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ENIGMI DAL TERZO PIANETA: SORELLA MORTE

ENIGMI DAL TERZO PIANETA: SORELLA MORTE

Mi piace svegliarmi alla mattina e non sapere cosa mi capiterà
o chi incontrerò, dove mi ritroverò. Secondo me la
vita è un
dono, e non ho intenzione di sprecarla,
non sai mai quali carte ti capiteranno nella prossima mano,
impari ad accettare la vita come viene..
così ogni singolo giorno ha il suo valore!

Da Titanic di James Cameron (1997)

L’immaginario collettivo è influenzato dai film che vediamo. Tunnel, distese immense, colori che tendono al celeste e nuvole: così la fantasia descrive i primi istanti dopo la morte. Ma oggi la scienza ha le idee più chiare e può spiegare alcune cose. Uno studio dell’Università di Southampton pubblicato su Resuscitation è arrivato a definire un punto di non ritorno sulla conoscenza dello stato di pre-morte. Pochi minuti di consapevolezza, anche se il cuore ha smesso di battere, in cui ci si rende pienamente conto di quello che succede intorno. Dopo quattro anni di ricerche, gli studiosi affermano che quasi il 40% dei sopravvissuti a un arresto cardiaco descrive un qualche tipo di consapevolezza nel periodo di tempo in cui erano considerati morti, prima che il cuore ripartisse. Un uomo addirittura ha ricordato di aver lasciato il suo corpo e di aver assistito alle manovre di rianimazione da un angolo della stanza. Nonostante sia rimasto morto per tre minuti, il 57enne di Southampton coinvolto nella ricerca ha ricordato le azioni degli infermieri nel dettaglio, descrivendo persino il suono dei macchinari. Normalmente il cervello non può funzionare quando il cuore smette di battere, il che è quasi sempre vero… quasi…

Ma in questo caso la consapevolezza cosciente è continuata per più di tre minuti nel periodo in cui il cuore non batteva, nonostante il cervello si disattivi 20-30 secondi dopo che il cuore si è fermato. Insomma, la ricerca rivela la possibilità di una sorta di finestra di consapevolezza di alcuni minuti dopo che il cuore ha smesso di battere, quindi. E non si tratta d’immaginazione o autosuggestione: l’uomo ha descritto tutto quello che è accaduto nella stanza e, cosa ancor più importante, ha udito due beep di un macchinario che fa un rumore a intervalli di tre minuti. Così è stato possibile misurare la durata della sua esperienza. Tutto è sembrato molto credibile perché quello che ha raccontato era davvero accaduto. Dei 2.060 pazienti in arresto cardiaco studiati, 330 sono sopravvissuti e 140 hanno avuto esperienze di un qualche tipo di consapevolezza mentre venivano rianimati. Stime hanno suggerito che milioni di persone hanno avuto vivide esperienze in relazione alla morte, ma le prove scientifiche finora erano ambigue. Molte persone hanno dato per scontato che queste fossero allucinazioni o illusioni, ma i fatti descritti sembrano corrispondere a eventi reali. Queste esperienze necessitano di ulteriori indagini.

Konstantin KorotkovCi sarebbe un momento preciso nel quale l’anima lascia il corpo. Ne è convinto uno scienziato russo, Konstantin Korotkov, dopo aver fotografato una persona nel momento in cui è passata a miglior vita. Ovviamente non con una semplice macchina fotografica ma servendosi di un apposito dispositivo bioelettrografico. Nulla di fantascientifico ma un metodo che trecento medici in tutto il mondo utilizzano per monitorare malattie come il cancro. La differenza sta in alcune modifiche apportate dallo studioso russo in grado di captare e visualizzare forme non fisiche. Convinzioni tutte sue, dicono di Korotkov altri studiosi. Eppure nessuno è in grado di escludere che ognuno di noi abbia un’anima.

Una interessante lettura è quella di James Hillman, Il codice dell’anima. Carattere, vocazione, destino (Adeplhi, pp. 409, euro 13). Per decifrare il codice dell’anima e capire il carattere, la vocazione, il destino, nel suo best seller Hillman s’ ispira al mito platonico di Er: l’anima di ciascuno di noi sceglie un “compagno segreto” (daimon lo chiamavano i greci, genius i latini, angelo custode i cristiani). Sarà lui a guidarci nel cammino terreno. Eminenti modelli sfilano sotto l’occhio di Hillman. Il suo set è affollatissimo. Judy Garland, Joséphine Baker, Woody Allen, Quentin Tarantino, Hannah Arendt, Manuel Manolete, Henry Kissinger, Richard Nixon, Truman Capote, Gandhi, Yehudi Menuhin, Elias Canetti e tanti altri, con le loro storie d’infanzia e maturità abilmente sezionate dal bisturi analitico, testimoniano apoteosi e disastri. Ma nell’età della psicopatia il ruolo del protagonista spetta a Hitler: il suo demone gli ha cucito addosso la divisa di un prototipo, il criminale dei tempi moderni. Forse di tutti i tempi.

L’uomo vuole vivere, sente sé stesso come un essere fatto per la vita e il rischio di essere consegnato al non-essere perpetuo è fonte di una profonda angoscia esistenziale.

Se da una parte le religioni, sapienze antiche, prospettano la certa continuazione della vita nell’aldilà, fornendo una straordinaria mitigazione della paura della morte e un sostanziale significato alla vita del credente, la società contemporanea tende ad esorcizzare la paura della morte o cancellandola dall’esperienza quotidiana, evitando di parlarne o di pensarvi, oppure spettacolarizzandola in fiction televisive e cinematografiche nelle quali l’eroe di turno causa la morte dei nemici come se fossero mosche.

Esiste un film, purtroppo poco noto che centra meglio di qualunque altro l’argomento che appare senza alcun approfondimento in altri film, ma ne parleremo dopo. Per ora citiamo Asphyx, conosciuto anche come “Spirit of the Dead” di Peter Newbrook (1972) uscito da noi dapprima in VHS e poi in DVD per merito della Sinister Film. Nel 1875, Sir Hugo Cunningham (Robert Stephens), filantropo e scienziato autodidatta, riesce casualmente, fotografando uomini in punto di morte, a impressionare nella pellicola il mitico Asphyx, lo spirito della morte che accompagna ogni individuo. La forma, invisibile a occhio nudo, è sul negativo un alone evanescente ma i cristalli che egli usa per produrre una particolare luce azzurrina per illuminare il soggetto da fotografare la evidenziano, la focalizzano, la imprigionano nella realtà fisica. Convinto di aver scoperto la scorciatoia per l’immortalità, Cunningham si sottopone a un drammatico esperimento, legandosi su una sedia elettrica e aspettando che lo spirito si manifesti. Il figlio, secondo le istruzioni ricevute, illumina il laboratorio con i particolarissimi cristalli ed immobilizza l’evanescente figura allontanando per sempre la morte dal destino del padre. Forte del successo conseguito, Cunningham prova con la figlia: la colloca sotto una ghigliottina, scatta la fotografia nel momento cruciale, ma, pur imprigionando il suo Asphyx, non riesce ad evitare che un malfunzionamento della macchina la decapiti. Anche suo figlio adottivo muore in un analogo esperimento, anzi si lascia morire sabotando il macchinario perché innamorato della figlia dello scienziato. Roso dal rimorso Sir Hugo si condanna a vagare tra gli uomini, immortale, preda di una folle disperazione. Un film, con lo stesso titolo, è uscito nel 2011.

* * *

Da qualche tempo, però, a interessarsi al fenomeno della morte e della sua possibile funzione come passaggio verso un nuovo stato di vita c’è anche la scienza, in particolare quella disciplina definita come fisica quantistica, una branca della fisica che studia il comportamento delle particelle a livello atomico e subatomico.

Tra i ricercatori più appassionati della questione vi è il professor Robert Lanza, direttore scientifico presso l’Advanced Cell Technology e professore aggiunto presso la Wake Forest University School of Medicine.

Come ricercatore ha pubblicato centinaia di articoli scientifici e numerose invenzioni e ha scritto, fino ad ora, più di 30 libri, tra i quali Principles of Tissue Engineering (Principi di ingegneria dei tessuti) e Essentials of Stem Cell Biology (Fondamenti di biologia delle cellule staminali), due pubblicazioni che sono riconosciute come riferimenti definitivi in campo scientifico.

Lanza sostiene la Teoria del Biocentrismo, secondo la quale la morte come noi la conosciamo non sarebbe altro che un’illusione generata dalla nostra coscienza. “Ci hanno insegnato a pensare che la vita sia solo l’attività generata dalla combinazione del carbonio e di una miscela di molecole, che vivremo per un certo tempo e che poi finiremo per marcire sottoterra”, scrive Lanza sul suo sito web. “In effetti, noi crediamo nella morte perché ci è stato insegnato che moriremo, o più specificamente, ci hanno insegnato che la nostra coscienza è un fenomeno associato al nostro organismo e che questa morirò con esso.

La sua Teoria del Biocentrismo, però, afferma che la morte non può essere l’evento terminale che pensiamo che sia. Il Biocentrismo si attesta come la teoria del tutto e mette la vita al centro e all’essenza dell’attività dell’Universo. Lanza spiega che la vita e la biologia sono il centro dell’esistenza. Anzi, è la vita stessa a creare l’Universo e non il contrario. Ciò significa che è la coscienza della persona a determinare la forma e la dimensione degli oggetti nell’Universo. La filosofia realista di provenienza greca ha sempre affermato che la realtà esiste di per sé, a prescindere dall’esistenza dell’osservatore. La fisica quantistica, invece, ha scoperto che l’osservatore è determinante nella formazione della realtà. In effetti, la realtà che noi percepiamo con i nostri sensi è l’incontro tra il funzionamento di base dell’Universo, che potenzialmente può assumere infinite forme, e la presenza dell’osservatore, che ne determina con la sua coscienza la forma.

Praticamente, la realtà è come la pensiamo! Lanza fa un esempio sul modo in cui percepiamo la realtà intorno a noi: “una persona percepisce il cielo come di un certo colore, e gli viene insegnato che quel colore si chiama ‘blu’. Ma le cellule del cervello di un’altra persona potrebbero percepire un colore diverso, che chiamerebbe sempre blu, ma che potrebbe corrispondere al mio verde.”

Lanza pone questo postulato alla base della sua teoria: tutto ciò che percepisci del mondo non può esistere senza la tua coscienza: la nostra coscienza è alla base della realtà. Ponendo questo postulato nell’osservazione più generale dell’Universo, significa che lo spazio e il tempo non si comportano in maniera dura e veloce come ci sembra di percepire. In sintesi, essi non esistono di per sé fuori di noi, ma sono un prodotto della nostra coscienza!

Nella presentazione della sua teoria biocentrica, Lanza ha citato il famoso esperimento della doppia fenditura, a fondamento delle sue affermazioni. L’esperimento ha mostrato che quando un osservatore guarda passare una particella attraverso due fenditure poste in una barriera, la particella si comporta come un proiettile, passando attraverso una delle due fenditure. Tuttavia, se l’osservatore smette di guardare la particella, questa inizia a comportarsi come un’onda, riuscendo a passare attraverso entrambe le fenditure nello stesso tempo.

Questo significa che la materia e l’energia possono presentare le caratteristiche sia delle onde che delle particelle e che il loro comportamento dipende dalla percezione e dalla coscienza di un osservatore.

La fisica quantistica sembra confermare le teorie dei filosofi idealisti, i quali hanno sempre pensato che la realtà fosse un prodotto della mente dell’uomo. Una volta che spazio e tempo vengono accettati come costrutti della nostra mente, significa che la morte, e l’idea di mortalità, sono anch’esse un fenomeno legato all’esperienza sensoriale della nostra coscienza. Con la morte del nostro organismo, la nostra coscienza entra in una condizione dove non esistono più confini spaziali e temporali: l’eternità!

MorteSecondo Lanza, la vita è un’avventura che trascende il nostro modo ordinario di pensare. Quando moriamo, non entriamo nel mondo caotico del non-essere, ma torniamo alla matrice fondamentale dell’Universo: “con la morte, la nostra vita diventa un fiore perenne che torna a vivere nel multiverso”, il luogo delle possibilità infinite. Se non sapessimo che si tratta di uno scienziato, penseremmo di ascoltare un uomo di religione.

Ma non è l’unico scienziato a ritenere che la fisica quantistica giustifichi l’esistenza della vita eterna. Un medico americano, il dottor Stuart Hameroff e un fisico quantistico inglese di fama mondiale, Sir Roger Penrose, hanno sviluppato una teoria che potrebbe dimostrare definitivamente l’esistenza dell’anima.

Secondo la Teoria Quantistica della Coscienza elaborata dai due scienziati, le nostre anime sarebbero inserite in microstrutture chiamate microtubuli, contenute all’interno delle nostre cellule cerebrali.

La loro idea nasce dal considerare il nostro cervello come una sorta di computer biologico, equipaggiato con una rete di informazione sinaptica composta da più di 100 miliardi di neuroni. Essi sostengono che la nostra esperienza di coscienza è il risultato dell’interazione tra le informazioni quantiche e i microtubuli, un processo che i due hanno definitoOrch-OR” (Orchestrated Objective Reduction). Con la morte corporea i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni in essi contenute non vengono distrutte.

In parole povere, la coscienza non muore, ma torna alla sua sorgente. “Quando il cuore smette di battere e il sangue non scorre più, i microtubuli smettono di funzionare perdendo il loro stato quantico”, spiega il dottor Hameroff, professore emerito presso il Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia e direttore del Centro di Studi sulla Coscienza presso l’Università dell’Arizona.

L’informazione quantistica contenuta nei microtubuli non è distrutta, non può essere distrutta, ma viene riconsegnata al cosmo. Quando un paziente torna a vivere dopo una breve esperienza di morte, l’informazione quantistica torna a legarsi ai microtubuli, facendo sperimentare alla persona i famosi casi di premorte”.

La grande portata di questa teoria è evidente: la coscienza umana, così intesa, non è il semplice prodotto che emerge da un processo biologico, né si esaurisce nell’interazione tra i neuroni del nostro cervello, ma è un’informazione quantistica in grado di esistere al di fuori del corpo a tempo indeterminato.

Certamente la prospettiva è entusiasmante, dato che queste teorie sono in grado di dare un senso alla morte. Ma la domanda che sorge conseguentemente è questa: qual è lo scopo dell’esperienza che facciamo nello spazio e nel tempo qui sulla Terra?

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L’inafferrabile signor Jordan

L’inafferrabile signor Jordan

Molti film si sono occupati della vita dopo la morte sia in maniera più o meno scientifica, sia in modo orrorifico ed umoristico, anzi questi ultimi sono di più forse per il desiderio di esorcizzare questo destino che segue la nostra esistenza: nascere, morire e nel breve intervallo, vivere. Noi ne parleremo di alcuni, certamente, perché essi, come abbiamo detto, consistono ed esistono quasi per esorcizzare la “paura delle tenebre eterne”, cercano di convincere o di tranquillizzare il più scettico tra gli scettici tentando di strappare loro almeno un sorriso. Saltiamo poi di pari passo tutta la saga dei Frankentein in quanto la creatura è più che altro un puzzle di esseri umani, non un unico essere che sfida l’ultimo destino per cui cominciamo con  “L’inafferrabile Signor Jordan”, conosciuto anche come “Mille Cadaveri per Mr.Jordan” (Here Comes Mr. Jordan) di Alexander Hall del 1943 dove Un pugile ha un incidente aereo e la sua anima viene prelevata dal corpo in maniera fin troppo affrettata. Lui infatti non sarebbe morto, ma, nel tempo che ci si accorge dell’errore, il suo involucro terreno viene cremato per cui il Signor Jordan, una sorta di angelo, (Claude Rains, 1889-1967), ha il delicato incarico di doverglielo rimpiazzare. L’uomo sembra incontentabile. Jordan lo fa entrare temporaneamente in un corpo nell’attesa di trovargli qualcosa di meglio, in questo modo il nostro pugile fa luce su un omicidio, poi giunge il momento del trasferimento definitivo…Sono stati fatti dei remake di questo film: Il Paradiso può attendere (Heaven Can Wait – 1978) e Ritorno dal Paradiso (Down to Earth – 2001) di Chris e Paul Weitz..

Ma è sempre del 1943 l’ottimo film di Ernst Lubitsch Il Cielo può attendere (Heaven Can Wait), basato sulla commedia teatrale Birthday, di Leslie Bush-Fekete: L’anima di Van Cleve si presenta a Mefistofele, il quale la invita a raccontare la propria storia. Van Cleve è nato da ricchi genitori, che hanno fatto a gara per viziarlo. A quindici anni è stato iniziato alla vita galante da una giovane cameriera francese: ben presto è diventato un perfetto viveur, mettendo alla disperazione i suoi, che però hanno continuato a guastarlo. A ventisei anni s’è innamorato fulmineamente di una ragazza, che era sul punto di sposare, senz’amore, un suo cugino. Sapendosi amato, Van Cleve la persuade a seguirlo e la sposa a tamburo battente. Il matrimonio, benedetto dalla nascita di un figlio, è stato in complesso felice. Marito e moglie si sono amati teneramente, malgrado qualche nube ben presto fugata, fino alla morte di lei. Rimasto solo a cinquant’anni, Van Cleve ha ripreso la sua esistenza di donnaiolo impenitente, fino al giorno in cui l’infermità l’ha inchiodato in letto ed è morto beatamente, vegliato da una bella infermiera. Mefistofele dichiara che i trascorsi di Van Cleve non hanno interesse per lui; si tratta di leggerezze. Van Cleve non è degno dell’inferno, e Mefistofele lo manda in alto, in purgatorio dove dovrà aspettare con pazienza e fiducia il momento d’entrare in paradiso dove lei la sta aspettando.

Il fatto che il 1943 sia stato un anno formidabile per questo genere di film ci è dato dalla pellicola Joe il Pilota (A Guy named Joe) di Victor Fleming rifatto in maniera più moderna ma sempre più che godibile da Steven Spielberg come Always – Per sempre (Always – 1989) dove assistiamo all’ultima superba apparizione di Audrey Hepburn: quattro anni dopo un tumore al colon se la porterà via: Un eroico pilota americano, caduto in un’azione di guerra, si trova, dopo morto, in un immaginario settore del cielo, con altri aviatori, capi e gregari, che lo inviano sulla Terra, dove, non visto, aiuterà, giovandoli della sua esperienza tecnica, altri piloti novellini nell’adempimento dei compiti loro assegnati. Durante questo pellegrinaggio terrestre, s’imbatte nella sua ex-innamorata, anch’essa aviatrice, e, per gelosia, cerca di ostacolare un suo nuovo amore. Richiamato dal comando celeste, da cui dipende, riceve nuove istruzioni, che gli fanno comprendere il vero significato della missione affidatagli. Ritornato sulla terra, aiuta quella che è stata la sua donna in un’azione bellica pericolosa, le ispira fiducia nel nuovo amore e nella felicità terrena, liberandole il suo cuore da ogni rimpianto

Il settimo sigillo (Det sjunde inseglet) di Ingmar Bergman (1957): Al termine delle crociate, il cavaliere Antonius Block, accompagnato dal suo scudiero, sta ritornando verso casa dopo un’assenza di dieci anni nella natia Scandinavia. Sulla spiaggia, al suo arrivo, trova ad attenderlo la Morte, che ha scelto quel momento per portarlo via. Il cavaliere decide di sfidarla a scacchi. La partita si svolge nel corso di vari incontri tra Block e la Morte. Durante la partita, Antonius e il suo scudiero Jons, attraversando la Scandinavia, incontrano molte persone. Molti, presi dalla paura della morte, si sottopongono a violente pratiche per l’espiazione dei propri peccati, altri inseguono gli ultimi piaceri prima della fine.Morte

Il cavaliere s’imbatte anche in una famiglia di saltimbanchi, che sembrano non accorgersi della tragedia che li circonda, uniti solo dall’amore reciproco e da un sincero rispetto. Questo incontro aiuterà Antonius a ritrovare la fede e l’unione con Dio. Allora egli accetta di morire sacrificandosi per la coppia di innamorati.

La Morte vince la partita con Antonius. Con un movimento del braccio il cavaliere colpisce intenzionalmente la scacchiera facendo cadere alcuni pezzi, che vengono subito riposizionati dalla Morte. Il cavaliere raggiunge quindi il suo castello, dove si ricongiunge con la moglie e dove gusta un ultimo banchetto con i suoi compagni di viaggio: il fido scudiero, la cuoca che questi ha salvato, un fabbro e sua moglie, prima che la Morte venga a prenderli.

Nel 1990 esce Linea mortale (Flatliners) di Joel Schumacher dove Nelson (Kiefer Shuterland) convince il suo gruppo di amici dell’università ad aiutarlo in un controverso esperimento scientifico. L’idea è semplice, provocare la morte tramite forti dosi di medicinali e resuscitare, grazie alla scienza, per poi raccontare agli altri la propria esperienza nell’aldilà. Ognuno nel gruppo partecipa per la voglia di sperimentare e poco per volta diventa una sorta di scommessa a chi resterà morto più a lungo. Ma dopo poco tempo il gruppo si trova a fare i conti con oscure presenze, a volte violente, come nel caso di Nelson, che sembrano volerli punire per degli eventi del loro passato

Sempre dello stesso anno (1990) è il famoso Ghost – Fantasma (Ghost) di Jerry Zucker che è valso a Woopy Goldberg un premio Oscar come attrice non protagonista e un Golden Globe: Fra Sam e Molly è il grande amore, ma lui viene ucciso in un agguato. Il suo fantasma resta vicino alla donna, ma non può comunicare con lei. Quando il defunto Sam scopre che è stato Carl, il suo migliore amico, a volere la sua morte, ha il problema di proteggere la donna dalle manovre del bieco mandante (c’è di mezzo del denaro sporco da riciclare) e trova la collaborazione della veggente Oda.

Al di là dei sogni, morte

Al di là dei sogni

Al di là dei sogni (What Dreams May Come) del 1998 per la regia di Vincent Ward e ironicamente interpretato da Robin Williams e ci porta a conoscere Chris Nielsen e sua moglie Annie: i due sono legati da un amore illimitato. Hanno due figli che sono la loro gioia continua. Una mattina, come tutte le mattine, i due bambini salgono con la baby-sitter sulla macchina che li conduce a scuola. Ma stavolta non arrivano a destinazione: un incidente e i due ragazzi muoiono. Rimasti soli, Chris e Annie provano a continuare a vivere. Ma niente è più come prima. Annie perde l’equilibrio mentale ed è ricoverata in manicomio, poi faticosamente i due recuperano un certo equilibrio. Ma un giorno anche Chris muore, e trova ad attenderlo Albert, un giovane di colore, che lo guida nell’aldilà e gli dice: “Tu non sei scomparso, sei solo morto“. Chris è felice di vedere che per lui il Cielo consiste nell’esistenza in uno dei magnifici dipinti di Annie. Gode della stupenda maestà di questo Mondo dipinto, pieno dei romantici ricordi che aveva diviso con lei. E, mentre pensa questo, ne sente la mancanza, vorrebbe averla ancora con sé. Viene a sapere che anche Annie è morta, ma si è suicidata e quindi per loro non c’è speranza di tornare insieme. Annie è andata all’inferno. Ma Chris non rinuncia, è deciso ad andare verso l’inferno e porta con sé il Tracker, filosofo e saggio dai comportamenti ambigui. Chris entra nell’inferno, passa sopra le teste dei condannati, ritrova infine Annie. La sua costanza ha avuto il premio. Nell’aldilà marito e moglie si riuniscono e capiscono che è il momento di ricominciare daccapo sulla Terra. Ecco allora un bambino e una bambina che si avvicinano e giocano nella grande New York.

Il sesto senso, morte

Il sesto senso

In Il sesto senso (The Sixt Sense – 1999) di M.Night Shyamalan, il giovane Cole Sear possiede un dono del quale avrebbe fatto volentieri a meno: vede la gente morta che da lui cerca la giustizia per un delitto commesso od anche chiedono di essere liberati da questa non esistenza. Lo psicologo che un anno prima aveva subìto un grave attentato alla propria vita comincia a convincersi di quello che il ragazzino gli dice…

L’amore può superare il confine tra la vita e la morte ed è ciò che accade nel film Dragonfly – Il segno della libellula (Dragonfly) di Tom Shadyac (2001): Emily Darrow  muore in un incidente sull’autobus in cui viaggiava, mentre era in Sud America per portare la sua assistenza di dottoressa per l’infanzia alle popolazioni più povere. Suo marito Joe, medico del Pronto Soccorso, che era contrario alla partenza della moglie anche per via della gravidanza in corso, sta pian piano imparando a convivere con la dolorosa esperienza. Tuttavia, alcuni dei piccoli pazienti della moglie, di cui lui le aveva promesso di prendersi cura, gli raccontano di sogni in cui Emily parla con loro, e nella sua vita comincia a comparire sempre più spesso il simbolo della libellula, un insetto che Emily amava particolarmente. Ad ogni nuovo segnale, Joe si convince sempre di più che Emily stia cercando di contattarlo in qualche modo per dirgli qualcosa di importante. Per cercare risposte, Joe Darrow decide di andare in Amazzonia, nel luogo dell’incidente della moglie. Qui scopre che Emily non era morta durante l’incidente, era stata invece salvata dagli abitanti di una tribù locale e aveva dato alla luce la loro bambina, che venne poi curata dagli abitanti della tribù dopo la morte della madre. Joe ritornerà a casa con la nuova speranza datagli dalla figlia che lui pensava non fosse mai nata.

Hereafter è invece del 2010 è ed dovuto a quel genio della regia che è diventato Clint Eastwood: George Lonegan è un operaio di San Francisco che può comunicare con i morti: i suoi servizi di sensitivo sono molto richiesti dalle persone che hanno subìto un lutto, ma vengono da lui vissuti come una condanna, perché gli impediscono di vivere una propria vita. Marie è una giornalista di Parigi sopravvissuta allo tsunami del 2004, durante il quale è passata attraverso uno stato di pre-morte: questa esperienza le fa riconsiderare tutta la sua vita, le sue convinzioni, il suo lavoro, i suoi affetti, fino alla decisione di scrivere un libro per rompere il muro di silenzio che circonda l’argomento della morte e dell’aldilà. Marcus è un bambino di Londra che, dopo la morte del gemello in un incidente stradale, si trova solo, separato dalla madre con problemi di dipendenze e senza poter contare sulla presenza rassicurante del fratello, al quale si appoggiava in tutto. In occasione della Fiera del libro di Londra, i tre si incontrano: grazie a George, Marcus riesce a entrare in contatto con il gemello ed essere incoraggiato a vivere contando maggiormente su se stesso; George e Marie iniziano a parlarsi, alla ricerca di risposte.

Awake – Anestesia Cosciente” (Awake – 2007) di Joby Harold narra la storia di un giovane rampollo di una famiglia di finanzieri che ha una mamma bella ma morbosetta e una fidanzata bellissima ma da tenere segreta per non incorrere nelle ire della genitrice. Nel giro di una giornata il nostro non solo si decide al gran passo, ma ha anche la ventura di essere convocato in ospedale, dove, incurante delle suppliche materne e di qualche azione legale in predicato di troppo, si farà trapiantare dall’amico chirurgo Terrence Howard un cuore nuovo, permettendo al nostro di buttarsi alle spalle una grave cardiopatia. Andrebbe tutto per il meglio se, una volta sotto i ferri e anestetizzato, il giovane non si rendesse conto di sentire i discorsi dei medici che lo stanno operando e non solo quelli…

The Lazarus Effect di David Gelb del 2015 inizia con gruppo di ricercatori universitari di cui fanno parte Frank e la fidanzata Zoe, i quali ottengono dei buoni risultati riportando in vita i morti, grazie ad un siero sperimentale chiamato Lazarus. L’esperimento ha successo su un cane appena morto, per cui il gruppo vuole rivelare le proprie ricerche, ma il rettore dell’università sospende gli esperimenti e confisca il materiale. Nonostante la battuta d’arresto il team vuole continuare gli esperimenti e la possibilità gli verrà offerta dalla morte di Zoe in un terribile incidente. Frank convince gli altri a tentare l’esperimento su un essere umano, Zoe appunto, e sembra che tutto riesca nel migliore dei modi finché qualcosa di strano sta capitando a Zoe…

Potremmo parlare di altre pellicole e alcune le ritroverete o le avete trovate in articoli precedenti o successivi perché attinenti anche ad altri generi.

Nell’articolo precedente si era parlato di Fantasmi.

L'Autore

Giovanni Mongini

Tra i maggiori specialisti mondiali di cinema SF (Science Fiction) è nato a Quartesana (Fe) il 14 luglio 1944 e fino da ragazzino si è appassionato all'argomento non perdendosi una pellicola al cinema. Innumerevoli le sue pubblicazioni. La più recente è il saggio in tre volumi “Dietro le quinte del cinema di Fantascienza, per le Edizioni Della Vigna scritta con Mario Luca Moretti.”

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