce a convincere i nove resuscitati del Castello a presentarsi davanti alla Camera dei Medici, Kowalsky evita di essere radiato. La causa pendente aperta dalla moglie di Sturmer si appiana. Il processo a carico dell’assassino del giovane Eckhard si conclude.

Dopo che la vicenda è diventata di pubblico dominio e la stampa ne ha parlato diffusamente, Kowalsky paventa pericolo per sé e per lo stesso amico collega, ma lo psichiatra reputa i timori del professore solo manie di persecuzione insorte per il lungo stress a cui il medico è stato sottoposto. Accetta comunque di amministrare i beni del professore e ricovera segretamente nella propria clinica psichiatrica i nove resuscitati.
Kowalsky parte per gli Stati Uniti dove sembra gli sia stata offerta una cattedra, ma dalla sua partenza lo psichiatra non riuscirà più ad avere notizie di prima mano del professore

Passa parecchio tempo e lo psichiatra continua a essere tormentato dal silenzio dell’amico Kowalsky, tanto che inizia a fare tardive indagini. Scopre che quest’ultimo, pur essendo arrivato negli Stati Uniti ed essersi annunciato all’università dove era stato invitato a insegnare, non è mai arrivato.
Un telegramma del 1963, ben sei anni dopo la sua sparizione, avvisa lo psichiatra dell’arrivo dell’amico, il quale si firma con il falso nome concordato prima di partire dall’Austria.
Il romanzo procede alla conclusione sulla scia del racconto di Kowalsky, il quale racconta alla figlia piccina dell’amico psichiatra la fiaba del suo viaggio: rapito negli Stati Uniti è stato costretto a lavorare in Russia, dove gli hanno messo a disposizione laboratori per l’implementazione del suo siero. Dopo anni, con l’aiuto di un amico è riuscito a fuggire.
In una delle ultime conversazioni che i due tengono, il professor Kowalsky confessa all’amico di essere profondamente persuaso che il suo siero non resuscita degli uomini, ma fa vivere dei cadaveri, e che richiamare in vita un uomo morto è la più perversa cattiveria che si possa permettere.
“Mi creda: il siero che resuscita i morti è pericoloso quanto la bomba atomica , come tutti i traguardi prematuramente raggiunti nella scienza e nella tecnica!”

La storia ci dice che il professor Kowalsky ormai ha assunto una segreta identità e abbandonato le sue ricerche. Le ultime notizie lo danno come perfetto anonimo in viaggio, e parrebbe anche in dolce compagnia.

*

Concludo con qualche mia impressione.
Il romanzo non è certo un capolavoro letterario, ma ha alcune particolarità che dovrebbero preservarlo dall’oblio.
Innanzitutto la storia fantascientifica, motivo principale per il quale mi sono permessa di parlarne. Sull’impianto realistico, il meraviglioso e nello specifico il fantascientifico si sovrappone con compiutezza e apre domande ben precise a livello sociale, morale, etico, e non solo giuridico, come era nelle intenzioni dell’autore. Le conversazioni finali tra i due medici, di cui ho riportato solo alcuni punti, sono molto chiarificatrici.
Mi ha poi incuriosito l’apertura narrativa, per cui non risulta chiaro il tempo in cui si svolge l’azione. C’è quasi un sapore di gotico nella narrazione, accentuato dall’ambientazione del Castello.
Quando entra in scena il professor Kowalsky non ho potuto evitare di pensare al Frankenstein di Mary Shelley.
E più di una volta mi sono chiesta se l’autore avesse letto Georges Simenon: non l’ho menzionata narrando la vicenda, ma la moglie dello psichiatra ha parecchie somiglianze con la moglie del commissario Maigret e rappresenta un sommesso punto cardine nelle sue decisioni, un po’ come la moglie di Maigret quando si muove nelle trame apparentemente messa lì per caso, ma con tutte le ragioni che il cuore sa rappresentare.

 

Tea C. Blanc
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È comasca. Vive un po' a Como, un po' in Svizzera. Collabora ad alcune riviste, fra cui "Giornale Pop", webzine diretta da Sauro Pennacchioli, e "Andromeda - rivista di fantascienza", diretta da Alessandro Iascy. Ha pubblicato un racconto di genere fantastico con Edizioni Dell’Angelo e il romanzo dagli spunti fantascientifici “Mondotempo” (Watson Edizioni, collana Andromeda).

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