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UN ALTRO TEMPO UN ALTRO LUOGO (SECONDA PUNTATA)

UN ALTRO TEMPO UN ALTRO LUOGO (SECONDA PUNTATA)

La copertina è World © di Roberta Guardascione
disegnata appositamente per Cose da Altri mondi.

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Hugh sospirò.

«Va bene, iniziamo la riunione. Dacci la situazione esatta fino a questo momento.»

«Mancanza contatti con la Perseo: 10 giorni, 4 ore e ventisette minuti, mancanza contatti radio con la base: 10 giorni, 4 ore e ventisette minuti, tempo sopravvivenza Perseo meno un giorno, due ore…»

«E dacci un taglio ed infilateli sul per il culo i minuti ed i secondi… In sostanza questo robot umano ci sta dicendo che tra poco più di ventiquattro ore quelli laggiù finiranno l’aria…»

«…quattordici minuti e … – Terminò sogghignando – …42 secondi…43…»

Hugh fermò con un gesto John mentre stava per azzannarlo.

«Dobbiamo prendere una decisione e prenderla in fretta, se dobbiamo scendere dobbiamo farlo nel lasso di tempo in cui quel maledetto geyser tace e, almeno in questo, siamo fortunati. Tutte le osservazioni ci indicano una eruzione al giorno e sempre alla stessa ora.»

«Ma questo non è possibile, qui.»

«Di questo parleremo poi, Pierre, adesso dobbiamo decidere se scendere o no. Possiamo tornare indietro con tutti i rilevamenti e le fotografie che già per loro conto sono importanti per la Compagnia o scendere con la Williamson ed andare a vedere.»

«Che rischio comporta un atterraggio con l’astronave?»

«Non molti, data la bassa gravità. Un eventuale cedimento del terreno, un consumo non previsto di carburante e un terreno intorno bruciato e inagibile per qualche ora.»

«Senza contare quello che può esserci laggiù.»

«Il nostro logorroico amico ha ragione.»

«Cosa volete dire?»

John fece un cenno con la mano:

«Prego, il diritto di replica è tuo.»

«Voglio dire – Riprese Richard – che vi possono essere radiazioni che da qui non rileviamo specialmente – Indicò lo schermo – con quel geyser in azione.»

«Hai pensato solo a questo?»

«Cosa vuoi dire?»

«Voglio dire che se quella roba laggiù è veramente una costruzione artificiale come ormai sembra assodato a nessuno di voi è venuto in mente che potrebbe essere abitata?»

«Abitata?»

«Abitata, Pierre.»

«Ma stai scherzando.»

«Non scherzo affatto, Bon Dieu. Guarda, te ne butto qualcuna così: una base aliena per spiare il nostro sistema in attesa di invaderci, una prigione galattica dove i suoi mostruosi galeotti sono fuggiti o una stazione di rifornimento dove i nostri ticket non sono validi…»

«Basta, basta. Ho afferrato il concetto, ma puoi oppormi qualunque argomento valido o fantastico che la decisione da prendere è sempre e solo una per cui io dico: scendiamo.»

«Mai stato contrario comandante. Scendiamo pure.»

«Ah, credevo che fossi sfavorevole all’idea.»

«Nemmeno per sogno! Non ho fatto cinquecentosessanta milioni di chilometri per fermarmi davanti agli ultimi cinque e poi ci sono tre nostri compagni laggiù da recuperare…»

«Quattro.»

«Ah, anche Salomon? …Sto scherzando, sto scherzando!»

«Pierre?»

«Dobbiamo scendere.»

«Richard?»

«È la cosa più logica da fare.»

«Allora siamo tutti d’accordo. Si scende.»

«Scommetto che Salomon ha sentito la mia mancanza…»


La Jack Williamson si posò nel centro del vecchio e corroso cratere contornato da alte colline svettanti ed aguzze. I toni di grigio e di blu delle fenditure e delle valli cominciarono a perdersi nella lunga oscurità mentre i motori dell’astronave si fermavano e cessavano il loro silenzioso boato.

Poi la quiete e l’immobilità di un mondo morto.

Un’ora dopo quattro uomini scesero lentamente dalla nave spaziale e si avviarono verso il nord del pianeta, camminavano in fila indiana mentre quello davanti tastava il terreno con un lungo bastone.

«Sembra di camminare sul vetro.»

«È lava solidificata – Rispose Hugh – comunque non ne abbiamo per molto.»

Consultando l’apparecchiatura che aveva con sé Richard rispose:

«Esattamente 415 metri in questo momento alle rocce prescelte.»

«Tempo all’eruzione?»

«Esattamente quattordici minuti e 23 secondi.»

«Meno male che l’hanno inventata quella parola, eh?»

«Quale parola?»

«Esattamente. Se non esistesse come saresti sopravvissuto?»

«La sostituivo con “precisamente”.»

«Non c’è gusto con questo qui…»

«Risparmiate fiato ed ossigeno. Stiamo per arrivare.»

Il costone era ricoperto da una ghiaia azzurrognola che cadde lentamente al suolo quando Hugh vi appoggiò leggermente sopra la mano guantata. Il gruppetto di rocce formava come un semicerchio prima di entrare nel varco tra le due montagne e, allo stesso tempo, lì finiva il terreno vetrificato per tornare alla solita polvere basaltica di un profondo grigio.

«Eccoci – Esclamò Hugh – un chilometro più avanti e dentro questa fenditura c’è la Perseo, appena il corridoio di passaggio finisce.»

«Precisamente 988 metri.»

«Non esattamente?»

«Piantatela. Radiazioni, Pierre?»

«Quelle normali che dovrebbero esserci. Nulla di più, nulla di meno.»

Appoggiarono l’apparecchiatura al suolo e si misero in attesa.

«Quanto?»

«Tre minuti e diciotto.»

«Quando il fenomeno comincerà dall’altra parte del canyon tu non perdere d’occhio la strumentazione, specialmente il livello delle radiazioni… Mi hai capito Pierre?»

«Eh? Sì, sì…Ho capito…»

«Perché ti stai guardando intorno? Hai visto qualcosa?»

«No, comandante non ho visto nulla ma ho una strana sensazione…»

«Che tipo di sensazione?»

«Non lo so, non saprei spiegarlo. Un senso di attesa, un qualcosa di incombente, come se qualcosa o qualcuno ci stesse osservando…»

«Sarà Opportunity. Sta a vedere che si è trasferita qui.»

«John, è un pezzo che volevo chiedertelo: prendi mai niente sul serio?»

«Io prendo tutto sul serio, anche se non si vede, anche se scherzo e dico cazzate. In realtà sono una persona molto compassata e di poche parole nel mio lavoro.»

«E cosa abbiamo fatto di male per avere questa tua versione briosa e caustica qui?»

«Mi adeguo al livello mentale del mio interlocutore.»

«Sta cominciando. Guardate il cielo.»

Una splendente striscia luminosa saliva verso le stelle illuminando i crinali delle montagne e creando incredibili giochi d’ombre tra le valli e le aguzze cime dei monti. Nascose le stelle intorno ed un fascio di luce sbucò dallo stretto passaggio vicino ai quattro creando luci ed ombre in successione rapida e secondo l’intensità del getto, dando così l’impressione che un gruppo di creature dalle forme più strane stesse galoppando verso di loro.

«Molto realistico. Se sbucasse davvero qualcuno da lì ce lo troveremmo davanti senza nemmeno il tempo di dire le preghiere.»

Hugh non rispose alle parole di John e si rivolse a Pierre.

«Rilevi nulla?»

«Nulla. È tutto normale.»

«Ho un’idea.»

«Trattienila e non spaventarla: è in un ambiente estraneo.»

Richard lo ignorò e proseguì:

«E se questo fenomeno fosse stato improvviso e li avesse, che so, accecati?

«Mi dispiace ma non regge.»

«E perché comandante?»

«Perché anche un cieco potrebbe accendere e spegnere una radio ed anche avviare i motori della Perseo. George sarebbe stato in grado di farlo tranquillamente e di tornare in orbita, lo avremmo guidato noi per il docking. E poi i caschi spaziali hanno sufficiente copertura anche per fenomeni come questo. No, c’è qualcosa di più…»

«O qualcuno.»

«Dobbiamo solo aspettare.»

«Il livello delle radiazioni non aumenta. Andiamo?»

«Nemmeno. Usiamo prudenza ed aspettiamo che tutto sia finito.»

Il fenomeno si esaurì come al solito, ne erano solo ovviamente molto più vicini per cui fu tutto un susseguirsi di luce ed ombre mentre il lungo pennacchio si alzava nel cielo poi, così come era incominciato, si spense e la semioscurità piombò nuovamente sui quattro astronauti avvolgendoli.

Hugh si alzò dal masso dove si era seduto.

«Adesso possiamo andare.»


Il tragitto all’interno della spaccatura fu relativamente breve anche se abbastanza opprimente.

Gli astronauti continuavano a camminare in fila indiana circondati da rocce che si alzavano diritte verso il cielo e le cui cime si perdevano nell’oscurità lasciando posto alle stelle.

«Sapete, sembra di essere in uno di quei vecchi film di indiani e cow boys, ne fanno ancora oggi per la verità, ma parlo di quelle vecchie storie dove i poveri mandriani percorrono una gola stretta come questa e, da sopra, gli indiani li massacrano con rocce e frecce.»

«Vedi indiani, John?»

«No, piccolo padre, e spero proprio di non vederli.»

«Con questo buio avrebbero difficoltà a spararci addosso.»

«E se fossero muniti di armi  total vision? Sarebbe un bel tiro al piccione.»

«Le tue cazzate mi hanno fatto venire un’idea, John.»

«È già qualcosa.»

«Quando arriveremo all’uscita di questa gola tu e Pierre vi fermerete ed aspetterete. Andremo avanti solo io e Richard. Se succede qualcosa tornate di corsa alla nave spaziale e partite. Ho detto partite: sono stato chiaro?»

«Cosa pensi che possa accadere?»

«Non ne ho idea, ma voi fate come vi ho detto. È tutto.»

«Io non credo che sia una buona idea.»

«E perché? Sentiamo anche questa.»

«Se c’è qualcuno là e questo qualcuno ha già avuto modo di conoscere Salomon sarà abbastanza sconvolto e pronto ad iniziare una guerra interplanetaria…Ora gli mandi pure Richard…Ci massacreranno.»

«Vedi di fare il serio, una volta tanto.»

La risposta di John fu data questa volta a voce bassa e dura.

«Lo sono, accidenti se lo sono. Non sapete quanto. In questo momento ho la pelle d’oca ma in fondo è una sensazione piacevole: mi tiene caldo.»

Orizzonte si aprì improvviso davanti a loro.

Un centinaio di metri più avanti basso, seguendo una leggera pendenza, la Perseo era ritta solennemente sulle sue zampe d’appoggio. Le luci all’interno della cabina di guida erano accese ed il portello aperto. Sulla destra dalla loro posizione e più in fondo c’era la collina che portava alla strana costruzione.

Ma non si vedeva nessuno.


Pierre raggiunse Richard e John fermi davanti alla Perseo.

«Ci sono novità? » Chiese

«Quelle che ti abbiamo riferito via radio e tu?»

«Nulla nemmeno io. Non ci sono qui intorno o sono tutti fuori portata il che è praticamente impossibile. Ci sono solo quelle impronte…»

«Sì, le abbiamo viste anche noi, sono tante, confuse…»

«E portano tutte lassù.»

«Già.»

Dalla radio nel casco irruppe la voce di Hugh dall’interno della Perseo.

«Ehi, voi, là sotto mi sentite?»

«Forte e chiaro.»

«Richard sali a bordo. Voi due aspettate fuori.»

«Trovato qualcosa?»

«No, tutta l’elettricità sembra sia stata succhiata via. Non ne è rimasta neppure per accendere

una lampadina, ma voglio esserne sicuro.

«Bisognerebbe far rapporto alla Terra.»

«È vero ma prima voglio controllare la Perseo, poi torneremo alla Williamson per il rapporto e dopo andremo a vedere quella maledetta cosa lassù.»

«Potremmo fare diversamente invece.»

«Sarebbe?»

«Io e Pierre andiamo a fare il rapporto e poi torniamo qui per la passeggiata in collina.»

«Uhm…mi piace poco. Non vorrei spariste anche voi …»

«Non ci teniamo affatto e poi le sparizioni sono avvenute qui o lassù non intorno alla Williamson.»

«Anche questo è vero…Okay, andate ma tenetevi in contatto radio.»

«Hai sentito? Papà ci vuole di ritorno prima della mezzanotte. È meglio andare.»


Xena era alta ed imponente nel cielo di Owl, una falce brunita che mostrava il suo suolo tormentato da crateri e crepacci ai bordi dei quali si elevavano montagne scomposte da un passato turbinoso e violento.

Lo spettacolo di quel mondo sospeso nella buia notte dell’infinito non interessava molto i quattro superstiti che si erano riuniti a bordo della navetta Perseo. Avevano ripristinato l’atmosfera interna e si erano tolti i caschi e sedevano intorno a Hugh che, in piedi, teneva in mano un’agenda elettronica.

«Anche questa – Disse – è stata completamente prosciugata della sua energia e non è ricaricabile.»

«Allora – Chiese John – non abbiamo nessun modo di sapere quello che è successo.»

«Non esattamente. Armand era un uomo dalle mille risorse. Guardate qui.»

Si spostò rivelando la paratia alle sue spalle.

John si alzò e si avvicinò alla parete.

«C’è scritto qualcosa.»

«Già, ha usato la grafite oleosa che serve per tarare i giunti cardanici, quelli che servono per aprire e chiudere le paratie.»

«E cosa c’è scritto?»

«Qualcosa come: Energia dissolta. Spariti tutti. Ora io vado prossima luce…Il “vado” sembra sia stato corretto con “devo andare”  alla porta dei mondi. A.»

«E che cosa vuol dire?»

« Io e Richard abbiamo pensato che qualcosa abbia risucchiato tutta l’energia, compresa quella della Williamson come mi state confermando e che li abbia fatti sparire alla porta dei mondi.»

«Sì – Rispose Pierre – la Williamson è stata resa totalmente inerte. Non siamo nemmeno riusciti ad entrare se non usando il comando manuale. Tutto morto…per sempre.»

«E noi siamo bloccati qui in attesa di sparire nella porta dei mondi e alla prossima luce…Ma cos’è questa “prossima luce”?»

«Non ne sono sicuro John, ma noi pensiamo che possa trattarsi di una cosa sola: il geyser.»

«Ah, e la porta sui mondi?»

«Questo non lo so proprio, ma tu dove vedi delle porte?»

«Capisco cosa vuoi dire…parli di quella costruzione laggiù.»

«Non vedo altra soluzione. Sono spariti tutti e non insieme, visto che Armand è riuscito a lasciarci questo messaggio, e la causa di tutto questo sembra collegare il geyser con quell’affare.»

«Una porta sui mondi…affascinante.» Commentò Pierre

«Affascinante un accidente! Forse come astronomo e fisico potrei anche darti ragione, ma a me non piacerebbe affatto sparire senza che mi si spieghi il perché, almeno.»

«A noi non resta che una soluzione.»

«Ecco quello che mi mancava: il commento del logico.»

«Eppure – Rispose sempre calmo Richard – Non c’è altro da fare: o andiamo ad esplorare quella struttura o restiamo qui nell’attesa che finisca l’ossigeno. Se c’è una speranza è là non qui.»

«Odio quando hai ragione, ma ammetto che non ci sia altro da fare. Voi due che ne dite?»

Hugh e Pierre annuirono.

«Va bene, facciamoci questa passeggiata.»

«No, non subito. – Rispose Hugh – Siamo tutti molto stanchi ed abbiamo bisogno di riposo e poi tra poche ore ci sarà un altro getto e non vorrei trovarmi lassù quando avverrà. Mangiamo qualcosa e facciamoci una dormita e poi andremo…»

Dopo pochi minuti ed un pasto frugale i quattro si addormentarono sui sedili di controllo della Perseo e l’unico rumore che si udì fu solo il sonoro russare di John. Anche fuori c’era silenzio. Tutto sembrava immutato ed immutabile fino a che una luce violenta illuminò il cielo e solo in quel momento una figura uscì dalla navetta e si diresse a passo tranquillo ma deciso verso la collina.

Quando il fenomeno finì tutto ritornò come prima ed allora, solo allora, John poté aprire gli occhi per primo e constatare che Pierre era scomparso.


«Spiegami come può aver indossato il casco, essere uscito dalla paratia dopo aver aperto in manuale il portello e nessuno di noi si è mosso, non un vagito, nulla.»

«Non lo so. Non cerco nemmeno di spiegarmelo.»

«Abbiamo dormito più di sedici ore come dei ghiri, ci siamo svegliati quasi contemporaneamente e da quattro siamo passati a tre.»

«Quello che è successo è evidente.»

«Evidente, eh? Questa mi mancava, sentiamola.»

«Il sonno è stato indotto.»

«E da chi? Dal topino che porta il soldino per il dentino?»

«Mi stai chiedendo troppo.»

«Ha ragione, John. Così lungo non è stato un sonno naturale. Se guardi fuori puoi vedere le impronte di Pierre che vanno verso la collina. Hanno scelto lui, questa volta…»

«Cosa vuol dire: hanno scelto lui?»

«Gli amici lassù. Lo hanno chiamato durante la fase della luce e lui è andato da loro.»

(Continua)

L'Autore

Giovanni Mongini

Tra i maggiori specialisti mondiali di cinema SF (Science Fiction) è nato a Quartesana (Fe) il 14 luglio 1944 e fino da ragazzino si è appassionato all'argomento non perdendosi una pellicola al cinema. Innumerevoli le sue pubblicazioni. La più recente è il saggio in tre volumi “Dietro le quinte del cinema di Fantascienza, per le Edizioni Della Vigna scritta con Mario Luca Moretti.”

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