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UN ALTRO TEMPO, UN ALTRO LUOGO (PRIMA PUNTATA)

UN ALTRO TEMPO, UN ALTRO LUOGO (PRIMA PUNTATA)

La copertina è World © di Roberta Guardascione
disegnata appositamente per Cose da Altri mondi.

Scelti dal Direttore

Tutte le puntate

La collina di basalto era appena distinguibile nella notte gelida e piena di stelle di Owl; John dovette usare le due luci poste ai lati dello scafandro per poter proseguire attraverso lo stretto sentiero che saliva lentamente verso la cima e, anche se la gravità era estremamente bassa, preferì procedere adagio anziché a balzelloni come si era soliti fare in casi come questo.

Mano a mano che saliva, la luce sferzava i gelidi massi neri posti ai lati del percorso: qualcosa, e quindi qualcuno, aveva tagliato con geometrica precisione i bordi della strada là dove le grandi pietre terminavano i loro giochi di luce bruscamente in un angolo talmente preciso e perfetto che era impossibile considerarlo casuale.

John conosceva bene la strada: era stato sopra quella collina con i suoi colleghi per cui, ora che ogni altra cosa sembrava avesse perso totalmente d’importanza, si concesse il lusso di fermarsi e guardare alle sue spalle quella stella di prima grandezza che illuminava il nero profondo del cielo.

Poco più sotto, Giove gareggiava in splendore con il Sole e il meno riflettente Saturno. La Terra o Marte non erano visibili da quella distanza e la vallata davanti ai suoi occhi era contornata da massi bruniti e ramati, depositi di metano congelato che scendevano a formare un fiume inesistente al centro del quale, come un gorgo vorticante, un nero cratere sembrava inghiottire le rossastre onde immobili ormai dall’inizio della creazione.

John guardò il suo orologio. Erano passate esattamente undici ore e 41 minuti dall’ultima volta che il fenomeno si era verificato, mancavano quindi circa 6 minuti perché la cosa, almeno secondo la logica, si ripetesse nuovamente.

Ma dove era la logica?

Cosa c’era di logico nell’essere in quel momento a milioni e milioni di miglia dalla Terra, privo di ogni e qualsiasi mezzo di comunicazione e solo, dannatamente e misteriosamente solo; forse quel fenomeno era la cosa più normale di Owl, perché tutto il resto, tutto il resto, non aveva alcun senso.

Nemmeno la nave spaziale posata maestosamente sul pianoro al suo fianco sembrava avere un senso, i quattro tripodi che la sostenevano spiccavano nitidi contro lo spazio e, anzi, dall’angolo formato da uno di loro spuntava nitidissima la galassia di Andromeda, quasi a ricordargli che il lungo viaggio di un anno e mezzo compiuto da lui e da suoi compagni scompariva letteralmente di fronte all’oltre milione di anni luce che li separava.

Nessun essere umano sarebbe mai andato lì e forse lui stesso, in quel momento, stava guardando una nuvola di soli morti, di mondi nascenti, di civiltà mai nate o scomparse per sempre ma i cui eventuali ultimi messaggi sarebbe giunti sulla Terra tra un milione di anni luce e sarebbero stati captati probabilmente da un essere ben diverso da quello che viene definito attualmente uomo.

Pochi passi più avanti terminava il regno del Sole con i suoi mondi gelidi e la Nube di Hoort, la culla delle comete, e terminava anche e definitivamente il regno dell’uomo, relegato nel braccio estremo di una enorme galassia che ruotava con le altre in un universo pieno di vuoto oscuro.

Il leggero tremolio del terreno lo riportò bruscamente alla realtà. Appoggiò la mano guantata su una delle rocce del sentiero mentre i sussulti diventavano rapidamente di intensità e una  bianca fiammata splendente e silenziosa avrebbe tra poco illuminato la zona per miglia intorno. John non sarebbe rimasto fermo a guardare i potenti getti salire muti verso il cielo per poi piegarsi di quasi novanta gradi, doveva già essere lassù per quel momento. Si girò nuovamente e guardò la cima della collina…

L’edificio così vicino era chiaramente visibile ora: spuntava dalla roccia brunita come se vi fosse cresciuto, come se mezza collina fosse stata tagliata per scolpirlo in quel posto. Immutabile con il suo muro di cinta formato dai due lati del sentiero e che, John già lo sapeva, gli girava tutto intorno, immutabile e ignoto, assurdo ma presente con la sua scalinata e il suo portico, con le sue nere finestre aperte verso l’infinito, quel nero spazio sopra al quale brillava fugacemente Xena, riflettendo le fioche luci di una stella e due pianeti.

Abbassò lo sguardo quasi a controllare che l’incredibile sentiero basaltico fosse ancora lì, lucido, liscio esattamente come lo era stato nei giorni precedenti e dove le uniche tracce che vi erano impresse erano costituite dalle sue orme e da quelle dei suoi sette amici. Non era cambiato nulla né in fondo si era aspettato qualcosa di diverso.

Un lieve sospiro poi mise un piede davanti all’altro: era ora di andare…

 

La Jack Williamson stava compiendo la sua ultima orbita attorno a Xena quando Salomon Crew indicò il visore di bordo.

«Eccolo – Disse – Giusto diritto davanti a noi e perfettamente allineato come avevo previsto. Manovra perfetta, ve l’avevo detto.»

George e Hugh, che occupavano un paio di sedili affiancati, si guardarono un attimo ma Salomon, che si era voltato con un compiaciuto e stolido sorrisetto sulla bocca, scorse subito lo scambio di sguardi che era intercorso tra i due e berciò:

«Si può sapere cosa avete da sogghignare voi due?»

Con aria placida e sorniona, Hugh gli rispose prendendo al volo l’opportunità.

«Oh, assolutamente nulla Sal, se non fosse che la rotta è stata calcolata dal computer, la tua era sbagliata di un decimo di grado e ci sarebbe costata più carburante.»

«Io non ho sbagliato un accidente! È stato John che ha invertito le cifre!»

«Amico mio, l’unica cosa invertita qui è il tuo cervello, io ho passato a Gabry  le cifre che tu mi hai dato… buono lì!  E siccome immaginavo che saresti uscito con una cagata del genere ho tenuto i dati che tu, caro pilota della domenica, mi avevi trasmesso nella memoria cellulare di Gabry . Potete andare a controllarli tutti, sono sotto il nome di Salomon e la password è coglione.»

Lo sguardo del pilota era inferocito mentre puntava il dito addosso a John.

«Senti tu, astronomo. Sono stufo delle tue insolenze e delle tue frecciate idiote Io sono uno dei pilota di punta della Compagnia…»

«Tu pensa gli altri…» Sussurrò piano Armand, ma con tono sufficientemente alto da farsi sentire dal suo vicino Pierre.

«Piantatela tutti e due ci sono cose più serie a cui pensare e dopo oltre un anno di battibecchi non ne posso più. Smettetela di discutere a facciamo quello per cui siamo venuti qui, va bene?»

Gli altri annuirono alle parole di Hugh, compreso Salomon che tornò a guardare il suo schermo ma non senza prima aver mandato un ulteriore occhiataccia a John che gli sorrise di rimando.

Il terreno tormentato del pianeta stava scorrendo sotto di loro mentre la nave spaziale iniziava le manovre per uscire dall’orbita e avvicinarsi al piccolo satellite di Xena, Owl, ultima meta del loro lungo viaggio.

La Jack Williamson era composta da due grandi sfere racchiuse tra le incastellature metalliche che le univano al resto della nave: era stata costruita per lo spazio e non sarebbe mai stata in grado di atterrare su un pianeta dotato di atmosfera. Il grande vano motori era situato nella sfera più grande e più bassa che conteneva anche il carburante necessario per il viaggio, mentre quella superiore era per l’equipaggio, il materiale e gli strumenti necessari alla esplorazione e la navigazione.
La parte superiore, la punta, conteneva il modulo di esplorazione usato per l’atterraggio vero e proprio sul pianeta o corpo celeste meta del viaggio.
La manovra di messa in orbita attorno al piccolo Owl era riuscita perfettamente ed erano iniziati i rilievi usando quote sempre più basse. Sapevano che cosa cercare e lo trovarono subito, ora dovevano cercare di capire esattamente cos’era…

 

Hugh Maylon osservava l’immagine sul monitor olografico, gli altri gli stavano intorno mentre al paesaggio oscuro e brullo del piccolo satellite che scorreva sotto di loro era subentrata l’orbita geostazionaria proprio sopra l’obbiettivo.

«Voi che ne dite?»

«Credo ci sia ben poco da dire. – Rispose Salomom – È una forma naturale, un poco come quella faccia sulla Luna…»

«Eh, certo – Ribattè John – quella scoperta da Opportunity…»

« Sì, mi pare… Cosa c’è questa volta da ridere?»

Fu Pierre Moulin a interloquire prima che John potesse controbattere.

«È una vecchia storia – Rispose – che risale a parecchio tempo fa. Una gaffe astronautica compiuta proprio da un mio antenato il quale, esperto nella materia, cercava di avvistare con il telescopio Opportunity e Spirit sulla Luna…»

La testa pelata di Alex Famber si insinuò tra quelle degli altri.

«E che cosa c’è di strano in questo?»

«Ragazzi, ma la studiate la storia delle esplorazioni spaziali? Fa ancora parte dell’addestramento?»

La domanda di John cadde in un attimo di imbarazzante silenzio. Il primo a rispondere fu Pierre con la sua voce pacata:

«Beh, io stavo appunto per dirlo…»

«E credo che sia la cosa più giusta – Disse ancora John – visto che ti riguarda da vicino.»

Il giovane francese si passò la mano sui capelli biondi mentre i suoi occhi azzurri fissavano i compagni con un certo imbarazzo.

«Già, è vero. Per farla breve si era leggermente sbagliato perché Opportunity e Spirit non avevano avuto nulla a che fare con la Luna, ma erano due sonde esplorative del pianeta Marte e per quanto riguarda la famosa faccia, anche quella si trovava su Marte ed era una casuale formazione rocciosa che aveva assunto quell’aspetto…»

«E qui la gaffe l’hai fatta tu, Sal.»

«Grazie della precisazione, John.»

«È stato un privilegio, vecchio mio, sempre a disposizione.»

«Vogliamo piantarla e tornare al nostro problema? Non siamo venuti sin qui per parlare di storia e vedere in un oggetto quello che vedevamo a milioni di miglia di distanza… Siamo qui per una conferma.»

«Ma andiamo, comandante – Esclamò George Saint – come possiamo pensare che una cosa del genere possa essere una formazione casuale? Guardi il sentiero, il muro di cinta e l’edificio stesso. Che forme precise, lineari…»

Hugh si guardò intorno ma non vide il volto che stava cercando, allora si girò per trovarsi faccia faccia con quello di Richard Graham che lo guardava come se non esistesse.

«Richard?»

Il volto del giovane astronauta sembrò uscire dal coma cerebrale nel quale era precipitato e fissò con occhio più vivo il suo comandante.»

«Cosa ti dice il radar?»

«Nulla di più di quanto ci ha sempre detto

«E cioè?»

«Tutte rocce.»

«Tutte rocce…Niente di metallico?»

Un accenno di stupore apparve sul volto di Richard.

«Ma tutte le rocce contengono dei metalli…»

«Oh Santo Dio, Ricky! Cerca per una volta nella tua vita di avere un poco di elasticità mentale! Il comandante ti sta semplicemente chiedendo se c’è la possibilità che sotto quel coso possa esserci una qualunque forma di apparecchiatura. Hai controllato?»

Richard guardò John come se stesse scrutando un ameboide che avesse osato sconfiggerlo a scacchi.

«Naturalmente, è stata la prima cosa che ho fatto.»

«Bravo. Risultato?»

«Rocce

Hugh si voltò con aria affranta verso il suo secondo, Armand.

«Sai, Ar, a volte mi chiedo chi sia stato il burlone che si è divertito ad assemblare questo gruppo…»

L’astronauta scrutò il suo capo e poi volse lo sguardo verso i compagni.

«Io ho smesso di chiedermelo – rispose allegramente – ma ti assicuro che quando torneremo lo cercheremo assieme e non lo rifarà più.»

«Ma insomma, ragazzi, ma possibile che vi dobbiate sempre lamentare. Abbiamo passato un anno e mezzo assieme…»

«Devi proprio ricordarmelo, George?»

«Certo, John , è stato poi così brutto? Io ho trovato interessante conoscervi e la missione è forse la più importante dopo quella del Bellerofonte tra gli Sferoidi di Giove… un nuovo contatto con una civiltà, passata magari, ma che è arrivata fin qui, nell’estrema frontiera… Io credo che valga tutto questo, non vi pare?»

«Posso avere la domanda di riserva? Sto scherzando, sto scherzando! Ti do ragione in fondo tutto questo vale anche un viaggio con Salomon…»

«Tu scherzi, John, ma Salomon ha sostituito all’ultimo momento Betty Werner.»

John spalanco gli occhi e fissò Hugh.

«Chi, la tuttologa?»

«Proprio lei.»

«Oh, Signore, che botta di culo!»

«Scusate, ma non la conosco…»

«Non hai perso nulla, Alex – spiegò John – è l’incubo dei piloti della compagnia. Lei sa pilotare, lei è astronoma, chimica, geologa, fisica… Neanche un gran fisico, tra parentesi, e una prosopopea così stracolma di saccenza che, grazie al pericolo passato e rivelatomi solo oggi, mi fa gridare: Sal, vecchio mio, io ti amo, abbracciami!»

«Ma vai a cagare!» Fu la secca risposta.

 

Il modulo di atterraggio Perseo si staccò dal suo alloggio e uscì dai portelloni aperti della Williamson, restò a galleggiare sulle sue quattro esili zampe poi prese lentamente ma sempre più decisamente a scendere verso il suolo di Owl.

Alla guida della piccola ma agile scialuppa, George vide il suolo roccioso del satellite venirgli incontro dal visore principale, mentre gli altri oblò permettevano ad Armand, Salomon e Alex di seguire la manovra.

A bordo della Williamson gli altri quattro seguirono la perfetta manovra di avvicinamento e l’atterraggio, la cui conferma gli venne data poco dopo via radio dallo stesso George.

«Sempre in gamba il nostro autista spaziale.» Commentò Hugh rivolto agli altri.

«Nessuno lo nega, gli rispose John e anche prudente, forse fino all’eccesso.»

«Cos’ha che non va?»

John guardò Richard con espressione stupita.

«Santo cielo, Ricky, cinque parole di seguito, non vorrei ti venisse la raucedine!»

Richard non gli rispose e allora John riprese:

«Mio loquace amico, non ho nulla da dire sulla guida e sulle capacità in generale di George, anzi probabilmente è l’unico di noi che sarebbe venuto qui anche gratis. Ho solo detto che a volte mi sembra eccessivamente prudente.»

«Hai mai conosciuto un certo Alph Sciunter?» Gli chiese Hugh.

«Mai.»

«Allora consolati. La stessa manovra che hai visto ora, anche con la stessa precisione devo dire, sarebbe stata compiuta da lui in un tempo tre volte maggiore. Sembrava sempre che stesse guidando un cingolato marziano portandoselo sulle spalle. L’unica persona che io ho conosciuto capace di mostrare affanno dopo essersi spazzolato i denti…»

«Comandante…»

«Dimmi, Richard.»

«Guarda qui.»

Indicava il radar dove era appena apparso un puntino luminoso.

«Cos’è quello?»

«Quello sono loro, guarda questo, invece.»

Dall’altra parte dello schermo un globo di luce aveva per un attimo mandato fuori scala il radar, Richard regolò i comandi, ma il fenomeno era comunque esteso.»

«Qualcuno sa dirmi cos’è? È anche molto vicino a loro, contattali, Pierre.»

«Niente da fare. Troppe interferenze.»

«Si direbbe un vulcano.»

«No, questa volta hai detto quattro parole di troppo. È un geyser, date un’occhiata fuori.»

Seguendo le indicazioni di John i tre osservarono la superficie del satellite distante da loro poche decine di chilometri. Il terreno era illuminato da un getto bianco di luce che saliva verso di loro in perfetto silenzio.

«Accidenti. – Esclamò Hugh. – Hai ragione.»

«Un geyser, qui?»

«Oui, mon ami. Ne sono stati scoperti anche su Tritone, un satellite di Nettuno, ma non devi pensare a questi geyser come a quelli della Terra, questi sono probabilmente getti di azoto, tra poco dovrebbero inclinarsi ad angolo retto.»

Le parole di John sottolinearono l’inizio del curioso fenomeno, in effetti il lucente pennacchio bianco prese una curva improvvisa verso l’est del pianeta.

«Perché fa così?»

«Anche se siamo su un corpo dannatamente piccolo possiede un minimo di atmosfera, qui i venti, se possiamo chiamarli in questo modo, spirano pochissimo ma sono sufficienti a far cambiare direzione al flusso.»

«Tutto questo è molto bello ma vorrei ripristinare il contatto.»

«Ci sto provando, Comandante, – gli rispose Richard – ma per ora non c’è nulla da fare, si sentono solo scariche.»

Otto minuti dopo il fenomeno cessava, ma le comunicazioni con la Perseo non si ripristinarono… e non solo quelle.

 

Gabrielle, la seconda e la più grande Luna di Xena spuntò dietro il pianeta all’alba terrestre del dodicesimo giorno dalla loro messa in orbita attorno quel mondo lontano. Con i suoi quasi 270 chilometri di diametro era circa un decimo di Xena il quale, quindi, superava il diametro di Plutone di circa cinquecento chilometri.

Lo spettacolo aveva qualcosa di imponente, visto dal grande schermo della sala mensa che fungeva anche da sala riunioni come in questo caso. Il Sole brillava sulla sinistra mentre davanti a loro c’era la grande falce di Xena e, all’estrema destra dello schermo, Gabrielle stava completando l’orbita attorno al suo mondo.

Hugh tamburellava nervosamente con le dita il tavolo, mentre John e Pierre osservavano l’esterno in silenzio, un silenzio così tangibile che si sarebbe potuto tagliare a fette e servirlo. Per cui quando l’apertura della paratia sottolineò l’ingresso di Richard sembrò quasi che un tuono fosse entrato nella stanza.

Gli sguardi dei tre si spostarono sull’ultimo venuto, il quale si sedette e pose sul ripiano un fascio di fogli che aveva in mano.

Il silenzio si riaffermò opprimente mentre i tre si guardarono per un attimo, poi John sbottò in un impaziente:

«Beh?»

Richard alzò lo sguardo e rispose placidamente:

«Beh, cosa?»

«Signore, io questo lo ammazzo… che vuol dire beh, cosa?»

«Smettila, John e anche tu, Richard, siamo tutti già abbastanza nervosi. Ci sono novità?»

«No, comandante, ve lo avrei detto.»

Continua…

Copertina, world © By Roberta Guardascione per Cose da Altri Mondi

L'Autore

Giovanni Mongini

Tra i maggiori specialisti mondiali di cinema SF (Science Fiction) è nato a Quartesana (Fe) il 14 luglio 1944 e fino da ragazzino si è appassionato all'argomento non perdendosi una pellicola al cinema. Innumerevoli le sue pubblicazioni. La più recente è il saggio in tre volumi “Dietro le quinte del cinema di Fantascienza, per le Edizioni Della Vigna scritta con Mario Luca Moretti.”

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