La copertina è World © di Roberta Guardascione
disegnata appositamente per Cose da Altri mondi.

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«Andato dove?»
«Da loro. Ormai non ho dubbi che dietro tutto questo ci sia qualcosa di intelligente e di preciso. Resta da vedere quali sono le loro intenzioni.»<
«Mi sembrano chiare. Spariremo tutti.»
«Questo è possibile.»
«Grazie per aver alzato il mio morale.»
«Sono solo pratico.»
«Come ho già detto: odio quando hai ragione.»
Hugh guardò l’orologio.
«Se andiamo adesso potrebbe sorprenderci lassù il nuovo momento di luce. Che si fa?»
«Ci andiamo lo stesso. Vediamo quello che accadrà.»
«Ho sempre desiderato fare il testimone oculare di qualche straordinario evento cosmico ed ora, finalmente, il mio desiderio sarà accontentato perché sarò in prima fila ad osservare, scrutare ed analizzare il più grande evento di tutti i tempi.»
«E quale sarebbe?»
«La mia fine e il posto d’onore non me lo leva nessuno.»
«Vogliamo andare a fare quattro passi, signori?»
John guardò fuori.
«Sì, ha smesso anche di piovere, andiamo.»

Il percorso in salita verso la costruzione non fu particolarmente faticoso agevolato, malgrado le tute, dalla bassa gravità del luogo.
Le luci delle torce illuminavano crudamente un sentiero i cui massi ai bordi sembravano stati tagliati con una gigantesca accetta e non consentivano di distinguere bene la loro meta almeno fino a che un’ansa del sentiero non la nascose ai loro occhi permettendo poi, subito dopo, di trovarsi di fronte a quello per cui erano venuti fin lassù.
Sembrava in tutto e per tutto una struttura greco romana ricavata dal nero basalto del terreno, anzi sorgeva da esso senza una soluzione di discontinuità.
Era un parallelepipedo di circa una ventina di metri di lunghezza per una decina di lato, una grande porta con otto finestre nel lato più grande e quattro in quello più piccolo.
Dopo averne percorso il perimetro si fermarono davanti alla scalinata che portava all’ingresso sorretto da un colonnato e tutto era di un grigio scuro uniforme e liscio senza la minima traccia di una qualsiasi iscrizione.
I tre si fermarono ai piedi dell’ampia scala guardando in alto.
«Incredibile.»
«Incredibile è dire poco. Da un momento all’altro mi aspetto di vedere Giulio Cesare uscire per tornarsene a casa dopo una riunione al Senato e poi, guardate quelle finestre e quella porta.»
«Sono buie.»
«Non dicevo questo. Osservate le dimensioni: l’altezza e la lunghezza. Non ho con me un misuratore ma ci giocherei che sono tutti rettangoli aurei.»
«Probabilmente hai ragione.»
«Ecco una frase che sarebbe passata alla storia invece è stata detta qui e l’umanità non ne verrà mai a conoscenza.»
«Che si fa, si sale e si entra?»
«Vorrei ricordarvi che tra sei minuti e otto secondi avremo un’altra eruzione.»
«E io vorrei ricordarti un chissenefrega grande come questo stesso edificio. Siamo venuti qui per sapere e non abbiamo nulla da perdere.»
«Anche questa volta devo darti ragione.»
«Ma tu guarda, un altro evento storico senza testimoni. Bene signori, vogliamo salire?»
Una volta arrivati davanti all’ingresso i tre si fermarono.
«Bene, non ci resta che entrare»
«Un momento, John. Avete notato una cosa?»
«Che cosa?»
«Non ci sono porte né imposte.»
«Beh, non hanno molti problemi di spifferi, qui.»
«E non è solo questo. Quanti sono i gradini. Li avete contati?»
«Beh, no, ammetto di non averci fatto caso.»
«Sono otto.»
«Ah, e allora?»
«E le finestre? Otto e otto nel lato maggiore e quattro e quattro per quello minore. Totale sedici. Cioè otto più otto.»
«Hai notato altro?»
«Il numero delle colonne.»
«Fammi indovinare. Otto?»
«Esatto.»
«E noi in quanti eravamo?»
L’ultima domanda era arrivata da Richard; gli altri due lo guardarono perplessi.
«Una coincidenza?» Chiese ancora l’astronauta.
«Questa è una bella domanda. Pensiamoci su ed entriamo. Prego, signori, dopo di voi.»
L’ingresso era grande come l’edificio stesso. In fondo una scala portava al piano superiore.
Richard diresse le torce della tuta verso le pareti nude della stanza.
«Nessuna iscrizione, nulla.»
«No, qualcosa c’è. Guardate!»
Sulla parete davanti a loro, di fianco alla scala, c’era un disegno a malapena distinguibile sotto la luce diretta.
«Illuminatelo per intero…ecco così.»
«Cos’è?»
«Sembra un otto.»
«Di nuovo?»
«Sì è un otto, un otto rovesciato sul fianco.»
«Un otto rovesciato su un fianco? Ma non è…»
Le parole di Richard furono interrotte da un bagliore improvviso che illuminò a giorno la stanza.
John che stava indicando il disegno rimase improvvisamente bloccato con la mano alzata, con terrore constatò che non riusciva né a muoversi né a parlare.
Guardò i suoi compagni, anche loro immobili nella posizione dove erano rimasti.
Il bagliore del geyser disegnava strane luci ed i volti di Richard e Hugh erano sbarrati e sembravano guardarlo con impotenza.
Passarono pochi istanti poi una delle tre figure cominciò a muoversi dapprima lentamente poi con passo più sicuro verso le scale.
John non poteva far altro che guardare mentre Richard si avvicinava alla scala di pietra e saliva lentamente i gradini fino a sparire al piano di sopra.
Il paesaggio dalle finestre scomparve per essere sostituto da un nero profondo.
John sentì il suo corpo espandersi e si trovò a far parte di quel nero ignoto. Lontano, molto lontano c’erano delle piccole luci e appena desiderò capire cosa potevano essere eccole diventare parte di lui come lui era parte ora di quell’universo. Con una mano poteva toccare l’infinito insieme di mondi lontani e con l’altra arrivare ad un nulla senza fine mentre la galassia che gli apparteneva era all’altezza del suo cuore, un insieme di minuscole perle pulsanti di vita e di intelligenza.
E vide il suo pianeta, il suo mondo, la sua casa, poi si spostò su altri mondi di cui nemmeno aveva sentito parlare, vide altri pianeti, altre razze, altri mondi morti e gelidi nel freddo e buio di una notte eterna. Lotte fra stelle che fagocitavano altre stelle più piccole. Entrò in un buco nero per poi uscire da un gorgo e ritornare nel proprio universo lontano e vicino al tempo stesso. Quindi una grande luce colpì il vuoto vicino a lui ed una cascata di luci e di colori si risolse in una galassia  le cui spirali abbracciavano interi mondi.
Tutto finì in un attimo e tutto tornò normale.
Era di nuovo in quella stanza e la luce stava scemando. Al buio delle finestre si sostituì il malinconico paesaggio di Owl.
Riuscì finalmente a muoversi e si precipitò di corsa al piano di sopra seguito da Hugh e sapendo già cosa avrebbe trovato: un’altra stanza come quella sottostante e nessuna traccia di Richard.

Le finestre del piano superiore davano sulla vallata dove era la Perseo ed il geyser. In quel momento entrambi invisibili nell’oscurità.
John e Hugh stavano guardando da due delle finestre del piano superiore. Non parlavano da parecchio tempo, ognuno immerso nei propri pensieri cercando di capire, di dare una spiegazione a quello che stava accadendo.
Fu John ad interrompere il silenzio.
«Credo di aver capito, almeno in parte.»
«Lo speravo. Sei tu l’astronomo.»
«Qui l’astronomia c’entra poco. Siamo molto più in là. Tu hai pensato a qualcosa?»
«Non molto. Forse questo è un passaggio in un’altra dimensione…»
«No, qui non c’entrano nulla né le dimensioni né gli universi paralleli, supposto che esistano.
Qui siamo in piena creazione…Tu sai che l’universo si espande, no?»
«Almeno così si dice.»
«Beh, adesso direi che possiamo esserne sicuri. L’universo si espande ed è composto di essenza vitale, le stessa materia che è qui vive e si riproduce anche dall’altra parte dell’universo conosciuto e non. Mi segui?»
«Finora sì.»
«Non c’è molto da dire in più. Io penso che questa non sia altro che una stazione di immagazzinamento della materia per crearne dell’altra in un altro posto, in un ciclo infinito ed eterno.»
«Un trasferitore di materia?»
«Avrei fatto meglio a dirti: un trasformatore di essenza vitale.»
«Cioè la nostra essenza viene trasformata in stelle?»
«L’universo si espande e, come sai, nulla si crea e nulla si distrugge. Al limite si trasforma e diventa un’altra essenza, diversa ma alla base è sempre uguale. Noi diventiamo galassie o parte di esse ed il ciclo si ripete in continuazione.»
«Se quello che tu dici è vero ci sono altre stazioni come questa nell’universo.»
«Io credo di sì e lo penso anche perché questa sembra sia stata fabbricata proprio su misura per noi. Lo deduco dalla forma dell’edificio, così simile a quelle del nostro mondo e da quel simbolo greco latino dell’infinito. Su un altro pianeta potrebbe essere, che so un triangolo, una palla, o a forma di biscotto… non ne ho la più pallida idea.»
«Ma chi ha messo queste stazioni?»
Ci fu un attimo di silenzio mentre John continuava a guardare fuori, poi si tirò indietro e fissò l’amico.
«Non lo so. Ma se non Dio degli dei certamente. Esseri talmente avanzati che non ci è neppure possibile concepirli. Io personalmente credo che ci troviamo dentro ad un grande ingranaggio, come se fossimo in un terrario, una comunità di formiche.»
«Non ti seguo.»
«Ecco, immagina che tutto questo universo sia contenuto in una enorme sfera, e che al di fuori di questa sfera ci sia qualcosa d’altro…»
«L’ho detto prima: un universo parallelo…»
«No, semplicemente un universo matrice da cui è nato questo, un universo figlio. Esistono entrambi sullo stesso piano e quindi noi potremmo essere un suo parto. Hai mai pensato che l’universo così pieno di essenza vitale potesse essere lui stesso vivo? Non vivo come lo intendiamo tu ed io, ma che abbia la sua esistenza, la sua fine, il suo principio e…la sua possibilità di rigenerarsi…e qui è quello che facendo. Ti ho dato delle ipotesi. Non credendo in Dio credo a questo Dio-Universo che fa quello che sta facendo per esistere o forse per riprodursi. Siamo in piena illazione. Ma, tornando a noi, il nostro destino è di far parte di questo grande piano evolutivo.»
«Non mi piace molto questa idea.»
«Nemmeno a me ma non possiamo farci nulla. Forse un giorno ritorneremo qui e ci incontreremo di nuovo, se è vero che l’universo è uno ed infinite sono le sue forme e in questo contesto anche un sasso è una forma di vita. Mi auguro solo di non ritrovarmi Salomon tra i piedi.»
«Il geyser?»
«Un segnale per un evento ciclico, direi, almeno quando c’è la materia prima. Forse le batterie si devono ricaricare prima di trasmettere di nuovo, che cavolo ne so.»
«Hai una risposta per ogni cosa, eh?»
«Vorrei tanto e invece devo dirti che mi piace la fantascienza e in mancanza di dati precisi questa lo è.»

Il tempo, la lunga attesa era passata lentamente tra silenzi, rimpianti e sogni ed un nuovo ciclo stava per cominciare.
«John, è quasi l’ora.»
«Hai deciso così?»
«Sì, ti prego. Scusa se ti lascio solo, ma questa attesa è angosciante. Se deve finire che finisca qui, ora, subito.»
«Aspetterò volentieri per te. Addio amico mio.»
«Preferisco arrivederci.»
Si strinsero la mano poi John si allontanò scendendo le scale e portandosi all’esterno della struttura.
Era ormai disceso dalla collina quando il geyser lanciò nel cielo il suo segnale.

Ora era solo e stava andando al suo ultimo appuntamento.
Entrò nell’atrio deserto ed aspettò.
Guardò per l’ultima volta il cielo e le stelle come se fossero occhi puntati su quanto stava accadendo in quel piccolo, infinitesimale angolo dell’universo e si chiese se avrebbe mai potuto rivederlo e come. Pensò alla Terra lontana ed al suo mondo sovraffollato ed inquinato. Dove andava lui, per fortuna, c’era tanto spazio.
Un lampo di luce lo fece sussultare.
Se ci fossero stati altri luoghi, passaggi, altri edifici, altri territori attraverso stelle galassie, universi, lo avrebbero seguito altri nel suo nuovo mondo? Sono così vicini l’esistenza e la vita… Ma a un tratto capì che erano due termini di un medesimo principio: la certezza di esistere e la forma in cui si vive erano i punti d’unione di un immenso cerchio. Guardò in se stesso e assimilò il concetto che ogni essenza vitale, anche quando non sembrava tale, era una piccola parte del tutto… L’universo: mondi  da non finir mai… e, in quel momento, trovò la soluzione dell’enigma dell’infinito. Aveva sempre pensato nei limiti della mente umana…aveva ragionato sulla natura: l’esistenza ha principio e fine nel pensiero umano, non nella natura…Sciogliersi…diventare il nulla…Le sue paure svanivano e veniva a sostituirle l’accettazione…La vasta maestà del Creato doveva avere un significato, un significato che “lui” doveva darle. Sì, più piccolo del piccolo aveva anche lui una ragione di essere. Dopo l’universo non vi è il nulla, solo altri universi…e lui sarebbe esistito ancora e poiché si dice che siamo fatti di stelle probabilmente stava addirittura ritornando a casa…

FINE